Ritratto di Nino Saraceni di Fossacesia, poeta col quale Fuggetta scrisse diverse canzoni per le Maggiolate
Attilio
Fuggetta e Nino Saraceni, due giganti della canzone popolare abruzzese
di
Angelo Iocco
Nacque a Lavello, provincia di Potenza nel 1894 e
morì a Chieti nel 1980. Ringraziamo il prof. Andrea Giampietro, il quale ne dà
notizia in una nota al suo saggio Studi
di letteratura abruzzese, Ortona, 2024. Si trasferì giovanissimo a Sulmona
per scopi lavorativi, facendo il capostazione, e per gli stessi motivi di
lavoro, ebbe incarichi anche alle stazioni di Lanciano e Fossacesia. Ironia
della sorte, Fuggetta era destinato ad adottare l’Abruzzo come seconda patria,
e soprattutto a entrare in contatto con il poeta Nino Saraceni di Fossacesia,
nato nello stesso anno, con cui collaborò in diverse edizioni delle Maggiolate
di Ortona. Purtroppo al momento ignoriamo come egli possa aver studiato musica,
e in quale istituto o conservatorio, per poter iniziare a produrre già canzoni
nei primi anni ’20, con l’istituzione delle Maggiolate a Ortona. Resta ancora
un mistero, così come per la formazione artistica di altri compositori
abruzzesi quali Vito Olivieri di San Vito e Arturo Colizzi di Rocca S.
Giovanni. Preso anni più tardi il diploma per l’insegnamento di musica, si
perfezionò a Lanciano, dove ebbe incarichi anche nei Corsi di perfezionamento
estivi voluti dal Sen. Enrico D’Amico.
Fuggetta
fece le sue prime apparizioni, come detto, alle Maggiolate Ortonesi, entrando
subito in sintonia col poeta Saraceni. Ecco le canzoni scritte con lui:
M’à ditte ca scì, III Maggiolata di Ortona 1922
Affaccite tisore, IV Maggiolata 1923
Lu niducce, V Maggiolata 1924
Ggenta nostre, VI Maggiolata 1925
Lu ndruvarelle, VII Maggiolata 1926
Lu starucce, VIII Maggiolata 1927
Tra
queste figura anche Maccarune a la
chitarre, canzonetta scritta dal Saraceni, ancora oggi riproposta da
diverse corali, specialmente dal Coro Voci delle Ville di Ortona del
Ritratto di Pietro Polidori, foto presa dal
Dizionario biografico della Gente d’Abruzzo di Raffaele Aurini, ripubblicato
nella copertina di G. Natale, Vita, opere
e alcune dissertazioni inediti delle Antiquitates Frentanorum dell’abate Pietro
Polidori di Fossacesia, Lanciano 2010
Pietro Polidori, Uomobono Bocache e le antiche iscrizioni su Anxanum – Lanciano
di Angelo Iocco
Questo lavoro è un abstract dal libro di prossima pubblicazione Omaggio a Uomobono Bocache nel bicentario
della morte (1824-2024), di Angelo Iocco, Bibliografica, Castelfrentano,
2024.
Pietro Polidori o Pollidori (morto nel 1748) di Fossacesia, è ancora
oggi assai citato (nel bene e nel male) da tutti gli scrittori di cose
abruzzesi per i suoi manoscritti Antiquitates
Frentanorum. Fu dotto ricercatore a Roma e Nardò presso diversi archivi, il
che gli aprì le porte a una vasta gamma di documenti, anche originali, che non
era possibile reperire in Abruzzo. Peccato che la sua ricerca storiografica,
insieme a quella del fratello Giambattista, risenta, nelle sue dissertazioni,
come diversi scrittori hanno dimostrato, di inserti fraudolenti, completamente
inventati dai due fratelli, che per secoli hanno “contaminato” le ricerche di
diversi altri scrittori, pur dal corretto rigore della ricerca, come lo Zecca o
il Savini o il Priori.
I Polidori opeerarono nei tempi dell’abate Berardino Tafuri, che fece
addirittura pubblicare al Muratori il falso Chronicon
Northmannicum, o di Francesco Maria Pratilli, che pubblicò diverse
iscrizioni antiche, bollate postume dal Mommsen, e documenti come il Chronicon Cavense, fabbricato a
ispirazione degli Annales Cavenses.
Eppure all’epoca, per l’assensa dei moderni criteri di scientificità degli
studi, queste ricerche provenienti “dalla provincia”, suscitavano appunto
l’interesse vivo di scrittori di chiara fama nazionale come il Muratori, che
anzi lodavano il lavoro infaticabile di questi ricercatori d’archivio, e
inserivano il materiale nei loro tomi.
Polidori lasciò manoscritte le Antiquitates
Frentanorum. Non sto qui a ripetere le varie vicende di questo manoscritto,
di cui Polidori redasse più copie, sia in brutta che in bella, ora aggiungendo
a una dissertazione maggiori notizie, ora espungendole; e da esse altri copisti
trassero copie, finite in varie biblioteche abruzzesi, nonché a Roma, Avellino
nel Fondo Tafuri, Napoli. Su questo discorso ampiamente ha lavorato il Prof.
Gianfranco Natale nella sua Vita, opere e
alcune dissertazioni inedite di Pietro Polidori, Lanciano, Rivista
abruzzese, 2010.
Parliamo delle lodi che il Bocache riserva al Polidori in ogni parte dei
suoi scritti, chiamandolo sempre “eruditissimo, chiarissimo, accuratissimo”,
ecc.. Questi complimenti sono riservati alle sue ricerche su Lanciano, e ai
passi dove si riportano le varie iscrizioni antiche che rinveniva. In analisi
nei suoi capitoli sulle iscrizioni di Anxanum, il Bocache illustra specialmente
la dissertazione polidoriana Anxanum,
ma nei suoi Volumi vi sono estratti ricopiati da altre dissertazioni, come De portubus et emporiis Frentanorum,
oppure il De Templo, Situ et Promontorio
S. Johannis in Venere. Non steremo qui ad analizzare ogni singola frase
della dissertazione polidoriana, per non rendere noioso il lavoro, ma anche
perché ciò sarebbe di competenza di studiosi più esperti. Riportiamo che
Bocache seguiva ciecamente ogni informazione presa da Polidori, e lo difende
strenuamente ogni volta che ce ne sia bisogno nella trattazione di un tempio o
di un frammento di epigrafe, prendendosela contro chi ha pubblicato in maniera
errata le sue iscrizioni, o chi ne ha fatte malamente le copie cartacee,
oppure, nemmeno a dirlo, contro il Romanelli che “per l’inesperienza da giovine
scrittore e per la fretta”, pubblicò senza revisione i manoscritti antinoriani.
Sul fatto che le Antichità storico
critiche dei Frentani furono pubblicate effettivamente senza revisione, con
le date sbagliate o invertite, e la numerazione di pagina sballata, diamo
ragione al Bocache. Ma c’è di più, come possiamo immaginare, l’invidia del
sacerdote per un altro ricercatore a lui vicino che prima di lui riuscì ad
avere tra le mani le carte antinoriane epolidoriane, quando era a Napoli, che riuscì a pubblicare per primo!
Domenico Romanelli
Eppure il Bocache, ogni tanto, è costretto a citare obtorto collo ciò che
Romanelli riporta nelle Scoverte Patrie.
Anche perché il Romanelli, copiando, cita bene dal Polidori, salvo qualche
errore. Ma sono “quegli errori” a dar licenza al Bocache di inserire nei suoi
capitoli infinite trattazioni, con citazioni e analisi delle fonti dei vari
Sigonio, Grimaldi, Maffei e Mazzocchi di cui abbiamo prima trattato.
Polidori, seguito dal Bocache, afferma che nonostante Lanciano avesse il
suo centro antico in Lanciano vecchio, ai tempi antichi la Città di Anxanum
abbracciava tutto il perimetro murario dei suoi tempi. Ciò gli serve per
confermare i suoi rinvenimenti, come ad esempio l’iscrizione di Giunone al
Borgo. Dipoi afferma che sopra tutti gli antichi templi furono erette le
chiese; da ciò il Bocache cerca di argomentare, anche se non con tanta
convinzione, una primitiva presenza di queste chiese coi santi dedicatari, che
vennero dopo la presenza longobarda nuovamente ricostruite, come S. Martino, S.
Giovanni, S. Maurizio, S. Lorenzo, S. Biagio.
Municipio romano, terra pre-napoleonica e comune contemporaneo, corrispondente all'attuale centro con questo nome. Erede della romana Histonium (la fase frentana era a Punta Penna). Attestata nel XI sec. come castello, ma non nel Catalogus Baronum, nemmeno tra i feudi dell'abbazia di S. Giovanni in Venere. Tradizionalmente ritenuta divisa nel periodo alto-medievale in due Terre distinte, Vasto Aimone e Vasto Gisone. Ma la seconda è piuttosto da cercare a nord dell'attuale abitato. Le due terre sono unificate in una sola Università nel 1385, citata come "Vasto Aimone superiore e inferiore" nella prima tassazione aragonese del 1443-7. Toponimo.
Civile:
-IX sec.: Loc. in Chieti maggiore.
XI sec.-1807: Castello, Università del Vasto Aimone.
Feudo: S. Giovanni in Venere, Fasanella (1269-1273), Caldora (-1442), Regio (1442-1444), de Guevara (1444-1460), d'Avalos (1460-1464), Regia (1464-1471), de Guevara (1471-1485), Regio (1485-1496), d'Avalos (1496-1806), col titolo di Marchesato (1497-1806).
Ecclesiastico:
Diocesi: nullius di S. Giovanni in Venere (-1624), Chieti (1624-oggi).
Parrocchia: S. Maria Maggiore (-1808) e S. Pietro (-1808), S. Giuseppe (1808-oggi).
Filiali: S. Maria Maggiore (1915-oggi), S. Pietro (1915-oggi), S. Maria Stella Maris in Vasto Marina (1927-oggi), S. Lorenzo in C.da S. Lorenzo (1954-oggi), S. Giovanni Bosco (1965-oggi), S. Maria Incoronata in C.da Incoronata (1971-oggi), S. Paolo (1973-oggi), S. Antonio (1973-2001), S. Marco (1982-oggi), S. Maria Immacolata (1982-2001), S. Maria del Sabato Santo (2001-oggi).
SINELLO
Castello medievale sito nell'attuale loc. Torre Sinello. Va forse identificato col castello Cileno, attestato nell'a. 1000 prope Senellam e di cui in seguito non si hanno tracce. Nel XI sec. è diviso in più porzioni. Non è citato dal Catalogus Baronum, nemmeno tra i feudi dell'abbazia di S. Giovanni in Venere. Incorporato in Pennaluce dopo la fondazione di quest'ultima. Toponimo.
Nino Saraceni, un cantore
frizzante delle Maggiolate ortonesi
di Angelo Iocco
Il Saraceni nacque a Fossacesia
nel 1894 e vi morì nel 1970. Giovanissimo si appassionò all’attività poetica, e
colse l’occasione, come molti altri poeti della zona, per concorrere alle gare
canore della Maggiolata di Ortona, nata nel 1920. Saraceni vi iniziò a
partecipare nel biennio 1922-23, rimanendo un ospite fisso per quasi tutte le
edizioni, salvo la parentesi della seconda guerra mondiale, fino alla morte. La
passione per il verso facile, scherzoso, gioco, come non dimenticare i suoi due
capolavori A lu cannete e Mi te’sete su musica di Antonio
Di Jorio.
A lu cannete
Il Poeta riuscirà a vedere inoltre queste due canzoni registrate su
45 giri dal M° Fernando d’Onofrio di Pescara con il suo Coro De Nardis, nel
1965, e qualche anno dopo eseguì la canzone A li culle di Piscare,
ancora oggi cantata con festosità nelle Settembrate abruzzesi pescaresi, per
cui la canzone stessa fu composta. Tornando alle Maggiolate, Saraceni strinse
un forte sodalizio con due musicisti di fiducia, Attilio Fuggetta di Sulmona,
che fu trasferito a Lanciano come capostazione, e Ettore Montanaro di
Francavilla al mare, l’immortale raccoglitore dei Canti popolari d’Abruzzo in 2
volumi, e compositore di varie e arie e canzoni, anche in lingua. Ancora oggi
risuonano le note de Lu ‘ndruvarelle, talmente veloci che pare di
guardare e ascoltare il rumore del fuso della signora che tesse, oppure la
melanconica Vaje luntane ovvero L’emigrante, scritta per la Maggiolata
del 1930 con musica del Montanaro, oppure l’andante e briosa A lu colle di
San Giuvanne sempre con musica di Montanaro, dove si invita il turista ad
ammirare le bellezze paesaggistiche del belvedere di San Giovanni in Venere.
Fossacesia oltre a Saraceni, che ne fu anche sindaco nel dopoguerra,
ricostruendo moralmente e nei fatti la città martoriata, ebbe anche Antonio
Fantini, altro poeta e scrittore di commedie teatrali, nonché di canzoni, molte
delle quali musicate da Pasquale De Rosa e da Giuseppe Di Pasquale, e campione
dei festival del Trabocco d’Oro. Saraceni scrisse anche alcune commedie
teatrali, le poesie furono raccoltein
un volume Abruzze me’, a cura di Fantini. In questa raccolta ci sono
anche poesie assai struggenti, come quella in cui si paragona il campanile
della chiesetta di Santa Maria Imbaro a un tronco di albero distrutto, a un
corpo martoriato di uomo, nel voler esprimere la ferocia della guerra nella sua
cruda nudità e inutilità! Dato il carattere schivo e riservato di Saraceni, gli
ultimi anni li passò isolato nei suoi ricordi nella casa di Fossacesia, dove
morì. Fece in tempo però a vedere le sue canzoni ancora felicemente cantate
nelle Maggiolate degli anni ’50, tanto che in un breve frammento pubblicitario
dell’Istituto Luce della Maggiolata del 1955, si sente in sottofondo il
ritornello di A lu cannete. Il Saraceni ebbe un’altra soddisfazione, la
sua canzone Vaje luntane fu eseguita da un’attrice in uno dei primi film
sonori italiani, Vele ammainate precedentemente noto come Mare,
della produzione Cines di Roma, per la regia del Bragaglia, distribuito nel
1931; anche se lo scrivente fino ad ora non è riuscito a trovare una copia per
poter ascoltare la musica. Negli ultimi anni Saraceni partecipò alla nuova
rassegna canora delle Settembrate di Pescara, nate negli anni ’50, con alcune
canzoni musicate soprattutto da Cristo Sorrentino pescarese, che si alternava
con le ultime composizioni dell’anziano Luigi Dommarco, il creatore delle
Maggiolate ortonesi e della celebre Vola vola vola con l’Albanese. Oggi il comune di Fossacesia ha
intitolato a Saraceni il teatro comunale. Occorrerebbe, come auspica ad esempio
Pasquale De Rosa, una raccolta di tutte le canzoni da lui scritte. Onde non far
perdere la tradizione dei suoi successi.
Mi te sete
Nino Saraceni, Mi te sete, A lu cannete
Fernando D'Onofrio col Coro C. De Nardis di Pescara, 1965, disco vinile 45 giri.
Se Lanciano ha nella sua schiera di poeti Cesare Fagiani con suo padre Alfonso, Francesco Brasile e Giuseppe Rosato, tra i più popolari, tra quelli più intimi e più schietti e pimpanti, conoscerà certamente il maestro Mario Bosco.
Nacque a Lancianovecchia, in via dei Frentani, dove visse, presso il palazzo De Crecchio. Giovanissimo, assistette ai fatti luttuosi della seconda guerra mondiale, e al sacrificio dei giovani Martiri Ottobrini del 5 e 6 ottobre 1943; in una intervista Rai del 1996 per un documentario sulla guerra in Abruzzo, infatti Mario Bosco ricorda di come ad esempio un ragazzo dei Martiri disse alla madre, dopo aver preso la comunione: “mamma, sento che oggi c’è necessità di dare il sangue! Devo andare anche io!”. Bosco successivamente partecipò insieme a vari altri civili a quelle operazioni di sabotaggio contro l’oppressione tedesca, e fu decorato a guerra finita.
Studiò, e andò a fare il maestro in varie località, finendo la sua attività a Lanciano col pensionamento negli anni ’80.
Da sempre appassionato di poesia e arte, nel 1986 fu nominato presidente onorario dalla nascente Associazione culturale “Amici di Lancianovecchia”, ancora oggi in attività.
Con questa associazione, Bosco cercò di dare impulso alle varie attività culturali della città, valorizzando i monumenti e le chiese. Amico della maestra Concetta Tritapepe di Lanciano, partecipò con lei a vari concorsi di poesia della città e dintorni; memorabili quelli di Poggiofiorito e di Castelfrentano, dove più volte ebbe lodi per le sue liriche organizzati dall’Associazione culturale Di Loreto-Liberati con a capo Peppino Di Battista, e l’Associazione corale “T. Coccione” con Vincenzo e Camillo!
Non solo, Bosco fu amico di vari musicisti con cui scrisse delle bellissime canzoni che parteciparono al Festival del Trabocco d’Oro di Fossacesia, alla Viuletta d’Oro di Francavilla al mare, alle Settembrate Abruzzesi di Pescara, e via dicendo.
Sono le canzoni Chi ssi cojje? con musica di Aniello Polsi, A lu trabbocchecon musica di Mario Lanci, una canzone che non a caso vinse il primo premio a Fossacesia. Con Lanci suo amico fraterno e grande mente della musica a Lanciano, il Bosco scrisse varie canzoni. Questa che ha per tema il trabocco e l’amore, i panorami marini di San Giovanni in Venere, è seconda solo alla canzone di Sigismondi e Albanese Lu pescatore (1927) per finezza, senza fronzoli, senza parole banali, ma solo piena di vivo sentimento, andante come se si sia cullati dalle onde del mare.
Le altre liriche sparse del Bosco riguardano principalmente le attività artigianali dell’antica Lanciano, e ovviamente la celebrazione dei bellissimi monumenti, il ricordo delle tradizioni e delle feste.
Vediamo la lirica dedicata al Dono che si celebra a Lanciano l’8 settembre:
Lu done a la Madonne de lu Ponte
Gn'attacche la ciambotte chelu sone
cumenze ccamminà lu Cumitate,
lu Schineche e na morre di scacchiate
che ttè li bandirelle di lu done
Dapò ... Passe dapò la divuzione:
conche di grane cariche 'nfiurate,
figure di Madonne, uve 'ndurate,
quatrine che ha ricotte ugne frazione,
'na voce che mmi cante dentre ancore ...
E mentrre scoppie attorne l'allegrie,
fra bombe, bande e ssone di campane,
la fede che si sbusciche a lu core,
smove le labbre a tante Avemmarie
pè salutà la Mamme di Langiane.
Oppure come non ricordare l’inno al rione Lancianovecchia, che inizia con “Palazze, arcate, chiese e campanile”, o la poesia della Squilla di Natale, su cui ci si sono cimentati anche Fagiani e Rosato, o la poesia della tradizione del Sant’Antonio, o la poesia per bambini sull’albero di Natale?
Bosco è il cantore dell’innocenza, mostra la figura dell’anziano mite e schietto che con facilità e amore ricorda, come una biblioteca spalancata, le antiche memorie di un popolo di mastri e artigiani che operò nei secoli a Lancianovecchia, la sua terra.
C’è un’altra poesia sul suo quartiere, che inizia con:
Lancianoevecchie, core di Lanciane,
che custodisce usanze e tradiziune,
tu spenne all’arie l’utime pallune
pe’ culurà nu sone di campane.
In cima a tutto sta “la mazza de lu Campanile”, ovvero il campanile della Cattedrale, il simbolo protettore della città, baluardo della fede e delle tradizioni.
La sua memoria è custodita dai nipoti e dalla figlia Paola Bosco, la Città gli ha intitolato una scuola elementare nel rione Cappuccini; si auspica che un giorno si riesca ad avere una pubblicazione integrale delle sue liriche, a completamento della rosa degli artisti che hanno fatto grande, nel loro piccolo, la letteratura della città di Lanciano.
Due canzoni abruzzesi di Nino Saraceni di Fossacesia (1894-1970), A LU CANNETE - MI TE' SETE, musiche di Antonio Di Jorio, esecuzione di Fernando D'Onofrio col Coro Camillo De Nardis di Pescara, 1965.
L’Abruzzo è una delle regioni italiane in cui l’arte romanica è fiorita più rigogliosa, e possiede un fascino tutto suo, peculiare. Chi volesse dedicare una settimana a questa regione, magari prevedendo anche un breve passaggio nel vicino Molise, non avrà problema alcuno a riempire la sua agenda e le sue giornate. Ciascuno organizzerà la sua visita secondo un itinerario suo proprio. Ma idealmente, l’Abruzzo romanico, con le sue chiese più belle, si visita percorrendo alcune direttrici ben chiare, che si intersecano tra di loro: la prima è la via delle grandi chiese isolate, di cui questa regione è ricca; ma si può percorrere l’Abruzzo romanico anche cercando ovunque le meravigliose decorazioni floreali e vegetali, e la terza strada è quella degli amboni e dei cibori; la quarta, direttrice, infine, è quella degli affreschi, che dall’Abruzzo, disteso tutto tra appennini e Adriatico, conduce fino alle coste del mar Tirreno.
San Liberatore alla Maiella
L’Abruzzo romanico è terra di chiese, terra di grandi chiese e di grandi abbazie. San Liberatore alla Maiella, Santa Maria Assunta a Bominaco, la grande abbazia di San Clemente a Casauria, San Clemente al Vomano a Notaresco, ma anche San Giovanni in Venere a Fossacesia, San Tommaso a Caramanico e la concattedrale di San Pelino a Corfinio – che sono le realizzazioni più notevoli – si inseguono e si sfidano con le loro moli possenti. Queste grandi chiese romaniche d’Abruzzo hanno come caratteristica l’elegante linearità: la struttura è massiccia, ma allo stesso tempo semplice, priva di articolazioni evidenti e quasi classica: le navate filano via come grandi sale ordinate, lungo cui si allineano pilastri, molto semplici e uguali, più spesso che colonne, e che culminano nel presbiterio e nell’abside; assenti o ininfluenti i transetti, le coperture sono in legno, a capriate; e così, a movimentare questi interni, sono quasi solo i due elementi di arredo che, come vedremo, costituiscono per la loro presenza costante una peculiarità abruzzese: gli amboni, lungo la navata; e poi, nel presbiterio, il ciborio a baldacchino a coprire l’altare. Ci torneremo.
Il complesso di Bominaco (foto: Icarodroni.it, elab.)
Prima, però, è doveroso un accenno alla via delle rigogliose decorazioni floreali. Rosoni di foglie come corone d’alloro, e grandi fiori: sono questi i protagonisti, qui in Abruzzo, della decorazione scolpita. A Santa Maria in Valle Porclaneta sono ancora quasi simboli grafici, ma poi si fanno veri e propri festoni di foglie e petali a disegnare cerchi continui, e si inerpicano come edera negli stipiti dei portali e negli architravi, salgono e scendono intorno agli ingressi e intorno alle aperture dei muri. Davvero, prima ancora di essere la terra degli omini verdi impigliati nelle foreste di pietra, l’Abruzzo romanico è il regno delle spirali di foglie e delle grandi corolle sbocciate nella pietra.
Santa Maria in Valle Porclaneta (da terremarsicane.it)
Poi tra il Tirreno e il Gran Sasso – lo dicevamo – è tutto uno susseguirsi di amboni e di cibori. E questa terza direttrice, a sua volta, ha due tappe: la prima ci presenta pergami squadrati e decorati a girali e fiori – l’ambone di Casauria, quello di San Pelino, quello di San Liberatore, quello di Bominaco… -; la seconda tappa ci offre invece meravigliosi amboni e meravigliosi cibori realizzati in stucco nel segno di Roberto, Ruggero e Nicodemo: un tratto più popolare, più pittoresco, e insieme più sottile, riempie di tralci sottili e intrecciati, e di omini nudi e di animali, i pulpiti di Santa Maria in Valle Porclaneta, quello di Moscufo, e ancora quello di Cugnoli; compagni di viaggio di questi pulpiti con girali popolati di piccoli uomini e animali sono i cibori di San Clemente al Vomano, di Rosciolo e di Moscufo; e qui, spesso sui capitelli, si incontrano i mascheroni che vomitano fronde, altra figura caratteristica di questa fase della scultura romanica abruzzese. Più rara la scultura descrittiva, che ci lascia poche scene istoriate sul portale a Fossacesia; sull’architrave del portale di Casauria va in scena una grande rappresentazione del potere, e su quello di Caramanico troviamo gli Apostoli piccoli e arrabbiati; indimenticabili sono infine le storie gemelle del profeta Giona, nei pulpiti di Moscufo e di Rosciolo; qui a Santa Maria in Valle, ancora, vediamo le lastre alla base dell’iconostasi, con i loro splendidi animali fantastici. Capitelli? Uno, strepitoso e dalla storia stranissima, si trova a Moscufo; altri, particolarissimi a Rosciolo; ma l’Abruzzo no, non è terra di capitelli istoriati.
Capestrano, gli affreschi
La via degli affreschi, infine. Due cicli vasti estesi e tardi stanno uno a Ronzano, ancora romanico, e uno nella piccola cappella di San Pellegrino a Bominaco, questo però privo ormai di vigore, e troppo lindo per non esser definito ormai gotico. E’ particolarissimo, con la sua “cena” che invece è una visione, l’arco trionfale di San Pietro ad Oratorium a Capestrano… Ma per chi cerca l’arte dei secoli alti, l’arte del tempo before Chartres, il viaggio in Abruzzo non può non sconfinare in Molise: nell’area archeologica di San Vincenzo al Volturno si veda – aperta ora solo la domenica, e solo su prenotazione! – la splendida “cripta di Epifanio”, con i suoi affreschi altomedievali. E come resistere, da qui, alla tentazione di traversare gli Appennini per giungere a Sant’Angelo in Formis e al suo strepitoso ciclo di pitture altomedievali?
Una chiesa particolarissima, infine, sembra non essere toccata da nessuna delle quattro rotte che, come abbiamo visto, traversano l’Abruzzo romanico. Perla tra le perle, infatti, San Pietro in Albe ad Alba Fucens non è una grande chiesa, non fa sfoggio dei tipici decori e rilievi vegetali, che siano a fiori o pieni di omini nudi; ha un ambone – è vero – che però sembra appartenere a Roma più che all’Abruzzo; e non possiede affreschi, né antichi né tardi. E però è splendida, e il suo interno, candido e classico, è tra i più belli che il medioevo ci abbia lasciato.
Le più belle realizzazioni del romanico in Abruzzo
Il ciborio di San Clemente al Vomano a Notaresco.
Il portale di San Clemente a Casauria.
L'ambone della parrocchiale di Cugnoli.
L'ambone di Santa Maria del Lago a Moscufo.
L'arco trionfale di San Pietro ad Oratorium a Capestrano.