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24 maggio 2026

Antonio Mezzanotte, Rosciano e la santa che salvò il paese.


ROSCIANO E LA SANTA CHE SALVO' IL PAESE: ECCO COSA FESTEGGIAMO DAVVERO IL 24 MAGGIO
di Antonio Mezzanotte 

Il 24 maggio Rosciano festeggia santa Eurosia di Jaca, la sua patrona.
Processione, sfilata di mezzi agricoli, fuochi d’artificio, litanie, banda musicale, spettacoli: tutto questo ci sta, perché la festa è — prima di tutto — la festa della comunità.
Ma la festa non deve farci dimenticare perché si festeggia. Altrimenti non sarebbe più la celebrazione della Santa Patrona e, attraverso di lei, del paese, ma qualcos’altro.
Festeggiare santa Eurosia significa ricordare la rinascita di Rosciano dopo la grande crisi della metà del Seicento: quando morirono 500 persone su 750 abitanti, quando il Comune fallì, quando i terreni furono abbandonati e il paese rischiò di scomparire.
E allora, che c’entra Eurosia di Jaca?
A far rinascere Rosciano fu la vigna, il commercio del vino.
Dalla seconda metà del Seicento, nelle terre incolte — e ce n’erano molte — si piantarono vigneti. La terra era buona, l’esposizione favorevole, e quel vino non era più solo per uso domestico: si vendeva.
E con gli introiti della moderna vitivinicoltura il paese riprese fiato: arrivarono nuove famiglie, il paesaggio si trasformò, vennero edificate le prime case palaziate (quella dei De Fabritiis, poi fu la volta dei Filippone), la Chiesa Madre venne in parte demolita e ricostruita più grande e più bella.
Il benessere crescente portò anche un’esigenza nuova: un patrono che rappresentasse la nuova identità del paese.
Non più la triade pastorale di Nicola, Maria Assunta e Giovanni Battista, ma una santa il cui culto arrivava dalla Spagna, passando per il Nord Italia, portato dalle maestranze lombarde - scalpellini, stuccatori, capimastri - che lavorarono nella ristrutturazione della chiesa parrocchiale nel Settecento.
Già prima, però, la devozione era stata favorita dai funzionari farnesiani e spagnoli, presenti nel territorio da decenni e portatori di tradizioni religiose legate al mondo iberico.
Eurosia di Jaca: la santa che protegge dai fulmini, dalla grandine, dalle tempeste.
La santa che protegge i vigneti.
Da allora si cominciò a piantare rose tra le vigne: il fiore di Eurosia, ma anche il primo segnale dei parassiti della vite, un allarme naturale che permetteva di intervenire in tempo.
Eppure Eurosia è ancora di più.
In un’epoca segnata dal ricordo delle tragedie del secolo precedente, la sua fermezza nella fede durante il martirio divenne un rifugio spirituale: una protezione non solo per i raccolti, ma per le persone, contro i fulmini della vita e le grandinate del quotidiano tribolare.
Nel 1782 Eurosia Di Marco fu la prima roscianese a portare il nome della Santa.
E allora festeggiamo.
Con gioia, con fede, con consapevolezza.
Perché in un mondo popolato da maniate di lanzichenecchi avvinazzati, in un clima di crescente acredine che scivola verso livelli infimi, almeno il nostro paesello possa continuare a trovare motivi per essere sempre più solidale, più inclusivo, più unito nelle sue tante voci.
Evviva sant’Eurosia!

Vasto, Fiera di San Gaetano.


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18 maggio 2026

Canti popolari d'Abruzzo - Il meglio della compilation-Video 2 di 2.



1 MO VE' MO VA' di anonimo, canzone seguita dalla Corale Tommaso Coccione 2 - PERANE ME' canzone della Corale "Cesare de Titta" di Perano 3 - J'ABBRUZZU (SO SJITU AJU GRAN SASSU) esegue il Coro della Portella 4 - L'ACQUABBELLE di Cesare de Titta e Guido Albanese 5 - MARIA NICOLE - Esibizione del Gruppo di Teramo "SANT'ANTONIO" 6 - LAMENTO DI UNA VEDOVA (Mare maje Scura maje) di anonimo, esegue la Corale Cesare de Titta di Perano 6 bis - PAESE BBELLE ME' scritto e musicato da Vincenzo Coccione di Poggiofiorito 7 - LA FIJA ME' di anonimo esegue la Corale De Titta di Perano 8 - LA CANZONE DE NONNE musica di Antonio Di Jorio, corale "G. Verdi" di Teramo 9 - SO ITE A FA LA JERVE A LU CANNETE canto di anonimo corale Tommaso Coccione 10 - L'AQUILA BELLA ME' canzone ufficiale dell'Aquila 11 - MARE NOSTRE di anonimo esegue la Corale Giuseppe Verdi di Teramo 12 - MARIA NICOLA canto popolare abruzzese di anonimo 13 - 99 (NOVANTANOVE) canto anonimo popolare aquilano 14 - VARIE CANZONI POPOLARI ABRUZZESI eseguite dal Coro "G. Albanese" di Frisa 15 - ME FA' TREMARE musica di A.Di Jorio esegue la Corale T. Coccione di Poggiofiorito 16 - VOLA VOLA VOLA di Guido Albanese e Luigi Dommarco 17 - LU SANT'ANTONIO brano popolare religioso in dialetto abruzzese, versione aquilana 18 - UASTE BBELLE TERRA D'EURE (di F.P. Votinelli) famosa canzone di Vasto
Da: Abruzzo 1998

San Vito Chietino, Promontorio ed Eremo Dannunziano.

Vista dall'Eremo dannunziano, in cui si nota il Trabocco Turchino


Vista del promontorio dannunziano e della spiaggia sottostante


La zona, nonché il promontorio stesso e il litorale sottostante, è chiamata promontorio dannunziano. A poca distanza vi è il Trabocco Turchino e l'omonima spiaggia.

In questa residenza (casa Sciampagna) il poeta pescarese soggiornò dal 23 luglio al 22 settembre 1889 insieme alla sua amante Barbara Leoni (soprannominata la “bella romana”), qui trovò ispirazione e ambientazione per il Trionfo della Morte, ultimo della cosiddetta trilogia dei Romanzi della Rosa dopo Il piacere e L'innocente. Nel testo è ai piedi del promontorio che i protagonisti del romanzo perdono la vita.

La residenza, oggi di proprietà privata, può essere visitata d'estate su richiesta.

            

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L’Eremo Dannunziano, Santuario d’amore

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A San Vito Chietino, nella contrada delle Portelle, si erge l’Eremo abitato da d’Annunzio nell’estate del 1889. Luogo in cui lasciarsi trasportare indietro nel tempo da una natura affascinante e ammaliatrice.

Immaginate una piccola casa rurale immersa in una solitudine selvaggia ed impervia, priva di ogni comodo della vita ed immaginate di trovarvi lì nell’estate del 1889, allora potreste forse avvertire di tanto in tanto nel silenzio della natura solamente il rumore del treno che passa dalla stazione di una delle cittadine della riviera frentana. Siamo a San Vito Chietino in quella lontana estate, in una delle dimore coloniche sulla costa, più precisamente una casa per forestieri a picco sul mare. E’ lì che dal 23 luglio al 22 settembre 1889 si ritirarono in un isolamento d’amorosi sensi Gabriele d’Annunzio e Barbara Leoni, la “bella romana” che fu sua musa e compagna per cinque anni e che ispirò la prima produzione letteraria dannunziana fino al punto che gran parte di questo amore e delle descrizioni dei luoghi che lo animarono, compreso l’Eremo di San Vito, si riversarono quasi per intero nella finzione letteraria del Trionfo delle Morte, il romanzo che proprio qui vide prendere forma. Barbarella, al secolo Elvira Natalia Fraternali, nata a Roma il 26 dicembre del 1862  aveva sposato nel 1884 il conte bolognese Ercole Leoni, un’unione  infelice quest’ultima, che aveva provato la donna tanto psicologicamente quanto fisicamente, lasciandola per sempre sterile  a causa di una malattia venerea trasmessale dal marito. Eppure il desiderio di emozioni e di vita, di quella stessa vita che fino a quel momento tanto l’aveva delusa, furono in lei così più forti delle difficoltà da riflettersi in quella particolare luce che essa doveva trasmettere, quella stessa luce e quello stesso ardore che dovettero colpire il giovane poeta pescarese quando, in quel 2 Aprile del 1887 incrociò per la prima volta il suo sguardo al Circolo Artistico di via Margutta a Roma, dove entrambi si erano trovati per assistere ad un concerto. Da quel momento prese  vita un’ intensa passione che seppur tradita in seguito, mai venne meno a sé stessa la cui cornice idilliaca, il buon ritiro  necessariamente tanto distante dalla Roma mondana e bizantina di via Margutta, fu appositamente trovato per d’Annunzio dall’amico Francesco Paolo Michetti  in quell’eremo rustico sul promontorio adriatico. L’eremo ideale, rifugio d’amore e di creatività letteraria, fu scelto dunque proprio a San Vito, dove tra i “cupi silenzii” la realtà prese vita nel romanzo trasfigurando la storia di D’Annunzio e della Leoni in quella di Giorgio Aurispa ed Ippolita Sanzio, una figura quest’ultima reale e non immaginaria, viva d’una vita vera, quella di Barbara, forse l’amore più sincero del poeta.  E non sarebbe potuto essere altrimenti dal momento che basta recarsi sul posto per scoprire ancora oggi una solitudine misteriosa, eco di tempi lontani in cui potersi immaginare quella che allora doveva essere una località totalmente amena, luogo quasi inaccessibile, regno della natura ricoperto di aranci e di ulivi. Non esisteva infatti allora la strada statale ma vi era solamente un pianoro che terminava quasi a strapiombo sul mare, e si poteva giungere alla casa dalla vicina stazione di San Vito solo attraverso una mulattiera, quella stessa che Gabriele fece ricoprire di ginestre prima dell’arrivo della sua Barbara, affinché ella potesse giungere all’Eremo adorata come una Madonna in processione verso il tempio consacrato all’amore.

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Oggi l’eremo è sempre lì, alla fine della contrada detta delle Portelle oltre il Capo di Turchino e del soggiorno del poeta molto rimane: ne resta un ricordo impresso sulle pagine immutabili della grande letteratura, ne rimane la sensazione di trovarsi ancora in luogo fuori dal tempo che porta con sé i ricordi di giorni lontani, giorni amati,brucianti di passione e malinconia. Qui il poeta occupò sicuramente la stanza al piano inferiore, adibita da lui a biblioteca, a luogo adatto a tutte le cose della “vita orizzontale e del sogno”; e la stanza al piano superiore cui si accedeva attraverso la scala esterna, che fu sicuramente durante il soggiorno dei due innamorati la camera da letto, teatro di una amore tanto idealizzato dai versi e dal tempo ma ancora così moderno. Oggi l’Eremo apre specialmente in estate, quando è possibile visitarlo su richiesta,  e in occasione della scorsa edizione delle Giornate Fai di Primavera è risultato essere tra si ti più visitati d’Italia, testimonianza questa della fascino che ancora esercita il Vate  ma anche della potenza dei sentimenti. Dal 2009 infatti chi si reca in questo luogo può lasciare un fiore, magari proprio una di quelle ginestre di San Vito, accanto all’ipogeo che raccoglie le spoglie  della Leoni che qui sono state traslate  dal cimitero del Verano grazie alla tenacia del notaio Fernando De Rosa, la cui famiglia è oggi proprietaria dell’Eremo, che dopo tredici anni di lotte burocratiche ha riportato nel luogo in cui “ella arse, i suoi resti mortali ancora frementi d’amore”. Barbara è di nuovo lì, forse il rumore del treno non c’è più, e quello del mare che s’infrange sugli scogli è reso più silenzioso dall’andirivieni dei veicoli o dal chiacchiericcio dei bagnanti che nella bella stagione invadono questi luoghi. Forse. Ma osservando da qui il panorama circostante si può ancora scorgere in lontananza il trabocco del turchino da una parte e dall’altra quel promontorio, scenario del tragico espediente letterario che nel Trionfo della Morte poneva la parola fine all’amore tra Giorgio e Ippolita. Allora, forse, i suoni e le immagini si fanno più vivi, e Barbara ritorna ad essere solo una donna che ha tanto amato e non una delle tante conquiste del Poeta. Quel poeta che invece riposa nel suo esilio dorato a Gardone Riviera, in quel monumento a sé stesso che è il Vittoriale e da dove al crepuscolo del suo tempo nelle pagine del Libro Segreto, magari talvolta osservando le calme acque del lago dei suoi ultimi pensieri, ricordava l’agitato mare dei sentimenti di San Vito, di quelli che forse furono i suoi giorni più veri.

Da: Tesori d'Abruzzo

Gratta e Vinci. Lotteria n.69/170. Le Città delle Vacanze, Vasto.

17 maggio 2026

Vasto, località Vignola.



Vasto marina


 
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Canti e testi popolari del “Sant’Antonio” (Lu Sant’Antune) in Abruzzo.

Canti e testi popolari del “Sant’Antonio” (Lu Sant’Antune) in Abruzzo
a cura di Angelo Iocco
Segue in Pdf

Alberto Tanturri, Monasteri femminili a Sulmona in età moderna.

Vasto, paranze.