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18 maggio 2026

San Vito Chietino, Promontorio ed Eremo Dannunziano.

Vista dall'Eremo dannunziano, in cui si nota il Trabocco Turchino


Vista del promontorio dannunziano e della spiaggia sottostante


La zona, nonché il promontorio stesso e il litorale sottostante, è chiamata promontorio dannunziano. A poca distanza vi è il Trabocco Turchino e l'omonima spiaggia.

In questa residenza (casa Sciampagna) il poeta pescarese soggiornò dal 23 luglio al 22 settembre 1889 insieme alla sua amante Barbara Leoni (soprannominata la “bella romana”), qui trovò ispirazione e ambientazione per il Trionfo della Morte, ultimo della cosiddetta trilogia dei Romanzi della Rosa dopo Il piacere e L'innocente. Nel testo è ai piedi del promontorio che i protagonisti del romanzo perdono la vita.

La residenza, oggi di proprietà privata, può essere visitata d'estate su richiesta.

            

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L’Eremo Dannunziano, Santuario d’amore

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A San Vito Chietino, nella contrada delle Portelle, si erge l’Eremo abitato da d’Annunzio nell’estate del 1889. Luogo in cui lasciarsi trasportare indietro nel tempo da una natura affascinante e ammaliatrice.

Immaginate una piccola casa rurale immersa in una solitudine selvaggia ed impervia, priva di ogni comodo della vita ed immaginate di trovarvi lì nell’estate del 1889, allora potreste forse avvertire di tanto in tanto nel silenzio della natura solamente il rumore del treno che passa dalla stazione di una delle cittadine della riviera frentana. Siamo a San Vito Chietino in quella lontana estate, in una delle dimore coloniche sulla costa, più precisamente una casa per forestieri a picco sul mare. E’ lì che dal 23 luglio al 22 settembre 1889 si ritirarono in un isolamento d’amorosi sensi Gabriele d’Annunzio e Barbara Leoni, la “bella romana” che fu sua musa e compagna per cinque anni e che ispirò la prima produzione letteraria dannunziana fino al punto che gran parte di questo amore e delle descrizioni dei luoghi che lo animarono, compreso l’Eremo di San Vito, si riversarono quasi per intero nella finzione letteraria del Trionfo delle Morte, il romanzo che proprio qui vide prendere forma. Barbarella, al secolo Elvira Natalia Fraternali, nata a Roma il 26 dicembre del 1862  aveva sposato nel 1884 il conte bolognese Ercole Leoni, un’unione  infelice quest’ultima, che aveva provato la donna tanto psicologicamente quanto fisicamente, lasciandola per sempre sterile  a causa di una malattia venerea trasmessale dal marito. Eppure il desiderio di emozioni e di vita, di quella stessa vita che fino a quel momento tanto l’aveva delusa, furono in lei così più forti delle difficoltà da riflettersi in quella particolare luce che essa doveva trasmettere, quella stessa luce e quello stesso ardore che dovettero colpire il giovane poeta pescarese quando, in quel 2 Aprile del 1887 incrociò per la prima volta il suo sguardo al Circolo Artistico di via Margutta a Roma, dove entrambi si erano trovati per assistere ad un concerto. Da quel momento prese  vita un’ intensa passione che seppur tradita in seguito, mai venne meno a sé stessa la cui cornice idilliaca, il buon ritiro  necessariamente tanto distante dalla Roma mondana e bizantina di via Margutta, fu appositamente trovato per d’Annunzio dall’amico Francesco Paolo Michetti  in quell’eremo rustico sul promontorio adriatico. L’eremo ideale, rifugio d’amore e di creatività letteraria, fu scelto dunque proprio a San Vito, dove tra i “cupi silenzii” la realtà prese vita nel romanzo trasfigurando la storia di D’Annunzio e della Leoni in quella di Giorgio Aurispa ed Ippolita Sanzio, una figura quest’ultima reale e non immaginaria, viva d’una vita vera, quella di Barbara, forse l’amore più sincero del poeta.  E non sarebbe potuto essere altrimenti dal momento che basta recarsi sul posto per scoprire ancora oggi una solitudine misteriosa, eco di tempi lontani in cui potersi immaginare quella che allora doveva essere una località totalmente amena, luogo quasi inaccessibile, regno della natura ricoperto di aranci e di ulivi. Non esisteva infatti allora la strada statale ma vi era solamente un pianoro che terminava quasi a strapiombo sul mare, e si poteva giungere alla casa dalla vicina stazione di San Vito solo attraverso una mulattiera, quella stessa che Gabriele fece ricoprire di ginestre prima dell’arrivo della sua Barbara, affinché ella potesse giungere all’Eremo adorata come una Madonna in processione verso il tempio consacrato all’amore.

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Oggi l’eremo è sempre lì, alla fine della contrada detta delle Portelle oltre il Capo di Turchino e del soggiorno del poeta molto rimane: ne resta un ricordo impresso sulle pagine immutabili della grande letteratura, ne rimane la sensazione di trovarsi ancora in luogo fuori dal tempo che porta con sé i ricordi di giorni lontani, giorni amati,brucianti di passione e malinconia. Qui il poeta occupò sicuramente la stanza al piano inferiore, adibita da lui a biblioteca, a luogo adatto a tutte le cose della “vita orizzontale e del sogno”; e la stanza al piano superiore cui si accedeva attraverso la scala esterna, che fu sicuramente durante il soggiorno dei due innamorati la camera da letto, teatro di una amore tanto idealizzato dai versi e dal tempo ma ancora così moderno. Oggi l’Eremo apre specialmente in estate, quando è possibile visitarlo su richiesta,  e in occasione della scorsa edizione delle Giornate Fai di Primavera è risultato essere tra si ti più visitati d’Italia, testimonianza questa della fascino che ancora esercita il Vate  ma anche della potenza dei sentimenti. Dal 2009 infatti chi si reca in questo luogo può lasciare un fiore, magari proprio una di quelle ginestre di San Vito, accanto all’ipogeo che raccoglie le spoglie  della Leoni che qui sono state traslate  dal cimitero del Verano grazie alla tenacia del notaio Fernando De Rosa, la cui famiglia è oggi proprietaria dell’Eremo, che dopo tredici anni di lotte burocratiche ha riportato nel luogo in cui “ella arse, i suoi resti mortali ancora frementi d’amore”. Barbara è di nuovo lì, forse il rumore del treno non c’è più, e quello del mare che s’infrange sugli scogli è reso più silenzioso dall’andirivieni dei veicoli o dal chiacchiericcio dei bagnanti che nella bella stagione invadono questi luoghi. Forse. Ma osservando da qui il panorama circostante si può ancora scorgere in lontananza il trabocco del turchino da una parte e dall’altra quel promontorio, scenario del tragico espediente letterario che nel Trionfo della Morte poneva la parola fine all’amore tra Giorgio e Ippolita. Allora, forse, i suoni e le immagini si fanno più vivi, e Barbara ritorna ad essere solo una donna che ha tanto amato e non una delle tante conquiste del Poeta. Quel poeta che invece riposa nel suo esilio dorato a Gardone Riviera, in quel monumento a sé stesso che è il Vittoriale e da dove al crepuscolo del suo tempo nelle pagine del Libro Segreto, magari talvolta osservando le calme acque del lago dei suoi ultimi pensieri, ricordava l’agitato mare dei sentimenti di San Vito, di quelli che forse furono i suoi giorni più veri.

Da: Tesori d'Abruzzo

13 maggio 2026

Giuseppe Rodini, Elementi di geografia moderna, 1854-58.












Abruzzo
 Da: Archive

GIUSEPPE RODINI disegnatore e calligrafo di Atessa

Nacque il 14 febbraio 1813 da umili genitori. Frequentò le scuole municipali di Atessa, la sua città natia, e ancora giovane si distinse per una eccellente calligrafia, imitando con perfezione, perizia e ingegno, gli esemplari che ebbe a modello. Ma Giuseppe Rodini si distinse soprattutto per i disegni geografici e topografici.

Dette saggio del suo valore disegnando a penna la pianta topografica di Vasto, antichissima città de’ Frentani, adornandola, ne’ margini, di cenni brevi della Storia della città. Tale lavoro, donato al Comune di Vasto, che fu per qualche tempo ornamento della Sala Municipale, dalla quale scomparve nel 1862. Rodini per questa opera si accattivò la benevolenza del Municipio di Vasto; a spese pubbliche fu mandato a Napoli, dove protetto dal Marchese S. Angelo, Ministro dell’interno, divenne impiegato allogato in uno de’ dicasteri del Ministero dello Interno nella Capitale del Regno delle Due Sicilie.

Durante la sua dimora in Napoli, Rodini portò a compimento un Atlante geografico di rara precisione, che fu molto ammirato, ed un portatile Mappamondo in cartoncino, che facilmente poteva piegarsi, e poi riprendere forma mediante un semplice ed ingegnoso meccanismo.

Diede Giuseppe Rodini anche alle stampe la sua geografia antica e moderna, meritando encomii dalla stampa e dal pubblico.

Eseguì Rodini non pochi lavori a penna con rara perfezione e magistero non comune. Eseguì copie di stampe di celebri autori, e disegni di paesi, animali, figure, fiori, e frutta.

Rodini prese in moglie la sorella dell’illustre politico avvocato, Antonio Scialoja, dal quale ottenne non molto, solo un posto presso il Ministero di Agricoltura e Commercio.

Valerico Laccetti, “Portale della chiesa di S. Pietro in Vasto”, 1888.

Valerico Laccetti, “Portale della chiesa di S. Pietro in Vasto”,
1888, disegno a penna, cm 56,5x41, Pinacoteca civica V. Bindi, Giulianova.
Da: Vasto Gallery

Montesilvano una città tra i binari.

11 maggio 2026

Fernando D'Annunzio: I primi cinque canti della Divina Commedia di Dante Alighieri in dialetto vastese.


Dante Gabriel Rossetti, Paolo e Francesca da Rimini.

In occasione delle celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, il poeta vastese Fernando D'Annunzio ci ha regalato la traduzione e la declamazione in vernacolo dei primi cinque canti della Divina Commedia. 
F.M.

Un grazie va all’amico Filippo Marino che mi ha suggerito di cimentarmi nella traduzione in “dialetto vastese” dei primi cinque canti dell’Iinferno, a suo tempo tradotti in “dialetto abruzzese” dal nostro concittadino Giuseppe Perrozzi.

Facile non è stato produrre questo lavoro, proprio perché sono passato attraverso una traduzione dall’opera di Dante Alighieri al dialetto “abruzzese” (scritto tra virgolette, perché in questo dialetto che consideriamo “abruzzese” non si riconosce tutto l’Abruzzo dove ogni territorio più o meno vasto, ha una sua “koiné”). Inoltre, molti termini del dialetto “abruzzese” non sempre hanno il corrispettivo vastese e in questo caso ho dovuto ottemperare al rispetto di rima e metrica che l’opera di Dante esige, cercando sinonimi validi e variando a volte la rima stessa e la costruzione del verso, con l’intento anche di conferire all’opera un’agevole comprensione e scorrevolezza.

Spero di aver rispettato gli intenti del nostro don Peppino Perrozzi al quale va la gratitudine per averci lasciato quest’opera e l’apprezzamento per tutti i suoi lavori dialettali, in special modo i simpatici componimenti in dialetto vastese.

In poche parole e volendo indegnamente imitare il Manzoni che per affinare i suoi Promessi Sposi, dovette “sciacquare i panni in Arno”,

 jë haj’ arisciacquäte li pènn’ a la ‘Ngràlle*

 *(io ho sciacquato i panni al lavatoio dell’Angrélla…)

A Vasto, fino agli anni ’40, nella vallata dell’Angrélla, non lontano da casa mia, esisteva un lavatoio pubblico.

lavatoio dell’Angrella, adiacente al Mattatoio

SUL DIALETTO USATO
Lu Uaštaréule, il dialetto vastese, ha caratteristiche di lingua “la lénga uaštaréule”; lingua che purtroppo sta diventando sempre più sconosciuta ai più e sta subendo continue contaminazioni, per fortuna la ritroviamo scritta in validi autori che l’hanno coltivata e tramandata. Ma il rischio più grande è la perdita dei suoni che risultano molto particolari, tanto che sono pochissimi e sempre meno coloro in grado di riprodurli nel modo giusto.
Il lavoro al quale mi sto dedicando è quello di lasciare più tracce possibili di questa nostra amata “lingua”, abbinando registrazioni audio ai testi scritti.

Quello che nasce dentro il mio cuore,
voce sincera, voce d’amore,
che custodisco dentro il mio petto,
se esce fuori parla in dialetto.”
Fernando D’Annunzio



Dante Gabriel Rossetti, Paolo e Francesca da Rimini.


AUDIO 

(cliccare sulle immagini per ascoltare e/o scaricare i files)











Le immagini dei Canti-Audio sono tratte dalla Commedia illustrata di Gustave Doré.

6 maggio 2026

Giulio (1893-1966) e Virgilio Sigismondi (1942) tra canzoni e teatro.


Giulio Sigismondi

Ceramica originale di Gabriele Orlandi, 1980

Giulio Sigismondi (Guardiagrele 1893, San Vito Chietino 1966) poeta e cantore abruzzese

Giulio Sigismondi nacque il 2 marzo 1893 a Guardiagrele (Ch) dai lancianesi ALfredo e Rosa De Ritis. Compì gli studi ginnasiali a Lanciano (Ch) ed ebbe come insegnante Ettore Allodoli. A soli sedici anni pubblicò, in copie manoscritte su quaderni scolastici, una raccolta di quarantadue poesie in lingua dal titolo Fiori primitivi, dedicata "agli amici sinceri".

Terminati gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di medicina di Napoli. Dopo il bienno cambiò facoltà iscrivendosi a lettere.

La città partenopea lo formò artisticamente. Ebbe modo di conoscere e frequentare famosi artisti quali Salvatore Di Giacomo ed E.A.Mario (quest'ultimo gli musicò due testi poetici per canzoni in lingua): con loro seguiva la rinomata "Piedigrotta" (festival della canzone napoletana) assimilandone il gusto e la voglia di cantare.

Scrisse i primi testi letterari per canzoni, lavori teatrali, novelle e racconti. Collaborò alla redazione di periodici lancianesi, compose alcuni poemetti (dieci in tutto) che riunì in una raccolta dal titolo Tra le mentucce, che dedicò alla cara memoria della madre (morta giovane quando il poeta era appena sedicenne) che lui stesso dattiloscrisse e districuì agli amici.

Intorno agli anni venti iniziò la stagione poetica più felice. Scrisse i testi delle canzoni che hanno avuto maggior successo e che vedranno poi la realizzazione tipografica nel 1923 con il titolo di Canzune nustre e due lavori teatrali Passe l'angele e dice ammén e Lu Jenche editi in un unico volumetto.

Nell'aprile 1922, contrappose alla "Maggiolata" di Ortona (nata nel 1920) la "Festa delle canzoni" dove l'accoppiata Sigismondi-Gargarella risultò vincitrice per la categoria "professionisti" (cft. "L'Alba", n.4, 1922), con la canzone rimasta famosa Canzune nustre.

Nel giugno del 1927 convolò a nozze con la roccolana Teresa Grazia Amelia, essendosi stabilito a Rocca San Giovanni (Ch) per aver vinto un posto di Segretario comunale.

Nel dicembre del 1932 si trasferì a San Vito Chietino (Ch) dove fu chiamato a ricoprire il posto vacante di Segretario comunale.

A Rocca San Giovanni erano nate le due figlie Mirella e Perla; a San Vito Chietino, dopo dieci anni, nacque il terzogenito Virgilio.

A San Vito fu accolto con grande amicizia e simpatia ed il legame si rafforzò sempre più negli anni a seguire, fino alla morte avvenuta il 14 maggio 1966.

Nel 1961 a Giulio Sigismondi venne conferito il "Premio Cultura Città di Chieti" un significativo riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria.

Nel 1965, poco prima di morire, Guido Albanese scriveva, tra l'altro, al suo amico fraterno Giulio: «[...] dove sono andate a finire le belle Maggiolate ortonesi?». A quel pianto accorato si è unito il pianto di tutto l'Abruzzo, perchè nel volgere pochi mesi si assistette alla scomparsa di due uomini, tra i più illustri figli, che hanno contribuito, in maniera inconfutabile, all'affermarsi della "Maggiolata".

Ottaviano Giannangeli nella prefazione alla pubblicazione della raccolta Canzune nustre - Canti popolari abruzzesi di Giulio Sigismondi, edito a cura di Virgilio Sigismondi (figlio del poeta) scrive: Tra l'altro << Si potrebbe usare, per Sigismondi, la qualifica di cantore essenzialmente melico, quando si precisi però nel forgiare i versi per canzoni egli è sempre formalmente, letterariamente “impegnato” […] ogni canzone è l'episodio di una storia: e il risultato può essere un affresco folkloristico […] La sua dote precipua potrebbe ravvisarsi nella discrezione e nell'eleganza>> […].

Virgilio Sigismondi

Virgilio Sigismondi nasce a San Vito Chietino il 26 giugno 1942.
Figlio di Giulio, famoso poeta e cantore d'Abruzzo, si interessa fin da ragazzo di poesia.
Ultimati gli studi liceali si iscrive alla facoltà di Lingue a Pescara; dopo il biennio cambia facoltà e si iscrive a Giurisprudenza a Teramo. Nel 1966 cura la realizzazione di una raccolta di poesie paterne dal titolo "Da cente e cente vocche..." edito da Di Paolo di Marina San Vito con prefazione di Ottaviano Giannangeli. 
Cura e trasmette, da emittenti radiofoniche locali, programmi sulla poesia, canto e tradizioni abruzzesi. Viene chiamato a far parte delle commissioni giudicatrici di premi di poesia dialettale regionale. Nel 1973 istituisce il Premio "Giulio Sigismondi" di Poesia Dialettale Abruzzese durato 10 edizioni. Nel 1974 promuove la costituzione della Associazione Culturale "Giulio Sigismondi" e nel 1976 l'omonima corale polifonico-folcloristica. Nel 1979 pubblica "Cajane" una sua raccolta di poesie in dialetto abruzzese Editrice La Regione - Pescara con prefazione di Ottaviano Giannangeli. A sua cura realizza una raccolta di Canti Popolari Abruzzesi di Giulio Sigismondi (su musiche di valenti compositori abruzzesi) dal titolo "Canzuna Nustre" con prefazione di Ottaviano Giannangeli e note di Giuseppe Di Pasquale. Su prefazioni di Adelia Mancini pubblica, del padre, l'inedita commedia "Lu trabbocche" (scritta nel 1923) e la ristampa del dramma "Passe l'angele e ddice ammèn" e la commedia "Lu jenche" (già pubblicata nel 1923 - Edita da L'idea Abruzzesse di Castellammare Adriatico, ora Pescara), rispettivamente nel 1996 e 1999.
Una sua commedia "Nu marite pè Catarine" scritta nel 1968 e pubblicata nel 2001 a stampa della Tipolitografia Mancini di Lanciano, è stata rappresentata con grande successo in diversi teatri e sale cinematografiche abruzzesi dal gruppo "San Rocco delle Piane" di San Giovanni Teatino.
Dal 2001 prepara e dirige il coro folcloristivo dell'A.I.R.C. di Fossacesia. Nel 2006 realizza un CD molto apprezzato dal titolo "A lu cannete". Nel 2007 scrive la commedia "Na moje pè 'Ndunine" che viene portata sulla scena del Teatro Fenaroli in Lanciano dalla Compagnia teatrale "Il Risveglio" di Frisa-Guastameroli e viene replicata per due volte. A giugno del 2008 la citata commedia viene data alla stampa realizzata dalla Tipolitografia Mancini di Lanciano. Promuove incontri-studio con le associazioni della frentania nel corso dei quali tratta con dovizia di informazioni il bagaglio culturale abruzzese nelle tre forme principali: la poesia, le canzoni e il teatro.

Da: famigliasigismondi