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22 gennaio 2023

La casa natale di Gabriele D'Annunzio a Pescara.

Casa natale di Gabriele D'Annunzio a Pescara.

L'edificio settecentesco, proprietà della famiglia D'Annunzio a partire dall'800, fu dichiarato monumento nazionale nel 1927. Dal 1926 Gabriele D'Annunzio incaricò Antonino Liberi del restauro dell'abitazione, al fine di commemorare la madre, Luisa De Benedictis, che vi morì nel 1917. Il Liberi lavorò alla ristrutturazione fino al 1928, liberando il piano terra dalle botteghe e conservando la loggia, il cortile, il pozzo, la scuderia e le rimesse. In seguito d'Annunzio si mostrò insoddisfatto dei progetti: era infatti deluso dalla scelta di livellare i tre gradini che permettevano di accedere alla camera padronale, i quali erano invece legati al rispetto e all'adorazione della madre (da lui furono definiti "Tre gradini d'altare" nel Notturno). In seguito, il poeta affidò l'incarico dei restauri a Giancarlo Maroni e solo nel 1933 si arrivò alla ristrutturazione completa. 

Nello stesso anno, l'edificio, che fino a quel momento era stato affidato alle cure della custode Marietta Camerlengo, fu acquisito dallo Stato italiano che avviò subito lavori di restauro e di sistemazione che si conclusero nel 1938. 

L'edificio subì però dei gravi danni durante i bombardamenti nel corso della seconda guerra mondiale; nuovi interventi sull'abitazione vennero terminati nel 1949. Una prima esposizione museale venne realizzata nel 1963 dalla "Fondazione d'Annunzio" per la mostra intitolata "L'Abruzzo nella vita e nell'opera di G. d'Annunzio", e conservata fino al 1993, quando venne organizzato un nuovo percorso espositivo. 

Interno 
Il cortile posteriore 
Il museo, allestito al primo piano della casa natale di Gabriele D'Annunzio, è composto da nove sale e conserva arredi, mobili d'epoca e oggetti dello scrittore e della sua famiglia. 

Ingresso 
La stanza è dedicata all'infanzia di D'Annunzio e contiene alcuni pannelli didattici con fotografie e citazioni dalle sue opere, oltre al diploma di licenza liceale del Regio Convitto Cicognini di Prato (1881), al decreto di nomina a Sindaco di Francesco Paolo Rapagnetta-D'Annunzio per il triennio 1879-1881 e all'attestato di cittadinanza onoraria a D'Annunzio da parte del Comune di Chieti in occasione della prima teatrale della "Figlia di Iorio" (1904). 

Sala I 
Corrisponde al salotto dell'abitazione. Vi sono esposte due litografie raffiguranti rispettivamente "Vittorio Emanuele II, Re d'Italia" e "Giuseppe Garibaldi a Marsala", la prima di Pietro Barabino e la seconda di Roberto Focosi; i ritratti dei genitori adottivi di Francesco Paolo Rapagnetta-D'Annunzio ("Anna Giuseppa Lolli" e "Antonio D'Annunzio") e il dipinto Ratto di Proserpina, tutti di anonimo del XIX secolo. 

Sala II 
Era lo studio di Francesco Paolo Rapagnetta-D'Annunzio, e contiene un suo ritratto da bambino di anonimo del XIX secolo. La stanza ospita inoltre il leggio musicale usato dal fratello Antonio, un piatto giapponese del secolo XIX raffigurante un paesaggio con figure, due litografie raffiguranti Torquato Tasso all'ospedale di Sant'Anna a Ferrara e Torquato Tasso alla corte di Francia di Ferdinando de Mattheis, due stampe con S.Sebastiano e S.Giovanni Battista e un dipinto raffigurante La fuga di Enea da Troia in fiamme, di anonimo del XIX secolo. 

Sala III 
Corrisponde alla camera di Gabriele e del fratello Antonio. Vi sono due letti ottocenteschi, sopra cui sono due dipinti ("S. Alfonso Maria de' Liguori" e "La Madonna Immacolata"), un mobile con alzata ed anta a specchio del XVIII secolo e un inginocchiatoio ligneo del XIX secolo, questi ultimi due appartenenti alla famiglia D'Annunzio. Sulla parete un "Cristo portacroce" su vetro. 

Sala IV 
Era la camera della zia Marietta, sorella maggiore del padre di D'Annunzio, morta nel 1906. La stanza contiene inoltre la stampa ottocentesca di G. Palmaroli "Madonna delle sette spade", la fotografia di Luisa de Benedictis, madre del D'Annunzio, un dipinto di L. Seccia che ritrae forse Maria Votruba-Heurenova, traduttrice delle opere dannunziane e un cassone in legno intagliato. 

Sala V 
Corrisponde alla camera dei genitori di D'Annunzio. Il letto dove D'Annunzio nacque il 12 marzo 1863 venne trafugato negli anni del dopoguerra. Contiene un dipinto ad acquarello di Michele Cascella, intitolato "La stanza di Luisa d'Annunzio" (1940), le due statuine di stoppa e cartapesta scolpita che raffigurano S. Anna e Maria bambina, del XIX secolo e stampe litografiche dell'800 ("La Cena di S. Gregorio Magno" di Paolo Veronese, una "Madonna Immacolata" di F. De Matteis e una "Presentazione di Maria al Tempio" di Tiziano Vecellio e la "Sacra Famiglia con S. Giovannino" di Raffaello Sanzio). Inoltre sono custoditi un caldano in ottone e una poltrona, facenti anch'essi parte dell'arredo originario.


1 dicembre 2022

Elisabetta Mancinelli, L’oscuro dramma di Flaiano.


  L’OSCURO   DRAMMA   DI   FLAIANO

di Elisabetta Mancinelli

Ennio Flaiano, pescarese dal genio multiforme, è conosciuto come  giornalista, critico teatrale, brillante umorista e sceneggiatore prolifico dei film dei più grandi registi dell’epoca da Fellini a Monicelli, da Antonioni a Rossellini.

Il suo “mondo”, tuttavia, non è solo quello pubblico dello “scrittore satirico dell’Italia del benessere” (come si definì lui stesso) dai noti aforismi e dalle battute al veleno ma anche quello privato che correva doloroso e parallelo con la vita pubblica.
Una vena di profonda malinconia e un senso di inappagamento e di inquietudine caratterizzano la sua scrittura, la sua letteratura così nitida, limpida e formalmente perfetta, presenta aspetti di amara satira a volte corrosiva ma anche di giocosità comica.                                       
Malinconia e vitalità scorrono nello stesso alveo.
Il dramma di una figlia cerebrolesa è il riferimento della sua vita che può spiegare molto della sua fuga verso un altrove diverso fatto di brillanti giochi verbali: giocosi aforismi e ossimori i più impensati.



L’oscuro dramma di Flaiano: La sua croce segreta, quel male incurabile della figlia.

Flaiano ha avuto un grande croce nella sua esistenza, la figlia Luisa che era l’amore e il dispiacere del padre per una forma di ritardo mentale che ne faceva una “diversa”.
Teneva un diario del “dolore”, un diario privato fatto di lucide e disperate annotazioni sul male incurabile della sua Lelè e di alcune lettere indirizzate alla moglie Rosetta e alla figlia stessa. Questi scritti, selezionati da Diana Ruesch  e tratti da interviste e giornali dell’epoca, fanno parte di un piccolo libro “Cristo torna sulla terra” pubblicato, a Lugano città dove si conservano le carte di Flaiano. Nata nel novembre del 1942, Luisa (Lèlè) Flaiano a otto mesi fu colpita da una grave forma di encefalopatia. Di conseguenza non parlò mai e a stento riuscì a camminare.  
Un dramma per la madre e il padre, un' esperienza che li segnò profondamente.  Una delle lettere, del 25 luglio 1943, scritta poco prima della terribile malattia, è una perla di Flaiano in quanto esprime il suo amore purissimo per la sua Luisa. «Cara Lèlè, le dice, questa è la prima lettera che ti scriviamo per dirti che oggi il tiranno d' Italia è stato mandato a spasso. Si chiamava Mussolini.
Un giorno tu ti sorprenderai quando ti racconteranno quello che si è sofferto in ventun anni di miseria morale...». 
Sul foglio lo scrittore aveva incollato una riproduzione del Piffero di Manet: «Il Piffero di Manet suona per te e per noi la dolce canzoncina della libertà.
Suonala in eterno Piffero...».     
In un’altra lettera del 1951 inviata alla moglie che, per meglio far curare la figlia, si era trasferita con lei a Ginevra, Flaiano scriveva:    «Prima di tutto, lascia che ti ringrazi per i tre giorni passati insieme a te. È stata per me una bella rivelazione, di conoscerti meglio, e sono davvero molto felice che tu sia mia moglie e che ancora mi vuoi bene...». Del volume fa parte anche  un racconto breve di Ennio che  esprime l’odissea del dolore paterno, la croce da portare per tutta la vita, in silenzio, tenendo a bada la disperazione. Un’altra splendida pagina sullo struggente amore che nutrì per questa sfortunata figlia si trova ne “La Valigia delle Indie” dove scrisse: « Sei stato condannato alla pena di vivere. La domanda di grazia, respinta…Coraggio, il meglio è passato».
Con il passare degli anni la sua tristezza si fa sempre più evidente  ciò emerge da riflessioni rivestite da una forma apparentemente ironica ma in realtà lacerata.  “Mettendomi a letto ogni sera , si legge in un passo di Autobiografia del blu di Prussia: compio un atto incalcolabile: sarò nella lista il giorno dopo? E il pensiero di non svegliarmi mi spinge a vivere ogni giorno daccapo, con tutte le futili noie che derivano da una simile predisposizione d’animo. Io muoio alla giornata.
 La stanchezza e la vanità degli accadimenti diventano per lo scrittore le uniche costanti della vita. Anche il  desiderio di viaggiare,  di esplorare il mondo si è appannato . “ Viaggiare?  scrive ,comincio a sentirne il fastidio: non cambierei d’umore cambiando luogo”. Ma la sua personalità poliedrica , versatile, vitale gli  consente di conservare una percezione divertita del mondo nei celebri aforismi  dedicati alla politica, alla presa in giro, allo sberleffo.
“A un secolo dalla nascita Flaiano viene considerato uno scrittore complesso, anomalo, di notevole spessore,dallo stile chiaro, colorito, forbito con risonanze poetiche . Svincolato da ogni ideologia di parte , ha osservato la realtà senza paraocchi e denunciato le illusioni di massa e l’impoverimento degli spiriti della società dei consumi” (F. Castelli)

Tutta la sua vita fu dunque  condizionata da questo dramma personale a cominciare dalle  sue aspirazioni , infatti dichiarò in più occasioni che il cinema lo aveva distolto dal lavoro letterario, risucchiandolo in una attività superficiale e poco gratificante , perché allo sceneggiatore andavano pochi riconoscimenti e il vero autore del film diventava  solo il regista. Nutrì per il mondo del cinema un rapporto di amore-odio: ne  coglieva la precarietà, ne rifiutava l’aspetto commerciale, pur riconoscendo il suo grande potere di rappresentare in modo immediato i cambiamenti della società. In un’intervista, poco prima di morire, rivalutò però la sua esperienza nel cinema, nel quale vedeva una forma di comunicazione più immediata del libro, negli ultimi anni di vita abbandonò quasi completamente il lavoro di sceneggiatore, ritornando freneticamente allo scrivere, a riordinare e a raccogliere ciò che aveva pubblicato su vari giornali. All'interno dell’opera multiforme di Flaiano fu il giornalismo che gli consentì di far fronte economicamente alla sua difficile situazione familiare in quanto fonte di guadagno costante che gli permetteva di sostenere meglio le spese legate alla cura della sua Lelè.


Per questa personale tragedia Flaiano, costretto ad una costante lontananza da sua moglie Rosetta che si era stabilita in Svizzera, non essendo riuscita a trovare in Italia un istituto adatto che potesse prendersi cura della figlia, fu   condannato ad una grande solitudine affettiva. Anche il sodalizio artistico con Fellini, che fu spesso difficile, secondo alcuni biografi, venne interrotto  definitivamente da Ennio nel 1965 quando colse un’ infelice battuta del regista sulla figlia malata che amava di una passione struggente proprio perché con lei la natura era stata matrigna e dal colpo non si riebbe mai.

                                                                           GLI  AFORISMI


Nel “Diario degli errori”, appunti che vanno dal 1950 al 1972 pubblicati postumi nel 1976, dipinge l’Italia dell’epoca con ironia e con una leggerezza che conservò tutta la vita  nonostante il suo dramma familiare. Il tema predominante di questi scritti è apparentemente il viaggio. Ma in realtà dice: è meglio non viaggiare perché la noia e la malinconia ci perseguitano dovunque andiamo. Flaiano rivela in quest’opera l’essenza della sua personalità: polemico, a tratti cinico, sempre disincantato, individualista anticonformista, con un orientamento politico antifascista ed anticomunista allo stesso tempo, in quanto non si riconosce nelle ideologie dominanti. 

Le sue annotazioni mettono alla gogna i malcostumi diffusi dell’epoca. I falsi miti, le false coscienze e l’idealismo filosofico assurdo di quel periodo.
“Gli intellettuali dovrebbero avere la funzione di far divenire più semplici le questioni complesse, senza renderle semplicistiche, invece accadeva il contrario: anche le cose più semplici diventano complesse. I politici non parlano chiaro, gli intellettuali spesso scrivono libri illeggibili, incomprensibili per chi non ha un solido bagaglio umanistico, le leggi possono essere decifrate solo dagli avvocati. Insomma conclude: “Non esiste la verità perché la linea più breve tra due punti è l’arabesco e gli italiani sono costretti a vivere in una rete di arabeschi”.
Fu il primo ad intuire la crisi della persona umana per colpa del consumismo col suo venir meno di valori morali e punti di riferimento e dell’eccesso di una comunicazione mass-mediale volgare e superficiale. «La civiltà del benessere porta con sé proprio l’infelicità».

Ennio Flaiano è forse uno degli scrittori più citati per le sue battute, le sue frasi celebri e i suoi aforismi. Fra quelli indimenticabili:

- Fra trent’ anni l’Italia non sarà  come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la TV.
- Il libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni
-Essere pessimisti circa le cose del mondo e la vita in generale è un  pleonasmo ossia anticipare quello che accadrà.        
- Quando l’uomo non ha più freddo, fame e paura è scontento.
- Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire.
- I giorni indimenticabili della vita sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.
- I grandi amori si annunciano in modo preciso, appena la vedi dici: chi è questa stronza?
- Oggi ho lasciato la mia famiglia perché ero stanco di sentirmi solo.

I documenti e le immagini sono tratti da, “Invito alla lettura di Flaiano di Lucilla Sergiacomo, “Ennio Flaiano, l'uomo e l'opera” dagli Atti del convegno, Pescara, 1983, da “Le lettere a Giuseppe Rosato” di G. Rosato e  da “Cristo è tornato sulla terra” raccolta a cura di Diana Ruesch, e da “La civiltà Cattolica di  Ferdinando Castelli”.

Ricostruzione storiografica a cura di Elisabetta Mancinelli  
email: mancinellielisabetta@gmail.com

20 novembre 2022

Omaggio a Ennio Flaiano (Pescara, 5 marzo 1910 – Roma, 20 novembre 1972): un abruzzese a Roma.


Ennio Flaiano (Pescara, 5 marzo 1910 – Roma, 20 novembre 1972), sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo, noto per i suoi arguti aforismi, collaborò con Fellini ed Antonioni. Il nome di Flaiano è legato indissolubilmente a Roma, città amata e odiata. Testimone delle evoluzioni e degli stravolgimenti urbanistici, dei vizi e delle virtù dei cittadini romani, Flaiano ha saputo vivere la capitale in tutti i suoi aspetti, tra cantieri, locali della "dolce vita", strade trafficate e intellettuali.

Da: Citazioni e aforismi




Da: Aforismario

  • Ho poche idee, ma confuse.
  • La situazione politica in Italia è grave ma non è seria.
  • Gli italiani corrono sempre in aiuto del vincitore.
  • Io non sono comunista perché non me lo posso permettere.
  • Fra trent'anni l'Italia sarà non come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la televisione.
  • In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.
  • Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole.
  • Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, ma con meno letteratura.
  • In amore bisogna essere senza scrupoli, non rispettare nessuno. All'occorrenza essere capaci di andare a letto con la propria moglie.
  • Un libro sogna. Il libro è l'unico oggetto inanimato che possa avere sogni.
  • Una volta credevo che il contrario di una verità fosse l'errore e il contrario di un errore fosse la verità. Oggi una verità può avere per contrario un'altra verità altrettanto valida, e l'errore un altro errore.
  • La stupidità degli altri mi affascina, ma preferisco la mia.
  • Coraggio, il meglio è passato.
  • In Italia la linea più breve tra due punti è l'arabesco. Viviamo in una rete d'arabeschi.
  • La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.
  • I giorni indimenticabili della vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.
  • Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà.
  • Il vero psicanalista delle donne è il loro parrucchiere.
  • Per essere felici bisognerebbe desiderare ciò che si ha.
  • L'italiano è una lingua parlata dai doppiatori.
  • L'evo moderno è finito. Comincia il medio-evo degli specialisti. Oggi anche il cretino è specializzato.
  • Oggi il cretino è pieno di idee.

27 luglio 2022

Viaggio in Abruzzo - Documentari Rai.

VIAGGIO IN ABRUZZO 1 - La Terra si ammala ma non muore 



VIAGGIO IN ABRUZZO 2 - La più bella e la più brava d'Abruzzo



VIAGGIO IN ABRUZZO 3 - Terra di Santi e di Poeti, Flaiano, Silone, D'Annunzio, Celestino V



VIAGGIO IN ABRUZZO 4 - Abruzzo in cammino, economia tra sviluppo e arretratezza



VIAGGIO IN ABRUZZO 5 - Storie di emigrazione 



VIAGGIO IN ABRUZZO 6 - Grotte, Streghe, Serpenti, Farchie 



VIAGGIO IN ABRUZZO 7 - L'AQUILA la città delle 99 cannelle 



VIAGGIO IN ABRUZZO 8 - Inchieste sul Parco nazionale d'Abruzzo e Parco nazionale della Majella



VIAGGIO IN ABRUZZO 9 - Tempo di vacanze da Pescara a Scanno 

Da: Abruzzo storico 90