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15 luglio 2026

Federico Marazzi, La conquista monastica del litorale adriatico (secoli VIII-XI).


Federico Marazzi

RÉSUMÉS

La strategia di posizionamento delle proprietà fondiarie dei grandi monasteri italiani lungo la costa del medio Adriatico fra VIII e XI secolo non fu casuale, ma seguì criteri di scelta ben precisi. Dovendo soddisfare il primario bisogno di trovare punti di incontro con il traffico marittimo che percorreva quelle acque al fine di mettere i surplus delle proprie produzioni agricole su mercati più ampi di quelli locali, i monasteri occuparono con sistematicità tutte le foci fluviali e i laghi costieri che permettessero l’approdo di imbarcazioni. Considerando le piccole dimensioni delle navi da carico di età altomedievale, anche le foci dei fiumi più piccoli potevano essere sfruttate in questo senso. Il controllo delle foci fluviali da parte dei grandi monasteri è una ulteriore conferma del loro stretto rapporto con i poteri sovrani che, tradizionalmente, avevano controllo di questi specifici spazi, in quanto parte del publicum. Anche in questo senso, la geografia organizzativa dei patrimoni dei monasteri italiani rivela similitudini importanti con quelli fioriti nel cuore dell’imperativo carolingio. 

ENTRÉES D’INDEX


1

In un saggio del 1996, riproposto in lingua inglese con aggiornamenti nel 2004, avevo posto in evidenza un dato essenzialmente nuovo nel panorama della storia economica e degli insediamenti dell’Italia altomedievale, e cioè che nel processo di espansione territoriale dei patrimoni dei maggiori monasteri, così come i documenti ci permettono di coglierlo nel suo evolversi fra VIII e IX secolo, un’attenzione particolare era stata rivolta alle aree costiere.1

2

La spinta a dare opportuno rilievo a questo tema mi era stata ispirata dalla lettura di un saggio ancora per molti versi insuperato per chiarezza di esposizione e nitidezza delle basi documentarie, e cioè l’intervento di Aldo Settia alla XL Settimana di Spoleto del 1992, dedicata a «Mercati e mercanti nell’Alto Medioevo», dal titolo «Per foros Italiae. Le aree extraurbane fra Alpi e Appennini».2

3

In quel contributo, lo studioso piemontese aveva messo in evidenza come, fra tardo VIII e IX secolo, le grandi abbazie dell’Italia settentrionale, tramite i surplus della propria produzione agraria, avessero svolto una funzione essenziale nel rimettere in moto reti di scambio di una certa rilevanza per ampiezza e volume di merci, favorite in ciò dalla stabilità del quadro politico carolingio che aveva consentito loro di realizzare concentrazioni fondiarie non più viste dopo il tramonto del mondo antico. Ciò è da considerarsi senz’altro il primo esempio, come lo avrebbe definito Karl Marx, di “accumulazione originaria” di capitali verificatosi nell’Europa post-antica, attuato attraverso un sistematico processo di compressione della piccola proprietà agraria. Di questo fenomeno, un esempio chiarissimo è stato offerto ad esempio da uno studio del 1982 di Chris Wickham, relativo all’espropriazione dei piccoli possessori indipendenti di terre fiscali dell’Abruzzo, consegnati con i loro beni nelle mani dei monaci di San Vincenzo al Volturno, quando era ancora re Desiderio, e poi ripetutamente frustrati nella rivendicazione dei loro diritti al tempo dei sovrani carolingi.3

4

Lo studio di Settia evidenziava dunque come l’annuale immissione sul mercato dei surplus della produzione agricola da parte di alcune importanti abbazie dell’Italia settentrionale fosse in grado di influenzare fortemente l’andamento delle contrattazioni commerciali che, anzi, stando alla Cronaca della Novalesa, avevano realmente inizio nei luoghi dove era uso incontrarsi per le compravendite, solo dopo che i carri carichi dei beni provenienti dalle aziende monastiche fossero giunti sul posto. Settia segnalava anche che, di fronte ad un così rilevante impatto delle loro produzioni sul mercato, non poteva essere casuale che i maggiori monasteri avessero sistematicamente presidiato le principali vie d’acqua, fluviali e lacustri, attraverso cui la loro movimentazione potesse essere resa più agevole.

5

Approfondendo quanto da lui asserito, ebbi modo di verificare che la situazione era perfino più capillarmente organizzata e che la presenza lungo fiumi e laghi di proprietà monastiche aveva assunto, durante il IX secolo, un carattere di assoluta sistematicità (fig. 1).

Fig. 1. Mappa dei principali possedimenti delle maggiori abbazie italiane fra VIII e IX secolo (da Marazzi 1996, p. 41-92, tav. 3).


Segue sul Sito:

https://books.openedition.org/efr/56776#anchor-fulltext





Da: https://books.openedition.org/efr/56776#anchor-fulltext

6 maggio 2026

Giulio (1893-1966) e Virgilio Sigismondi (1942) tra canzoni e teatro.


Giulio Sigismondi

Ceramica originale di Gabriele Orlandi, 1980

Giulio Sigismondi (Guardiagrele 1893, San Vito Chietino 1966) poeta e cantore abruzzese

Giulio Sigismondi nacque il 2 marzo 1893 a Guardiagrele (Ch) dai lancianesi ALfredo e Rosa De Ritis. Compì gli studi ginnasiali a Lanciano (Ch) ed ebbe come insegnante Ettore Allodoli. A soli sedici anni pubblicò, in copie manoscritte su quaderni scolastici, una raccolta di quarantadue poesie in lingua dal titolo Fiori primitivi, dedicata "agli amici sinceri".

Terminati gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di medicina di Napoli. Dopo il bienno cambiò facoltà iscrivendosi a lettere.

La città partenopea lo formò artisticamente. Ebbe modo di conoscere e frequentare famosi artisti quali Salvatore Di Giacomo ed E.A.Mario (quest'ultimo gli musicò due testi poetici per canzoni in lingua): con loro seguiva la rinomata "Piedigrotta" (festival della canzone napoletana) assimilandone il gusto e la voglia di cantare.

Scrisse i primi testi letterari per canzoni, lavori teatrali, novelle e racconti. Collaborò alla redazione di periodici lancianesi, compose alcuni poemetti (dieci in tutto) che riunì in una raccolta dal titolo Tra le mentucce, che dedicò alla cara memoria della madre (morta giovane quando il poeta era appena sedicenne) che lui stesso dattiloscrisse e districuì agli amici.

Intorno agli anni venti iniziò la stagione poetica più felice. Scrisse i testi delle canzoni che hanno avuto maggior successo e che vedranno poi la realizzazione tipografica nel 1923 con il titolo di Canzune nustre e due lavori teatrali Passe l'angele e dice ammén e Lu Jenche editi in un unico volumetto.

Nell'aprile 1922, contrappose alla "Maggiolata" di Ortona (nata nel 1920) la "Festa delle canzoni" dove l'accoppiata Sigismondi-Gargarella risultò vincitrice per la categoria "professionisti" (cft. "L'Alba", n.4, 1922), con la canzone rimasta famosa Canzune nustre.

Nel giugno del 1927 convolò a nozze con la roccolana Teresa Grazia Amelia, essendosi stabilito a Rocca San Giovanni (Ch) per aver vinto un posto di Segretario comunale.

Nel dicembre del 1932 si trasferì a San Vito Chietino (Ch) dove fu chiamato a ricoprire il posto vacante di Segretario comunale.

A Rocca San Giovanni erano nate le due figlie Mirella e Perla; a San Vito Chietino, dopo dieci anni, nacque il terzogenito Virgilio.

A San Vito fu accolto con grande amicizia e simpatia ed il legame si rafforzò sempre più negli anni a seguire, fino alla morte avvenuta il 14 maggio 1966.

Nel 1961 a Giulio Sigismondi venne conferito il "Premio Cultura Città di Chieti" un significativo riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria.

Nel 1965, poco prima di morire, Guido Albanese scriveva, tra l'altro, al suo amico fraterno Giulio: «[...] dove sono andate a finire le belle Maggiolate ortonesi?». A quel pianto accorato si è unito il pianto di tutto l'Abruzzo, perchè nel volgere pochi mesi si assistette alla scomparsa di due uomini, tra i più illustri figli, che hanno contribuito, in maniera inconfutabile, all'affermarsi della "Maggiolata".

Ottaviano Giannangeli nella prefazione alla pubblicazione della raccolta Canzune nustre - Canti popolari abruzzesi di Giulio Sigismondi, edito a cura di Virgilio Sigismondi (figlio del poeta) scrive: Tra l'altro << Si potrebbe usare, per Sigismondi, la qualifica di cantore essenzialmente melico, quando si precisi però nel forgiare i versi per canzoni egli è sempre formalmente, letterariamente “impegnato” […] ogni canzone è l'episodio di una storia: e il risultato può essere un affresco folkloristico […] La sua dote precipua potrebbe ravvisarsi nella discrezione e nell'eleganza>> […].

Virgilio Sigismondi

Virgilio Sigismondi nasce a San Vito Chietino il 26 giugno 1942.
Figlio di Giulio, famoso poeta e cantore d'Abruzzo, si interessa fin da ragazzo di poesia.
Ultimati gli studi liceali si iscrive alla facoltà di Lingue a Pescara; dopo il biennio cambia facoltà e si iscrive a Giurisprudenza a Teramo. Nel 1966 cura la realizzazione di una raccolta di poesie paterne dal titolo "Da cente e cente vocche..." edito da Di Paolo di Marina San Vito con prefazione di Ottaviano Giannangeli. 
Cura e trasmette, da emittenti radiofoniche locali, programmi sulla poesia, canto e tradizioni abruzzesi. Viene chiamato a far parte delle commissioni giudicatrici di premi di poesia dialettale regionale. Nel 1973 istituisce il Premio "Giulio Sigismondi" di Poesia Dialettale Abruzzese durato 10 edizioni. Nel 1974 promuove la costituzione della Associazione Culturale "Giulio Sigismondi" e nel 1976 l'omonima corale polifonico-folcloristica. Nel 1979 pubblica "Cajane" una sua raccolta di poesie in dialetto abruzzese Editrice La Regione - Pescara con prefazione di Ottaviano Giannangeli. A sua cura realizza una raccolta di Canti Popolari Abruzzesi di Giulio Sigismondi (su musiche di valenti compositori abruzzesi) dal titolo "Canzuna Nustre" con prefazione di Ottaviano Giannangeli e note di Giuseppe Di Pasquale. Su prefazioni di Adelia Mancini pubblica, del padre, l'inedita commedia "Lu trabbocche" (scritta nel 1923) e la ristampa del dramma "Passe l'angele e ddice ammèn" e la commedia "Lu jenche" (già pubblicata nel 1923 - Edita da L'idea Abruzzesse di Castellammare Adriatico, ora Pescara), rispettivamente nel 1996 e 1999.
Una sua commedia "Nu marite pè Catarine" scritta nel 1968 e pubblicata nel 2001 a stampa della Tipolitografia Mancini di Lanciano, è stata rappresentata con grande successo in diversi teatri e sale cinematografiche abruzzesi dal gruppo "San Rocco delle Piane" di San Giovanni Teatino.
Dal 2001 prepara e dirige il coro folcloristivo dell'A.I.R.C. di Fossacesia. Nel 2006 realizza un CD molto apprezzato dal titolo "A lu cannete". Nel 2007 scrive la commedia "Na moje pè 'Ndunine" che viene portata sulla scena del Teatro Fenaroli in Lanciano dalla Compagnia teatrale "Il Risveglio" di Frisa-Guastameroli e viene replicata per due volte. A giugno del 2008 la citata commedia viene data alla stampa realizzata dalla Tipolitografia Mancini di Lanciano. Promuove incontri-studio con le associazioni della frentania nel corso dei quali tratta con dovizia di informazioni il bagaglio culturale abruzzese nelle tre forme principali: la poesia, le canzoni e il teatro.

Da: famigliasigismondi

Abruzzo - Parchi, Borghi e Mare.

 
I parchi e i borghi d'Abruzzo offrono un connubio unico tra natura selvaggia e storia medievale. I principali includono il Parco Nazionale d'Abruzzo , il Gran Sasso e la Majella, arricchiti da borghi storici come Rocca Calascio, Santo Stefano di Sessanio, Anversa degli Abruzzi, Scanno, Pacentro, Roccascalegna. A queste bellezze uniche si aggiunge la Costa dei Trabocchi , tratto di litorale selvaggio, caratterizzato da antiche strutture da pesca in legno che il poeta D'Annunzio definì " Ragni colossali ".