Società Automobilistica Gissana: Linea autobus Vasto - Gissi - Castiglione Messer Marino - Agnone, 1923.
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3 aprile 2025
2 aprile 2025
1 aprile 2025
Le antiche chiese scomparse di Lanciano.
27 marzo 2025
Storie di brigantaggio, Furci, 1864.
Storie di brigantaggio, Furci, 1864
di Geremia Mancini.
Questa storia accaduta nel 1864 merita di essere raccontata …
Un articolo apparso su “L’Italiano - Gazzetta del Popolo”, del 18 settembre del 1864, ci introduce alla storia: “Dagli Abruzzi riceviamo sempre cattive notizie sulle condizioni del brigantaggio. … ora sentiamo che nelle terre di Furci va formandosi una comitiva piuttosto numerosa, la quale ha già dato segni non dubbii della sua natura feroce. Questa comitiva non sembra aver nelle sue file che una quindicina di malfattori i quali sono mal vestiti e pessimamente armati. Il loro capo non si conosce; ma sembra essere un ex-gendarme borbonico. Nella prima settimana del corrente mese quella bordaglia recavasi alla cascina di un tal Pasquale Di Santo. Costui viveva insieme alla nuora e non s’aspettava in quel momento una visita tanto poco gradita. La nuora chiamavasi Filomena Galese (in realtà Filomena Angela Gallese), donna di buoni costumi e educata alle nuove idee. Forse questa sarà stata la cagione che i briganti assassinarono quei due malcapitati facendone uno scempio che non vogliamo narrare, perché stanchi di registrar tali avvenimenti “. Cosa era realmente accaduto? Arriviamo alla ore 23 del 30 agosto del 1864. La casa di Pasquale Di Santo viene accerchiata dai “briganti”. Perché? Due furono le tesi: la prima, accreditata dalla forze dell’ordine, fu quella che volessero solo rapinarli (ma è davvero difficile crederlo vista la situazione economica di estrema umiltà della famiglia); la seconda, da testimonianze di “briganti” arrestati, “per spionaggio in favore della forza pubblica” o come altri dissero “perché spie piemontiste”(Le generose taglie, la speranza di veder emendate le proprie colpe o anche il semplice desiderio di vendetta alimentarono le moltissime delazioni). Sta di fatto che la resistenza di Pasquale Di Santo non ebbe successo. I “briganti” riuscirono, ben presto, ad entrare nell’abitazione. Pasquale venne subito finito a colpi di fucile. La giovane nuora venne prima brutalmente violentata e poi uccisa. Secondo alcuni riscontri delle forze dell’ordine “con successivo taglio delle orecchie per entrambi”. Come in molte vicende dell’epoca solo nomi e pochissimo altro. Oggi noi aggiungiamo qualche dato sulle due vittime: 1) Pasquale Di Santo (all’epoca sessantaduenne “contadino” era figlio di Luigi e Caterina e vedovo di Celeste Argentieri); 2) Filomena Angela Gallese (ventiduenne “contadina” era figlia di Angelo e Rosa Argentieri – aveva spostato Antonio Di Sante, di due anni più grande di lei, il 19 gennaio del 1861 – il 27 dicembre del 1862 nacque dal matrimonio una bimba a cui fu dato il nome di Celeste – quando Filomena Angela fu assassinata era probabilmente incinta).
Gli atti di morte furono ratificati dall'allora Sindaco di Furci Scipione Ciancaglini con la scritta "ucciso/uccisa dai briganti".
26 marzo 2025
18 marzo 2025
Città degli Abruzzi e della Capitanata colpiti dal terremoto del 30 luglio 1627, mappa del M. Greuter, 1627.
16 marzo 2025
Vasto. Nella chiesa dell’Addolorata tutto è storia: l’arte e il mistero della tomba del marchese.
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10 marzo 2025
Il Toson d’Oro o Il Fiore dei Tesori (Trismosin Salomon).
Lo Splender Solis di Salomon Trismosin è uno dei più celebri trattati della letteratura ermetica, sia per il prestigio dell'autore, ritenuto, come precìsa la stampa dell'Aureum Vellus (Rorschach, 1598), precettore di Paracelso, sia per le 22 splendide illustrazioni famose nell'iconologia alchemica per il loro simbolismo e per il loro valore artistico. L'opera figura negli schedari delle biblioteche europee anche sotto il titolo La Toyson d'Or ou La Fleur des Thresors, pubblicato a Parigi nel 1612, titolo che differisce da quello dei manoscritti tedeschi in quanto riprende quello di tutta la raccolta (Aureum Vellus) in cui figura lo Splender Solis.
La serie di immagini che accompagna il testo del Trismosin, spesso adoperate come illustrazioni e frontespizi dì testi ermetici, è una delle più preziose dell'Europa Occidentale. Si può supporre che all'origine questo trattato, come altri testi alchemìci, fosse composto da sole immagini, che per il loro numero, 21 + 1, potrebbero essere avvicinate e confrontate con quelle di Abramo l'ebreo descritte da Fla-mel, e con i 22 arcani maggiori del Libro di Toth (Tarocchi).
Anna Maria Partini, dopo un ampio studio introduttivo che precisa le caratteristiche alchemiche dell'opera inquadrandola nel suo tempo e annotandola con ampi riferimenti storico-critici, tenta di chiarire il motivo per cui il traduttore francese abbia mutato il titolo da Splender Solis in La Toyson d'Or, ed evidenzia i collegamenti tra il mito di Gìasone e l'Alchimia, penetrando altresì il simbolismo velato nei colori e negli emblemi dell'Ordine cavalieresco del Toson d'Oro, estendendo l'indagine a quegli alchimisti (Mennens, Creiling, Fictuld, Canseliet, ecc.) che hanno posto in risalto il carattere ermetico dell'Ordine borgognone.
6 marzo 2025
Lucia Servadio (1900-2006) è stata la prima donna medico ebrea d’Italia laureata in chirurgia e ostetricia, visse per alcuni anni a Vasto dove il marito Nino Bedarida era primario.
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Matrimonio Lucia Servadio, Vittorio Nino Bedarida, Torino 1923. |
Voci della memoria: Un’ebrea italiana nel Novecento italiano
Abstract
La legislazione razziale del 1938 spezzò molte vite, dando inizio a quel processo di discriminazione legalizzata che raggiunse poi il suo culmine nelle deportazioni nazifasciste del 1943. Con l’applicazione delle leggi razziali gli ebrei venivano allontanati da tutti i settori pubblici e privati, cancellando la loro presenza nella vita nazionale italiana. Tra questi emarginati ci furono anche molte donne, scienziate, professoresse, intellettuali, la cui vita e storia rimane ancora poco conosciuta. Un libro pubblicato da Raffaela Simili, Sotto falso nome. Scienziate italiane ebree (1938-1945) nel 2010, è l’unico ad oggi che raccoglie, seppur schematicamente e sinteticamente, le storie di alcune di queste donne ed il contributo che diedero alla scienza, alla medicina e alla cultura italiana. Tra queste donne ancora invisibili figura, come illustrerò in questo scritto, Lucia Bedarida Servadio (1900-2006), prima donna in Italia ad essersi laureata nel 1922 in Medicina a soli 22 anni nonché prima donna ebrea ed italiana a lavorare sin dal 1939 in un Paese musulmano come il Marocco.
Introduzione
Lucia Bedarida Servadio fu una donna unica, estremamente moderna per gli anni in cui visse. La sua lunghissima vita ha attraversato l’intero novecento, passando attraverso due guerre mondiali, la discriminazione prima e la deportazione nazifascista dopo, l’esilio e l’uccisione della madre e della nonna ad Auschwitz. Lucia non si diede mai per vinta, dedicando tutta la sua vita ad aiutare gli altri ed i più bisognosi, come nel caso delle donne beduine e arabe del Marocco, paese che l’accolse quando fu costretta a scappare dall’Italia nel 1939. Lucia nacque ad Ancona nel 1900 da una famiglia della media borghesia ebraica di origine sefardita1, la famiglia era completamente integrata alla città, sin dai tempi dell’emancipazione ebraica. Come la maggior parte degli ebrei italiani, i Servadio erano ferventi patrioti e nazionalisti2. Non a caso, proprio in onore di uno dei fautori del nascente Stato italiano, Camillo Benso conte di Cavour, il nonno di Lucia chiamerà suo figlio, padre di Lucia: Cavour, e la figlia (zia di Lucia): Italia. Dare questi nomi nazionalistici era molto comune tra gli ebrei in quegli anni, che grazie allo Statuto Albertino, potevano ora sentirsi liberi ed essere legalmente de facto cittadini a tutti gli effetti del nuovo Stato unitario.
Lucia non conobbe i propri nonni paterni, che morirono quando il padre era ancora giovane, pertanto non ci sono testimonianze a riguardo. Si sa però che il padre e la zia furono cresciuti da una zia paterna e da suo marito, i quali continuarono ad instillare nei due giovani ragazzi quegli stessi valori patriottici che avevano distinto i loro defunti genitori. Una volta cresciuto, Cavour divenne un uomo d’affari e nel 1899 sposò la torinese Gemma Vitale. Gemma era nata a Torino nel 1878 da una famiglia della buona borghesia ebraica. Figlia di Giuseppe (Pippo) Vitale e di Sara (Nina) Levi Vitale, ebbe un’infanzia ed adolescenza tranquilla, privilegiata. Non c’è notizia su quali studi abbia fatto esattamente, ma, come ricorda la nipote Mirella Bedarida Shapiro,
Era una donna colta. Sapeva leggere molto bene, e leggeva in continuazione un po’ di tutto. Parlava un perfetto italiano (cosa non comune all’epoca in quanto anche nelle classi agiate era consuetudine parlare il dialetto, specie in casa, con le domestiche o al mercato) e francese. Prese lezioni anche di lingua inglese. Era una brava pianista, amava in particolare suonare Brahms e Chopin, ed organizzava spesso a casa serate musicali. Amava anche dipingere, in particolare tele ad olio, un po’ alla macchiaiola. (Bedarida Shapiro, 2010)
Una grande dame, come scriverà nella sua autobiografia la scrittrice giornalista Gaia Servadio, altra nipote di Gemma: “Che si annoiava vivere ad Ancona, che paragonata alla sua Torino savoiarda e francesizzante era una cittadina di provincia e gretta. Portava cappelli molto eleganti, ventagli e guanti; con nonno Cavour andavano in carrozza e, quand’erano in campagna, in calesse” (Servadio, 2014: 28).
Gemma ebbe cinque figli: la primogenita Lucia e a seguire quattro maschi: Luciano, Lucio, Luxardo, Luchino. Tutti i nomi dei figli avevano la stessa iniziale, ossia la lettera L, incipit della parola luce, a simboleggiare e rimarcare il coinvolgimento ma anche la speranza di Cavour e Gemma verso gli ideali di giustizia e libertà che gli ebrei italiani, una volta emancipati, avevano ricevuto e interiorizzato a partire dalla metà del XIX secolo. Come testimonia Lucia nei suoi scritti e da ciò che emerge dalle lunghe conversazioni che ebbi nel corso degli anni con Mirella Bedarida Shapiro, una delle sue tre figlie e depositaria di tutti i documenti riguardanti la madre, l’infanzia di Lucia fu bella, agiata e senza preoccupazioni. Come lei dirà in una delle sue ultime conferenze americane ad inizio degli anni ‘90:
Risiedevamo ad Ancona, ma la mamma era torinese, quindi molto frequenti erano le nostre visite ai nonni materni che risiedevano a Torino. Anzi essendo noi numerosi e le cinque nascite susseguitesi a brevissima distanza di tempo, la casa dei nonni rappresentava un sollievo per mia madre oberata da tanta rapida prolificità, ed un rifugio per quello che di noi rappresentava qualche problema. Difficoltà scolastiche, malattie etc. Rivedo un soggiorno di mesi a Torino perché affetta da tosse convulsa separatami dai miei fratellini per paura di contagio. Non dovevo avere più di cinque anni perché non andavo ancora a scuola. Rivedo le frequenti e prolungate sedute al Gasometro con il nonno e le più divertenti gite in funicolare a Superga, perché respirare il gas e l’aria di montagna erano le sole cose conosciute. Suprema gioia le merende al Valentino. Qualche visita al Museo di Storia Naturale e a quello Egiziano, con scarso interesse da parte mia, tanto che a mio desiderio, non sono più andata a visitarli nei miei soggiorni torinesi. (Bedarida Servadio: 1990)
Lucia frequentò la scuola pubblica come tutti i fratelli conducendo una vita borghese, rallegrata da frequenti gite in campagna, nella quale non mancavano lezioni di pianoforte e lo studio della lingua francese. Decisiva nella sua formazione fu la presenza amorevole del padre, che si prese cura di tutti i bisogni dei figli, dallo studio alle attività sportive. Un padre che, come soleva dire sempre Lucia, “in un’epoca in cui le femmine erano relegate in casa a ricamare, a suonare il piano e ad aspettare un marito”, decise che la sua unica figlia femmina dovesse continuare gli studi, dando così anche un buon esempio ai suoi quattro fratelli più piccoli.
Lucia si diplomò giovanissima, a soli sedici anni, pare infatti fosse molto intelligente e bravissima a scuola. Ciononostante, come lei scrisse in una lettera indirizzata all’amica Laura Malvano, non riusciva a capire la scelta di suo padre e perché lei dovesse continuare gli studi, visto che nessuna delle sue amiche lo faceva.: “Ero molto immatura, avevo 17 anni e non vedevo gli studi e la laurea in funzione di un mio futuro. Problema che non mi preoccupava, perché non ne avevo” (Bedarida Servadio, 1990). La sua vita era quella di una ragazza della buona borghesia, simile a quella di molte altre sue coetanee appartenenti allo stesso stato sociale. L’essere ebrea rappresentava infatti un surplus che non modificava i tratti fondamentali della quotidianità di Lucia, del tutto simile a quella delle sue amiche cattoliche. La sua era una famiglia completamente integrata, laica, dove l’ebraismo non si manifestava oltre la pratica di alcuni aspetti formali del culto. Sua mamma Gemma e sua nonna Sara (Nina) Vitale erano state: “Ebree tradizionali di stile italiano. Non c’era cibo kosher a casa, ma nessuno mangiava maiale. Andavano in sinagoga solo per le feste principali. Entrambe leggevano le preghiere in ebraico, probabilmente senza capire cosa stessero leggendo, visto che non sapevano la lingua ebraica” (Bedarida Shapiro, 2010).
Questo aspetto della laicità della maggior parte degli ebrei italiani è riscontrabile in molte autobiografie, memorie ed anche testimonianze di ebrei italiani nati nel primo novecento.3 Dan Vittorio Segre ad esempio, ricordando i suoi familiari li descrive allo stesso modo. Ebrei:
Ferocemente fedeli a casa Savoia per via di quello Statuto Albertino che nel 1848 aveva sancito l’uguaglianza degli ebrei con il resto dei piemontesi. In trent’anni avevano scordato, assieme alle ansie e alle passioni politiche collegate alla creazione dell’Italia, i valori e la fede ancestrali. Solo rimaneva l’osservanza formale e saltuaria dei riti: già i miei nonni ignoravano l’ebraico che nella generazione precedente quasi tutti gli ebrei piemontesi leggevano e scrivevano ancora più o meno correntemente. Solo mia nonna paterna usava leggere mattina e pomeriggio le preghiere di rito, in forma accorciata e senza capirne il significato. Per settanta anni aveva recitato in ebraico anche la benedizione mattutina con cui si ringrazia l’Eterno di “avermi fatto nascere uomo”. (Segre, 1985: 39)
In una intervista rilasciata a Marcello Pezzetti nel 1995, la dottoressa Luciana Nissim Momigliano4 definirà i suoi rapporti con l’ebraismo durante la sua infanzia ed adolescenza, come limitati e sporadici:
Forse circolava in casa qualche parola di giudeo piemontese, ad esempio la cameriera si chiamava chaverta. Però la mia famiglia era completamente assimilata. Mio papà aveva fatto la Grande Guerra, mio zio era morto capitano di artiglieria in Guerra. C’era questa piccola debolezza di essere ebrei, che non si capiva bene che cosa fosse. Tutti sapevano a Biella chi fossero gli ebrei, ma l’appartenenza religiosa non sembra fosse importante per la comunità. A Biella c’era una piccola sinagoga che veniva aperta solo per le grandi ricorrenze. Nessuno a Biella praticava la Kasherut, non c’era una macelleria rituale; ma a casa nostra non entrava il maiale. Non osservavamo il sabato, facevamo però il Seder a Pasqua e a Rosh Ha Shana, e a Kippur andavamo tutti assieme in sinagoga. (Chiappano, 2010: 21)
Ero una bambina come tante altre, scriverà nel suo libro autobiografico Liliana Segre: “Di famiglia ebraica laica ed agnostica: non avevo ricevuto alcun insegnamento religioso a casa. Non avevo mai sentito parlare di ebraismo” (Segre, 2011: 17). Le stesse parole più o meno sono presenti nelle memorie di Carla Pekelis:
Quand’ero bambina, essere ebrea non significava niente. Era più una questione di cose che non si potevano fare di quello che si poteva fare. Non c’era in famiglia nessuna osservanza dei rituali o delle feste. La mia era una famiglia completamente agnostica. I miei genitori facevano del loro agnosticismo, un punto di grande orgoglio, come per la maggior parte a quell’epoca degli italiani, dove il motto era ancora “libera Chiesa in un libero Stato. (Pekelis, 2005: 6)
Fino alla Pubblicazione della Difesa della Razza5 (1938), scriverà Primo Levi nella sua autobiografia Il Sistema Periodico, pubblicato nel 1975:
Non mi era importato molto di essere ebreo: dentro di me, e nei contatti con i miei amici cristiani, avevo sempre considerato la mia origine come un fatto pressoché trascurabile ma curioso, una piccola anomalia allegra, come chi abbia il naso storto o le lentiggini, un ebreo è uno che a Natale non fa l’albero, che non dovrebbe mangiare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha imparato un po’ di ebraico a tredici anni e poi lo ha dimenticato. (Levi, 1975: 37)
Come osserva Amos Luzzatto, Primo Levi era: “Un ebreo fortemente italianizzato… che ha incontrato il mondo ebraico e la sua stessa ebraicità proprio all’interno di quella tragedia (la Shoah e la sua prigionia ad Auschwitz). È là che lui ha conosciuto quel ricchissimo mondo ebraico dell’Europa orientale, ricco per tradizioni, per cultura, per creatività ebraica, proprio nel momento che stava venendo distrutto” (Luzzatto, 2006: XI). L’interesse di Levi per l’ebraismo era più di ordine culturale ed intellettuale che religioso. Pur avendo una grande cultura biblica, come lo dimostrano diversi passi dei suoi scritti, basti pensare alla rivisitazione dello Shema’ Israel (tr. Ascolta Israel, una delle preghiere ebraiche quotidiane più importanti) nell’introduzione a Se questo é un uomo (Levi, 1958: 9), questa era per lui meno importante e lo incuriosiva meno. Fu il suo universo concentrazionario a fare di lui uno scrittore culturalmente ebreo, in particolare quando venne a contatto con quella cultura (ebraica askenazita dell’Europa orientale) che Levi “scoprii con meraviglia che loro erano ebrei a tempo pieno, mentre io ero appena un ebreo anagrafico o di complemento. Era stato l’antisemitisimo a segnare diversamente i miei correligionari, di là e di qua. In Italia, l’istituzione del pogrom non é mai stata conosciuta, né il fattore linguistico ha mai rappresentato un diaframma” (Goria, 1982: 5).
Gli ebrei italiani quindi, e tra questi i più grandi scrittori ebrei del novecento italiano, come il già citato Primo Levi, ma anche Carlo levi, Natalia Ginzburg e Giorgio Bassani, come Lucia annoterà in uno dei suoi diari:
Politicamente e culturalmente erano completamente integrati alla vita degli altri italiani. Religiosamente formavano un gruppo a parte, non eccessivamente fervente e rispettoso di tutte le pratiche ed impegni igienici culinari imposti dalla tradizione, anche se rispettosi ed ubbidienti alla Torah, i cui comandamenti stabiliscono i principi fondamentali della morale della vita ebraica: io e i miei fratelli abbiamo frequentato scuole pubbliche dalle classi primarie alle universitarie e mai abbiamo sentito ne sofferto una parola ed un gesto di scherno e d’insofferenza perché eravamo ebrei. I nostri amici e quelli dei nostri genitori erano indifferentemente ebrei e non ebrei e la scelta era dettata dalle nostre simpatie ed interessi in comune.(Bedarida Servadio, 1993)
È significativa la definizione di Lucia sugli ebrei italiani, specialmente per quanto riguarda l’uso del termine integrazione piuttosto di assimilazione. Per anni, diversi storici hanno descritto gli ebrei italiani come un gruppo completamente assimilato allo Stato italiano, specialmente nel periodo che va dall’Emancipazione alle Leggi Razziali del 1938. Il motivo di questa erronea definizione è dato da una visione del gruppo ebraico alquanto riduttiva e limitata per lo più alla sola analisi del contributo che gli ebrei italiani diedero al Risorgimento italiano, alla loro attiva partecipazione alla vita pubblica, sociale, politica e culturale italiana sin dalla loro emancipazione. L’ebraismo italiano, specie in quegli anni (metà 1800 inizio primo novecento), ha invece più nuances e sfaccettature. Pertanto, la chiave di lettura dovrebbe essere un’altra e diversi studi, specie quelli che riguardano l’aspetto identitario e i concetti assimilazionistici andrebbero ulteriormente approfonditi e chiariti. In primis, il termine stesso di assimilazione. Per assimilazione intendo un processo nel quale un gruppo minoritario, nel nostro caso quello ebraico, viene assorbito o (anche volontariamente) si fa assorbire da un gruppo maggioritario, rinunciando così completamente alla propria identità, sia religiosa che culturale. Questo non si può dire del gruppo ebraico italiano, che sarebbe più corretto definire come integrato, piuttosto che assimilato (Bettin, 2007).
Uso il termine integrazione per indicare un processo di adattamento, di accettazione dell’altro, un voler adattarsi ai valori etici e sociali della società circostante ma sempre continuando a mantenere la propria identità, o perlomeno una parte di essa. Certamente, se la si guarda solo dal punto di vista religioso, la storia ebraica italiana, specie nel periodo post emancipatorio, potrebbe essere vista come assimilatoria, ma la realtà come ho scritto è molto più complessa. Se da una parte, come scrive Attilio Milano, “L’ingresso degli ebrei in una vita italiana completamente parificata ebbe un’influenza decisiva nella formazione di un nuovo tipo di ebreo, nel quale andavano sempre più affievolendosi sia qualche sua atavica caratteristica personale sia i suoi rapporti con i fratelli di fede” (Milano, 1963: 371). E’ anche vero che dall’altra si assiste, in particolare nel primo novecento, ad una rinascita dell’ebraismo italiano, come testimonia la creazione di numerosi circoli culturali ebraici, associazioni, movimenti giovanili, l’organizzazione di congressi, il cui fine era quello di mantenere vivo l’ebraismo nella forma di una identità particolare. Nota bene Mario Toscano quando afferma che gli ebrei “Pur mantenendo a lungo relazioni sociali “interne”, acquisivano (grazie all’emancipazione ricevuta) come base della propria identità la nascente tradizione dello stato unitario” (Toscano, 2003: 48).
Ma è importante sottolineare che l’identità nazionale era una “aggiunta” alla loro identità ebraica, affievolitasi negli anni, ma mai persa completamente. Gli ebrei italiani hanno sempre mantenuto un filo diretto con la loro ebraicità. Non hanno mai smesso di sentirsi ebrei, o rinunciato ad esserlo (salvo alcune eccezioni), nemmeno nei periodi più bui dell’ebraismo italiano.6 La paura dell’assimilazione rappresentò sempre un tema sentito all’interno del gruppo ebraico, la questione veniva dibattuta molto sui giornali ebraici dell’epoca, specialmente dopo l’ottenuta emancipazione. Proprio la tanto desiderata emancipazione, infatti, rappresentava, specie per i più osservanti, un serio problema. L’apertura dei ghetti aveva portato ad una mobilitazione ebraica verso altri quartieri cittadini ed anche città diverse, allontanando fisicamente molti ebrei dalla comunità di appartenenza, con il risultato che molte sinagoghe a malapena raggiungevano il quorum per officiare i vari riti. Ciononostante bisogna tener conto che questo allontanamento dalle pratiche religiose era dato da un processo di secolarizzazione in atto in tutta la società italiana. Nel nascente Stato italiano liberale, laico, non c’era posto per la religione e qualora vi fosse stato questo era solo marginale. Altri erano i valori, in primo luogo quello di Patria, che gli ebrei italiani come il resto della popolazione accettò e fece suo, come testimonia la loro intensa partecipazione nelle varie guerre d’indipendenza prima, e mondiali dopo. Ciononostante, pur acquisendo questi nuovi valori e tradizioni, tanto da definirsi sempre, come si legge in molte memorie dell’epoca, italiani ebrei, piuttosto che ebrei italiani, mettendo quindi la loro appartenenza alla nazione italica prima della loro ebraicità (cosa non casuale ma che indica quanto contasse per loro l’appartenenza alla società italiana prima ancora che alla loro comunità religiosa), non rinunciarono mai a sentirsi ebrei. I fermenti culturali ebraici italiani del primo novecento ne sono la prova, in quanto indice di un qualcosa e di un desiderio di mantenere e vivere queste tradizioni ancestrali, come nel caso dei campeggi ebraici, creati da Angelo Da Fano nel 1922, con l’intento di far vivere ai giovani ebrei italiani un’atmosfera completamente ebraica e sionistica (Bettin, 2005: 332). Lucia non partecipò mai a questi campeggi, né tantomeno fece parte di una di queste associazioni giovanili, in quanto assorbita completamente dalla sua vita di studentessa di medicina, dal lavoro e dalla famiglia. Cionostante era a conoscenza del nascente movimento sionistico italiano e ne era anche attratta, come si legge in una lettera mandata alla famiglia di Enzo Sereni il 13 marzo 1946, dopo aver saputo della morte di quest’ultimo a Dachau: “Ricordo Enzo Sereni nella primavera del 1922 sulle rovine del Tuscolo, aprire la mente di noi amici, imbevuti del fascismo della civiltà e della cultura romana, alla conoscenza dell’ebraismo e del sionismo. Compresi allora quanto quell’essere eletto avrebbe potuto dare all’umanità e deploro che la sua energia sia stata così crudelmente e prematuramente stroncata” (Bedarida Servadio, 1946).
Solamente durante gli anni universitari Lucia sentì parlare di Sionismo: “Da qualche compagno di corso, ho sentito parlare di Sionismo, di Theodor Herzl, di necessità di un focolare ebraico dove potessero trovare rifugio i perseguitati dei paesi dell’Europa orientale” (Bedarida Servadio, 1993).
La visione che Lucia aveva in quegli anni del Sionismo rispecchiava il pensiero di molti ebrei italiani, che concepivano il movimento più per un certo tipo di ebreo, quello appunto perseguitato, che per loro. Il Sionismo era visto più in chiave filantropica che ideologica. Ciò spiega perché molti ebrei italiani durante il primo ventennio del novecento non aderirono al movimento sionista, pur riconoscendone l’importanza ed il valore. Lucia, non si sentiva allora una perseguitata, né tantomeno discriminata: “In Italia non c’era antisemitismo, neppure nei primi anni del governo fascista. Mussolini anzi aveva assunto un’attitudine di protezione verso i giovani ebrei del paese (diciamo nell’insieme). Anche aprendo loro l’accesso agli studi universitari, in condizioni anzi di favore rispetto agli studenti italiani e facendo anche dichiarazioni a favore degli israeliti - come si chiamavano allora gli ebrei” (Bedarida Servadio, 1993). Questo però accadeva nel 1920-1922, prima che il Fascismo adottasse la sua politica razziale discriminatoria e poi persecutoria. Come scriverà Lucia in uno dei suoi diari:
La vita degli italiani ebrei durante il primo quarto del ventesimo secolo, non presentava nulla di rilievo. I pochi ebrei che c’erano in Italia, si sentivano cittadini a pieno diritto, e, secondo i loro meriti e le loro conoscenze, potevano aspirare posizioni di alto livello in ogni campo di attività e di funzione. Nel 1922 nella Facoltà di Medicina di Torino, c’erano diversi professori ebrei, e tutti trovavano la cosa normale, perché si trattava di persone che avevano raggiunto per i loro meriti i posti che degnamente ricoprivano. (Bedarida Servadio, 1993)
Ciononostante, sebbene l’istruzione sia sempre stata un fattore preponderante nella vita ebraica, anche quando gli ebrei erano relegati nei ghetti7, e diverse fossero le donne ebree istruite e laureate, solo poche di loro riuscirono a fare carriera universitaria e a diventare professore ordinario o ad occupare posizioni di rilievo. Probabilmente questo era dovuto alla tipologia stessa del mondo accademico italiano abbastanza chiuso nei confronti delle donne e con pochi margini per chi di loro volesse fare carriera universitaria. Inoltre, bisogna tenere anche in considerazione il periodo storico: “in quegli anni, non era “comune” che una ragazza di buona famiglia lavorasse, o che andasse a vivere da sola in una grande città per studiare” (Bedarida Servadio, 1990). Ciò spiega perché Lucia fu mandata a studiare a Torino, dove vivevano i nonni materni. Inizialmente Lucia non sapeva cosa avrebbe studiato o a quale facoltà iscriversi, come lei scrisse in uno dei suoi diari: era stata una studentessa liceale brillante, con ottimi risultati in tutte le materie, pertanto ogni professore cercava di convincerla a proseguire la disciplina del suo insegnamento. Suo padre avrebbe voluto che lei si iscrivesse alla facoltà di Ingegneria, così lei avrebbe potuto, una volta finita l’università, aiutarlo nel suo lavoro. Lucia però decise di iscriversi a Medicina. Il motivo di questa scelta, come lei stessa dirà più volte nel corso della sua vita, fu dovuto a una “chiamata” e da una “rivelazione”. Una chiamata, giustificata da lei come una missione, dove avrebbe potuto aiutare gli altri e sentirsi utile. Influenzata e colpita dalle storie che sua madre, che era stata infermiera volontaria all’ospedale militare durante la prima Guerra mondiale, le raccontava sin da adolescente, decise che anche lei avrebbe dato il suo contributo: “Ho sentito come una rivelazione che lo studio della medicina era la strada su cui dovevo mettermi” (Fincato, 2007: 29). Una scelta che, a distanza di quasi 70 anni, Lucia non rimpianse mai, anzi, come disse nell’ultima intervista che rilasciò nel 2006:
Debbo dire che non mi sono mai pentita di aver studiato medicina e di aver lavorato come medico, anzi, ancora oggi affermo che, se ci fosse una vita futura ed io ritrovassi tutte le mie facoltà di corpo ed intelletto, tornerei alla medicina. Questo richiamo che io ho sentito, quest’influenza sullo spirito femminile di curare chi soffre, deve essere stato forte in quel momento perché tante giovani vite venivano spezzate e molte altre erano sottoposte a sofferenze incredibili. (Fincato, 2007: 29)
La conferma che aveva scelto la strada giusta le fu data sin dalle prime lezioni che tenne nel laboratorio di anatomia dell’Università di Torino, dove durante un esame istologico al microscopio capì ulteriormente l’importanza della ricerca medica. Inoltre, Lucia credeva fortemente che in quanto donna, anzi, proprio l’essere donna, le avrebbe dato la possibilità di essere un ottimo medico. In una lettera di tributo scritta per onorare la memoria della sua collega ed amica Gemma Barzilai8 si legge: “Le donne hanno sempre avuto una marcia in più, e un istinto naturale per aiutare i loro uomini, padre, figli, mariti, nonostante le difficoltà e gli orrori della Guerra” (Bedarida Servadio). Pertanto, studiare medicina e diventare medico fu per Lucia una scelta normale.
I. Gli anni universitari
Il primo anno universitario a Torino fu molto difficile per Lucia. La rattristava molto essersi allontanata dai propri genitori, fratelli, amici e città natale: “Si era in piena Guerra, annata scolastica 1916-1917, le frequenze ai corsi erano scarsissime perché i giovani erano al servizio militare. Tristezza e preoccupazione in casa perché due fratelli di mamma erano al fronte, uno anche in aviazione, allora agli albori, e, quanto mai rischiosa. Io seguivo i corsi regolarmente, studiavo ma non ero felice e mi consolavo mangiando una grande quantità di paste, che mi hanno fatto guadagnare rapidamente molti, troppi chili” (Bedarida Servadio, 1990).
Per questo, una volta tornata a casa dalle vacanze estive, Lucia comunicò ai propri genitori che non voleva più studiare a Torino. L’ambiente era troppo rigido e triste per lei. Il padre capì il punto di vista della giovane figlia e anche per una serie di altre circostanze (scosse di terremoto avvenute nell’Anconetano nel 1917, disfatta di Caporetto, che porto’ un’affluenza di profughi verso il centro sud, compresa Ancona, causando molti disagi ai locali), decise di trasferire tutta la famiglia a Roma dove Lucia avrebbe potuto continuare i suoi studi universitari.
Nel settembre del 1917, Lucia si iscrisse al secondo anno di medicina all’Università di Roma, dove già erano iscritte 13 donne. Pur essendo l’iscrizione universitaria femminile non comune in quegli anni, Lucia ricorda di non essere mai stata discriminata in quanto donna: “La frequentazione femminile ai corsi, era vista ed accettata come cosa normale dai professori, assistenti e studenti maschi. Non siamo mai state escluse dalle lezioni, laboratori o turni in ospedale. Tutti noi avevamo gli stessi obblighi e doveri. Vivevamo in perfetto cameratismo ed amicizia, senza gelosia o animosità, diventando anche amici e frequentandoci dopo i corsi” (Bedarida Servadio, 1990).
I suoi anni universitari romani furono belli, spensierati. Il 17 luglio del 1922 a soli 22 anni e giorno del suo compleanno, Lucia si laureò a pieni voti con lode, diventando la più giovane dottoressa italiana. Dopo la sua laurea Lucia voleva andare a Londra per specializzarsi in Chirurgia infantile, che in quegli anni non si studiava ancora in Italia. Il padre però glielo proibì, suggerendole che avrebbe dovuto pensare a sposarsi. Lucia invece, decise di prendersi una vacanza ed andò a Torino per un po’ di tempo dai nonni materni, dove durante una visita in un ospedale torinese conobbe quello che sarebbe diventato poi il suo compagno di una vita, il dottor Nino Vittorio Bedarida, che sposò alla Sinagoga di Roma il 12 Aprile del 1923. I due giovani sposi si trasferirono presto a Torino dove Nino lavorava come medico chirurgo all’Ospedale San Giovanni. Ed è proprio a Torino che inizia la terza fase torinese della vita di Lucia, ricordata da lei stessa come:
La più bella e la più lieta, rallegrata dalla nascita di due delle mie tre figliuole. Vivevamo essenzialmente nell’ambiente ebraico torinese; sono entrata come 45 cugina nella famiglia, di cui facevano parte molti membri che sono stati i promotori e gli iniziatori dell’industria Torinese. Mio suocero per il ferro smaltato, i Tedeschi per i cavi elettrici. Quasi tutti intelligenti, attivi, colti e più che benestanti. Di conseguenza belle case, bei vestiti, frequenti e festose riunioni familiari per celebrare qualche lieto evento, quali nascite, matrimoni, bar mitzvah, opere, concerti, teatro. (Bedarida Servadio, 1990)
In quegli anni Lucia non lavorava ancora per conto suo come medico, bensì aiutava il marito nella sua pratica di chirurgo e nella sua attività scientifica, passando molte ore in laboratorio ed in biblioteca: “Era lui, e non io, che doveva riuscire nella carriera e quindi io lo aiutavo negli esperimenti di laboratorio, nelle ricerche in biblioteca, nell’esecuzione degli atti chirurgici” (Fincato, 2007: 30). Cionostante, pur avendo una vita molto piena e già due figlie, Paola nata nel 1924 e Mirella nel 1927, Lucia decide di continuare i suoi studi e di specializzarsi in radiologia a Roma, dove vivrà per circa un anno, lasciando temporaneamente il marito e le figlie. Lucia si considerò sempre molto privilegiata per questo. Come dirà più volte, l’appoggio del marito e della famiglia le fu fondamentale per proseguire i suoi studi. Come si evince dai suoi scritti e dalle informazioni raccolte, Lucia era molto legata alla sua famiglia di origine, ma anche a quella del marito:
La mia vita era divisa tra la mia famiglia, quella di mia madre che rimasta vedova nel 1924 si era trasferita a Torino con i due figli più giovani che non avevano ancora finito gli studi, mentre i due maggiori vi risiedevano e vi lavoravano già, e la mamma di mio marito, che aveva fatto della sua casa un centro di incontri familiari ed a ragione ci reclamava. Pertanto, avevamo una riunione settimanale di cui facevano parte diverse amiche. I temi di conversazione non erano dei più elevati ne’ molto interessanti, non si parlava di politica. (Bedarida Servadio, 1990)
E’ curioso come dai vari scritti, pur essendo passati molti anni, i ricordi di Lucia per quanto riguarda le persone ed i fatti avvenuti siano chiari e freschi, mentre per quanto riguarda la città di Torino questi siano sbiaditi, forse perché, come lei scrisse, non amava particolarmente quella città che le dava “L’impressione di essere triste, grigia, senza entusiasmi, forse perché ero nata e cresciuta sul mare ed avevo trascorso gli anni della mia formazione medica nell’atmosfera luminosa ed esaltante di Roma. Pertanto, ho vissuto lietamente a Torino solo con la famiglia e gli amici, per la famiglia e gli amici” (Bedarida Servadio, 1990).
II. Vasto
Nell’estate del 1930, Lucia si trasferisce con le due figlie ed il marito a Vasto in Abruzzo, dove a Nino era stato offerto il posto di chirurgo primario all’Ospedale Civile dal professor Paolucci in persona, allora clinico chirurgo a Bologna ed anche capo del Partito Nazionalista italiano, abruzzese di origine e politicamente molto influente nella zona. “Paolucci pregò Nino di prendere quel primariato, perché voleva dare al paese un elemento di valore” (Bedarida Servadio, 1992). Per Nino questa era un’ottima opportunità, in quanto grazie a questo nuovo lavoro ed all’appoggio di Paolucci avrebbe potuto in futuro avere la possibilità di diventare primario in una città più importante. In quegli anni non c’era ancora sentore di quello che sarebbe successo in seguito agli ebrei, ossia nessun ebreo italiano avrebbe mai pensato di essere deportato e sterminato dai nazifascisti alcuni anni dopo. Nonostante alcune avvisaglie precedenti alle leggi razziali del 1938, come articoli antisemiti sui maggiori quotidiani italiani, il verificarsi di alcuni episodi squadristi, ed a mio avviso, i Patti Lateranensi del 1929 che riconoscevano il Cattolicesimo come unica religione di Stato, discriminando quindi tutte le altre religioni, gli ebrei italiani si consideravano al sicuro e, seppur molti fossero antifascisti, mai avrebbero pensato che Mussolini e sopratutto casa Savoia potessero arrivare a tanto. Per questo le leggi razziali furono per gli ebrei italiani uno shock tremendo, un colpo improvviso, inatteso e doloroso, in quanto si sentirono in primis traditi da quello Stato che consideravano il loro e per il quale tanto avevano fatto, assieme agli altri italiani, per contribuire a crearlo. A Vasto i Bedarida erano gli unici ebrei. “Siamo stati accolti bene”, scriverà Lucia, “Da una parte della popolazione, meno da un’altra parte che ci consideravano “foresti” in quanto provenienti dal Nord Italia”. Una diffidenza data, quindi, dalla diversa provenienza geografica ma non perché la famiglia non fosse cattolica. “Il nostro non partecipare alle cerimonie religiose cattoliche è stato naturalmente notato, ma noi non avevamo nessuna ragione per nascondere la nostra appartenenza alla religione ebraica. Abbiamo fatto conoscenze, amicizie, contatti con i medici dei paesi vicini che hanno subito avuto stima e simpatia per Nino e che hanno cominciato a portare i loro pazienti bisognosi di interventi chirurgici” (Bedarida Servadio, 1992).
Questi rapporti con gli abitanti del paese, le dinamiche di diffidenza iniziale e di accettazione completa poi, la possiamo trovare anche in Cristo si e’ fermato ad Eboli (1945) di Carlo Levi, che scrisse questo suo diario quando, come antifascista, fu mandato al confino a Gagliano nel 1935. Anche in questa autobiografia, come in altre sopra citate, si capisce che l’essere ebreo non era affatto un problema o un fattore discriminante. Lo stesso Levi nel suo diario non fa mai menzione della sua fede mosaica o di avere avuto dei problemi con gli abitanti del villaggio. Si può affermare che uno dei motivi fosse dovuto anche a una certa ignoranza riguardo all’ebraismo e a chi fossero gli ebrei, specie in un mondo contadino del sud Italia, dove sin dai tempi dell’inquisizione non esistevano più comunità ebraiche, ma sopratutto alla tipologia stessa dell’ebraismo italiano. A differenza degli ebrei provenienti dall’Europa dell’est, la maggior parte degli ebrei italiani erano in quegli anni laici e, contrariamente agli ebrei ortodossi osservanti, non vestivano in modo diverso e non parlavano Yiddish. Non c’era nessun segno che li distinguesse dal resto della popolazione non ebraica. Di conseguenza, venivano visti e più che altro accolti, come fu nel caso di Lucia e Nino, tranquillamente.
Contrariamente alle tesi di alcuni storici che vedono le leggi razziali del 1938 come la continuazione di una discriminazione e di un antisemitismo che sarebbe sempre stato presente nella società italiana9 sin dall’emancipazione stessa, la maggior parte degli italiani in quegli anni non era antisemita o, perlomeno, non vedeva l’ebreo come l’altro. I rapporti tra cattolici e gentili erano paritari ed amichevoli. Tutte le fonti a disposizione, testimonianze, memorie ed autobiografie scritte da ebrei vissuti nel primo ventennio del novecento, lo confermano. Diverso invece è il discorso per quanto riguarda lo Stato e la posizione della Chiesa cattolica, dove è possibile rilevare tendenze anti-semite in diversi giornali cattolici sin da metà ottocento10. Sull’antisemitismo di matrice cattolica e di stereotipi verso gli ebrei nell’Italia liberale e negli anni del fascismo, ci sono molti studi, un po’ meno invece per quanto concerne le relazioni sociali tra ebrei ed il resto della popolazione italiana. Le uniche fonti che si hanno sono i diari scritti o testimonianze rilasciate nel corso degli anni di ebrei nati e cresciuti nel primo novecento. L’uso della memoria come fonte storica è stata sempre messa in discussione da parte di alcuni storici (Nidan Orvieto, 2005) in quanto mancherebbe di una certa imparzialità, ossia il ricordo riportato negli anni potrebbe essere rivisto ed adattato (magari inconsciamente) al discorso presente e solamente a ciò che si vuole ricordare o credere, manipolando quindi una certa realtà.
Se da una parte, dal punto di vista storico scientifico, può essere vero, ossia il ricordo rivissuto può lasciare posto ad una certa soggettività e rivisitazione dei fatti realmente accaduti, è anche vero che non si può negare l’importanza e l’uso che si può fare di questo materiale per una maggiore comprensione della nostra ricerca. Nel caso di Lucia, per esempio, i suoi diari, lettere e documenti (questi ancora inediti) sono le uniche informazioni che si hanno a disposizione. Alcune cose scritte da lei possono essere confutate o meno attraverso ricerche archivistiche, come ho fatto in questo studio, ma è vero anche che ciò che lei ha scritto era la sua vita o visione di questa, compresi i rapporti che ebbe con le persone, le istituzioni fasciste e i vari governi. La vita di ogni persona è soggettiva ed unica, ma è anche vero che attraverso lo studio di una vita, quindi di una microstoria, si può capire molto, completando così una ricerca squisitamente oggettiva e scientifica che a volte lascia poco spazio alla considerazione dei rapporti interpersonali, focalizzandosi prevalentemente sui rapporti istituzionali, sulle politiche governative o meno, quindi su una macrostoria, e non tenendo abbastanza conto del fatto che la macro viene capita maggiormente se si prende anche in maggiore considerazione la micro. In questo caso, l’esperienza della gente comune e la realtà della vita quotidiana.
Sin dalla metà degli anni ottanta ad oggi c’è stata una rivisitazione storiografica ma anche politica dell’antisemitismo nel ventennio fascista, sull’origine del razzismo nell’Italia fascista, sul mito degli “Italiani brava gente”11, sul non riconoscimento collettivo italiano della sua adesione al fascismo e nazifascismo e di conseguenza a tutto ciò che questo ha comportato (Levis Sullam, 2015). Studi importanti che hanno contribuito ed arricchito la storia dell’ebraismo italiano. Ciononostante, le “voci” di ebrei che hanno vissuto il contesto storico preso in esame sono ancora poco considerate, o perlomeno si ha l’impressione che non lo siano abbastanza. Non tenendo quindi in dovuta considerazione che l’esperienza dei singoli, attraverso l’uso di interviste, lettere, diari e memorie, può anche dare il senso della realtà dell’epoca. Per quanto non si debba generalizzare, in quanto ogni autobiografia e memoria è unica, si possono riscontrare in quasi tutte le autobiografie ed interviste12 degli aspetti in comune dati dalle storiche vicende che queste persone hanno condiviso, dall’intrecciarsi delle loro vite sia come legami familiari che amichevoli, dallo stesso tipo di educazione (se appartenenti alla stessa classe sociale) ed anche dai rapporti che hanno avuto con la popolazione non ebraica (Bettin, 2010). Come molti studi hanno dimostrato, c’erano ebrei fascisti ma anche antifascisti (Sarfatti, 2000), ed il loro aderire o meno a certi partiti era dato più dalla loro condizione socioeconomica che dall’appartenenza o meno all’ebraismo. L’atteggiamento degli ebrei fu in tutto e per tutto simile a quello degli altri italiani: “In taluni casi di consenso e adesione convinta, in altri di partecipazione per necessità, opportunismo e quieto vivere, in altri ancora di opposizione. In Italia non esisteva una questione ebraica e l’antisemitismo, nei primi quindici anni del regime mussoliniano, era rimasto confinato all’interno di cerchie ristrette di intellettuali e gruppi di pressione di interesse” (Avagliano e Palmieri, 2011: XIV-XV).
Ed è proprio per quieto vivere che i coniugi Bedarida si iscrissero al Fascio, cosa che era in quel tempo (fino a che non fu reso obbligatoro nel 1938) auspicabile se si voleva continuare a lavorare. Una volta iscritto al Fascio, Nino, che era stato decorato e capitano medico durante la Prima Guerra Mondiale, (dove si arruolò volontariamente) fu subito nominato Maggiore Medico della Milizia, Lucia invece fu nominata segretaria del Fascio Femminile. Come segretaria del Fascio Femminile, Lucia si propose l’obbiettivo di dare a questo un nuovo slancio, nel coinvolgere le donne locali in svariate attività; nell’organizzare raduni femminili, come quello a Roma per l’esibizione davanti al Duce di donne abruzzesi nei loro costumi tradizionali; nell’accogliere le varie personalità fasciste in visita al paese di Vasto o nell’ospitare a casa propria l’amante, con madre a seguito, di Starace, allora segretario del partito fascista. Lucia iniziò, inoltre, a lavorare con il marito in ospedale come assistente in sala operatoria e come radiologa. L’ospedale era vecchio, scomodo, ma le suore (che allora lavoravano come infermiere nell’ospedale) erano simpatiche ed accoglienti. Nino diventò anche medico delle Ferrovie con il gran vantaggio di poter viaggiare, anche con la famiglia, gratis. Così i Bedarida tra il 1930 ed il 1939 andarono spesso a Torino ed in giro per l’Italia, specie a Bologna dove Nino insegnava Patologia Chirurgica all’università. A Torino nasce nel 1933 anche la terza figlia, Adria. Lucia era felice di viaggiare, di andare a convegni e ritornare a Torino per vedere la famiglia e fare un tuffo di vita intellettuale, e prendere contatto con i vecchi amici. Rifornirsi di vestiario o andare o tornare dalle vacanze sui monti, dato che vivevano al mare.
Nel frattempo i Bedarida si erano trasferiti a Pescara, anche se continuavano a lavorare a Vasto per permettere alle figlie di studiare al Liceo. Nel 1938 però la loro vita venne completamente sconvolta:
La comparsa delle leggi razziali, sono state un fulmine a ciel sereno, assai meno per gli antifascisti tra cui si trovavano molti ebrei. La macchina amministrativa era stata messa subito in movimento ed eseguita pedissequamente, per cui, nel corso di due mesi la mia famiglia, mio marito chirurgo, io medico, tre figliole rispettivamente di 14, 11 e cinque anni, ci siamo trovati mio marito fuori dall’ospedale di cui era primario, quindi nell’impossibilità di eseguire interventi chirurgici; io potevo ancora fare visite a domicilio e fare prescrizioni mediche. Le ragazze fuori dalla scuola, e, poiché vivevamo in un centro dove eravamo la sola famiglia ebrea, non esistevano scuole ebraiche, quindi impossibilitate a studiare. Non potevo avere più un aiuto domestico in casa, cosa che da sempre ero abituata ad avere. Esclusi da club e centri culturali, ci avevano ritirato tutte le tessere, anche se mio marito era stato inizialmente discriminato, termine e condizione creata per quanti si erano resi benemeriti durante la prima guerra mondiale. Il quadro che do di noi può rendere facilmente che subbuglio psicologico queste leggi, anche se non ancora cariche di minaccia hanno portato nella nostra famiglia. (Bedarida Servadio, 1993)
I Bedarida però ricevettero anche solidarietà ed aiuto dagli abitanti del posto. Quando le furono richieste le dimissioni da segretaria del Fascio Femminile, tutte le donne che avevano collaborato con lei si dimisero in massa con una lettera piena di elogi per il buon lavoro che aveva fatto, mentre il Comandante della Milizia fascista, loro buon conoscente, li aiutò ad esportare diverse apparecchiature mediche ed anche del denaro che consentirà ai coniugi Bedarida di poter esercitare la loro professione in un altro paese. Cionostante, come scriverà Lucia in un suo breve articolo, Reflections on an Italian Jewish Life, si sentiva rifiutata, sola, infelice (Bedarida Servadio, 2002: 354). Non riusciva infatti a capacitarsi del perché un piccolo nucleo familiare che si era fatto benvolere, che non nuotava certo nella ricchezza, che aveva curato e salvato tante persone subiva tutto questo, chiedendosi come il rapporto con la comunità potesse passare dalla stima e benevolenza all’odio ed al disprezzo: “Qual è il substrato di questo fenomeno? Razziale, religioso, sociale, economico?” (Bedarida Servadio, 1993). Domande e preoccupazioni che si ponevano tutti gli ebrei italiani, come traspare in molte lettere da loro scritte ed indirizzate a Mussolini ed anche al re Vittorio Emanuele III all’enunciazione della legislazione razziale antiebraica (Nidan Orvieto, 2005). “Per quanto prevedessi il peggio, non avrei creduto che in Italia, nella nostra Italia, cui ci legano tanti vincoli di cultura, di vita e di affetto, potesse così facilmente svilupparsi un antisemitismo a carattere razzista, ormai designato come teoria ufficiale del regime” (Cividalli, 2016),così scriverà nei suoi diari Gualtiero Cividalli, immigrato nella Palestina del Mandato Britannico nel 1939. Una delle conseguenze delle leggi razziali fu infatti l’immigrazione di diversi ebrei Italiani, non sono nella Palestina del Mandato Britannico, ma in tutto il mondo o perlomeno, per essere esatti, nei Paesi (pochi) che li vollero accogliere dopo il 1938 e all’inizio della seconda Guerra Mondiale. Secondo i dati del Dipartimento per la demografia e razza del Ministero dell’Interno, tra il 1938 ed il 28 ottobre 1941, furono 5966 gli ebrei italiani che lasciarono l’Italia (De Felice, 1961: 367). Tra questi, i coniugi Bedarida. Immigrare però non era cosa semplice, pur avendo disponibilità economiche era molto difficile ottenere un visto di emigrazione. Dopo avere cercato in tutti i consolati stranieri di Roma, i Bedarida riuscirono ad avere una promessa di visto dal Console dell’Ecuador, ottenuta grazie al regalo di una forte somma di denaro. Mirella, figlia di Lucia, ricorda ancora quei giorni : “Di grande agitazione in famiglia, si partiva finalmente, e per l’Ecuador, venti giorni di piroscafo. Che bellezza per noi bambine. Bauli da riempire, biglietti sul piroscafo già prenotati” (Bedarida Shapiro, 2010). Promessa però che non fu mai mantenuta dal Console che all’ultimo momento gli rinnegò il visto. Ricominciava pertanto per Lucia e famiglia un altro calvario. Lucia, ha sempre ricordato quei giorni come di grande preoccupazione e disperazione, in quanto non sapevano più a chi rivolgersi. Fortunatamente però un ex studente del marito, il dottor Shakin, le scrisse per dirle che forse a Tangeri ci sarebbe stata per lei e Nino una possibilità di lavoro. In quegli anni Tangeri era una zona internazionale, amministrata da sette nazioni13, tra cui l’Italia, ed era considerata un posto sicuro per i profughi che scappavano dall’Europa nazista. I rifugiati venivano assistiti dall’American Joint Distribution Committee (JDC), un’organizzazione ebraico-americana che sin dal 1938 aveva aperto un ufficio in città per aiutarli sia economicamente che burocraticamente ad inserirsi. Oltre al JDC erano attive in tutto il Marocco (sia francese che spagnolo), anche altre organizzazioni ebraiche come l’Alliance Israelite Universelle (AIU) the World Jewish Congress (WJC) and the American Jewish Committee (AJC). A Tangeri ogni nazione aveva la propria scuola ed ospedale. L’Italia aveva un suo ospedale, sin dal 1929. L’ospedale italiano non era molto grande, aveva solo 35 posti letto ed era gestito inizialmente da cinque suore della Congregazione Francescana del Cuore Immacolato di Maria. Vicino all’ospedale c’era anche una Scuola Italiana, elementare e di prima media, aperta nel 1927-28, a cui si era aggiunto nel 1929 anche l’Istituto Tecnico e nel 1930 il Liceo Scientifico. Tangeri, pertanto, poteva essere una buona opportunità per i Bedarida, dove non solo avrebbero potuto continuare a lavorare come medici, visto che non c’era bisogno di nessun visto e le lauree italiane venivano riconosciute, ma anche continuare a dare un’educazione italiana alle loro figlie. Nel 1939, Nino partì da solo per vedere quali fossero le possibilità di lavoro reale, e se avesse potuto aprire una piccola clinica privata. Nel frattempo Lucia, rimasta in Italia, si sarebbe preoccupata di vendere i due appartamenti che avevano e con i soldi comprare tutta l’attrezzatura medica chirurgica, compresi i permessi di esportazione. Non era facile, anzi era difficilissimo oltre che vietato per gli ebrei, esportare molti beni propri, specie denaro. In questo, però, Lucia fu aiutata da alcuni gerarchi fascisti che erano stati suoi pazienti e che le permisero di esportare tutto l’equipaggiamento medico per avviare una clinica chirurgica a Tangeri. Lucia, quindi, raggiunse il marito a Tangeri per aiutarlo ad avviare la clinica, mentre le tre figlie dovevano provvisoriamente stare con la mamma e la nonna di Lucia a Pescara. Dopo aver messo su la clinica ed affittato un appartamento per le famiglia, Lucia tornò in Italia per prendere le figlie e portarle a Tangeri. Rimase bloccata però in Italia perché nel frattempo era scoppiata la Guerra ed il suo volo di ritorno a Tangeri per il 10 giugno era stato cancellato. Il 18 ottobre 1940, dopo varie peripezie, Lucia riuscì a partire con le tre figlie con un aereo per Tangeri via Roma-Madrid. Certa di poter tornare presto in Italia, Lucia affittò l’appartamento di Pescara a degli amici, con l’idea che avrebbe ritrovato tutte le sue cose, mobili, tappeti e argenteria dopo pochi anni. Ma non fu così. In Italia nel frattempo erano rimaste la nonna e la mamma di Lucia, che si rifiutarono di partire, nonostante l’insistenza della figlia ed il permesso di espatrio che Lucia, attraverso i suoi conoscenti fascisti, era riuscita ad ottenere per la madre.
5 marzo 2025
16 febbraio 2025
CITTÀ DEL VASTO - Luoghi, paesaggi e viste negli anni '50.
Estratti d'alcune riprese amatoriali effettuate da più personaggi negl'anni '50. Possonsi veder alcune scene di vita quotidiana come il passeggio nelle piazze centrali ed il mercato coperto del pesce; ancorché visionare i luoghi com'erano una volta: il Muro delle Lame poco dopo la frana del 1956, la SS16 arrivando al Vasto,
Da: Nickbombe
Pietro Barucci, "Vista del Lago Fucino".
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Pietro Barucci, "Vista del Lago Fucino". |
Pietro Barucci (1845 - 1917)
"Vista dell Lago Fucino"
Olio su tela,
Collezione privata.
15 febbraio 2025
Pietro Barucci, "Famiglia di pescatori sul Lago Fucino".
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Piero Barucci, "Famiglia di pescatori sul Lago Fucino". |
Pietro Barucci (1845 - 1917)
"Famiglia di pescatori sul Lago Fucino"
Olio su tela, cm 72 x 130
Collezione privata.
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Piero Barucci, "Famiglia di pescatori sul Lago Fucino". |
14 febbraio 2025
9 febbraio 2025
Antonio Mezzanotte, Cepagatti nell'opera di Vivaldi.
CEPAGATTI NELL'OPERA DI VIVALDI
di Antonio Mezzanotte
Il 18 maggio 1735, alla vigilia della grande festa dell'Ascensione, venne messa in scena al Teatro San Samuele di Venezia (che ora non esiste più, al suo posto vi è una scuola) “la Griselda”, un dramma musicale in tre atti di Antonio Vivaldi su libretto di Carlo Goldoni, adattato da un precedente lavoro di Apostolo Zeno (tanto adattato su pressante impulso di Vivaldi che Goldoni scrisse di aver assassinato il libretto di Zeno). Quel che potrebbe avere un qualche interesse in più per noi abruzzesi è che l’opera venne dedicata a Federico Valignani, marchese di Cepagatti, il noto centro del pescarese feudo dei Valignani dalla metà del 1400 alla metà del 1700.
Che ci azzecca il nostro cepagattese (e che Valignani fosse cepagattese di nascita non lo afferma soltanto lo scrivente tapino, ma anche e soprattutto il registro dei battesimi della locale parrocchia di Santa Lucia) con due massimi esponenti della cultura europea del Settecento?
Federico Valignani è stato un grande personaggio del proprio tempo: fondò a Chieti la colonia arcadica Tegea (se ricordo bene in un vicolo lungo Corso Marrucino ci dev’essere ancora una epigrafe lapidea datata 1730, attestante un lavoro di risanamento edilizio promosso dal Valignani sul suo palazzo, sede della Tegea), fu intellettuale di vasti interessi e al contempo ricoprì incarichi a Napoli nell’amministrazione vicereale all’interno della Regia Camera di Sommaria (la Corte dei Conti dell'epoca, oggi diremmo che ne fu presidente laico di sezione, non togato).
Di ritorno da Vienna nel 1734 si fermò a Venezia o, meglio, gli venne suggerito di fermarsi a Venezia, poiché nel frattempo a Napoli si era insediato il nuovo re, Carlo di Borbone, al quale il Valignani non stava proprio simpatico: vi era il dubbio, infatti, ma a torto, che fosse un agente degli austriaci appena scacciati dall'Italia meridionale - per tale motivo, al rientro in patria, Federico Valignani si fece pure sei mesi di carcere nella piazzaforte di Pescara.
A Venezia ebbe rapporti di amicizia con il giurista Pietro Giannone (uno dei massimi esponenti del pensiero illuminista della nostra penisola, tanto eccellente da farsi gli ultimi dodici anni di vita nelle prigioni sabaude per aver difeso la propria libertà di pensiero) e, probabilmente, fu in occasione di quel primo soggiorno veneziano e nel vivace ambiente culturale della città lagunare che conobbe Antonio Vivaldi e il giovane Carlo Goldoni. In ogni caso, egli deve aver lasciato una buona impressione di sé, tanto che gli venne dedicata la successiva opera musicata dal Vivaldi, la "Griselda" appunto, che fu rappresentata nella primavera dell’anno seguente alla vigilia della fiera dell'Ascensione, che si svolgeva per quindici giorni subito dopo la cerimonia dello sposalizio della città con il mare (l'equivalente, per importanza e per dare un confronto, dell'odierna "prima" alla Scala di Milano alla vigilia di Sant'Ambrogio).
La dedica del libretto è a firma di Domenico Lalli, già impresario (ossia produttore) del Teatro San Samuele della famiglia Grimani ed editore dell’opera (cioè colui che, oltre a finanziarne la messa in esecuzione, aveva sborsato denari al tipografo Marino Rossetti - il miglior stampatore veneziano dell'epoca per drammi musicali - per diffondere in città le copie del manoscritto originale nei giorni precedenti la prima al teatro).
In realtà, il vero nome di Lalli era Sebastiano Biancardi, di origine napoletana, ma fu costretto a fuggire da Napoli dopo che venne accusato di furto. Trovò riparo prima a Roma, poi a Venezia, infine a Salisburgo e Vienna, dove fu preso a servizio dall'imperatore Carlo VI come poeta di corte. Così come il nostro Federico Valignani, anch'egli era componente dell'Arcadia. Goldoni lo definì un poeta geniale.
E la Griselda? Che aveva (e ha) quest'opera di così particolare per essere dedicata al marchese di Cepagatti? In primo luogo, è l'opera scritta perchè la parte principale venisse affidata ad Anna Girò (o Giraud), amica, confidente, cantante mezzosoprano favorita e un tantino di più da Vivaldi; è la prima collaborazione di Goldoni col "Prete Rosso", che all'inizio si fidava poco delle capacità del giovane commediografo (il compositore veneziano era stato ordinato sacerdote e aveva i capelli rossi, da qui il soprannome, non perché fosse antesignano di don Andrea Gallo buon'anima); è tratta dall'ultima delle 100 novelle del Decamerone di Boccaccio ed è, a saperla ben interpretare, la celebrazione della pazienza, dell'operosità, dell'amore, della nobilità d'animo di una donna del popolo che prevalgono infine sull'arroganza e sulla nobiltà di sangue.
Per esaltare la protagonista Vivaldi esibisce una partitura musicale che tocca i vertici dell'opera barocca, sebbene alla "prima" dovette accontentarsi di un'orchestra di soli archi messa a disposizione dal Teatro.
Naturalmente, fu un successo.
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