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28 agosto 2024

Felice Ciccarelli, Tommaso Alessandrino e altri Artisti abruzzesi di interesse nelle Chiese di Atessa – Parte II


Felice Ciccarelli, Tommaso Alessandrino e altri Artisti abruzzesi di interesse nelle Chiese di Atessa – Parte II

di Angelo Iocco

Qualche nota su Felice Ciccarelli

Essendoci già occupati del Ciccarelli, qui desideriamo segnalare altre tre opere poco conosciute. Per la prima opera, conservata nel convento di San Francesco di Lanciano per la pubblicazione della fotografia, ringraziamo per la squisita disponibilità Padre Fabrizio OFM Conv.


Felice Ciccarelli, Madonna col Bambino tra San Michele e San Bernardo. Convento di San Francesco, Lanciano. Foto Angelo Iocco.

Essa è una Madonna col Bambino con ai piedi San Michele arcangelo e San Bernardo. La tela necessiterebbe di un restauro, faceva parte dell’antica cappella di Sant’Angelo; ammirandola notiamo immediatamente delle affinità con la Madonna del Carmine dipinta dal Ciccarelli nella chiesa di San Rocco di Atessa, tra le opere più riuscite di questo pittore. Il San Michele invece è tratto dal quadro della Madonna con San Michele e San Giovanni presso la chiesa madre di San Giovanni in Rapino. Ciccarelli al posto della Madonna di Atessa che accenna un sorriso, qui ha realizzato una versione più seria e malinconica.


Le altre opere sono l’Immacolata Concezione, che il Ciccarelli realizzò per la chiesa di San Lorenzo in Rapino, e per la cappella del Duomo di Guardiagrele.

  

F. Ciccarelli, Madonna Immacolata come Regina degli Angeli, chiesa di San Lorenzo, Rapino. ID, Madonna Immacolata, Duomo di Guardiagrele.

Nella tela di Rapino la Madonna è al centro di una grande nuvola attorniata da angioletti, in un paesaggio botticelliano naturale con tempietti e cittadelle in una innaturale posizione prospettica, nel quadro guardiese invece la Madonna è racchiusa in una classica mandorla, sorretta da 4 angeli, mentre nel primo piano si vede la tomba vuota, e gli Apostoli che adorano il miracolo dell’Assunzione. Si notano somiglianze con il quadro della Madonna nella chiesa di San Francesco di Loreto Aprutino, e quanto a scene corali, esso è uno dei più belli realizzati da questo pittore.

3 luglio 2024

Giuseppe Di Battista (1930-2013) e le sue ricerche abruzzesi.

 

Giuseppe Di Battista (1930-2013) e le sue ricerche abruzzesi
di Angelo Iocco

Nato a Castel Frentano, da bambino visse le tristi impressioni della Guerra e dell’occupazione nazista e poi alleata. Diventato maestro elementare, dal 1970 al 1980 fu sindaco del suo paese. Fu sempre molto legato e attento alla didattica e all’attività laboratoriale con i ragazzi, come si rileva dai vari fascicoli di poesie, canzoni, ritagli di giornale conservati presso Aldo Angelucci. Organizzò diverse manifestazioni culturali, recite, concerti con i ragazzini, e legato a quel concetto di tramandare a tutti i costi la memoria, ha raccolto diverse notizie fondamentali per le tradizioni popolari e le memorie storiche del suo paese, e dei dintorni. Cresciuto sotto la fama del poeta Eduardo Di Loreto, con Lello Giordano, Ottorino Moscafieri, Mimmo Sciascia, Turiddo Bucci e altri, costituì nel 1979 il Gruppo Teatro Abruzzese ’80, che terminò la sua esistenza nel 1993, per ricostituirsi come Associazione teatrale Di Loreto-Liberati, tutt’ora in attività, col compito di riproporre in teatro le commedia del Di Loreto, nonché promuovere concorsi di teatro dialettale abruzzese, invitando nuove promesse a proporre le loro commedie. Queste commedie dal 1983 al 1989, sono conservate presso l’Archivio storico dell’Associazione Di Loreto-Liberati.

Castel Frentano, Archivio storico Associazione teatrale “Di Loreto-Liberati”, nei locali dell’Asilo Caporali, riordinato da Angelo Iocco[1]


27 agosto 2023

Il convento di Sant'Antonio a San Buono.


Il convento di Sant'Antonio a San Buono (CH)
di Antonio Mezzanotte

Giovannantonio II Caracciolo, dal 1566 marchese di Bucchianico e, tra gli altri, barone di Santobono, sapeva il fatto suo. Si dirà: eh, ma era un Caracciolo, onori e ricchezze. È vero, ma poteva accontentarsi di quello che aveva ereditato. Invece, Giovannantonio aveva due qualità di non poco momento: disciplina militare e capacità imprenditoriale.
La prima gli derivava dall'essere stato per anni al seguito del padre Marino III, governatore delle Calabrie (leggi: lotta contro la pirateria barbaresca, costruzione di torri difensive litoranee, edificazione di strade militari per raggiungere i più sperduti paesi di quella regione); l'esperienza acquisita fu determinante per la difesa degli Abruzzi dopo l'attacco turco del 1566.
La seconda lo dimostrò con l'organizzazione e la gestione del vasto stato feudale che all'epoca si stendeva dall'Alento al Trigno: fece costruire il palazzo marchesale di Bucchianico, centro amministrativo dell'importante feudo, dotandolo anche di una piazza d'armi (che è l'odierna piazza principale del paese); edificò il palazzo di famiglia a San Buono (Santobono, come si diceva a quei tempi), nella valle del Treste, trasformando il vecchio castello medievale e rimodellando la chiesa parrocchiale; a Napoli realizzò il grande palazzo alla Carbonara, nei pressi di Porta Capuana, ancora oggi uno dei più belli e imponenti della città.
Nel 1590 ottenne il titolo di principe di Santobono, non solo consolidando il potere dei Caracciolo, ma anche assestando la presenza in Abruzzo della famiglia, i cui massimi esponenti (il nipote Ferrante e il pronipote Carmine Nicola) vedranno la luce rispettivamente a San Buono e a Bucchianico.
Nel 1575 Giovannantonio Caracciolo (secondo a portare questo nome, in ricordo del nonno) fece edificare il convento di S. Antonio di Padova poco distante dal paese di San Buono, lungo un crinale alle pendici di Monte Sorbo, in un luogo ricco di acque sorgive. Il cenobio e l'annessa chiesa furono completati dal figlio Marino IV.
È la chiesa ad attirare l'attenzione. Vasta, imponente, dalla facciata scandita su tre livelli con finestrone centrale, lesene e timpano recante al centro la statua di S.Antonio di Padova. Lo stile tardo rinascimentale (del quale riaffiora un'eco nel campanile a doppia vela) fu del tutto soppiantato dalla ristrutturazione settecentesca. Il portale, riccamente ornato, presenta una iscrizione a rammentare che fu fatto realizzare nel 1750 dal padre guardiano Bonaventura da Furci.
L'interno è a navata unica composta da quattro campate con lunette a botte; sulla destra si aprono tre ampie cappelle, comunicanti tra loro quasi a formare una navata secondaria, dedicate a S.Antonio (la cui statua fu realizzata nel 1762 dallo scultore molisano Paolo Saverio Di Zinno), S. Francesco e S.Diego.
L'altare maggiore, con al centro il tabernacolo, contiene ai lati le statue di S.Giacomo della Marca e S. Bernardino da Siena.
L'origine francescana del complesso si rivela, quindi, non solo nella dedica al Santo patavino, ma anche nella presenza di rimandi a personaggi chiave della storia dell'Ordine, con la particolarità che trattasi di minori osservanti, i quali tra il 1400 e il 1500 metteranno salde radici nei principali centri del vastese.
Il convento di San Buono fu chiuso due volte: nel decennio francese (1811) e all'indomani dell'Unità d'Italia (1866), con dispersione inevitabile del ricco patrimonio artistico e documentale. I francescani lo poterono riacquistare soltanto nel 1937.
Il complesso conventuale di S.Antonio, nondimeno, continua ad essere ancora oggi, così come è stato per secoli, uno dei centri spirituali più rilevanti del territorio, immerso tra i boschi e i declivi della valle del Treste.

28 maggio 2023

Antonio Mezzanotte, Le mura saracene a Furci (CH).


LE MURA SARACENE A FURCI (CH)
di Antonio Mezzanotte

Si dice e si racconta che tanto tempo fa una schiera di predoni saraceni, risalendo la Valle del Treste, arrivarono a Colle Moro, sottostante al paese di Furci, e lì misero a ferro e a fuoco un antico monastero, passando a fil di spada (o di scimitarra) tutti i monaci. Poi, dopo che tutto fu macerie e desolazione, si apprestavano a muoversi verso l'abitato per saccheggiarlo. Ecco, però, che calò d'improvviso una fitta nebbia, ma così fitta che non si vedeva più nulla e gli invasori persero l'orientamento; subito dopo, altrettanto improvvisamente, riecheggiò un lugubre rintocco di campane proveniente dal convento appena distrutto e allora i Saraceni, spaventati, se ne fuggirono.

Ancora oggi quel luogo su Colle Moro, a mezza costa tra la Treste e il paese di Furci (CH), presenta i resti di tre imponenti costruzioni in mattoni, simili a pilastri, chiamate Mura Saracene in ricordo di quell'evento.
Un'altra versione della leggenda, meno nota, vuole che il monastero di Colle Moro fu distrutto da una invasione di formiche, le stesse che più a valle avevano devastato l'antica Lentella, un tempo posta alla confluenza della Treste con il Trigno, e che più a monte avevano demolito l'altro monastero della S.S. Trinità ad Duas Virgines nei pressi di San Buono e alle pendici di Monte Sorbo.
Erano tempi cupi, la Valle percorsa da scorrerie di barbari, ungari, saraceni, genti forestiere animate soltanto da intenzioni predatorie e il racconto popolare associò l'eco di quegli eventi lontani all'invasione di devastanti formiche.


Quelle incursioni furono fermate una prima volta intorno all'anno Mille da un leggendario soldato a cavallo di nome Buono, che avrebbe fondato il castello di San Buono, e, successivamente e in concreto, nel 1500 dai potenti principi Caracciolo di Santobono, che assicurarono stabilità e sicurezza in tutta la Valle per almeno tre secoli.
Le cosiddette Mura Saracene di Furci, che testimoniano quei fatti così lontani nel tempo, oggi costituiscono uno dei perni della rete sentieristica della Valle del Treste e intorno ad esse è stata allestita un'area di sosta.

6 marzo 2023

Antonio Mezzanotte, La Madonna della Misericordia a Chieti.


La Madonna della Misericordia a Chieti

Dice e racconta l'Avv. Girolamo Nicolino, vissuto nella Chieti del XVII sec., che la peste bubbonica arrivò in città il 4 agosto 1656. A portarla, da contagiata, pare che fu una donna di Giuliano Teatino.
Com'è e come non è, da quel momento e per i quattro mesi seguenti fu una finazione di mondo. Solo per avere un'idea di quello che accadde con la pandemia di allora: dodici anni prima, nel luglio 1644, quando Ferrante Caracciolo di Santobono comprò all'asta Chieti, vennero conteggiate 2000 famiglie fiscali, circa 10000 abitanti. Al termine della pestilenza, invece, si stima che tra morti e fuggiti dalla città, mancava all'appello metà della popolazione. In ogni caso, fu una strage.
Che poteva fare il popolo teatino di fronte a "che la sorte di sfraggelle", per usare le parole di Modesto della Porta? Non trovando rimedi, nel caos totale, dinnanzi all'impotenza delle Istituzioni (le Autorità, benvero, istituirono lazzaretti, limitarono la circolazione con dei cordoni sanitari con l'intento di fermare il contagio - lockdown e zone rosse che abbiamo vissuto recentemente non sono novità - ma invano), col morbo che sembrava inarrestabile mietendo decine e decine di vittime ogni giorno, a un certo punto il Camerlengo don Filippo de Letto in persona personalmente (ossia il Sindaco del tempo) propose un'unica soluzione: affidare la città alla Madonna!
"Alma Madre del popolo teatino, liberaci dal morbo, misericordia per i figli Tuoi": questa sarà stata la preghiera che con salmodiante e struggente fervore si levava dalla solenne processione che si svolse in città l'8 settembre 1656, giorno dedicato da sempre alla nascita della Beata Vergine Maria.
Passarono quattro mesi d'inferno. Poi, d'incanto, improvvisamente come era arrivata, altrettanto improvvisamente la peste cessò: era il 7 dicembre 1656, vigilia della Concezione di Maria.
La Vergine Santa aveva avuto pietà del popolo teatino e, a mo' di ringraziamento e in ricordo di quegli eventi, venne edificata la chiesetta intitolata proprio alla Madonna della Misericordia, probabilmente a opera dei Padri Crociferi (ossia dell'Ordine di San Camillo De Lellis), che utilizzarono l'edificio come ospedaletto extra moenia e xenodochio.
Ritroviamo la chiesa ancora oggi, sita a mezza costa tra la città storica e lo Scalo, lungo il crinale che corre parallelo al Fosso di Santa Chiara. Facciata intonacata con profilo a doppio spiovente, finestrelle basse e oculo centrale, timpano sorretto da due colonne che delimitano il portale. Il campanile è in laterizio parzialmente a vista. L'interno è ad aula unica con cappelle laterali.
Si suol affermare che per riconoscenza alla Madonna, che liberò Chieti dalla peste, nello stesso periodo sarebbero state edificate altresì le altre chiese rurali che fungono da corona alla città: in realtà, tutte quelle chiesette erano già preesistenti all'epidemia, alcune come semplici cappelle, e nella ripresa economica e sociale che seguì la pestilenza esse furono ingrandite e adattate al nuovo gusto barocco.
È probabile che anche nel luogo ove si eleva la chiesa della Misericordia un tempo sorgesse un qualche sacro edificio, legato, però, al culto di Sant'Eufemia (una statua della quale è esposta tutt'oggi nella chiesa).
Si dice e si racconta, infatti, che l'acqua del pozzo scavato nei pressi della chiesetta, detto appunto "pozzo di Sant'Eufemia", abbia la proprietà miracolosa di far tornare il latte alle puerpere e che ad essa ricorrevano tutte le donne delle campagne di Chieti.
Allora, la chiesetta della Madonna della Misericordia diventa punto identitario di questa porzione della città, da riscoprire e da tenere sempre in gran conto, così come tutte le chiesette rurali di Chieti, perché espressione della storia e della coscienza collettiva di questo articolato e composito territorio.

31 marzo 2022

Antonio Angelilli realizza i coppi in laterizio presso la Pincera settecentesca di San Buono (CH). Giornate FAI Vasto 2022.



A partire dalla metà del 1700, le fornaci di laterizi in Abruzzo hanno costituito un patrimonio di eccezionale valore ed hanno contribuito alla crescita ed allo sviluppo del territorio regionale a livello storico, economico e culturale. Poche e preziose sono le testimonianze sopravvissute delle cosiddette “Pincere”, il cui nome deriva da "pince", termine dialettale che designa i coppi utilizzati per la copertura dei tetti, ed una di esse si trova nel piccolo comune di San Buono, situato nell'area collinare dell'entroterra vastese. Complice la potenzialità del territorio, ovvero l'ampia disponibilità di materiale argilloso, il laterizio “cotto” divenne l'elemento essenziale nelle costruzioni e, per secoli, le tecniche ed i sistemi di produzione, introdotti dai romani, rimasero invariati.
Le strutture delle fornaci antiche sono definite a “pignone” e, di questa tipologia, nel territorio di San Buono, ne esistevano sette: quattro in contrada Maranna, e tre in contrada Macchie. La loro attività iniziò gradualmente a rallentare successivamente l'Unità d'Italia e, precisamente, in seguito allo sviluppo della rete ferroviaria in Abruzzo, che favorì il progredire dell'economia del territorio e che portò, quindi, ad un'inevitabile richiesta di un ciclo produttivo maggiore e più veloce, che solo le fornaci a fuoco continuo, tecnologicamente più avanzate, potevano offrire. Le strutture antiche, quindi, divennero definitivamente in disuso intorno agli anni '50 dello scorso secolo, non riuscendo a reggere la concorrenza.
Una fornace della tipologia a fuoco continuo, del marchio tedesco “Hoffmann”, fu costruita in contrada Cantarelli, ma nel 1943, un bombardamento aereo ne abbatté la ciminiera che non fu più ricostruita e di conseguenza la stessa non fu più utilizzata. Altre fornaci moderne sorsero in prossimità della costa ed i maestri fornaciai di San Buono, richiesti per la loro preparazione e contrattualizzati, vi portarono la loro esperienza.

La Pincera di San Buono, di proprietà del signor Antonio Angelilli è un interessantissimo esempio di archeologia industriale in quanto unico ed ultimo esemplare superstite di un'antica fornace, nel territorio abruzzese, del tipo "a pignone". Esiste una correlazione geografica tra aree ricche di materie prime e strutture produttive che le utilizzano, ed è il caso della Pincera di San Buono, che sorge a poca distanza dal centro abitato, precisamente in una traversa di via XXIV Maggio e, di certo non casualmente, in un'area caratterizzata dalla presenza di terreno argilloso, che consentiva di reperire direttamente in situ il necessario alla realizzazione dei laterizi. Alla presenza naturale di argilla si lega la storia della famiglia Angelilli e quella di altre famiglie di piccoli fornaciai che si adoperarono ad estrarla, curarla e lavorarla, a modellarla formando a mano mattoni e coppi che venivano cotti all'interno delle Pincere. La piccola struttura muraria a pianta circolare, si presenta in buona parte scavata nel terreno, al fine di garantire una minor dispersione del calore, ed è costituita da una camera di combustione (inferiore) ed una camera di cottura (superiore), separate da un piano forato intermedio. Dopo l'accurata lavorazione manuale da parte degli artigiani e la successiva fase di essiccazione, i manufatti crudi venivano accuratamente accatastati sul piano forato, attraverso il quale veniva sprigionato il calore del fuoco dalla camera di combustione sottostante. La delicata fase della cottura, a cura degli esperti fuochisti, prevedeva il raggiungimento di una temperatura fino a 1000°C. Infine, lo sfornaciamento del materiale cotto avveniva dopo alcuni giorni, successivamente al raffreddamento dello stesso. Le Giornate FAI di Primavera offriranno ai visitatori un'occasione unica, la possibilità di scoprire questo monumento di archeologia industriale e di rivivere le varie fasi di produzione dei laterizi, attraverso il racconto diretto del proprietario, custode ed ultimo testimone di questa antica attività, alla quale la sua famiglia si è dedicata dalla metà del 1700. Grazie alla cura del proprietario, si presenta oggi in ottimo stato di conservazione ed è ancora idonea, se messa in funzione, alla produzione dei laterizi. Antonio Angelilli, oggi novantenne, ha appreso dal padre Nicola Giacomo l'arte del fornaciaio - divenendo un eccezionale fuochista - che poté esercitare fino all'anno 1966, quando lavorò nella fornace dei fratelli Petroro a Vasto, mettendo a disposizione le competenze acquisite in tanti anni presso la pincera di sua proprietà e tramandatagli dai suoi predecessori. Il suo sogno, più volte espresso ma finora non ancora concretizzato, sarebbe quello di poter avviare un laboratorio permanente del laterizio fatto a mano, affinché non vada perduto un presidio della storia della costruzione in Abruzzo. Chissà se attraverso le nostre Giornate riusciremo a dare un nuovo impulso alla realizzazione di questo bellissimo sogno!

16 gennaio 2022

Antonio Mezzanotte, La forma dell’acqua (ovvero la causa per il mulino di San Buono).


La forma dell’acqua (ovvero la causa per il mulino di San Buono)
di Antonio Mezzanotte

È difficile spiegare in poche parole, per aggiunta qui su Facebook, che cos’è stato il feudalesimo. 
Esso ha costituito attraverso diversi profili e per circa mille anni l’ossatura della società europea, avendo efficacia nei territori del Regno di Napoli fino agli inizi del 1800. 
È vero che durante il periodo del riformismo borbonico qualcuno già cominciò a pensare di superarlo (tra gli altri, è da menzionare il nostro Melchiorre Delfico, teramano), ma per l'abolizione si dovettero attendere le leggi eversive del 1806-1808, emanate da Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, durante il c.d. decennio francese.
Per dirimere e giudicare tutte le controversie provocate dalla legge eversiva del 2 agosto 1806, con decreto dell’11 novembre 1807 fu istituita una Commissione feudale, che funzionò come tribunale straordinario per la materia fino all’agosto del 1810.
L’abolizione del feudalesimo fu davvero una “rivoluzione legale” per i nostri paesi, che, di colpo, si trovarono a contendere ai vecchi Signori terre, diritti, esazioni e quant’altro.
Purtroppo, tutti gli atti processuali, per un totale di 1062 faldoni, sono andati distrutti nell'incendio del 1943 appiccato dai tedeschi alla Villa Montesano di San Paolo Belsito (NA), presso la quale erano stati trasferiti gran parte dei documenti dell’Archivio di Stato di Napoli. Tra le poche carte superstiti, vi è un “Bullettino delle sentenze” emanate dalla Commissione, che raccoglie le oltre tremila sentenze pubblicate in tre anni.
Il 18 maggio 1810 venne emessa, così, la sentenza che metteva fine al contenzioso promosso dal Comune di San Buono (CH) nei confronti dell’ex feudatario Principe Caracciolo per l’utilizzo del mulino ad acqua che si trovava lungo il fiume Treste.
Era accaduto che questo mulino, l’unico presente in paese, era di proprietà dei Caracciolo, i quali probabilmente avevano proibito ai propri sudditi non solo di costruirne un altro che potessero utilizzare liberamente, ma anche di andare a macinare presso altri mulini collocati fuori paese.
Abolita la feudalità e riformata la vecchia Università con la costituzione del Comune, i sanbuonesi ebbero l’idea di chiedere al Principe non solo di abbassare il prezzo preteso per la molitura, ma anche di liberarli dall’obbligo di macinare in quel mulino. 
Inoltre, siccome la forma dell’acqua (ossia la gora, detta anche formale, cioè il canale artificiale che alimentava il mulino) transitava sul territorio comunale, il Comune pretendeva dall'ex feudatario una percentuale sui proventi delle moliture!
Aperto il processo davanti alla Commissione feudale, il Comune era difeso dall’Avv. Felice Santangelo, il Caracciolo dall’Avv. Vincenzo Canofilo, che già alla fine del Settecento veniva considerato esperto nel diritto feudale e degli usi civici, nonché sostenitore della storicizzazione del diritto (in buona sostanza, egli cercava di interpretare la norma giuridica ricostruendo il contesto nel quale aveva operato il Legislatore).
La sentenza della Commissione acclarò quanto segue: il mulino era di proprietà esclusiva del Caracciolo; quindi, non si poteva obbligare giudizialmente il proprietario a calmierare il prezzo della molitura, né il Comune poteva vantare alcun diritto sui ricavi del mulino per il solo fatto del passaggio della forma sul territorio comunale. L’unica decisione possibile per legge era quella di obbligare il Caracciolo a garantire la solita prestazione della molitura ancora per un anno, a parità di prezzo, lasciando nella facoltà del Comune l'eventuale costruzione di un nuovo mulino per i bisogni dei propri cittadini, i quali avrebbero così potuto scegliere liberamente se utilizzare il mulino Caracciolo ovvero quello comunale.
Nella stessa sentenza furono assunti anche provvedimenti migliorativi per i coloni dei due ex feudi di Moro e della Guardiola.
Il mulino di San Buono era solo uno dei tanti opifici sparsi lungo la Valle del Treste, come quello di Furci, di Liscia o di Roccaspinalveti. 
So che ci si sta prodigando per la riscoperta di questi antichi mulini: un altro esempio positivo delle potenzialità offerte dai luoghi "della Treste", ancora poco conosciuti.

28 novembre 2021

Antonio Mezzanotte, I Caracciolo di Santobono, chi erano costoro?


I Caracciolo di Santobono, chi erano costoro?
di Antonio Mezzanotte

I Caracciolo di Santobono, chi erano costoro? Una delle più antiche famiglie nobili del Regno di Napoli, che riuscì a creare un vasto stato feudale tra Abruzzo e Molise dal XV sec. in poi: dal centro di San Buono, nella Valle del Treste, ad Agnone, Castel di Sangro, Capracotta, San Vito Chietino, Bucchianico, Roccaraso, Castiglione Messer Marino, Rosciano, Alanno, Cugnoli, Fraine, Roccaspinalveti, Guardiagrele e tanti altri luoghi. Ad un certo momento, la loro ascesa sembrava inarrestabile, la stessa città di Chieti finì soggiogata al dominio dei Santobono. Ferrante (nato a San Buono) fu l'antagonista di Masaniello, suo nipote Carmine Nicola (di Bucchianico) ebbe incarichi internazionali di primo piano divenendo Viceré del Perù ed il figlio di questi, Giovanni Costanzo, cardinale, fu l'artefice della più famosa fontana al mondo, quella di Trevi a Roma. L'archivio dei Santobono, conservato in parte nell'Archivio di Stato di Napoli, è una miniera di informazioni su tanti profili di storia economica, sociale, politica e culturale abruzzese, molisana, napoletana. Ho la sensazione, però, che, contrariamente ai Valignani di Chieti, ai d’Avalos del Vasto ed agli Acquaviva di Atri (tanto per citare altre famiglie nobili che pure hanno inciso profondamente sulle vicende dei propri feudi abruzzesi e non solo), i Caracciolo di Santobono sono ancora poco studiati.
Uno degli infiniti, possibili approcci per auspicabili ricerche potrebbe essere verificare in che modo ed in che misura le abitudini alimentari abruzzesi siano state indirizzate dall’utilizzo di particolari varietà di grano, come la "carosella", ad esempio, che nei domini dei Caracciolo, a San Buono ed a Monteferrante, era largamente prevalente e, da lì, diffusasi in tutta la regione ed anche oltre.
Per tale motivo, a chiusura (per ora) di queste veloci escursioni domenicali sui Caracciolo di Santobono (escursioni divulgative e senza pretesa alcuna), voglio riproporre un post di qualche tempo fa avente ad oggetto proprio il grano detto "carosella".

IL GRANO DEL PRINCIPE

Agostino Giannone era un bravo avvocato amministrativista di fine Settecento e tra i suoi assistiti figurava Gregorio Caracciolo, principe di Santo Bono, duca di Castel di Sangro, marchese di Bucchianico (solo per ricordo, i Caracciolo di San Buono possedevano o avevano posseduto nel tempo mezza provincia di Chieti, l'Alto Sangro, parte del Molise e vari territori del pescarese, tra i quali Rosciano, Alanno e Cugnoli).
Il Giannone ebbe vari incarichi pubblici: fu nominato segretario dell'Accademia siciliana di agricoltura, arti e commercio (una antesignana delle moderne Camere di Commercio) e, grazie al favore del Caracciolo, anche segretario della Real Deputazione delle nuove strade degli Abruzzi (ossia dell'ente - una ANAS ante litteram - al quale i Borboni affidarono la realizzazione di nuovi collegamenti tra la capitale, Napoli, e la nostra regione, in particolare della strada che da Venafro saliva a Sulmona, quella che i francesi chiamarono Napoleonica e che, in buona sostanza, è oggi un tratto della S.S. 17 dell'Appennino abruzzese).
Nel predisporre la relazione sullo stato finanziario delle opere stradali necessarie per collegare Venafro a Sulmona e da lì proseguendo per L'Aquila e Chieti, il Nostro Avvocato annotò con minuziosi particolari le caratteristiche salienti del territorio abruzzese di fine Settecento (1784).
In particolare, l'Avv. Giannone si sofferma sulla coltivazione del grano, indicando dapprima le località a spiccata vocazione granaria (soprattutto del teramano), per poi aggiungere che la varietà di grano detta Carosella, inizialmente coltivata soprattutto a San Buono e Monteferrante (entrambi feudi dei Caracciolo) era diventata la più diffusa nell'intero Abruzzo Citeriore, tanto che essa stava espandendosi in quasi tutte le località dell'Ulteriore ed era molto commercializzata anche fuori dei confini nostrani.
Com'era e com'è la Carosella? Un grano tenero, risalente direttamente all'epoca dei romani, a stoppia lunga fino ad un metro, il cui nome deriverebbe dal siciliano "caruso" per indicare il chicco piccolo ed allungato, leggero, di aspetto dorato e lucido.
La farina di Carosella (a basso contenuto di glutine) era ricercata per le qualità di tenere la pasta a cottura e per il pane.
Con l'avvento della trebbiatura meccanica i grani a paglia lunga furono sostituiti con le varietà a paglia corta, di natura ibrida, tanto ibrida che sovente sono causa di insorgenza di allergie alimentari, prima di tutte quella al glutine.
In varie zone del Meridione (Cilento e Basilicata) si sta riscoprendo questa antica varietà.
Sarebbe cosa buona e giusta ed utile, allora, studiare la storia del territorio anche per riscoprire una sana alimentazione e il grano del principe Caracciolo, un tempo coltivato in tanti paesi della nostra regione, potrebbe essere riscoperto ed accostato alle altre varietà autoctone abruzzesi, come la Solina e la Saragolla, ma io aggiungerei per la qualità anche il Senatore Cappelli, per una scelta alimentare genuina e salutare.