Lo Tsunami del 1627 sulla Costa Frentana tra storia e miti: I Trabocchi, le città sommerse, le processioni a mare, punti di stella e i nuovi rischi. Da uno studio di F.Stoppa.
di Filippo Marino
La storia geologica e culturale della costa adriatica italiana custodisce eventi dirompenti che spesso affiorano solo attraverso l'intreccio tra cronache storiche, tradizioni orali e indagini antropologiche. Un caso emblematico in tal senso è rappresentato dagli effetti del violento terremoto e del conseguente tsunami che il 30 luglio 1627 colpirono la Capitanata e l'Abruzzo Citeriore. Uno studio condotto dal geologo e antropologo Francesco Stoppa analizza in modo approfondito questo evento, evidenziando come la memoria di quella catastrofe viva ancora oggi nei racconti popolari, nelle feste religiose e nell'assetto storico del territorio frentano.
Il Terremoto e lo Tsunami del 1627
Il 30 luglio 1627, intorno a mezzogiorno, un sisma di magnitudo stimata pari a 6.7 e un'intensità fino al X-XI grado della scala Mercalli nell'area epicentrale, scosse violentemente la terraferma e la fascia adriatica meridionale. Le cronache dell'epoca, come quelle riportate da A. L. Antinori e documentate nei fondi archivistici storici (tra cui Corrado Marciani, De Poardi, Polidori, Luigi Anelli), descrivono danni gravissimi in centri come Lanciano, Vasto, Ortona, Francavilla, Paglieta, Fossacesia e Termoli.
Lanciano
e Vasto subirono danni gravissimi e risultarono, secondo la carta di Matteo
Greuter e la relazione di De Poardi del 1627 «per metà rovinate». Gli effetti del terremoto furono segnalati fino
all'attuale provincia di Pescara.
![]() |
| Foglia G.A., Historico discorso del gran terremoto... |
Molte comunità, un tempo prospere, precipitarono in
una profonda crisi economica e demografica.
Alla violenza della scossa tellurica si accompagnò un
maremoto (tsunami) i cui effetti furono particolarmente evidenti lungo la costa
chietina e nelle foci dei fiumi principali, come il Sangro e le foci nel
pescarese. Le acque invasero le zone pianeggianti e causarono una profonda
destabilizzazione socio-economica, inaugurando un periodo di contrazione dei
traffici marittimi e commerciali che durò per quasi un secolo.
Geomitologia e antropologia: La
"paura del mare" e i culti religiosi
Uno degli aspetti più affascinanti è la cosiddetta geomitologia,
ovvero lo studio dei miti e delle leggende nati per spiegare catastrofi
naturali in epoche in cui mancava una lettura scientifica dei fenomeni
geologici.
A Vasto, ad
esempio, si parla del mito di città sommerse, come: Buca, Aspra, Pennaluce,
nonché accertati approdi inabissati di epoca romana.
Sulla costa frentana, in particolare a San Vito
Chietino e nei borghi marinari circostanti, si tramandano leggende di città e
monti sprofondati nel mare e una persistente "paura del mare", che per secoli ha frenato la vocazione alla
navigazione d'altura delle popolazioni locali, orientandole piuttosto verso
un'economia agricola o verso la pesca stanziale condotta tramite le
caratteristiche strutture dei trabocchi.
Un legame diretto con il cataclisma del 1627 si
riscontra inoltre in alcune particolari tradizioni
religiose:
A San Vito Marina la Festa della Madonna del Porto è celebrata
tradizionalmente l'ultimo sabato di luglio, questa suggestiva processione a
mare (con una sfilata di imbarcazioni che accompagnano la statua della Vergine)
cade proprio in concomitanza con la ricorrenza dello tsunami del 30 luglio
1627.
La leggenda devozionale narra che a San Vito Marina le
onde del maremoto del 1627 si spinsero fino alla soglia della chiesa
originaria, arrestandosi miracolosamente ai piedi della statua della Madonna,
consolidando così un culto di ringraziamento e protezione che perdura nel
tempo, analogamente alle processioni a mare che vi sono a Vasto per la Madonna
di Pennaluce o Punta Penna e per la Festa di S.Nicola della Meta.
Nella cultura marinara locale, il 30 luglio era
considerato uno dei giorni sfortunati o "punti di stella" in cui evitare la navigazione, analogamente
alla commemorazione dei defunti o alle date segnate da lutti collettivi causati
da antiche tempeste e maremoti e alle principali feste religiose.
Dalle lezioni del passato ai rischi
del presente
Oltre all'interesse storico-antropologico, lo studio di Stoppa lancia un severo monito
sulla vulnerabilità della moderna costa abruzzese. Oggi l'area costiera è
caratterizzata da una forte antropizzazione, da stabilimenti balneari
densamente frequentati durante i mesi estivi, da infrastrutture stradali e
ferroviarie lineari e da vie di fuga spesso anguste o vulnerabili (come i
sottopassaggi), nonché dalla pista ciclopedonale della Costa dei Trabocchi.
Se un evento di intensità simile a quello del 1627
dovesse ripetersi in pieno giorno durante il periodo estivo, la combinazione di
un preavviso inesistente o insufficiente, del panico collettivo e di barriere
strutturali potrebbe generare un rischio elevato per migliaia di bagnanti e
residenti.
L'analisi integrata di dati storici, registri
notarili, reperti archeologici e tradizioni popolari dimostra che il rischio
tsunami lungo la costa adriatica non è un'ipotesi puramente teorica. Il
patrimonio mitologico e rituale legato al 1627 non costituisce soltanto una
preziosa testimonianza del passato, ma rappresenta un campanello d'allarme che
invita a ripensare con maggiore consapevolezza la pianificazione territoriale, la
progettazione delle infrastrutture balneari e la gestione delle emergenze lungo
il litorale adriatico.

























































