27 agosto 2026
Giovanni De Santis, La Via degli Abruzzi nella struttura viaria della regione.
Abruzzo: Tradizioni Oggi. Intervento della Prof.ssa Lia Giancristofaro.
Abruzzo: Tradizioni Oggi. Intervento della Dott.ssa Adriana Gandolfi.
Pillole d'Abruzzo sulla transumanza con l'antropologa Adriana Gandolfi.
Pillole d'Abruzzo, di Giovanni D'Addario.
'Mmidia Abruzzese: Tradizione e Rito contro il Malocchio.
La 'Mmidia, termine dialettale per "Invidia", è considerata la causa principale del Malocchio, o "Lucchiatura" (italianizzato come occhiatura). Sebbene l'etimologia del termine occhiatura rimandi semplicemente all'atto di guardare intensamente, in Abruzzo e in altre regioni del Centro-Sud Italia esso assume un significato magico-terapeutico: l'atto con cui una persona, spesso involontariamente, proietta un'energia negativa su un'altra, causandole malessere. Secondo le antiche tradizioni popolari abruzzesi, il Malocchio non è necessariamente un maleficio lanciato con cattiveria consapevole. Spesso, l'invidia o persino un eccessivo complimento, uno sguardo troppo intenso, o una lode esagerata possono innescare la lucchiatura. I sintomi di chi è colpito da questo influsso sono tradizionalmente riconducibili a un malessere generale, che non trova spiegazione medica: un forte mal di testa, stanchezza improvvisa, irritabilità o una sensazione di oppressione. Questi malesseri vengono interpretati come la prova tangibile dell'energia sottratta o deviata dalla persona invidiosa.
Per liberare l'individuo colpito dall'influsso maligno, si ricorre a specifici rituali di magia terapeutica, noti come "togliere lu malucchie" (togliere il malocchio) o, per estensione, "Smammidia" (sciogliere la 'mmidia). Questi riti sono custoditi gelosamente e tramandati oralmente, spesso di generazione in generazione, seguendo regole ben precise che ne garantiscono l'efficacia. La figura centrale è di solito una donna anziana, la fattucchiera o magara del paese, depositaria della formula segreta. Il rituale è quasi sempre un sincretismo di elementi cristiani e pagani. Un metodo comune prevede l'uso di acqua e olio: l'acqua viene posta in una scodella e l'olio, versato a gocce mentre si recita la formula segreta, reagisce in modo specifico. Il modo in cui le gocce di olio si allargano o si uniscono sull'acqua indicherebbe se l'individuo è effettivamente affetto dal Malocchio e, una volta sciolto l'olio, l'influsso è considerato annullato.
Un elemento distintivo di questa tradizione in diverse zone d'Abruzzo è il legame con la notte di Natale. La tradizione vuole che le formule per togliere lu malucchie (o per trasmettere il potere di farlo) vengano recitate o imparate il 25 dicembre a mezzanotte. Questo momento, sacro e potente, segna un passaggio rituale che conferisce o rafforza il potere di "sciogliere" l'invidia e il Malocchio per l'anno a venire. Oggi, sebbene la vita moderna abbia allentato la presa di molte credenze popolari, la tradizione de "La 'Mmidia" persiste, specialmente nelle aree più interne della regione, come un affascinante retaggio di un passato in cui la magia e la fede erano inestricabilmente legate alla vita quotidiana e alla salute.
Giorgia Silverii, Lanciano
Da: https://radiciculturali.it/cultural-assets/la-mmidia-abruzzese-tradizione-e-rito-contro-il-malocchio
Il malocchio e la jettatura sono credenze popolari profondamente radicate, basate sull’idea che determinate persone, oggetti, animali o situazioni possano esercitare un’influenza negativa e nefasta su altri, sia volontariamente che involontariamente. Alla base di questa superstizione vi è il potere attribuito all’occhio, considerato un centro da cui può emanare un influsso distruttivo e maleaugurante. Come spiega Alfonso M. Di Nola, “A base della credenza è il potere attribuito all’occhio, come centro dal quale può emanare un influsso distruttivo e maleaugurante”. Da questa concezione deriva il termine iettatura, ossia l’azione dell’"occhio che getta" il male.
Questa credenza è diffusa in numerose culture, sia antiche che moderne, ed è riuscita a sopravvivere nei secoli nonostante l’evoluzione storica e scientifica. Secondo la tradizione, lo sguardo malevolo di una persona può influenzare negativamente chi lo riceve, causando disgrazie o malesseri. Chi è colpito dal malocchio manifesta sintomi ricorrenti: un senso di malessere fisico e mentale, accompagnato da stanchezza, mal di testa, agitazione e difficoltà ad addormentarsi, con un riposo disturbato che può sfociare in nausea e vomito. Le cause principali del malocchio sono sentimenti negativi come invidia, rabbia e gelosia nei confronti della vittima, ma anche una bugia, un complimento falso o un'ammirazione ipocrita da parte di una persona poco fidata possono bastare a scatenarne gli effetti.
Il rito del malocchio nella tradizione vastese
A Vasto, per verificare la presenza del malocchio e allontanarlo, si ricorre a un antico rituale eseguito dalla magara (o Mmahàre). Il rito prevede l’uso di un piatto contenente due dita d’acqua, con una forbice aperta sul fondo. La magara impone quindi le mani sulla fronte della persona colpita e, tracciando una croce con i pollici, recita la formula magica:
Malucchie malucchiate,
du ucchie t’anne aducchiate,
tre Sende t’anne aiutate:
Padre, Fijje e Spirte Sande.
Lu Malucchie puzza ji ‘rrète
E nin puzza ij cchù annènde.
Nnome de Patre,
Fijje e Spirte Sande
Dopo la preghiera, la magara versa due gocce di olio d’oliva nell’acqua. La forma che prenderanno nell’acqua rivelerà la presenza del malocchio e l’identità di chi lo ha gettato: se si forma un’unica macchia, il responsabile è un uomo; se invece le gocce si suddividono in più figure, è una donna. Se le gocce rimangono integre, significa che il malocchio è stato annullato e non ha più effetto.
Aurora Celenza, Vasto
26 agosto 2026
Adriana Gandolfi, La Presentosa.
Adriana Gandolfi, Amuleti. Ornamenti magici d'Abruzzo.
I Gioielli magici degli Abruzzi - intervista all'antropologa Adriana Gandolfi.
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Dentro di me c'è un Archivio - Intervista ad Adriana Gandolfi.
L'antropologa Adriana Gandolfi presenta il suo libro dedicato alla Presentosa.
Riti pasquali e settimana santa in Abruzzo - conferenza di Adriana Gandolfi.
Il Santuario di Ercole Curino (e non solo) raccontato da Adriana Gandolfi.
Ancien traditions in Abruzzo, da All About Abruzzo.
25 agosto 2026
24 agosto 2026
Pescara prima della guerra: come era?
23 agosto 2026
22 agosto 2026
Rai Cultura - Scrittore e politico italiano, al secolo Secondino Tranquilli, Ignazio Silone moriva il 22 agosto 1978.
21 agosto 2026
Marino Valentini, I libri proibiti del convento teatino.
Sembra di rileggere Il Nome della Rosa di Eco ma non si tratta di romanzo giallo, bensì di un fatto reale accaduto a Chieti nellla seconda metà del '500.
Mi riferisco all’episodio del sequestro di libri nel monastero di Santa Maria della Civitella a Chieti (storico cenobio dei monaci Celestini) che si inserisce nelle grandi campagne di controllo culturale avviate dal Sant'Ufficio dell'Inquisizione alla fine del XVI secolo. L'obiettivo era censire e bonificare le biblioteche degli ordini religiosi in Italia. Il caso specifico di Chieti è eccezionale perché documenta la penetrazione, negli ambienti monastici teatini, del Lullismo, una corrente filosofico-scientifica considerata altamente pericolosa e confinante con l'eresia, la magia e l'alchimia. Inizialmente, la Chiesa di Roma concesse agli ordini monastici una parziale autonomia nella gestione delle proprie biblioteche. Tuttavia, la scarsità di auto-denunce e il sospetto che i monaci nascondessero testi eterodossi spinsero l'Inquisizione a ordinare ispezioni severe. I monaci della Civitella dovettero redigere e inviare a Roma (e ai tribunali locali dell'Inquisizione) l'inventario dettagliato dei libri in loro possesso. I testi giudicati pericolosi venivano inseriti nelle liste dei libri prohibiti e confiscati. Ma quali erano questi libri sequestrati alla Civitella? Nel monastero teatino emersero in particolare edizioni a stampa e manoscritti legati al filosofo spagnolo Raimondo Lullo (Ramon Llull) e alla tradizione pseudo-lulliana. I testi ufficialmente censurati e registrati nel verbale furono:
(1) Practica compendiosa artis Raymundi Lul e cioè un'opera che applicava l'arte combinatoria di Lullo. L'Inquisizione diffidava fortemente di questo sistema: la pretesa di Lullo di dimostrare i dogmi di fede attraverso un meccanismo logico e universale (fatto di cerchi rotanti e lettere) veniva scambiata, o talvolta usata dai monaci, come una forma di cabala cristiana o crittografia magica.
(2) Ars iuris, ossia un compendio stampato a Roma nel 1516 che cercava di applicare l'arte intellettuale e combinatoria di Lullo al diritto canonico e civile. Nel tardo Cinquecento, il nome di Raimondo Lullo era stato associato ingiustamente a una massiccia produzione di trattati di alchimia, trasmutazione dei metalli e magia naturale. I monaci, compresi quelli della Civitella, utilizzavano questi testi scientifici per studiare la struttura dell'universo attraverso la logica combinatoria, ma anche per praticare discipline ermetiche e protoscientifiche all'interno della segretezza delle mura del convento. Per l'Inquisizione, possedere la Practica compendiosa significava esporsi al peccato di superbia intellettuale e al rischio di evocazioni demoniache camuffate da scienza. Oggi, i manoscritti d'inventario e le analisi storiche su questi specifici sequestri nei conventi italiani (compreso quello di Chieti) sono rintracciabili nei cataloghi d'archivio e in collezioni storiche come quelle della Biblioteca Nacional de España (dove ho potuto rinvenire siffatte fonti relative a Chieti), che conserva i registri delle ispezioni della censura ecclesiastica nell'Italia meridionale spagnola. Ciò che mi appare molto strano è il fatto che l'inquisizione spagnola, molto più rigorosa di quella romana, si rifiutò di applicare la censura nei suoi territori, poiché considerava Lullo un pilastro della mistica nazionale. A causa di queste enormi pressioni politiche, le sue opere autentiche furono successivamente rimosse dall'Indice generale. A questo punto mi viene da fare una personalissima considerazione: colui che inserì nell'indice dei libri proibiti i testi custoditi all'interno della biblioteca celestina di Chieti era un papa che conosceva molto bene ciò che accadeva sul suolo teatino, il suo nome era Gian Pietro Carafa, un pontefice che si distinse per rigidità e intransigenza, caratteristiche che emergevano già al tempo del suo episcopato teatino e chissà se tra lui e i Celestini della Civitella non corresse affatto buon sangue. È un caso, infatti, se i volumi di Lullo vennero riabilitati solo dopo la morte di Paolo IV?






















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