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2 ottobre 2026

27 settembre 2026

Antonio Mezzanotte, La chiesa di S.Giuseppe a San Salvo.

LA CHIESA DI SAN GIUSEPPE A SAN SALVO (CH) 

di Antonio Mezzanotte 

Si dice e si racconta che a San Salvo (CH), sulla sommità del colle che guarda l’Adriatico, ci sia un luogo dove il tempo ha deciso di sovrapporre le sue storie, una sopra l’altra, come le pagine di un antico e prezioso volume. Quel luogo è la chiesa di San Giuseppe, nel cuore della centrale Piazza San Vitale. 

Si racconta che, a guardarla oggi con la sua facciata in stile neoromanico, in pochi immaginerebbero quante vicende vengono celate prima ancora di varcare la soglia.

Le origini della città si perdono, infatti, in una vicenda complessa e affascinante: la chiesa di San Giuseppe non nasce semplicemente come una chiesa parrocchiale, ma affonda le sue radici direttamente nel Medioevo monastico. 

In origine, prima ancora del XIII secolo, in questo sito sorgeva un cenobio benedettino. Con il passare del tempo, verso la fine del Duecento, la struttura passò sotto il controllo dei Cistercensi, inizialmente sotto il dominio di Santa Maria di Casanova, in seguito legandosi alla celebre abbazia dei Santi Vito e Salvo, che in differenti modi e in diversi tempi andò a dominare la piana del Trigno fino alla confluenza con la Treste e le cui propaggini sono da riscontrare a San Vito di Forca di Penne, Santa Maria di Catignano, San Clemente di Astignano (loc. Cerratina di Pianella), Santo Stefano a Tornareccio e in altri importanti luoghi della regione. 

Nei documenti antichi, la prima piccola chiesa veniva chiamata "Santa Maria in Monasterium".

Con il declino dell’esperienza cistercense, il complesso cadde sotto la gestione degli abati commendatari, tra gli ultimi dei quali vi fu il cardinale Giovanni Costanzo Caracciolo di Santobono, un protagonista nella Roma di metà Settecento. Fu nel XVI secolo che la devozione cambiò ufficialmente “abito” e il tempio venne intitolato a san Giuseppe. 

Attraverso i secoli, incendi, danni dovuti alle incursioni di turchi e briganti ed esigenze di ampliamento ne mutarono radicalmente l’aspetto: l’antica struttura gotica cistercense fu gradualmente trasformata fino ai rifacimenti ottocenteschi e agli interventi di ricostruzione del Novecento.

L’edificio si presenta oggi con un interessante e stratificato contrasto architettonico. 

La facciata principale guarda direttamente su Piazza San Vitale ed è il frutto di una ricostruzione completata intorno alla metà del Novecento in stile neoromanico pisano. I mattoni a vista, i portali e gli archetti evocano volutamente la memoria cistercense dell’antico cenobio. Accanto si erge il campanile, anch’esso ricostruito nel secolo scorso dopo che la vecchia torre a pianta irregolare venne abbattuta per ragioni statiche. 

Varcata la soglia, l’ambiente cambia tono e veste un misurato stile neoclassico. Lo spazio è organizzato a navata unica rettangolare, scandita da pilastri laterali che aprono la vista su diverse cappelle. 

La principale di queste è quella dedicata a san Vitale, patrono della cittadina, che custodisce le sacre reliquie giunte da Roma nel 1745 grazie ai buoni uffici dell'abate commendatario, cardinale Pier Luigi Carafa. 

Tra le opere d’arte custodite risaltano pregevoli tele, tra cui quella dedicata alla Sacra Famiglia (opera simbolo del legame con l’intitolazione), il dipinto di San Giuseppe in gloria e la tela del Riposo durante la fuga in Egitto. 

La vera particolarità della chiesa di San Giuseppe è ciò che la circonda e la sostiene. Le sue pareti e il sottosuolo conservano i resti dell’antica abbazia cistercense e delle precedenti fasi di epoca romana, oggi mirabilmente valorizzati all’interno del percorso del Parco Archeologico del Quadrilatero. 

Si dice e si racconta, insomma, che la chiesa di San Giuseppe non sia soltanto la chiesa madre di San Salvo, ma la vera e propria identità della città, ostinatamente scolpita nella pietra. 

26 settembre 2026

Knud Sinding, La scalinata di Porta Flora a Civita d’Antino, 1911.


 Knud Sinding (Aarhus DK 1875 - Copenhagen DK 1946)
"La scalinata di Porta Flora a Civita d’Antino",  1911
Olio su tela, cm. 43x56,5
Imago Museum - Collezione Fondazione Pescarabruzzo - Pescara.

Peder Henrik Kristian Zahrtmann, Scala di Civita d'Antino, 1889.


Peder Henrik Kristian Zahrtmann (Rønne, 31 marzo 1843 – Frederiksberg, 22 giugno 1917)
"Scala di Civita d'Antino", 1889
Olio su tela
Imago Museum, Pescara.

18 settembre 2026

Maestro del Trittico di Beffi, Foglio di un antifonario: Coronazione della Vergine, sec.XIV-XV.


Maestro del Trittico di Beffi
Foglio di un antifonario: Coronazione della Vergine, sec.XIV-XV
Inchiostro, tempera e oro su pergamena, cm 55x37
Cleveland Museum of Art.

11 settembre 2026

Reginella campagnola.


Spartito musicale e testo

Reginella campagnola è una celebre canzone italiana composta nel 1938 da Eldo Di Lazzaro (con testo scritto insieme a Bruno Cherubini). Sebbene sia nata come un brano d'autore moderno, il suo ritmo travolgente a tempo di polka l'ha trasformata nel tempo in un pilastro del patrimonio popolare abruzzese e della musica folk italiana, immancabile nelle feste di paese e nei balli contadini.
Il testo racconta in modo allegro e spensierato la giornata di una giovane contadina dell'"Abruzzo d'or" che va in città a vendere i suoi prodotti con un asinello, per poi tornare felice al suo borgo di montagna la sera.
A livello internazionale, il brano ottenne un successo clamoroso: fu tradotto in inglese con il titolo The Woodpecker Song e interpretato da grandi icone della musica mondiale come Glenn Miller.



5 settembre 2026

Elena Sangro, Soprintendenza ABAP per le province di Chieti e Pescara.

Elena Sangro

#accaddeoggi 𝟓 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟏𝟖𝟗𝟕, nasce a Vasto l’attrice e regista 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐭𝐨𝐥𝐢 𝐀𝐯𝐯𝐞𝐝𝐮𝐭𝐢 in arte 𝐄𝐥𝐞𝐧𝐚 𝐒𝐚𝐧𝐠𝐫𝐨. Proveniente da una famiglia borghese, intraprende studi classici che abbandona presto. A Roma muove i primi passi nell’ambiente teatrale, dove frequenta i corsi di 𝐕𝐢𝐫𝐠𝐢𝐧𝐢𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐢, ottenendo i primi ruoli interpretando Elisabetta ne 𝐿𝑎 𝑐𝑒𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑏𝑒𝑓𝑓𝑒 e Raffaella in 𝑃𝑎𝑡𝑟𝑖𝑎 di Sardou.
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Nel 1917 viene scoperta dal 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐄𝐧𝐫𝐢𝐜𝐨 𝐆𝐮𝐚𝐳𝐳𝐨𝐧𝐢 ed esordisce nel 𝐜𝐢𝐧𝐞𝐦𝐚 𝐦𝐮𝐭𝐨, protagonista della pellicola 𝐹𝑎𝑏𝑖𝑜𝑙𝑎 e subito dopo nel personaggio di Erminia ne 𝐿𝑎 𝐺𝑒𝑟𝑢𝑠𝑎𝑙𝑒𝑚𝑚𝑒 𝐿𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎𝑡𝑎. L’apice del 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 lo raggiunge nel 𝟏𝟗𝟐𝟒, interpretando Poppea in 𝑄𝑢𝑜 𝑉𝑎𝑑𝑖𝑠? di Georg Jacoby e Gabriellino d’Annunzio, figlio del poeta. Per la regia di 𝐆𝐮𝐢𝐝𝐨 𝐁𝐫𝐢𝐠𝐧𝐨𝐧𝐞 recita nella trilogia di 𝐌𝐚𝐜𝐢𝐬𝐭𝐞.
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Con l’avvento del sonoro, si ritira dal cinema e cambierà il nome in 𝐋𝐢𝐥𝐢𝐚 𝐅𝐥𝐨𝐫𝐞𝐬 e si esibisce come soprano in concerti e trasmissioni radio. Sporadicamente interpreta ruoli nel cinema, l’ultimo in un cameo nel film 𝟖 𝐞 ½ 𝐝𝐢 𝐅𝐞𝐥𝐥𝐢𝐧𝐢.
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Fonda la sua casa di produzione: 𝐥𝐚 𝐒𝐭𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝’𝐎𝐫𝐨 𝐅𝐢𝐥𝐦, con la quale produce il suo primo film interpretato da una giovanissima Gina Lollobrigida, 𝑉𝑖𝑙𝑙𝑎 𝑑’𝐸𝑠𝑡𝑒. Con lo pseudonimo maschile di 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧 𝐁𝐢𝐚̀ produce alcuni documentari in collaborazione con Enrico Guazzoni.

Walter Gaeta, A Elena Sangro (extract).