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17 gennaio 2023

Giuseppe Lorentini, Perché l’Abruzzo? Un arcipelago di campi di concentramento fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale (1940-1943).


Costantino Di Sante, Dall’internamento alla deportazione. I campi di concentramento in Abruzzo (1940-1944).

Costantino Di Sante

Dall’internamento alla deportazione

I campi di concentramento in Abruzzo (1940-1944)

 

Indice

Introduzione 

I. L’internamento 

  • 1.1. Le prime disposizioni del regime fascista
  • 1.2. Il primo campo di concentramento
  • 1.3. L’applicazione delle norme di sicurezza
  • 1.4. Le disposizioni contro gli ebrei
  • 1.5. L’internamento nell’organizzazione della nazione alla guerra
  • 1.6. L’internamento e le altre forme di repressione
  • 1.7. Prescrizioni per i campi di concentramento
  • 1.8. I primi internati
  • 1.9. Categorie di internati
  • 1.10. I campi di concentramento in Italia

II. Abruzzo regione d’internamento 

  • 2.1. Località di internamento e campi di concentramento in Abruzzo
  • 2.2. L’istituzione dei campi di concentramento
  • 2.3. Casoli, il campo per gli ebrei
  • 2.4. Il campo di concentramento nell’asilo infantile "Principessa di Piemonte" a Chieti
  • 2.5. Il campo per gli italiani "pericolosi" di Istonio Marina (Vasto)
  • 2.6. Il campo di smistamento di Lama dei Peligni
  • 2.7. Il campo femminile di Lanciano
  • 2.8. Tollo, il campo per i comunisti Jugoslavi
  • 2.9. L’unico campo in provincia di Pescara a Città S.Angelo.
  • 2.10. Il campo di concentramento nella città fortezza di Civitella del Tronto
  • 2.11. Il campo di concentramento nella Badia Celestina di Corropoli
  • 2.12. I cinesi internati nella Basilica di S.Gabriele a Isola del Gran Sasso
  • 2.13. I campo di concentramento di Nereto
  • 2.14. I campo di concentramento di Notaresco
  • 2.15. I campi di concentramento di Tortoreto Stazione (Alba Adriatica) e Tortoreto Alto
  • 2.16. Gli zingari internati nel campo di concentramento di Tossicia

III. La gestione e la vita nei campi di concentramento

  • 3.1. Direzione e vigilanza dei campi di concentramento
  • 3.2. L’alimentazione
  • 3.3. Sussidi e assistenza
  • 3.4. Condizioni igieniche e sanitarie
  • 3.5. Corrispondenze Postali
  • 3.6. Lavoro e tempo libero
  • 3.7. Sovraffollamento e spostamenti

IV. L’occupazione tedesca 

  • 4.1. Gli internati e i campi di concentramento durante i quarantacinque giorni
  • 4.2. I campi di concentramento dopo l’8 settembre
  • 4.3. La persecuzione degli ebrei e le "anticamere dello sterminio"
  • 4.4. L’occupazione tedesca, gli internati e i campi di concentramento abruzzesi
  • 4.5. Il Konzentrationlager di Teramo
  • 4.6. Il contributo alla resistenza degli internati
  • 4.7. Dalla deportazione alla liberazione

Appendice

Bibliografia (non fornita dall'Autore)

 

Introduzione: nell’introduzione si chiarisce il significato dell’internamento e dei campi di concentramento fascisti e gli obiettivi che la tesi vuole raggiungere.

Capitolo I: il primo capitolo è una ricostruzione storico-giuridica dell’internamento. Nel primo paragrafo si analizza la fase organizzativa, prima dell’entrata in guerra dell’Italia, riportando le principali normative che disciplinarono l’apertura dei campi di concentramento. Nel secondo paragrafo si prende in considerazione le due forme di internamento attuate dal regime fascista e di come vennero applicate in Abruzzo.

Capitolo II: nel primo paragrafo viene riportata una cartina dei campi di concentramento in Abruzzo e per ogni campo la prassi seguita per la sua istituzione e le opere realizzate per renderlo operativo.

Il secondo paragrafo è costituito prevalentemente dagli elenchi degli internati nei singoli campi abruzzesi distinti per nazionalità, sesso, data dell’internamento e dove è riportato il motivo dell’internamento.

Capitolo III: in questo capitolo si riportano le varie condizioni di vita degli internati nei campi abruzzesi e come erano gestiti.

Il primo paragrafo oltre a riportare un elenco dei vari direttori dei campi definisce anche le loro competenze, lo stipendio che ricevevano, le rimozioni e dove ci sono i verbali delle ispezioni ministeriali e della Croce Rossa Italiana.

Nel secondo paragrafo vengono riportate le condizioni di vita degli internati, gli episodi di carenza alimentare e igienica e le restrizioni alle quali erano sottoposti.

Il terzo paragrafo ricostruisce, oltre ai vari casi di evasione avvenuti nei campi di concentramento abruzzesi, anche i trasferimenti di internati per motivi di sovraffollamento e quelli rimessi in libertà per l’atto di clemenza di Mussolini nell’ottobre del 1942 per il ventennale della marcia su Roma.

Capitolo IV: nel primo paragrafo viene riportata la situazione dei campi abruzzesi, ancora funzionanti, durante l’occupazione tedesca.

Il secondo paragrafo è dedicato all’ultimo campo di concentramento istituito in Abruzzo e alle differenze che lo contraddistinsero rispetto agli altri campi.

Nel terzo paragrafo viene riportato l’elenco degli internati del campo di Teramo con il motivo del loro internamento e la situazione igienico sanitaria del campo.

Nel quarto paragrafo, le ultime disposizioni prese nei confronti degli internati e quando e come avvenne la liberazione dei campi nella primavera del 1944.

Conclusioni

Nell’appendice vengono riportati alcuni documenti che riguardano i campi di concentramento abruzzesi.

La bibliografia oltre a riportare i testi di riferimento conterrà un indice analitico dei vari fondi dell’Archivio Centrale dello Stato sull’internamento.

 "l’internamento degli ebrei

rappresentò la premessa

organizzativa essenziale

per la deportazione del 1944"

LUTZ KLINKHAMMER

15 novembre 2022

Modesto Parlatore di Orsogna e le sue opere.


Modesto Parlatore (Orsogna, 5 marzo 1849 – Roma, 6 marzo 1912) è stato scultore e architetto.
Nel 1870 Parlatore ottenne un finanziamento dalla città di Orsogna per studiare a Roma e si iscrisse all'Istituto delle Belle arti con il professor Tito Angelini. Lì si dedicò alla scultura e all'architettura. A Roma fu incoraggiato dal pittore Annibale Angelini. In questi primi anni scolpì ed esibì opere come Busto di vedova, Busto di anziano, un Busto del re Umberto in bronzo e uno del Generale Garibaldi.
Nel 1877 ricevette il suo primo premio per un'opera in mostra a Ginevra, in Svizzera.
Completò dei progetti, mai realizzati, per un Monumento all'Eroe di Caprera (Garibaldi) da erigere a Chieti in piazza San Giustino e per un Monumento a Quintino Sella.
Lavorò come architetto in numerosi restauri e prestò servizio in alcune commissioni per esaminare progetti di monumenti, tra cui quella che si doveva occupare di un monumento a Vittorio Emanuele II che venne poi eretto a Spoleto. Tuttavia, poiché si era lamentato della possibile corruzione nel processo di selezione, venne escluso dalle commissioni a Roma. Secondo Verlengia, Parlatore costruì il tabernacolo per ospitare la reliquia del Santo Bambino nella chiesa parrocchiale di Lama dei Peligni.
Nel 2021 una serie di opere e modelli donati dal Parlatore alla sua provincia furono raccolti in una dépendance del Museo Orsognese Arte Musica, situato nella Torre di Bene a Orsogna. Per il paese natio, Parlatore realizzò il paliotto d'altare di San Rocco con una veduta di Orsogna, ma questo fu trafugato nel 1946 dalla chiesa.
Tra le sculture ci sono quattro statue di stucco a grandezza naturale: La Sorpresa, Il Ravvedimento, Il Fromboliere e Vir Plebeus ad Forum. Ci sono anche un bassorilievo in stucco raffigurante San Rocco tra gli appestati, uno scudo araldico della città di Guardiagrele, e dieci mezzi busti in bronzo, stucco e terracotta.
Parlatore scolpì anche una targa dedicata ai soldati italiani caduti durante la Guerra d'Eritrea (Monumento ai Caduti di Saati e Dogali), situata vicino alla Chiesa di Santa Chiara di Lanciano, dove prima si trovavano caserme per il contingente poi morto nel conflitto.
Orsogna in ricordo dello scultore, ha allestito una mostra di sue sculture in gesso presso la Torre di Bene.
A Roma al Pincio è il suo busto di Gabriele Rossetti

11 settembre 2022

Giuliano Crognale di Castel Nuovo, un pittore di provincia.


Giuliano Crognale di Castel Nuovo, un pittore di provincia
di Angelo Iocco


Autoritratto
Giuliano Crognale, pittore, poeta, nasce il 10 luglio 1770 a Castel Frentano, e vi muore il 20 luglio 1862. Per la precisione lui nacque a Castel Nuovo, tale era il nome del paese sino al 1863, quando cambierà nome in Castel Frentano per evitare casi di omonima nel nuovo Regno d’Italia, ma il novantaduenne Giuliano non riuscirà ad assistere a tale cambio, per lui Castel Frentano fu sempre, così come per i castellini veraci, Castel Nuovo, o anche “Castannove”. 
Suo padre era un medico, Giuliano discendeva da una delle famiglie più facoltose di Castel Frentano, originatesi dal canonico don Domenico Crognale, che fu arciprete, vicario del vescovo di Lanciano, e che acquisì con il denaro il titolo di Marchese di Castel Nuovo.

Disegno dell’Apollo Belvedere per Antonio Madonna,
dal libro di G. De Crecchio “Il triangolo della giustizia a Lanciano”, 2010


Ha inizialmente studiato letteratura e classici in una scuola religiosa e seminario a Lanciano. Nel 1787 si trasferì a Napoli per studiare legge. Gravitava per studiare pittura con Raffaele Ciappa. Nel 1790 si trasferì a Roma, dove lavorò sotto il pittore senese, Salvatore Tonci. Di questo primo periodo di attività non abbiamo tracce di opere del Nostro. Nel giro di un anno era tornato a Lanciano.
Durante gli anni Novanta, mostrò simpatia per gli interessi repubblicani e questo portò alla sua incarcerazione da parte delle autorità borboniche locali a Castelnuovo. Infatti con la presa del Forte di Pescara da parte dei francesi di Murat, Crognale vi fu nominato tesoriere; ma la Repubblica durò poco, il governo borbonico con le truppe sanfediste riprese il potere, e Crognale dovette darsi alla macchia.


Educazione di Maria bambina, chiesa di Santo Stefano, Castel Frentano


Incredulità di San Tommaso apostolo, Chiesa di Santo Stefano, Caste, Frentano


Ottenne il rilascio promettendo di scrivere un poema panegirico sui suoi rapitori, come riporta nella sua Autobiografia, che è stata pubblicata di recente a cura di Michele Scioli per la Rivista Abruzzese di Lanciano. Il poema dal sapore pantagruelico, non fu mai composto.
Tuttavia, nel 1799 fu di nuovo sottoposto a proscrizione e, sotto pena di morte, fuggì in esilio a Fermo fino al 1801, quando ricevette l'amnistia. Di Crognale possediamo, grazie alla sua Autobiografia, importanti notizie per ricostruire la sua carriera, interessanti sono i suoi rapporti ad esempio con l’intellighentia lancianese, era amico del giureconsulto e magistrato Antonio Madonna di Lama dei Peligni presso il Tribunale di Lanciano, padre di quel famoso patriota Carlo Madonna (1809-1890) che tanti si dette da fare a Lanciano per favorire la causa dell’Unità d’Italia, e che tra le opere più note, scrisse l’azione sacra “La Sunamitide – Ovvero il trionfo della Virtù e della Bellezza” con le musiche di Francesco Masciangelo per il ventennale dell’Incoronazione della statua della Madonna del Ponte di Lanciano (1833-1853). Per Antonio Madonna, Crognale realizzò una copia su cartoncino del famoso Apollo Belvedere, il disegno è molto corretto e preciso, anche se non supera i livelli della semplice “copia” di un originale.

Crognale fu amico dell’ingegnere anti-borbonico Nicola Maria Talli di Lanciano, agrimensore, redattore di un manoscritti sulla Corografia di Lanciano, assai interessante, pubblicato a cura di Lucia Di Virgilio col tiolo “La farfalla di pietra” per conto della Rivista Abruzzese di Lanciano. Un trattatello interessante in cui il Talli stila cifre sulle misure dei terreni della città, lo stato attuale delle entrate e delle uscite, le tradizioni, le feste, il costume della gente, le malattie, l’età anagrafica di ciascuno, numerazione di chiese, congreghe, palazzi, famiglie, insomma una preziosa fonte di informazioni che serviva al Regno di Napoli per avere informazioni relative la città.
Crognale e Talli furono intimi amici, e continuarono la loro corrispondenza anche durante l’esilio del Talli, che fu ospitato più volte dal Crognale in incognito, e viceversa. Discorrevano nelle lettere di tutto, soprattutto Crognale nella sua raccolta di epistole dal titolo simpatico “Pesci moreschi”, chiedeva a Talli informazioni geologiche circa dei laghetti sulfurei che si erano creati nella valle del Moro, tra Castel Frentano e Lanciano, a seguito di piccole frane, e simpaticamente favoleggiava sulla tossicità di tali pesci insieme a Talli, ché essendo stati mangiati da un contadino, questi era morto misteriosamente subito dopo.
Oltre ai vari interessi per la natura, l’alchimia e la medicina, vediamo come Crognale fu e soprattutto è noto come pittore. Pittore ovviamente della provincia, da rapportarsi a quel gruppo di artisti locali che non riuscirono a valicare i confini del loro circondario per scarsezza di mezzi e soprattutto povertà di originalità nelle committenze. Tra alti e bassi di carriera, Crognale è da inserire in questo contesto di pittori locali quali Nicola Ranieri di Guardiagrele e i suoi allievi De Benedictis e Palmerio, di Francesco Renzetti di Lanciano, di Eliseo De Luca da Lanciano, Nicola de Arcangelis, e Vincenzo Ronzi da Penne, tutti attivi tra fine Settecento e prima metà dell’Ottocento. E sembra quasi, da vox populi, che Crognale dipingesse a volte proprio coi piedi per il suo sentimento antiborbonico, preferendo invece la pittura dei soggetti classici, come il già citato Apollo. Si dice che bellissimi fossero le sue pitture murali massoniche presso la villa Carabba che insisteva sul viale Cappuccini di Lanciano, dove si riunivano i carbonari della città, tra cui Pasquale Liberatore e don Floraspe Renzetti, ma che per sciaguratezza, non venne censita con fotografie o disegni degli affreschi, e barbaramente demolita negli anni ’60 per costruirvi su un casermone.
Tornando al Crognale pittore, le sue maggiori opere sono a Castel Frentano e Lanciano. Nel suo paese ricevette commissioni nel 1823 e nel 1836 per la Congrega del Santissimo Rosario e per il santuario della Madonna Assunta. Come rileva nella sua Autobiografia, Crognale si schermì, ritenendosi non più idoneo per avanzata età, ma dopo varie pressioni, e forse anche per motivi alimentari, alla fine accettò l’incarico. Per la prima chiesa del Rosario, Crognale realizzò le pitture della volta centrale con scene Mariane, tre scene simboliche della vita di Maria che vanno dall’altare all’ingresso, in ordine discorse: la Natività, l’Incoronazione della Vergine a Regina dei Cieli, la Morte della Vergine. Come riporta lo stesso Crognale nei suoi scritti, qui originalità non c’è, perché si aiutò con delle stampe preconfezionate circa il soggetto da ritrarre. E così facevano questi pittori locali, e non solo, quali De Luca, Ronzi, ecc. inoltre questi dipinti nel 1901 sono stati danneggiati dal crollo del soffitto della chiesa per pioggia, e restaurati male dal pittore Innocenzo Giammaria, sicché con gli ulteriori lavori del 2017, poco si è potuto salvare dell’antico colore. Fatto sta comunque che la resa anatomica dei personaggi è appena accennata, i volti sono mono-espressivi, c’è come un senso di sciatteria e trascuratezza nel guardare queste pitture. Certi volti sono appena abbozzati con due pennellate appena eseguite!
L’altro ciclo è quello del santuario Mariano, Crognale realizzò sempre le pitture per la volta centrale, avvalendosi dell’ausilio di stampe. Non si sa se le ebbe in prestito dal pittore Ronzi, in quegli anni anche lui attivo in paese perché aveva sposato una Cavacini, il quale era dedito a dipingere la volta della cappella del Monte dei Morti (1848), o la cosa andò al contrario. Fatto sta che la volta con la scena della Santissima Trinità è quasi uguale a quella del Ronzi al Monte dei Morti, ambedue pitture brutte e stanche, ma quella di Ronzi per sciatteria, e mala organizzazione degli spazi (la rappresentazione di Dio e Gesù minuscoli rispetto al cielo per esaltarne la grandezza e l’immensità) è insuperabile. Ugualmente Crognale si ricicla utilizzando per il santuario una scena già dipinta al Rosario: la Madonna sopra una nuvola inginocchiata mentre riceve la corona di Regina dei Cieli. È evidente quanto Crognale o non avesse tanta voglia di rispettare le committenze, forse anche poco laute, delle congreghe, oppure avesse degli evidenti limiti nella sua arte! Carina la scenografia sui pennacchi della cupoletta a scodella, con le pitture più belle di Donato Teodoro, con le scene della Strage degli Innocenti. Ma anche qui, nulla di originale, Crognale forse copiò a pitture di Francesco Renzetti di Lanciano, soprattutto le scene del centurione con la corazza e la spada mentre tiene la gamba di un infante, il quale forse ugualmente copiò a qualche stampa che circolava per i mercati o le chiese!
Veniamo ora alla chiesa madre di Santo Stefano, imbevuta di opere di Ronzi e Crognale. Diremmo che l’architettura stessa di scuola napoletana basterebbe a rendere carina la chiesa, senza la necessità di pitture aggiuntive per gli altari laterali…ma Crognale e Ronzi qui si sforzarono di fare del loro meglio…come poterono. Vediamo una copia abbastanza accettabile del famoso San Michele di Guido Reni che schiaccia il Demonio (Nicola Ranieri copiò sempre il quadro di Reni per l’altare maggiore della chiesa di Sant’Antonio a Lanciano, e Crognale eseguì una copia che oseremmo dire “oscena” per il primo altare di destra del Duomo di Atessa), a seguire una Educazione di Maria Bambina con Sant’Anna. Crognale precisa nel suo scritto che doveva eseguire un quadro di San Nicola, cambiato poi repentinamente per volere della famiglia committente; infatti vediamo sulla sinistra un San Giuseppe dai tratti incerti, e soprattutto con le proporzioni errate e minori rispetto al testone di Sant’Anna mentre inginocchiata ha un libro in mano, e con l’altra regge la piccola Maria…una pittura oscura, riuscita male, e direi quasi lugubre, indegna di un omaggio alla Madonna!

 

G. Crognale, Assunzione di Maria, volta del santuario della Madonna Assunta, Castel Frentano


Andando avanti negli altri altari, notiamo pitture dell’Incredulità di San Tommaso, sempre ispirata a auna stampa napoletana, e poi due tele di Vincenzo Ronzi, una Immacolata Concezione al primo altari di sinistra, con lo stemma dei Crognale in basso, e infine nell’altare privilegiato di sinistra del transetto, una Madonna del Rosario tra San Domenico e Santa Rosa da Lima. Due opere quasi identiche per le espressioni dei personaggi, la Madonna ritratta nelle stesse identiche posizioni, il volto uguale; differenza tra Ronzi e Crognale fu che il secondo cercava di elaborare, anche se minimamente, il disegno dalle stampe originali, il primo invece fotograficamente copiava con tratteggi più precisi, quasi facesse delle stampe su tela con il pennello, e copiava ripetutamente anche da sé stesso; visto che le due Madonna della chiesa di Santo Stefano sono ulteriori copie di quadri realizzati nella sua area del Pennese, di cui una Madonna col Bambino per la chiesa madre di Spoltore.


V. Ronzi, Madonna del Rosario tra Santi, Chiesa di Santo Stefano, Castel Frentano

                           

Giuliano Crognale fu incaricato anche dalle varie famiglie ricche castelline di dipingere le loro case, e ne abbiamo esempio da pitture conservate, ma richiedenti un urgente restauro, del palazzo Cavacini di via Garibaldi, che ingloba l’isolato di piazza Marconi e via san Camillo de Lellis. Scene convenzionali, una Madonna col Bambino tra Angeli sulla volta della stanza maggiore, e una Madonna col Bambino per la cappella privata. Tra le ultime pitture, dove notiamo un raro esempio di dipinto “massonico” in ambito chiesastico in Abruzzo (nella provincia ci viene in mente il bassorilievo del Duca Michele Bassi D’Alanno nella cappella privilegiata della chiesa di san Giovanni dei Cappuccini in Chieti). Trattasi di un dipinto a secco sulla parete della controfacciata della cappella del Monte dei Morti. Forse i confratelli vollero arricchirla con qualcosa di più originale rispetto alle croste di Ronzi, e dunque ammiriamo una tomba a piramide spezzata, con rappresentata, appena percettibile, la Pietà, e al fianco due angeli tristi, ma abbastanza “legnosi” e ingessati nell’aspetto, di cui uno regge una fiaccola capovolto, simbolo del fine-vita; e infine alla base della piramide un teschio, quello di Adamo, simbolo della Confraternita.
Tra le opere lancianesi, si segnala una copia sputata dell’Ultima Cena di Leonardo nel refettorio dell’antico convento dei Cappuccini, ora di proprietà dell’Hospice “Alba Chiara”, e in cattivo stato di conservazione.


Ultima Cena, refettorio ex convento dei Cappuccini, Lanciano


Crognale in sostanza non fu un pittore eccelso, e certamente anche lui se ne rendeva conto, forse nell’ambito del piccolo paese era rispettato certamente, e forse lui ambiva a committenze più interessanti, magari qualcosa del nuovo Regno che doveva venire, e che riuscì a percepire dalla sua Castel Frentano nel 1860. suo figlio Luigi Crognale fu sindaco di Castel Frentano e fine studioso di cose antiche, compilò col padre un Catalogo di uomini illustri inedito, presso lo studioso Matteo Del Nobile, e redasse un primo Dizionario della parlata castellina, uno tra i ‘rimi in Abruzzo, pubblicato per la Rivista Abruzzese a cura di M. Scioli e Nicola Fiorentino.

7 dicembre 2020

Elisabetta Mancinelli, Il presepio, la sua storia e il culto dei santi bambini in Abruzzo.

di Elisabetta Mancinelli

La storia

Il presepio o presepe (= davanti alla siepe che racchiudeva le bestie, quindi stazzo, stalla) è la figurazione scenica della nascita di Gesù. Questa tradizione ha un’origine antichissima e si rifà alle drammatizzazioni liturgiche come le sequenze e le laudi che già nel Medioevo arricchivano le celebrazioni natalizie. L’introduzione del presepe, come tradizione natalizia ufficiale, si fa risalire a San Francesco d’Assisi il quale, dopo essere stato in Terra Santa e aver visto coi propri occhi la grotta di Betlemme, giunto a Greccio chiese ed ottenne dal papa Onorio III l’autorizzazione a celebrare la messa di Natale in una grotta e con l’aiuto del nobile signore di Greccio Giovanni Velta regalò all'umanità il primo presepe della storia. Era il Natale del 1223. I Frati minori diffusero dovunque per il mondo questa sacra rappresentazione.

Il presepio in terra d'Abruzzo

In Abruzzo la figurazione scenica della natività di Cristo, arricchita da centinaia di figure che si ambientano in località tipiche, probabilmente trae origine dai culti preromani, soprattutto etruschi, come il culto della “grotta” che rientra nelle “civiltà della madre”. Nelle caratteristiche costruzioni dei presepi che avvengono non solo nei luoghi religiosi ma anche nelle case singole, i personaggi non sono soltanto il Bambinello, la Vergine, San Giuseppe, i Magi, il bue, l’asino, gli angeli, ma anche quelli che rappresentano il mondo agro-pastorale della regione e gli antichi mestieri.
In Abruzzo la tradizione presepiale ha messo profonde radici. E’ difficile rintracciarne le origini ma i documenti più antichi risalgono al XV secolo. Nella regione questa antica rappresentazione scenica della nascita di Gesù ha messo radici profonde probabilmente per la particolare conformazione del territorio che, con i suoi monti, le sue valli, le sue tradizioni pastorali e i centri abitati spesso arroccati sulle montagne e sulle colline, appare esso stesso come un presepe.
Dove non si poteva realizzare il presepio con i personaggi principali ,ci si limitava all'immagine del Santo Bambino posta nel punto più visibile. Ogni chiesa anche la più sperduta e povera aveva il suo Bambinello lavorato in cera o col gesso o scolpito in legno. Un Natale senza l’effigie di Gesù bambino non sarebbe stato più Natale per gli abruzzesi, perciò sull'altare maggiore di ogni chiesa c’era una cuna in cui giaceva tra luci e fiori il Bambino o del tutto ignudo o rivestito di seriche vesti. 

Il Santo Bambino e la devozione in Abruzzo


Particolarmente legate al culto del Bambino Gesù sono delle statuette che lo raffigurano in fasce, con tessuti pregiati, talvolta disteso, altre volte in piedi e benedicente con la corona. Si tratta di effigi dei Santi Bambini che i missionari in Terra Santa riportavano da lì al ritorno nei luoghi d'origine. Esse divennero subito immagini veneratissime dalla popolazione, alle quali si attribuivano speciali poteri taumaturgici e il ruolo di protettori della comunità, proprio per la loro provenienza Gerusalemme e Betlemme. 
Il più famoso è il Bambino della chiesa di Santa Maria d'Aracoeli a Roma del XV secolo, che tuttavia è una copia, essendo stato rubato l'originale dal 1994, il cui legno proverrebbe addirittura dal Getsemani. Molti altri se ne diffusero nel periodo compreso tra Seicento e Ottocento, e proprio al XVIII secolo si datano i "Santi Bambini" abruzzesi.
Fra i tanti Bambinelli che venivano esposti nel corso degli anni a Natale all’adorazione dei fedeli nelle chiese della regione, ne rimangono solo quattro che si distinguono per origine, fattura e grande valore storico-artistico. Essi sono il Santo Bambino di Calascio conservato nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, il Santo Bambino di Lama dei Peligni nella chiesa di San Nicola, il Bambino di Palena venerato nella Chiesa di Sant’Antonio e il Bambino di Bisenti conservato nella Parrocchiale. 
Le quattro statuine hanno una caratteristica in comune: provengono, secondo antichi documenti, direttamente dalla Terra Santa.