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2 aprile 2025

Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.

Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.

Luigi Vittorio Bertarelli "Guida d'Italia" per il Touring Club Italiano, relativa all'Italia Meridionale, vol. I, edito dalla Tipografia del Cav. Carlo Sironi a Milano nel 1926, I edizione.
Litografia a colori originale d'epoca (1926) dell'Officina G.Ricordi & C. di Milano.
Misure del foglio cm. 15,5x20,5.

Vasto 1924, professioni.



coll. P.Romondio

27 marzo 2025

Storie di brigantaggio, Furci, 1864.

Storie di brigantaggio, Furci, 1864

Questa storia accaduta nel 1864 merita di essere raccontata …
Un articolo apparso su “L’Italiano - Gazzetta del Popolo”, del 18 settembre del 1864, ci introduce alla storia: “Dagli Abruzzi riceviamo sempre cattive notizie sulle condizioni del brigantaggio. … ora sentiamo che nelle terre di Furci va formandosi una comitiva piuttosto numerosa, la quale ha già dato segni non dubbii della sua natura feroce. Questa comitiva non sembra aver nelle sue file che una quindicina di malfattori i quali sono mal vestiti e pessimamente armati. Il loro capo non si conosce; ma sembra essere un ex-gendarme borbonico. Nella prima settimana del corrente mese quella bordaglia recavasi alla cascina di un tal Pasquale Di Santo. Costui viveva insieme alla nuora e non s’aspettava in quel momento una visita tanto poco gradita. La nuora chiamavasi Filomena Galese (in realtà Filomena Angela Gallese), donna di buoni costumi e educata alle nuove idee. Forse questa sarà stata la cagione che i briganti assassinarono quei due malcapitati facendone uno scempio che non vogliamo narrare, perché stanchi di registrar tali avvenimenti “. Cosa era realmente accaduto? Arriviamo alla ore 23 del 30 agosto del 1864. La casa di Pasquale Di Santo viene accerchiata dai “briganti”. Perché? Due furono le tesi: la prima, accreditata dalla forze dell’ordine, fu quella che volessero solo rapinarli (ma è davvero difficile crederlo vista la situazione economica di estrema umiltà della famiglia); la seconda, da testimonianze di “briganti” arrestati, “per spionaggio in favore della forza pubblica” o come altri dissero “perché spie piemontiste”(Le generose taglie, la speranza di veder emendate le proprie colpe o anche il semplice desiderio di vendetta alimentarono le moltissime delazioni). Sta di fatto che la resistenza di Pasquale Di Santo non ebbe successo. I “briganti” riuscirono, ben presto, ad entrare nell’abitazione. Pasquale venne subito finito a colpi di fucile. La giovane nuora venne prima brutalmente violentata e poi uccisa. Secondo alcuni riscontri delle forze dell’ordine “con successivo taglio delle orecchie per entrambi”. Come in molte vicende dell’epoca solo nomi e pochissimo altro. Oggi noi aggiungiamo qualche dato sulle due vittime: 1) Pasquale Di Santo (all’epoca sessantaduenne “contadino” era figlio di Luigi e Caterina e vedovo di Celeste Argentieri); 2) Filomena Angela Gallese (ventiduenne “contadina” era figlia di Angelo e Rosa Argentieri – aveva spostato Antonio Di Sante, di due anni più grande di lei, il 19 gennaio del 1861 – il 27 dicembre del 1862 nacque dal matrimonio una bimba a cui fu dato il nome di Celeste – quando Filomena Angela fu assassinata era probabilmente incinta).
Gli atti di morte furono ratificati dall'allora Sindaco di Furci Scipione Ciancaglini con la scritta "ucciso/uccisa dai briganti".
Va ricordato che inaudite violenze vennero perpetrate da tutte le parti in campo.
Scipione Ciancaglini, 1850, coll. Francesco Amorosi

26 marzo 2025

Fiabe abruzzesi e molisane, da Le Fiabe italiane raccolte e trascritte di Italo Calvino.



107. L'amore delle tre melagrane (Abruzzo) Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò sulla ricotta. Disse a sua madre: - Mammà, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. - Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi. Il figlio si mise in cammino. Cammina cammina, incontrò una donna: - Giovanotto, dove vai? - Eh sì, lo dirò proprio a te che sei donna! Cammina cammina, incontrò un vecchierello. - Giovanotto, dove vai? - A te sì che lo dirò, zi' vecchio, che ne saprai certo più di me. Cerco una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. E il vecchierello: - Figlio mio, chi è bianca non è rossa e chi è rossa non è bianca. Però, tieni queste tre melagrane. Aprile e vedi cosa ne vien fuori. Ma fallo solo vicino alla fontana. Il giovane aperse una melagrana e saltò fuori una bellissima ragazza bianca come il latte e rossa come il sangue, che subito gridò: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Il figlio del Re prese l'acqua nel cavo della mano e gliela porse, ma non fece in tempo. La bella morì. Aperse un'altra melagrana e saltò fuori un'altra bella ragazza dicendo: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Le portò l'acqua ma era già morta. Aperse la terza melagrana e saltò fuori una ragazza più bella ancora delle altre due. Il giovane le gettò l'acqua in viso, e lei visse. Era ignuda come l'aveva fatta sua madre e il giovane le mise addosso il suo cappotto e le disse: - Arrampicati su questo albero, che io vado a prendere delle vesti per coprirti e la carrozza per portarti a Palazzo. La ragazza restò sull'albero, vicino alla fontana. A quella fontana, ogni giorno, andava a prender l'acqua la Brutta Saracina. Prendendo l'acqua con la conca, vide riflesso nell'acqua il viso della ragazza sull'albero. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E senza starci a pensar su, gettò la conca per terra e la mandò in cocci. Tornò a casa, e la padrona: - Brutta Saracina! Come ti permetti di tornare a casa senz'acqua e senza brocca! - Lei prese un'altra brocca e tornò alla fontana. Alla fontana rivide quell'immagine nell'acqua. "Ah! sono proprio bella!", si disse. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E ributtò per terra la brocca. La padrona tornò a sgridarla, lei tornò alla fontana, ruppe ancora un'altra brocca, e la ragazza sull'albero che fin allora era stata a guardare, non poté più trattenere una risata. La Brutta Saracina alzò gli occhi e la vide. - Ah, voi siete? E m'avete fatto rompere tre brocche? Però siete bella davvero! Aspettate, che vi voglio pettinare. La ragazza non voleva scendere dall'albero, ma la Brutta Saracina insistette: - Lasciatevi pettinare che sarete ancor più bella. La fece scendere, le sciolse i capelli, vide che aveva in capo uno spillone. Prese lo spillone e glielo ficcò in un'orecchia. Alla ragazza cadde una goccia di sangue, e poi morì. Ma la goccia di sangue, appena toccata terra, si trasformò in una palombella, e la palombella volò via. La Brutta Saracina s'andò ad appollaiare sull'albero. Tornò il figlio del Re con la carrozza, e come la vide, disse: - Eri bianca come il latte e rossa come il sangue; come mai sei diventata così nera? E la Brutta Saracina rispose: È venuto fuori il sole, / M'ha cambiata di colore. E il figlio del Re: - Ma come mai hai cambiato voce? E lei: È venuto fuori il vento, / M'ha cambiato parlamento. E il figlio del Re: - Ma eri così bella e ora sei così brutta! E lei: È venuta anche la brezza, / M'ha cambiato la bellezza. Basta, lui la prese in carrozza e la portò a casa. Da quando la Brutta Saracina s'installò a Palazzo, come sposa del figlio del Re, la palombella tutte le mattine si posava sulla finestra della cucina e chiedeva al cuoco: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - diceva il cuoco. E la palombella: Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Il cuoco le diede un piatto di zuppetta e la palombella si diede una scrollatina e le cadevano penne d'oro. Poi volava via. La mattina dopo tornava: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - rispondeva il cuoco. Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Lei si mangiava la zuppettella e il cuoco si prendeva le penne d'oro. Dopo un po' di tempo, il cuoco pensò di andare dal figlio del Re a dirgli tutto. Il figlio del Re stette a sentire e disse: - Domani che tornerà la palombella, acchiappala e portamela, che la voglio tenere con me. La Brutta Saracina, che di nascosto aveva sentito tutto, pensò che quella palombella non prometteva nulla di buono; e quando l'indomani tornò a posarsi sulla finestra della cucina, la Brutta Saracina fece più svelta del cuoco, la trafisse con uno spiedo e l'ammazzò. La palombella morì. Ma una goccia di sangue cadde nel giardino, e in quel punto nacque subito un albero di melograno. Quest'albero aveva la virtù che chi stava per morire, mangiava una delle sue melagrane e guariva. E c'era sempre una gran fila di gente che andava a chiedere alla Brutta Saracina la carità di una melagrana. Alla fine sull'albero ci rimase una sola melagrana, la più grossa di tutte, e la Brutta Saracina disse: - Questa me la voglio tenere per me. Venne una vecchia e le chiese: - Mi date quella melagrana? Ho mio marito che sta per morire. - Me ne resta solo una, e la voglio tenere per bellezza, - disse la Brutta Saracina, ma intervenne il figlio del Re a dire: - Poverina, suo marito muore, gliela dovete dare. E così la vecchia tornò a casa con la melagrana. Tornò a casa e trovò che suo marito era già morto. "Vuol dire che la melagrana la terrò per bellezza", si disse. Tutte le mattine, la vecchia andava alla Messa. E mentr'era alla Messa, dalla melagrana usciva la ragazza. Accendeva il fuoco, scopava la casa, faceva da cucina e preparava la tavola; e poi tornava dentro la melagrana. E la vecchia rincasando trovava tutto preparato e non capiva. Una mattina andò a confessarsi e raccontò tutto al confessore. Lui le disse: - Sapete cosa dovete fare? Domani fate finta d'andare alla Messa e invece nascondetevi in casa. Così vedrete chi è che vi fa da cucina. La vecchia, la mattina dopo, fece finta di chiudere la casa, e invece si nascose dietro la porta. La ragazza uscì dalla melagrana, e cominciò a far le pulizie e da cucina. La vecchia rincasò e la ragazza non fece a tempo e rientrare nella melagrana. - Da dove vieni? - le chiese la vecchia. E lei: - Sii benedetta, nonnina, non m'ammazzare, non m'ammazzare. - Non t'ammazzo, ma voglio sapere da dove vieni. - Io sto dentro alla melagrana... - e le raccontò la sua storia. La vecchia la vestì da contadina come era vestita anche lei (perché la ragazza era sempre nuda come mamma l'aveva fatta) e la domenica la portò con sé a Messa. Anche il figlio del Re era a Messa e la vide. "O Gesù! Quella mi pare la giovane che trovai alla fontana!", e il figlio del Re appostò la vecchia per strada. - Dimmi da dove è venuta quella giovane! - Non m'uccidere! - piagnucolò la vecchia. - Non aver paura. Voglio solo sapere da dove viene. - Viene dalla melagrana che voi mi deste. - Anche lei in una melagrana! - esclamò il figlio del Re, e chiese alla giovane: - Come mai eravate dentro una melagrana? - e lei gli raccontò tutto. Lui tornò a Palazzo insieme alla ragazza, e le fece raccontare di nuovo tutto davanti alla Brutta Saracina. - Hai sentito? - disse il figlio del Re alla Brutta Saracina, quando la ragazza ebbe finito il suo racconto. - Non voglio essere io a condannarti a morte. Condannati da te stessa. E la Brutta Saracina, visto che non c'era più scampo, disse: - Fammi fare una camicia di pece e bruciami in mezzo alla piazza. Così fu fatto. E il figlio del Re sposò la giovane.

Vasto: Costa Vastese, 1792.


 
Costa Vastese, 1792

Basilio Cascella, Donna con orecchini (sciacquajje).

Basilio Cascella (Pescara,1860 – Roma, 1950), Donna con orecchini.

Autobus Torricella Peligna - Casoli - Scalo.

Autobus Torricella Peligna - Casoli - Scalo. Inizio Novecento

25 marzo 2025

Lorenzo Trovato, Il Comento analitico alla Commedia di Gabriele Rossetti: tra allegoria e immedesimazione.


Il Comento analitico alla Commedia di Gabriele Rossetti:
tra allegoria e immedesimazione




Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.

Leonzio Compassino, Martirio di Santa Rufina, chiesa di San Giovanni Battista, Castelli 

Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.

di Angelo Iocco

Da uno studio di Marco Vaccaro dal titolo Oltre la ceramica: pittura a Castelli tra XVII e XVIII secolo, 2021, Castelli. Quaderno del Museo delle ceramiche - n. 10, ci siamo interessati di questi pittori poco conosciuti, attivi tra Marche e Abruzzo. Di Leonzio Compassino da Penne, vissuto tra la seconda metà del ‘500 e la prima del ‘600, attivo almeno fino al 1620, ebbe tra i primi recensori il prof. Francesco Verlengia, che in una delle schede per la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Artistici d’Abruzzo per la provincia di Chieti, nel 1935, riportava con una cattiva lettura il nome di “Teonzio Compassino” come autore di un celebre e antico quadro nella chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione a San Vito Chietino. La tela è firmata, attraverso dei restauri si è meglio compresa la lettera iniziale. Tale quadro faceva parte dell’antica chiesetta di San Vito martire, che affiancava il torrione circolare con la porta di accesso all’antico paese, provenendo dalla strada grande oggi corso Matteotti.

Essa dunque affacciava sulla piazza Garibaldi, incassata tra la fortificazione del castello e altre abitazioni, come è stato studiato nel lavoro di Vito Sbrocchi La Regia Chiesa parrocchiale di San Vito, Rivista abruzzese, 1997, e andò completamente demolita poco prima del 1850, nonostante dei progetti di ammodernamento e recupero, affinché fosse costruita la nuova chiesa oltre il perimetro murario. Il quadro del Compassino illustra al centro San Vito nelle vesti di martire, con i cani al guinzaglio, simbolo del martirio, tra San Modesto di Lucania e San Crescenzo, martirizzati tutti e tre sotto Diocleziano[1].

Filippo Sargiacomo, progetto di ampliamento della chiesa madre di San Vito Chietino, Archivio storico comunale di Lanciano, Fondo Sargiacomo.


La raffigurazione è scenografica, abbiamo sullo sfondo un edificio caratterizzato al centro da un monumentale arco in marmo a tutto sesto, e accanto rispettivamente a destra e sinistra, un ordine di colonne a capitello dorico. Il dipinto dimostra chiaramente di rimontare all’arte della Grande Maniera di Raffaello o del Veronese (il di cui nipote Luigi Benfatto in Abruzzo, dipinse per la chiesa di Santa Maria Maggiore di Vasto una tela raffigurante Sant’Agostino), tuttavia vi sono alcune stonature poiché la prospettica scenografia sembra quasi essere scavalcata dalla mole dei tre personaggi illustrati.

Leonzio Compassino, San Vito martire con San Modesto e San Crescenzo, Chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione, San Vito Chietino.

Nostra ipotesi è che altri pittori legati al Compassino o alla scuola emiliana, potessero essere scesi nella ricca Lanciano, famosa per le Fiere e commerci, dei quali qualcuno venne chiamato a realizzare una tela di scarso valore stilistico, che raffigura Sant’Agostino tra Santa Rita e un Santo, oggi presso la cappella di Santa Croce, dove si conserva un frammento del Miracolo della Ricciarella.

22 marzo 2025

Primo Levi, Abruzzo forte e gentile: impressioni d'occhio e di cuore, 1883.

copertina di F.P. Michetti, 1882 c.
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“Abruzzo Forte e Gentile”

Chi inventò il famoso detto che identifica la nostra terra?

«V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, semplicità ed efficacia, una parola consacrata dalla intenzione degli onesti a designare molte cose buone, molte cose necessarie: è la parola Forza
Epperò, s’è detto e si dice il forte Abruzzo.
V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà è la parola Gentilezza
Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, dico io: Abruzzo Forte e Gentile.» (1, Ave).

Questo è l’inizio di un racconto, o meglio ancora, una raccolta di appunti di viaggio messi insieme da un giornalista e diplomatico ferrarese il cui nome è Primo Levi.

Primo Levi
Primo Levi

Badate bene a non confonderlo con il chimico partigiano nato esattamente due anni dopo la morte del primo. Per essere ancora più precisi, noi stiamo parlando dell’intellettuale che nel 1883, reduce da un viaggio in Abruzzo, pubblicò un libretto dal titolo “Abruzzo forte e gentileimpressioni di occhio e di cuore”.

Il libro, non dato più alle ristampe, si compone di ventidue capitoli all’interno dei quali sono contenuti un indice delle persone incontrate durante il viaggio ed un altro delle località visitate o menzionate nel racconto. Una sorta di diario di viaggio la cui illustrazione in copertina è firmata da Francesco Paolo Michetti, pittore e fotografo abruzzese, nato a Tocco da Casauria (PE).

Primo Levi, autore di “Abruzzo forte e gentile, era figlio di una famiglia di commercianti di origine ebraica, e distintosi per la sua arguta penna e il suo grande ingegno, portò avanti l’attività di fervente giornalista.

Amico di Crispi, che gli garantì una gran carriera al Ministero degli Esteri da affiancare a quella giornalistica, si circondò di alcuni tra i maggiori intellettuali della sua epoca, tra cui molti abruzzesi come Gabriele d’Annunzio, Teofilo Patini e il già citato Francesco Paolo Michetti.

Copertina del libro di Primo Levi
“Abruzzo forte e gentile, impressioni di occhio e di cuore”

Il suo è un sapiente esempio di reportage destinato a presentare una chiara immagine della regione Abruzzo di ieri, un’immagine legata ad un motto che ancora oggi ci identifica.

La gentilezza, dunque, che si mischia alla forza, dove per forza si intende la resilienza, la capacità di resistere ai destini avversi. Alla base di questa forza c’è la tenacia, unita a qualcosa che sa muovere oltre le tacite forme di rassegnazione, ovvero il coraggio. È così che Primo Levi ci ha descritti ed è così che noi abruzzesi ci definiamo tutt’oggi. Conservare questa espressione nella nostra memoria non è un ritorno al passato o una forma di esasperato campanilismo, ma è uno dei più autentici modi che abbiamo per continuare a far vivere quanto di più onesto e vero resiste ancora nella nostra terra, nei nostri paesi, tra le nostre strade e in mezzo alla nostra gente, forte e gentile.

Francesca Liberatore