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14 dicembre 2025

Uomini illustri di Lanciano – Pasquale Maria Liberatore, intellettuale abruzzese del secolo dei Lumi.

Uomini illustri di Lanciano – Pasquale Maria Liberatore, intellettuale abruzzese del secolo dei Lumi

di Angelo Iocco

La Biblioteca civica di Lanciano è intitolata al libero pensatore e ricercatore Raffaele Liberatore, figlio del giurista Pasquale Maria. Oggi a Lanciano non esiste una sola strada o piazza a lui intitolata. Sembra che il suo nome sia evanescente nella memoria cittadina, come quelli di diversi altri intellettuali lancianesi. Ci occuperemo in futuro anche della figura di Raffaele, ma in questa sede vogliamo tracciare un profilo biografico sulla figura dell’erudito Pasquale Liberatore. Ci affidiamo alle memorie manoscritte, ancora inedite delle Biografie degli uomini illustri di Lanciano di Antonio Maranca (1783-1858), che fu amico del Liberatore, e con lui condivise gli ideali liberali francesi nel 1798-99, e di cui si premunì di “ometterne” i trascorsi nel tracciarne il suo profilo. Il manoscritto, ancora inedito, ripetiamo, si conserva per ragioni che non sto a spiegare, non nella collezione dei Manoscritti Maranca della biblioteca civica lancianese, ma nella Biblioteca provinciale “G. D’Annunzio” di Pescara, che li acquisì dagli eredi dello storico Luigi Renzetti.

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29 novembre 2025

Lanciano visitata il 16 settembre 1832 da Sua Maestà Ferdinando II delle Due Sicilie, in una relazione manoscritta di Antonio Maranca.

Ritratto giovanile di Ferdinando II Borbone

Lanciano dalla reintegra del Regio demanio nel 1770 alla visita di Ferdinando II.

In questo breve saggio di occupiamo della visita di Ferdinando II delle Due Sicilie a Lanciano, e lo faremo leggendo quanto scritto dal giurista, avvocato e poeta Antonio Maranca di Lanciano (1773-1858), figlio di Pompilio e Egidia Caterina Antinori, nipote dell’arcivescovo e scrittore di storia Anton Ludovico Antinori di Aquila (1704-1778). Maranca durante i moti dei francesi nel Regno di Napoli del 1798-99 simpatizzò per le idee liberali, e ottenne anche degli incarichi, ma durante il “decennio francese”, al ripristino delle leggi borboniche, cambiò completamente ottica, rientrando nei “ranghi dell’Ancient Regime”, per non subirne le epurazioni.

28 novembre 2025

Ernesto Cordella: l'esploratore del Congo.

Filippo Palizzi, “Carezze all’asino”, 1866.


Filippo Palizzi, “Carezze all’asino”, 1866,
olio su tela, cm. 63,5×93, collezione privata



Filippo Palizzi
, (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 11 settembre 1899)
“Carezze all’asino”, 1866
Olio su tela, cm 63,5×93
Collezione privata.


Filippo Palizzi, “Carezze all’asino”, 1866,
olio su tela, cm. 63,5×93, collezione privata.

La Macchina del Tempo - Alla scoperte delle avventure d'Abruzzo, di Peppe Millanta.

19 novembre 2025

Guelfi e Ghibellini in Abruzzo.


Guelfi e Ghibellini in Abruzzo

Come è noto nell'Italia del basso medioevo, particolarmente accesa fu la contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, in un bipolarismo tanto politico, quanto sociale, che non esiterà ad avere strascichi violenti che in diverse città daranno vita e vere e proprie lotte senza esclusione di colpi. 
I Guelfi erano i sostenitori del Papa, mentre i secondi parteggiavano per la corona imperiale. 
In Italia i comuni avevano una propria struttura istituzionale tesa al governo della città, distaccata dal governo centrale, e l’essenza dei due opposti schieramenti era analoga a quella degli attuali partiti politici, dove la fazione che primeggiava in ogni singola città, rappresentata dalla classe aristocratica dominante cittadina, riusciva a orientare l'azione politica del proprio comune, in funzione dell’indirizzo amministrativo imposto dal Papa o dall’Imperatore. Ma qual era la posizione delle città abruzzesi e soprattutto di Chieti al riguardo? 
Di primo acchito si potrebbe pensare che la forte influenza nella città teatina del potere ecclesiastico, inducesse a schierarsi con i partigiani del papa e invece Chieti era senza dubbio ghibellina. 
L’altra città abruzzese, in cui emergeva con fervore lo spirito di tale contrapposizione, era L’Aquila, la cui fondazione viene erroneamente attribuita all’imperatore Federico II ma in realtà certificata dal figlio di costui, Corrado IV: pertanto si potrebbe a prima vista immaginare la natura ghibellina dell’attuale capoluogo abruzzese e invece era una città dichiaratamente guelfa. 
Sulla Chieti ghibellina, occorre spendere una parola sul Conte Simone da Chieti, colui che nel XIII secolo, quale comandante militare al servizio di Federico II, muoveva le armate ghibelline in terra emiliana e nella guelfa Viterbo. 
A questo punto è opportuno ricordare che i due opposti schieramenti si distinguevano anche per le simbologie che amavano ostentare. 
I Guelfi, come propria bandiera, avevano adottato la croce di San Giorgio, cioè la croce rossa su fondo bianco, mentre i Ghibellini esponevano la croce di San Giovanni Battista, ossia una croce argento (o bianca per alcuni) su fondo rosso che è anche la bandiera del Sacro Romano Impero. 
In alcuni casi il simbolismo della croce di San Giovanni mostra l'estremità dei bracci che si biforcano a coda di rondine, come nel caso del vessillo dell'Ordine di Malta. 
Proprio la coda di rondine è un altro elemento che contraddistingue i Ghibellini dai Guelfi. Infatti i sostenitori dell'Imperatore ornarono le loro torri con una merlatura a coda di rondine, mentre l'opposto partito sulle torri addottò i merli di forma squadrata. 

La natura ghibellina di Chieti è certificata dalle torri ancora presenti in città (Torre Toppi, T. Arcivescovile, T. Valignani, T. Anelli Fieramosca) tutte indiscutibilmente coi merli a coda di rondine ma anche lo scudo nello stemma cittadino non tradisce la sua fedeltà imperiale, ostentando la croce d'argento su fondo rosso.
Di particolare simbolismo è la torre de' Toppi, la cui famiglia venne scacciata dalla loro città, perché ghibellini e l'ostentazione dei merli a coda di rondine, accompagnati dal giglio fiorentino stanno a testimoniare le indiscutibili origini territoriali e politiche di questa famiglia venuta a Chieti da Firenze.

16 novembre 2025

Pescara: Il Teatro Pomponi.

IL TEATRO POMPONI:  STORIA


Il  Teatro  Pomponi  venne  costruito su  2.600  metri  quadri  di  proprietà  del demanio: l’aveva fatto sorgere dal nulla, sulle spoglie del fatiscente Padiglione marino in appena 60 giorni, il cavalier Teodorico Pomponi un affarista che si era arricchito commerciando con i muli durante la prima guerra mondiale e nel 1910 era stato   appaltatore  anche dell’ippodromo della Pineta.
Il 12 febbraio 1920 il Comune, retto dall'allora sindaco di Castellamare Adriatico, Puca, ottenne per 29 anni la concessione del lungo fabbricato costituente il Padiglione Marino, il vecchio stabilimento balneare in fondo a Corso Umberto  e di una vasta area all'intorno per ampliarlo e trasformarlo in un grandioso Kursaal con un albergo, teatro e casinò. Ma la delibera presentava tante imperfezioni e doveva essere corretta; poi la Giunta provinciale amministrativa bloccò tutto. Pomponi, che dichiarava “Un paese civile la prima cosa che fa , costruisce un teatro”,  non si diede per vinto e il 29 dicembre 1922  ottenne una sorta di liberatoria, su cui pesava l’ormai imminente Settimana Abruzzese del 1923, con la visita della Famiglia reale e dei gerarchi fascisti e la mancanza di un luogo dove riceverli decorosamente.   
Castellamare ebbe così  il suo teatro con più di mille posti più grande del  «Michetti» della dirimpettaia  e rivale Pescara. Un volo d’ottimismo per una cittadina che faceva sì e no 12.000 abitanti. Fu  lo stesso Pomponi,  in occasione  della Settimana  Abruzzese,  ad accogliere Benito Mussolini che fece il suo discorso dall'alto del balcone del Padiglione Marino annesso al Pomponi  nell'agosto del 1923 e poi, nel  teatro ancora  privo di una degna facciata, nella serata di gala in onore del capo del governo,  fu eseguita l’opera “I Compagnacci”  di  Primo Riccitelli su libretto di Gioacchino Forzano, noto autore di libretti d’opera  per Leoncavallo e Mascagni. Nei primi degli anni Trenta il Pomponi fu sede di un Circolo del Littorio, il quale insieme col Circolo Aternino della vecchia Pescara  aveva il compito di raccogliere il meglio della cultura della città.  
Ma oltre a feste e balli degna di memoria  in questi anni fu l’attività della  filodrammatica “Aterno” composta di attori dilettanti diretta dal dottor Leopoldo Mascaretti.
L’attività  gestionale del Pomponi venne affidata dal 1937 alla Società Gestione cinema teatri, di cui era amministratore unico il cavalier  Guido Costantini. L’edificio ospitava  la gelateria Glacia, con i suoi eleganti tavolini all'aperto, una birreria, il circolo  della  stampa, il  circolo  degli impiegati, il liceo musicale. Era il cuore cultural mondano della città rinata dalle ferite della guerra.

Ma ai costruttori che stavano cambiando il volto di Pescara cominciò a fare gola il posto in cui  il teatro Pomponi era situato. Nel 1947 era stato predisposto dall'architetto Piccinato un piano di ricostruzione che ne prevedeva  l’abbattimento nel quadro della creazione del Parco della Riviera. Ma come ci ricorda Raffaele Colapietra, in uno dei primi numeri del periodico l’Adriatico, Filandro de Collibus, deputato fascista, aveva proposto la stessa condanna, senza riferimento a parchi da creare, parlandone solo come “un groviglio edilizio” privo di arte e bellezza da radere al suolo.

La sua  manutenzione per dieci anni  venne ridotta al minimo indispensabile e Martedì 12 agosto 1958 il Giornale d’Italia anticipava che il Palazzo Pomponi sarebbe stato presto abbattuto per far posto al progetto di un albergo di 12 piani.  Il 24 maggio 1964 venne ordinato un ulteriore sopralluogo nel corso  del quale i tecnici rilevarono «rilevanti dissesti generali in tutte le sue parti».  Il  28  Mariani   firmò  l’ordinanza di sgombero.  L’ultimo spettacolo  è del 4 giugno 1963:  una morte annunciata. A fine settembre del 1963 il  vice sindaco Evo Di Blasio firma l’ordinanza di demolizione in quanto ritenuto pericolante: si compiva così   il destino  del  Teatro  Pomponi. Ma la struttura non veniva giù, perché Pomponi era sì un avventuriero  ma  aveva usato il cemento armato. Si dovette far ricorso alle cariche esplosive.

Il  Teatro Pomponi imperioso e nello stesso tempo discreto, sorgeva proprio di fronte all'attuale nave di Cascella, non era certamente  un capolavoro di estetica, ma  svolgeva  la  sua funzione culturale di  fondamentale polo di aggregazione della nascente area metropolitana. Lo testimoniano molti documenti dell’Archivio comunale tra questi anche la concessione di lire 2500 che  Domenico Tinozzi  medico e letterato e senatore, che fece costruire il palazzo della Provincia e  del Comune, istituì il liceo ginnasio e la biblioteca provinciale, elargì per la stagione lirica del Teatro Pomponi.
D’estate i villeggianti facevano la fila per assistere agli spettacoli delle migliori compagnie dell’epoca.  Si davano proiezioni cinematografiche e nell'intervallo, il varietà o l’avanspettacolo, ma anche la lirica e l’operetta.  Vi  si  esibirono Totò e Peppino De Filippo. Nel 1930 il  Pomponi ospitò  il primo  film sonoro, “La canzone dell’amore” di Ghirelli, e subito dopo una pellicola di  Petrolini: tutta  Pescara  si  radunò lì davanti. fregi, i lampadari, gli stucchi in stile liberty, le  poltrone  in  velluto rosso  ne facevano  una struttura raffinata  che qualsiasi altra città si sarebbe tenuta ben stretta. Ma Pescara decise diversamente.                                                                                             

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli 
I documenti e le immagini (quelle prive di firma) sono tratti dall'Archivio di Stato di Pescara e da “Pescara” di Luigi Lopez.