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30 marzo 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna.


Il Gruppo folkloristico di Orsogna in sfilata a Firenze nel 1930

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna

di Angelo Iocco

La cittadina di Orsogna è da considerarsi tra i paesi abruzzesi, dove la vocalità e la tradizione della canzone abruzzese si conserva con freschezza e rispetto della tradizione. Centro devoto a Maria, per la presenza della tradizionale Sagra dei Talami, che affonda le radici a quei riti propiziatori popolari, e alle rappresentazioni Sacre bibliche del XVI secolo introdotte dai Padri Paolotti nella distrutta chiesa della Madonna del Rifugio, Orsogna sin dai primi saggi studiosi del canto e delle tradizioni abruzzesi, apparsi nel secondo Ottocento, è stata al centro dell’attenzione, risaltando per i suoi abiti tradizionali variopinti, per i magnifici gioielli, per le “sciacquajje d’ore” (gli orecchini pendenti), e specialmente per il canto.

Orsogna, la Fonte con il faccione disegnato da Taddeo Salvini, prima della guerra. Donne in abito tipico.


Non oscure sono anche le testimonianze registrate, ad esempio dall’Istituto Luce, quando negli anni ’20 il Cav. Vincenzo Melocchi di Pizzoferrato andava con la Teatina film andava riprendendo ciò che di meglio si conservava in Abruzzo[1]. Tra questi, Orosgna appare in una rappresentazione del matrimonio abruzzese, con la sfilata di un corteo dalla Torre Di Bene, e con un successivo ballo della saltarella. In un alto filmato sonoro si esegue il canto popolare Mo ve’…mo va’…, in un altro ancora dal titolo Vespro abruzzese, appare il Convento dell’Annunziata di Orsogna, meta di pellegrinaggi il giorno dell’Annunciazione a Maria e il Lunedì in albis, in un altro ancora, muto, la Sagra dei Talami. I canti della tradizione orsognese che avremo modo di vedere, attingono a fonti comuni, e sono oggi abbastanza noti in tutto Abruzzo. Ma è il timbro vocale, e la tonalità tipica ascendente delle popolazioni affacciata sull’Adriatico che rendono queste esecuzioni uniche. Essi sono il citato Mo ve…mo va…, La jerve a lu cannete, Maria Nicola, Ti li so’ ditte, Tutte le funtanelle, e infine il cosiddetto inno orsognese: Aria marine, aria di muntagne (Bbone Ursogne).

Questi canti costituiscono il repertorio della Corale “La figlia di Jorio” di Orsogna, la prima corale folkloristica abruzzese a essere ufficialmente nata all’alba delle Maggiolate abruzzesi di Ortona. La sua storia è stata tracciata da Plinio Silverii (1926-2002) nel suo volumetto Orsogna in costume, tip. Brandolini 1981. Il Coro nasce nel ’20, precedentemente si pensava fosse nato nel 1929 insieme alla Corale di Poggiofiorito, tanto che ci fu anche un’importante manifestazione al teatro comunale nel 1979 per festeggiare i 50 anni. Pare che la prima esibizione fu in una festa paesana di S. Antonio di Padova a contrada La Roma di Casoli, poi immediatamente la Corale prese il volo per le manifestazioni, alla Settimana abruzzese di Pescara del 1923, a Firenze nel 1930, nello stesso anno a Roma al Quirinale insieme a un Talamo realizzato per le nozze del Principe Umberto II, a Napoli in piazza Plebiscito, al Museo Belliniano di Catania, alla Rassegna dei Cori di Roma a piazza Siena nel 1938 per la visita di Hitler, al Vittoriale di Gardone Riviera nel 1950. Nella commemorazione del 1979 vi tenne al teatro un convegno con i proff. Ernesto Giammarco, Benito Lanci, Giuseppino Mincione, Franco Potenza, Padre Donato (Giuseppe) Di Pasquale OFM, successivamente si rappresenta una commedia di Plinio Silverii, e infine il canto orsognese Bbone Ursogne.

Lu Canarie, commedia abruzzese di Luigi Morgione, 1983.

26 marzo 2025

Fiabe abruzzesi e molisane, da Le Fiabe italiane raccolte e trascritte di Italo Calvino.



107. L'amore delle tre melagrane (Abruzzo) Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò sulla ricotta. Disse a sua madre: - Mammà, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. - Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi. Il figlio si mise in cammino. Cammina cammina, incontrò una donna: - Giovanotto, dove vai? - Eh sì, lo dirò proprio a te che sei donna! Cammina cammina, incontrò un vecchierello. - Giovanotto, dove vai? - A te sì che lo dirò, zi' vecchio, che ne saprai certo più di me. Cerco una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. E il vecchierello: - Figlio mio, chi è bianca non è rossa e chi è rossa non è bianca. Però, tieni queste tre melagrane. Aprile e vedi cosa ne vien fuori. Ma fallo solo vicino alla fontana. Il giovane aperse una melagrana e saltò fuori una bellissima ragazza bianca come il latte e rossa come il sangue, che subito gridò: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Il figlio del Re prese l'acqua nel cavo della mano e gliela porse, ma non fece in tempo. La bella morì. Aperse un'altra melagrana e saltò fuori un'altra bella ragazza dicendo: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Le portò l'acqua ma era già morta. Aperse la terza melagrana e saltò fuori una ragazza più bella ancora delle altre due. Il giovane le gettò l'acqua in viso, e lei visse. Era ignuda come l'aveva fatta sua madre e il giovane le mise addosso il suo cappotto e le disse: - Arrampicati su questo albero, che io vado a prendere delle vesti per coprirti e la carrozza per portarti a Palazzo. La ragazza restò sull'albero, vicino alla fontana. A quella fontana, ogni giorno, andava a prender l'acqua la Brutta Saracina. Prendendo l'acqua con la conca, vide riflesso nell'acqua il viso della ragazza sull'albero. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E senza starci a pensar su, gettò la conca per terra e la mandò in cocci. Tornò a casa, e la padrona: - Brutta Saracina! Come ti permetti di tornare a casa senz'acqua e senza brocca! - Lei prese un'altra brocca e tornò alla fontana. Alla fontana rivide quell'immagine nell'acqua. "Ah! sono proprio bella!", si disse. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E ributtò per terra la brocca. La padrona tornò a sgridarla, lei tornò alla fontana, ruppe ancora un'altra brocca, e la ragazza sull'albero che fin allora era stata a guardare, non poté più trattenere una risata. La Brutta Saracina alzò gli occhi e la vide. - Ah, voi siete? E m'avete fatto rompere tre brocche? Però siete bella davvero! Aspettate, che vi voglio pettinare. La ragazza non voleva scendere dall'albero, ma la Brutta Saracina insistette: - Lasciatevi pettinare che sarete ancor più bella. La fece scendere, le sciolse i capelli, vide che aveva in capo uno spillone. Prese lo spillone e glielo ficcò in un'orecchia. Alla ragazza cadde una goccia di sangue, e poi morì. Ma la goccia di sangue, appena toccata terra, si trasformò in una palombella, e la palombella volò via. La Brutta Saracina s'andò ad appollaiare sull'albero. Tornò il figlio del Re con la carrozza, e come la vide, disse: - Eri bianca come il latte e rossa come il sangue; come mai sei diventata così nera? E la Brutta Saracina rispose: È venuto fuori il sole, / M'ha cambiata di colore. E il figlio del Re: - Ma come mai hai cambiato voce? E lei: È venuto fuori il vento, / M'ha cambiato parlamento. E il figlio del Re: - Ma eri così bella e ora sei così brutta! E lei: È venuta anche la brezza, / M'ha cambiato la bellezza. Basta, lui la prese in carrozza e la portò a casa. Da quando la Brutta Saracina s'installò a Palazzo, come sposa del figlio del Re, la palombella tutte le mattine si posava sulla finestra della cucina e chiedeva al cuoco: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - diceva il cuoco. E la palombella: Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Il cuoco le diede un piatto di zuppetta e la palombella si diede una scrollatina e le cadevano penne d'oro. Poi volava via. La mattina dopo tornava: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - rispondeva il cuoco. Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Lei si mangiava la zuppettella e il cuoco si prendeva le penne d'oro. Dopo un po' di tempo, il cuoco pensò di andare dal figlio del Re a dirgli tutto. Il figlio del Re stette a sentire e disse: - Domani che tornerà la palombella, acchiappala e portamela, che la voglio tenere con me. La Brutta Saracina, che di nascosto aveva sentito tutto, pensò che quella palombella non prometteva nulla di buono; e quando l'indomani tornò a posarsi sulla finestra della cucina, la Brutta Saracina fece più svelta del cuoco, la trafisse con uno spiedo e l'ammazzò. La palombella morì. Ma una goccia di sangue cadde nel giardino, e in quel punto nacque subito un albero di melograno. Quest'albero aveva la virtù che chi stava per morire, mangiava una delle sue melagrane e guariva. E c'era sempre una gran fila di gente che andava a chiedere alla Brutta Saracina la carità di una melagrana. Alla fine sull'albero ci rimase una sola melagrana, la più grossa di tutte, e la Brutta Saracina disse: - Questa me la voglio tenere per me. Venne una vecchia e le chiese: - Mi date quella melagrana? Ho mio marito che sta per morire. - Me ne resta solo una, e la voglio tenere per bellezza, - disse la Brutta Saracina, ma intervenne il figlio del Re a dire: - Poverina, suo marito muore, gliela dovete dare. E così la vecchia tornò a casa con la melagrana. Tornò a casa e trovò che suo marito era già morto. "Vuol dire che la melagrana la terrò per bellezza", si disse. Tutte le mattine, la vecchia andava alla Messa. E mentr'era alla Messa, dalla melagrana usciva la ragazza. Accendeva il fuoco, scopava la casa, faceva da cucina e preparava la tavola; e poi tornava dentro la melagrana. E la vecchia rincasando trovava tutto preparato e non capiva. Una mattina andò a confessarsi e raccontò tutto al confessore. Lui le disse: - Sapete cosa dovete fare? Domani fate finta d'andare alla Messa e invece nascondetevi in casa. Così vedrete chi è che vi fa da cucina. La vecchia, la mattina dopo, fece finta di chiudere la casa, e invece si nascose dietro la porta. La ragazza uscì dalla melagrana, e cominciò a far le pulizie e da cucina. La vecchia rincasò e la ragazza non fece a tempo e rientrare nella melagrana. - Da dove vieni? - le chiese la vecchia. E lei: - Sii benedetta, nonnina, non m'ammazzare, non m'ammazzare. - Non t'ammazzo, ma voglio sapere da dove vieni. - Io sto dentro alla melagrana... - e le raccontò la sua storia. La vecchia la vestì da contadina come era vestita anche lei (perché la ragazza era sempre nuda come mamma l'aveva fatta) e la domenica la portò con sé a Messa. Anche il figlio del Re era a Messa e la vide. "O Gesù! Quella mi pare la giovane che trovai alla fontana!", e il figlio del Re appostò la vecchia per strada. - Dimmi da dove è venuta quella giovane! - Non m'uccidere! - piagnucolò la vecchia. - Non aver paura. Voglio solo sapere da dove viene. - Viene dalla melagrana che voi mi deste. - Anche lei in una melagrana! - esclamò il figlio del Re, e chiese alla giovane: - Come mai eravate dentro una melagrana? - e lei gli raccontò tutto. Lui tornò a Palazzo insieme alla ragazza, e le fece raccontare di nuovo tutto davanti alla Brutta Saracina. - Hai sentito? - disse il figlio del Re alla Brutta Saracina, quando la ragazza ebbe finito il suo racconto. - Non voglio essere io a condannarti a morte. Condannati da te stessa. E la Brutta Saracina, visto che non c'era più scampo, disse: - Fammi fare una camicia di pece e bruciami in mezzo alla piazza. Così fu fatto. E il figlio del Re sposò la giovane.

25 marzo 2025

Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.

Leonzio Compassino, Martirio di Santa Rufina, chiesa di San Giovanni Battista, Castelli 

Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.

di Angelo Iocco

Da uno studio di Marco Vaccaro dal titolo Oltre la ceramica: pittura a Castelli tra XVII e XVIII secolo, 2021, Castelli. Quaderno del Museo delle ceramiche - n. 10, ci siamo interessati di questi pittori poco conosciuti, attivi tra Marche e Abruzzo. Di Leonzio Compassino da Penne, vissuto tra la seconda metà del ‘500 e la prima del ‘600, attivo almeno fino al 1620, ebbe tra i primi recensori il prof. Francesco Verlengia, che in una delle schede per la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Artistici d’Abruzzo per la provincia di Chieti, nel 1935, riportava con una cattiva lettura il nome di “Teonzio Compassino” come autore di un celebre e antico quadro nella chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione a San Vito Chietino. La tela è firmata, attraverso dei restauri si è meglio compresa la lettera iniziale. Tale quadro faceva parte dell’antica chiesetta di San Vito martire, che affiancava il torrione circolare con la porta di accesso all’antico paese, provenendo dalla strada grande oggi corso Matteotti.

Essa dunque affacciava sulla piazza Garibaldi, incassata tra la fortificazione del castello e altre abitazioni, come è stato studiato nel lavoro di Vito Sbrocchi La Regia Chiesa parrocchiale di San Vito, Rivista abruzzese, 1997, e andò completamente demolita poco prima del 1850, nonostante dei progetti di ammodernamento e recupero, affinché fosse costruita la nuova chiesa oltre il perimetro murario. Il quadro del Compassino illustra al centro San Vito nelle vesti di martire, con i cani al guinzaglio, simbolo del martirio, tra San Modesto di Lucania e San Crescenzo, martirizzati tutti e tre sotto Diocleziano[1].

Filippo Sargiacomo, progetto di ampliamento della chiesa madre di San Vito Chietino, Archivio storico comunale di Lanciano, Fondo Sargiacomo.


La raffigurazione è scenografica, abbiamo sullo sfondo un edificio caratterizzato al centro da un monumentale arco in marmo a tutto sesto, e accanto rispettivamente a destra e sinistra, un ordine di colonne a capitello dorico. Il dipinto dimostra chiaramente di rimontare all’arte della Grande Maniera di Raffaello o del Veronese (il di cui nipote Luigi Benfatto in Abruzzo, dipinse per la chiesa di Santa Maria Maggiore di Vasto una tela raffigurante Sant’Agostino), tuttavia vi sono alcune stonature poiché la prospettica scenografia sembra quasi essere scavalcata dalla mole dei tre personaggi illustrati.

Leonzio Compassino, San Vito martire con San Modesto e San Crescenzo, Chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione, San Vito Chietino.

Nostra ipotesi è che altri pittori legati al Compassino o alla scuola emiliana, potessero essere scesi nella ricca Lanciano, famosa per le Fiere e commerci, dei quali qualcuno venne chiamato a realizzare una tela di scarso valore stilistico, che raffigura Sant’Agostino tra Santa Rita e un Santo, oggi presso la cappella di Santa Croce, dove si conserva un frammento del Miracolo della Ricciarella.

22 marzo 2025

Primo Levi, Abruzzo forte e gentile: impressioni d'occhio e di cuore, 1883.

copertina di F.P. Michetti, 1882 c.
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“Abruzzo Forte e Gentile”

Chi inventò il famoso detto che identifica la nostra terra?

«V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, semplicità ed efficacia, una parola consacrata dalla intenzione degli onesti a designare molte cose buone, molte cose necessarie: è la parola Forza
Epperò, s’è detto e si dice il forte Abruzzo.
V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà è la parola Gentilezza
Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, dico io: Abruzzo Forte e Gentile.» (1, Ave).

Questo è l’inizio di un racconto, o meglio ancora, una raccolta di appunti di viaggio messi insieme da un giornalista e diplomatico ferrarese il cui nome è Primo Levi.

Primo Levi
Primo Levi

Badate bene a non confonderlo con il chimico partigiano nato esattamente due anni dopo la morte del primo. Per essere ancora più precisi, noi stiamo parlando dell’intellettuale che nel 1883, reduce da un viaggio in Abruzzo, pubblicò un libretto dal titolo “Abruzzo forte e gentileimpressioni di occhio e di cuore”.

Il libro, non dato più alle ristampe, si compone di ventidue capitoli all’interno dei quali sono contenuti un indice delle persone incontrate durante il viaggio ed un altro delle località visitate o menzionate nel racconto. Una sorta di diario di viaggio la cui illustrazione in copertina è firmata da Francesco Paolo Michetti, pittore e fotografo abruzzese, nato a Tocco da Casauria (PE).

Primo Levi, autore di “Abruzzo forte e gentile, era figlio di una famiglia di commercianti di origine ebraica, e distintosi per la sua arguta penna e il suo grande ingegno, portò avanti l’attività di fervente giornalista.

Amico di Crispi, che gli garantì una gran carriera al Ministero degli Esteri da affiancare a quella giornalistica, si circondò di alcuni tra i maggiori intellettuali della sua epoca, tra cui molti abruzzesi come Gabriele d’Annunzio, Teofilo Patini e il già citato Francesco Paolo Michetti.

Copertina del libro di Primo Levi
“Abruzzo forte e gentile, impressioni di occhio e di cuore”

Il suo è un sapiente esempio di reportage destinato a presentare una chiara immagine della regione Abruzzo di ieri, un’immagine legata ad un motto che ancora oggi ci identifica.

La gentilezza, dunque, che si mischia alla forza, dove per forza si intende la resilienza, la capacità di resistere ai destini avversi. Alla base di questa forza c’è la tenacia, unita a qualcosa che sa muovere oltre le tacite forme di rassegnazione, ovvero il coraggio. È così che Primo Levi ci ha descritti ed è così che noi abruzzesi ci definiamo tutt’oggi. Conservare questa espressione nella nostra memoria non è un ritorno al passato o una forma di esasperato campanilismo, ma è uno dei più autentici modi che abbiamo per continuare a far vivere quanto di più onesto e vero resiste ancora nella nostra terra, nei nostri paesi, tra le nostre strade e in mezzo alla nostra gente, forte e gentile.

Francesca Liberatore

16 marzo 2025

La Madonna Regina Coeli a Villa Celiera (PE).


LA MADONNA REGINA COELI A VILLA CELIERA (PE)
di Antonio Mezzanotte

SI DICE E SI RACCONTA che un tempo la Madonna abitava in una chiesarella al centro della Celiera, ma, non potendo più sopportare le bestemmie, le urla e gli strepiti dei paesani, decise di andarsene fuori dall’abitato, in contrada Pretara, sostando dapprima su una grossa pietra ma, siccome sentiva ancora il vociare degli abitanti del paese, poi si allontanò più in là, dov’era soltanto pace e silenzio. La pietà e la devozione dei celieroti, pentiti per la dipartenza della Madonna, infine, le costruirono una nuova dimora, che è la chiesa della Regina del Cielo ancora oggi esistente.
Ma non finisce qui. In omaggio alla Beata Vergine Maria fu realizzata una statua in terracotta talmente bella che alcuni abitanti di Castel del Monte, paese posto all’altro versante della montagna, decisero di impossessarsene e nottetempo la spedizione furtiva riuscì a trafugare la Madonna. Accadde, tuttavia, che, mentre i mariuoli se ne tornavano in paese salendo per i sentieri di montagna, la statua diventava sempre più pesante, sebbene, quando il sentiero svoltava in direzione della Celiera, la Madonna si alleggeriva. In prossimità della Cima delle Scalate non ce la fecero più, la statua divenne pesante come il piombo e decisero, così, di riportarla a valle. Appena rientrò in chiesa, la Madonna tornò del peso solito. I castellani, però, erano duri di comprendonio e di cuore, allora cercarono ancora di trafugare la bella statua della Madonna della Celiera, stavolta portandosi appresso un carro trainato da due buoi. Ancora una volta, però, non avevano fatto i conti con la volontà della Beata Vergine di restare in quella chiesa, che fu tosto circondata da un profondo lago, che impediva a chiunque di accedere o di uscire dall’edificio. Allora, essi si pentirono del gesto sacrilego e riposero la statua nella nicchia e, così com’era sorto, d’improvviso il lago sparì.
Questa storia mi venne raccontata dalla buon’anima di Don Vincenzo Diodati, che fu parroco di Villa Celiera agli inizi degli anni Duemila e che si prodigò per il recupero della chiesa insieme agli abitanti del luogo.
La chiesa della Madonna Regina Coeli, collocata in aperta campagna in contrada Pretara di Villa Celiera, è fatta risalire intorno all’800, ma se ne hanno notizie certe a partire dal 1500. Essa presenta facciata a capanna, in pietra e laterizio a vista, con due finestrelle basse a uso dei pellegrini ai lati del portale. In alto, al di sopra di una finestra a tutto sesto, sovrasta il timpano fornito di un semplice oculo. Il campanile a vela, oggi in corrispondenza della parete absidale, si ergeva in origine sul lato anteriore della chiesa. L’interno è a navata unica, preceduta da una cantoria sorretta da colonne, e le murature sono in laterizio a vista, con quattro campate scandite da arcate a tutto sesto.
In alto sull’altare campeggia la nicchia nella quale è riposta la statua in terracotta policroma della Madonna Regina del Cielo, seduta e orante, con il Bambino sdraiato in grembo. Si tratta di un manufatto di sobria eleganza, restaurato nel 2010, e proprio nel corso del restauro curato dalla dott.ssa Cornelia Dittmar è venuta in luce la firma dello scultore, “Troianus de Giptiis de Castro Montis”, con la data 1532. La scoperta è di rilevante interesse per conoscere meglio l’attività di un artista prolifico, scultore e pittore, vissuto nel XVI secolo (e, ricollegandoci al racconto iniziale, per sottolineare i legami storici tra la terra di Casanova e Castel del Monte).
La firma incisa va letta come una sorta di manifesto pubblicitario, giacché l’autore va a operare in territori ben lontani da quelli natii e, non a caso, ritroviamo il nome di Troiano de Giptiis anche sulla statua della Madonna della Neve a Pianella del 1531 e sul San Rocco di Santa Maria Arabona a Manoppello del 1530. Non ricordo in verità se anche la statua della Madonna nella chiesa di Santa Maria d’Aragona ad Arsita, pure del 1531, rechi il nome dello scultore ovvero se gli è soltanto attribuita.
Di certo, altre sculture e pitture sono a lui riconducibili, sia nei paesi del circondario vestino (per esempio un affresco nella parrocchiale di San Pietro a Loreto Aprutino), nel teramano (però lì era molto attiva la scuola di terracotte policrome presso la località Nocella di Campli, avviata, per quanto riguarda la statuaria, nientemeno che da Silvestro dell'Aquila, il maggior scultore del rinascimento abruzzese; penso che non sia semplice discernere quale opera possa essere del nostro scultore castellano e, infatti, per lungo tempo la Madonna della Celiera è stata attribuita proprio alla scuola di Nocella), sia, ovviamente, nelle terre dell’aquilano.
La chiesa della Madonna Regina Coeli a Villa Celiera, immersa nel verde alle pendici dei monti Bertona e Morrone, diventa allora non solo sede di speciale fede e devozione mariana, ma anche custode di un pregevole tesoro dell’arte, di talchè essa può a buon diritto essere annoverata tra i preziosi luoghi dello spirito nelle campagne dell’Abruzzo vestino.

2 marzo 2025

Antonio Mezzanotte, La Madonna della Cona a Civitella Casanova (PE)


 
LA MADONNA DELLA CONA A CIVITELLA CASANOVA (PE)

SI DICE E SI RACCONTA che una donna rimase seppellita viva sotto una valanga di neve, ma ne uscì illesa grazie all’intercessione della Madonna della Cona che si venera a Civitella Casanova (PE).
In effetti, ancora oggi possiamo ammirare un affresco del 1600, capolavoro di arte rustica e probabile ex voto, che rappresenta tre uomini con mantello, cappello e stivaloni (bellissima rappresentazione dell'abbigliamento civitellese del tempo) con le pale, che cercano di liberare una donna semisepolta nelle neve (della quale sono visibili soltanto il volto e le mani congiunte in segno di preghiera) e, leggermente distaccata, l’immagine della Madonna con il Bambino, al cui intervento prodigioso si deve la sopravvivenza della donna nelle more delle operazioni di soccorso.
Questo affresco è collocato all’interno della chiesa della Cona, fatta risalire al 1300, all’estremità superiore del crinale sul quale si adagia il paese, nei pressi del camposanto.
La Madonna della Cona, molto venerata dalle genti civitellesi e non solo (si narrano eventi prodigiosi a lei riconducibili anche tra gli abitanti della vicina Vicoli), è invece rappresentata nell’affresco in capo all’altare con in braccio il Bambino, verso il quale protende la mano in segno di affettuosa protezione (questo particolare del disegno mi ricorda l’affresco posto all’esterno della Madonna delle Grazie di Alanno, sulla sinistra del portale), con un coretto di tre angeli e la pia ammonizione, fregiata sull’architrave unitamente alla data di realizzo: HIC TRANSIRE CAVE NISI DIXERIS AVE 1515 (“attenzione a non passare di qui senza aver detto ave”). L’autore è ignoto, sebbene lo stile raffinato del dipinto a me richiami quello del Polittico della chiesa di san Leonardo di Pianella, grosso modo del medesimo periodo, che oggi fa bella mostra di sé al MUNDA dell’Aquila.
Vi è un altro elemento che impreziosisce questo luogo: il portale d’ingresso in pietra sulla facciata principale (vi è anche un portalino laterale con timpano in corrispondenza dell’altare, esito di un rimaneggio del 1500 che ha aggiunto quattro contrafforti sulla fiancata sinistra). Monumentale, riccamente e finemente decorato, in netto contrasto con la semplice facciata a taglio orizzontale che si conclude con un campaniletto a vela sull’angolo sinistro.
L’armonia delle proporzioni di questo portale è esaltata dai molteplici elementi scultorei: ghirlande di fiori, rametti di frutta, accigliati volti umani con barbetta caprina nascosti nel fogliame e in alto, sulla lunetta (all’interno della quale possono ancora scorgersi, sebbene con un po’ di immaginazione, i tratti di un’antica pittura, probabilmente riferita alla stessa Madonna dell’altare) un candelabro che snellisce tutto l’insieme.
Alla base delle due lesene scopriamo alcune incisioni di grande interesse: la prima, sul quadrato di sinistra, contiene il nome dei due autori del portale, Bernardino Darz (ma è quasi certo che "Darz" sia una abbreviazione, di difficile scioglimento) e Pietro Aquilano, con la data in cifre romane 1529; sul quadrato di destra il nome del committente, Alfonso Di Giacomo. Ci sono stati tentativi in passato per associare questo Pietro Aquilano all’autore delle sculture sovrastanti l’ingresso al forte spagnolo dell’Aquila, ma, com’è e come non è, sicuramente non si trattava di un semplice scalpellino di bottega, bensì di un maestro nell’arte di modellare la pietra.
Siccome in precedenza ho rimarcato una certa affinità tra l’icona di Civitella e la Madonna affrescata sulla parete laterale esterna dell’Oratorio di Alanno, qui posso concludere che questo portale, nell’insieme e per lo stile, a me richiama il portale della stessa Madonna delle Grazie che troviamo nelle campagne alannesi (datato agli inizi del 1500 e che viene attribuito pure a un Pietro Aquilano ovvero alla bottega di Silvestro dell'Aquila, da molti ritenuto tra i maggiori scultori del rinascimento abruzzese), sebbene altre analogie possono rinvenirsi anche sui portali della parrocchiale di San Pietro a Loreto Aprutino e di San Domenico a Tocco da Casauria.
Dopo aver succintamente descritto i profili più evidenti sulla Cona di Civitella Casanova, che ne denotano presto la ricca preziosità in termini di devozione popolare, pittura e scultura, ora passiamo alla sorpresa finale.
La chiesa della Cona in origine era isolata e lontana dal centro abitato, priva di qualsivoglia elemento architettonico degno di rilievo; pertanto, essa contrasta con lo stile e la pomposità del portale, ma vi è un motivo eclatante per significare la sua presenza in quel contesto: questo portale, infatti, è stato aggiunto alla Cona soltanto in epoca recente, negli anni Trenta del Novecento, quando si necessitava per un verso di dare una risistemata alla chiesa dopo i danni causati dal terremoto del 1915, per altro verso di mettere in salvo uno straordinario manufatto, questo portale appunto, ormai mezzo interrato e frantumato tra altre macerie. Quali? Quelle della non lontana e celebre abbazia di Santa Maria di Casanova, la prima badia cistercense d'Abruzzo, fatta edificare dalla contessa Margherita di Loreto (Aprutino) nel 1191, della cui chiesa abbaziale, dedicata a Santa Maria delle Grazie, esso costituiva il portale d’ingresso!
La storia del ritrovamento e della successiva traslazione, davvero eccezionale, è raccontata da Silvio Aloisi, discendente dei Petronio di Castel del Monte, che avevano acquistato i beni dell’ex monastero.
Oggi dell’esteso e potente complesso abbaziale cistercense, capace di ospitare 500 monaci, di cui fu abate commendatario il cardinale Federico Borromeo (che trasferì all’Ambrosiana di Milano i codici miniati della biblioteca capitolare, i quali altrimenti sarebbero andati di certo perduti, così come il resto dei beni dell’abbazia, dopo le soppressioni napoleoniche) restano in buona sostanza la grande torre di guardia in contrada Casanova di Villa Celiera, pochi altri ruderi e questo straordinario portale.
La Madonna della Cona di Civitella Casanova, un altro luogo dello spirito tra le colline dell’Abruzzo vestino.

1 marzo 2025

Il Sodalizio degli Abruzzesi “San Camillo de’ Lellis” compie 80 anni.

Chiesa della Maddalena - Roma
Il Sodalizio degli Abruzzesi “San Camillo de’ Lellis” compie 80 anni


Il Sodalizio degli Abruzzesi "San Camillo de' Lellis" celebra nel 2025 ottant'anni con una messa presieduta dal cardinale Coccopalmerio sabato 1 marzo, a Roma, nella Chiesa di Santa Maria Maddalena

di Fausto D'Addario | 01 Marzo 2025 - laquilablog.it

 Il Sodalizio degli Abruzzesi “San Camillo de’ Lellis” celebra nel 2025 ottant’anni con una messa presieduta dal cardinale Francesco Coccopalmerio sabato 1 marzo, a Roma, nella Chiesa di Santa Maria Maddalena, che accoglie i resti mortali di San Camillo. Il prelato, pur essendo nato a San Giuliano Milanese il 6 marzo 1938, ha però origini abruzzesi da parte di padre, originario di Scontrone (L’Aquila). 

Il Sodalizio, fondato nel settembre 1943 durante i drammatici giorni della Seconda Guerra Mondiale, vide la luce per assistere i numerosi abruzzesi sfollati a Roma. Ancora oggi è un’associazione fra persone di fede cattolica che siano abruzzesi di nascita o di origine o che si sentano legati da speciali vincoli alla terra d’Abruzzo. Tra i principali scopi, il perfezionamento della vita cristiana degli associati, una particolare venerazione per i santi che hanno dato lustro alla terra d’Abruzzo e il compimento di opere spirituali e di carità a favore dei conterranei bisognosi. Il cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ne è attualmente Alto Patrono.

Un gruppo di conterranei residenti nella capitale, tra cui l’avvocato Lucio Luciani, Raffaello Biordi e Alberto Sciolari, si riuniva in via Firenze presso lo studio dell’avvocato Lucio Luciani, originario di Ortona, per dar vita al “Comitato di Assistenza per gli Sfollati d’Abruzzo”. Figura centrale fu quella di un giovane sacerdote aquilano, Mons. Corradino Bafile, che all’epoca prestava servizio presso la Segreteria di Stato del Vaticano, che fece di tutto per procurare pasti, alloggi e lavoro ai suoi conterranei. Quando, dopo un paio di mesi di esistenza, il governo italiano sciolse tutti i Comitati regionali di assistenza ai profughi, Mons. Bafile si adoperò per porre il Comitato sotto la protezione “estera” dello Stato del Vaticano, costituendo la Conferenza S. Camillo de’ Lellis degli Abruzzesi. Così il santo di Bucchianico, eroe della carità, ne diventava patrono e la sede della Conferenza fu provvisoriamente fissata in un locale della Chiesa di Santa Maria in Via, (alle spalle della Galleria Alberto Sordi).

Il ’43 fu un anno molto difficile per l’Abruzzo, attraversato dalla Linea Gustav che stanziò per lunghi mesi lungo i fiumi Sangro ed Aventino; un varco fu aperto durante la battaglia di Ortona, definita da alcuni “la Stalingrado d’Italia”, ma la linea venne sfondata solo nel maggio di 1944. Quando il fronte si spostò a Nord, gli sfollati abruzzesi ebbero la possibilità di tornare in patria; ma non tutti lo fecero, sia perché nel frattempo alcuni avevano trovato lavoro a Roma, sia perché molte case e paesi in Abruzzo erano ridotti a semplici ruderi; insomma, la vasta colonia abruzzese presente a Roma aveva sempre bisogni e necessità d’ogni genere da soddisfare.

Fu così che si pensò all’opportunità di rendere più ampia e stabile l’attività della neonata Conferenza e si arriva al 4 febbraio 1945, data che segna la fondazione ufficiale del Pio Sodalizio degli Abruzzesi San Camillo de’ Lellis – sul modello di altri Pii Sodalizi che esistevano dai tempi della Roma dei Papi – con una cerimonia nell’Aula Capitolare dei Religiosi Ministri degli Infermi e una messa celebrata dal Cardinale Federico Tedeschini, primo Alto Patrono. Lo statuto fu redatto dal giurista e filosofo abruzzese Prof. Giuseppe Capograssi e approvato e il 1 marzo del 1945 fu approvato anche dal Vicariato di Roma. Il 3 marzo si procedette all’elezione delle cariche sociali e ne divenne Segretario Mons. Corradino Bafile. L’atto costitutivo veniva sottoscritto, primo fra tutti, dal Cardinale Tedeschini, da Mons. Bafile e da tutti gli abruzzesi presenti nell’aula. Fu sempre l’aquilano Bafile a delinare i tre obiettivi dell’associazione: rafforzare la fede tra i conterranei a Roma, sostenere i bisognosi e onorare i santi abruzzesi. Il nome di San Camillo, simbolo della carità abruzzese, rifletteva perfettamente quella vocazione assistenziale. Il 20 dicembre 1946 il Prefetto Generale dei Ministri degli Infermi (Camilliani) concedette al Pio Sodalizio l’Aggregazione Spirituale, ossia la partecipazione alle grazie ed ai privilegi dell’Ordine ed ai meriti delle buone opere compiute dai Religiosi.

Gli anni successivi videro uno spostamento della sede: prima in via della Scrofa n. 70, in tre piccole stanze al piano terreno dell’immobile di proprietà della Santa Sede e date in uso alla Società Antischiavista d’Italia, associazione di cui il Cardinale Tedeschini era protettore; poi nel 1956 il Sodalizio poté avere in affitto un vasto appartamento al secondo piano di un fabbricato in Via di Santa Maria dell’Anima, al n. 45 (dietro Piazza Navona), che il socio-fondatore Mons. Bosio Federici aveva lasciato in eredità al Seminario Diocesano de L’Aquila. Gli ampi locali ospitarono anche il “Centro Universitario Abruzzese” che si proponeva di assistere gli studenti abruzzesi iscritti nell’università di Roma.

Nel 1959 succedeva a Tedeschini nella carica di Alto Patrono il Cardinale Alberto Di Jorio, originario di Fallascoso, frazione di Torricella Peligna (Chieti). Nel 1969, grazie al suo supporto, fu acquistata l’attuale sede in Via di Santa Costanza e il Sodalizio ottenne il riconoscimento giuridico con decreto del Presidente della Repubblica del 23 dicembre 1962, che concedeva il Riconoscimento di personalità giuridica dell’Associazione laicale a scopo di culto e religione, denominata “Sodalizio degli Abruzzesi – San Camillo de Lellis”, con sede in Roma. Nel 1980 il Cardinale Bafile (nominato tale da Paolo VI nel 1976) divenne a sua volta Alto Patrono e, nonostante gli impegni di Curia, ridiede slancio al Sodalizio grazie all’apertura del Centro di Consulenza Familiare “Santa Costanza”. Alla morte del Bafile, il 3 febbraio 2005 la responsabilità di Alto Patrono del Sodalizio è passata a Mons. Giuseppe Molinari, Arcivescovo Metropolita de L’Aquila, fino al 2018, anno in cui la carica venne assunta dal Cardinale Francesco Coccopalmerio.
Dopo ottant’anni, il Sodalizio resta fedele alla sua missione originaria: un’associazione cattolica aperta a tutti gli abruzzesi e a chiunque si senta legato all’Abruzzo, con lo scopo di esercitare la carità cristiana e mantenere vivo il legame con la terra d’origine.

22 febbraio 2025

Il canto popolare abruzzese nelle tradizioni di ieri e di oggi – Capitolo III – Come nacque la Canzone d’autore in Abruzzo.

Basilio Cascella, Il Suono e il sonno, 1893, Palazzo della Prefettura di Chieti



di Angelo Iocco

Introduzione

Vorrei iniziare questo articolo con la seguente frase, che sia di monito a chi ama l’Abruzzo e desidera valorizzarlo, a scapito di ridicoli e falsificatori festivals pseudo-salentini della canzone abruzzese, e chi mischia rock ‘n roll o ritmi scottish ai melodiosi ritmi dei canti del lavoro a responsorio di antica tradizione, a chi va infestando il web di articoli scriteriati, scorretti, che denunciano ignoranza sull’argomento, senza sapere minimamente nulla della cultura abruzzese.
Già Pasolini nel 1975 ricordava che “ la memoria si perde nell'oblio dell'etere televisivo“ (Scritti corsari ), oggi può perdersi nell'oblio della rete e nell'indifferenza.
Il secondo Ottocento in Abruzzo, così come in altre Regioni d’Italia, funge da spartiacque tra letteratura colta e borghese, e letteratura popolare. Lo stesso dicasi per la musica, di cui in Abruzzo con Gennaro Finamore nel 1886 si sviluppò un interesse etnoantropologico che iniziò a studiare gli aspetti della canzone popolare, insieme ai documenti dialettali delle novelle, delle poesie, delle filastrocche. Il Finamore si mosse sotto l’egida di studiosi che già si erano occupati di letteratura popolare abruzzese, come Giovanni Papanti ne Catalogo dei novellieri italiani in prosa raccolti e posseduti da Giovanni Papanti, aggiuntevi alcune novelle per la maggior parte inedite, Livorno, 1871, e in I parlari italiani in certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci, Livorno, 1875.

9 febbraio 2025

Antonio Mezzanotte, Cepagatti nell'opera di Vivaldi.


CEPAGATTI NELL'OPERA DI VIVALDI
di Antonio Mezzanotte

Il 18 maggio 1735, alla vigilia della grande festa dell'Ascensione, venne messa in scena al Teatro San Samuele di Venezia (che ora non esiste più, al suo posto vi è una scuola) “la Griselda”, un dramma musicale in tre atti di Antonio Vivaldi su libretto di Carlo Goldoni, adattato da un precedente lavoro di Apostolo Zeno (tanto adattato su pressante impulso di Vivaldi che Goldoni scrisse di aver assassinato il libretto di Zeno). Quel che potrebbe avere un qualche interesse in più per noi abruzzesi è che l’opera venne dedicata a Federico Valignani, marchese di Cepagatti, il noto centro del pescarese feudo dei Valignani dalla metà del 1400 alla metà del 1700.
Che ci azzecca il nostro cepagattese (e che Valignani fosse cepagattese di nascita non lo afferma soltanto lo scrivente tapino, ma anche e soprattutto il registro dei battesimi della locale parrocchia di Santa Lucia) con due massimi esponenti della cultura europea del Settecento?
Federico Valignani è stato un grande personaggio del proprio tempo: fondò a Chieti la colonia arcadica Tegea (se ricordo bene in un vicolo lungo Corso Marrucino ci dev’essere ancora una epigrafe lapidea datata 1730, attestante un lavoro di risanamento edilizio promosso dal Valignani sul suo palazzo, sede della Tegea), fu intellettuale di vasti interessi e al contempo ricoprì incarichi a Napoli nell’amministrazione vicereale all’interno della Regia Camera di Sommaria (la Corte dei Conti dell'epoca, oggi diremmo che ne fu presidente laico di sezione, non togato).
Di ritorno da Vienna nel 1734 si fermò a Venezia o, meglio, gli venne suggerito di fermarsi a Venezia, poiché nel frattempo a Napoli si era insediato il nuovo re, Carlo di Borbone, al quale il Valignani non stava proprio simpatico: vi era il dubbio, infatti, ma a torto, che fosse un agente degli austriaci appena scacciati dall'Italia meridionale - per tale motivo, al rientro in patria, Federico Valignani si fece pure sei mesi di carcere nella piazzaforte di Pescara.
A Venezia ebbe rapporti di amicizia con il giurista Pietro Giannone (uno dei massimi esponenti del pensiero illuminista della nostra penisola, tanto eccellente da farsi gli ultimi dodici anni di vita nelle prigioni sabaude per aver difeso la propria libertà di pensiero) e, probabilmente, fu in occasione di quel primo soggiorno veneziano e nel vivace ambiente culturale della città lagunare che conobbe Antonio Vivaldi e il giovane Carlo Goldoni. In ogni caso, egli deve aver lasciato una buona impressione di sé, tanto che gli venne dedicata la successiva opera musicata dal Vivaldi, la "Griselda" appunto, che fu rappresentata nella primavera dell’anno seguente alla vigilia della fiera dell'Ascensione, che si svolgeva per quindici giorni subito dopo la cerimonia dello sposalizio della città con il mare (l'equivalente, per importanza e per dare un confronto, dell'odierna "prima" alla Scala di Milano alla vigilia di Sant'Ambrogio).
La dedica del libretto è a firma di Domenico Lalli, già impresario (ossia produttore) del Teatro San Samuele della famiglia Grimani ed editore dell’opera (cioè colui che, oltre a finanziarne la messa in esecuzione, aveva sborsato denari al tipografo Marino Rossetti - il miglior stampatore veneziano dell'epoca per drammi musicali - per diffondere in città le copie del manoscritto originale nei giorni precedenti la prima al teatro).
In realtà, il vero nome di Lalli era Sebastiano Biancardi, di origine napoletana, ma fu costretto a fuggire da Napoli dopo che venne accusato di furto. Trovò riparo prima a Roma, poi a Venezia, infine a Salisburgo e Vienna, dove fu preso a servizio dall'imperatore Carlo VI come poeta di corte. Così come il nostro Federico Valignani, anch'egli era componente dell'Arcadia. Goldoni lo definì un poeta geniale.
E la Griselda? Che aveva (e ha) quest'opera di così particolare per essere dedicata al marchese di Cepagatti? In primo luogo, è l'opera scritta perchè la parte principale venisse affidata ad Anna Girò (o Giraud), amica, confidente, cantante mezzosoprano favorita e un tantino di più da Vivaldi; è la prima collaborazione di Goldoni col "Prete Rosso", che all'inizio si fidava poco delle capacità del giovane commediografo (il compositore veneziano era stato ordinato sacerdote e aveva i capelli rossi, da qui il soprannome, non perché fosse antesignano di don Andrea Gallo buon'anima); è tratta dall'ultima delle 100 novelle del Decamerone di Boccaccio ed è, a saperla ben interpretare, la celebrazione della pazienza, dell'operosità, dell'amore, della nobilità d'animo di una donna del popolo che prevalgono infine sull'arroganza e sulla nobiltà di sangue.
Per esaltare la protagonista Vivaldi esibisce una partitura musicale che tocca i vertici dell'opera barocca, sebbene alla "prima" dovette accontentarsi di un'orchestra di soli archi messa a disposizione dal Teatro.
Naturalmente, fu un successo.