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28 marzo 2026

Betta Branchesi, Un Commissariato davvero speciale: Sulmona.


Un Commissariato davvero speciale

di Betta Branchesi

È il Regio Commissariato di P.S. a Sulmona. Pensate all’Abruzzo del ’43, ai suoi monti, alle sue valli, ai piccoli paesi attraversati dal corteo di 60 macchine utilizzato da Vittorio Emanuele III e Badoglio per la loro vergognosa fuga. 
Di lì a qualche giorno, sul Gran Sasso, i nazisti pongono fine alla reclusione di Mussolini. L’Abruzzo viene tagliato dalla Linea Gustav e la popolazione subisce l’occupazione e il dominio crudele dei nazifascisti, i rastrellamenti, le uccisioni, le razzie. Le bande partigiane nascono per la sopravvivenza, per difendere la gente da angherie, soprusi, dalla morte. 
Due di queste bande operano nella zona della Valle Peligna: la Banda Conca di Sulmona e la Banda Sciuba
Quest’ultima prende il nome dai fratelli Sciuba: Torinto è un ufficiale medico, Vincenzo è un Commissario di Pubblica Sicurezza. 
A quanto abbiamo appreso, si trovava in Alta Italia di rientro dalla Dalmazia e sbandato, raggiunse la sua terra d’origine. 
Qui subito, all’indomani dell’8 settembre, organizzò con il fratello e gran parte della sua famiglia una banda che aggregò intorno a sé tanti altri combattenti per la Libertà. 
E’ una figura particolare: per la sua attività partigiana ricevette ben due medaglie, d’argento e di bronzo. 
Lo ritroviamo a luglio del ’44, ad Abruzzo liberato, come dirigente del Commissariato di Sulmona: un Commissariato che più particolare non si può. 

Nelle nostre ricerche abbiamo scoperto che buona parte dei componenti di quel piccolo Ufficio di P.S. sono stati riconosciuti Partigiani o Patrioti. 
Il vice Brigadiere Etelvardo Sigismondi, le Guardie Antonio Zarone, Giuseppe Benedetti, Pasquale Susi, Livio Aversa, Arnando D’Alessandro, Giuseppe De Nardis, Riccardo De Stefanis, Rocco Di Cioccio, Luigi Di Nino, Antonio Indiciani, Roberto Manfroni: chi nella Banda Sciuba, chi nella Banda Conca di Sulmona, uno nel Lazio nella Banda Arancio. 
Per altri nomi di quell’elenco stiamo continuando le ricerche, non escludiamo sorprese.

C’è un’altra particolarità: l’Abruzzo “forte e gentile” organizza la Brigata Maiella, che dopo la sconfitta dei nazifascisti a giugno del 44, combatte per la “liberazione dei fratelli del Nord”. 
E raccontava uno dei più gloriosi combattenti di quella Brigata, Gilberto Malvestuto: “L’allora Questore di Sulmona era Vincenzo Sciuba, il quale a un certo punto fece un avviso: “Cittadini di Sulmona, che avete subito nove mesi di dittatura nazifascista, arruolatevi nella Brigata Maiella”. Venne un camion con un guidatore inglese e ci prelevò al monumento ai Caduti di Sulmona”. 
E da lì la Brigata raccoglie nel suo percorso altri volontari, arriva prima a Recanati e poi risale la fascia adriatica, fino in Emilia Romagna, combattendo per la liberazione di quelle terre. 
 Vincenzo Sciuba è con loro, fino alla Liberazione di Bologna, come capitano preposto al Comando Tattico.
Il figlio di Vincenzo, Ettore, con il quale abbiamo il piacere di essere in contatto, ci ha raccontato che il suo nome è stato scelto dal padre in ricordo di un combattente della Banda Sciuba, il sottotenente dell’Aeronautica Ettore De Corti, per il quale prendiamo in prestito le parole della motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare: “Il gruppo veniva colto di sorpresa da una pattuglia tedesca e solo la pronta reazione del sottotenente De Corti, che abbatteva con la sua pistola un nemico, consentiva alla quasi totalità dei compagni di porsi in salvo mentre egli, a sua volta gravemente ferito, rimaneva sul terreno e veniva, poi, barbaramente trucidato. Suggellava, così, col sacrificio della giovane vita, il giuramento di fedeltà alla Patria." 
Ettore De Corti salvò la vita dei partigiani della Banda Sciuba e Vincenzo volle ricordarlo per sempre.

18 febbraio 2026

Panfilo Serafini da Sulmona. Degli Abruzzesi primitivi: saggio mitico-storico, 1847. Il Canzoniere, 1883.


Il 23 agosto 1817 nasce a Sulmona (AQ) Panfilo Serafini. Di famiglia contadina, studia retorica e latino presso il locale seminario e successivamente si trasferisce a Napoli per completare gli studi di filosofia e di letteratura. 
Insegnante di greco e latino nell'Abbazia di Montecassino e in seguito a Sulmona, di sentimenti liberali, aderisce alla carboneria per cui è arrestato dalla polizia borbonica ed il 21 marzo 1854 viene condannato dalla Gran Corte Speciale del II Abruzzo Ulteriore a 20 anni di reclusione, scontati nei penitenziari di Montefusco (AV), Montesarchio (BN) e Procida. 
Durante la prigionia si dedica alla scrittura di saggi storici e letterari. Liberato dopo cinque anni di carcere duro e vessazioni, oramai malato, viene esiliato a Chieti. Dopo l'Unità torna a Sulmona dove muore l'11 novembre 1864 in conseguenza della malattia e del regime carcerario.



5 giugno 2025

Augustus John Cuthbert Hare, Days Near Rome, Volumi 1-2 , 1875.


Augustus John Cuthbert Hare, Days Near Rome, Voll. 1-2
Da: Google



Da Roma all’Aquila e ritorno lungo la Claudia Valeria per Sulmona e la Marsica nella primavera del 1874 - 1874

Il Castello Orsini

Augustus John Culthbert Hare nacque a Roma nel 1834 e morì a Holmhurst, nella contea del Sussex, in Inghilterra il 22 gennaio 1903. Di famiglia aristocratica inglese trascorse un’infanzia crudele ma seppe superarla fino a scrivere in sei volumi la storia autobiografica “the history of My Life”. Ebbe gravi problemi economici ma grazie alla sua passione ed amore per la scrittura, si affermò nel campo letterario definito dai contemporanei “osservatore attentissimo e la sua prosa è brillante e piacevole”. Il suo strumento principale era la penna ma nei suoi viaggi era come un menestrello girovago e grande uomo di spirito. Augustus è un viaggiatore inglese che, trovandosi a Roma nel 1870, è testimone delle “breccia di porta Pia”.
Negli anni 70 intraprese un viaggio nella penisola e nel 1874 ebbe modo di visitare e apprezzare l’Abruzzo. L’escursione nella regione, una delle pochissime parti d’Italia “non ancora rovinata dall’assalto dei turisti inglesi e americani” e presentava un vantaggio di essere ancora economica essendo rimasta la “vecchia scala dei prezzi”. In realtà, le pagine di Hare sull’Abruzzo non rappresentano un documento di conoscenza profonda. L’autore, nel suo diario, si mostra attento e interessato ad integrare la citazione colta con l’impressione artistica, la notizia logistica e geografica con la notazione, erudita o ironica, di costumi. Un reportage della realtà della nostra terra negli anni immediatamente seguenti all’Unità Nazionale, dal punto di vista politico-sociale e semplicemente sociologico- culturale.


Da: Regione Abruzzo

Sulmona: La conca con i fiori di confetti.

4 giugno 2025

Estella Canziani, Through the Apennines and the lands of the Abruzzi. - Attraverso gli Appennini e le terre degli Abruzzi. Paesaggi e vita paesana, 1914.


L’autore: 
Estella Louisa Michaela Canziani nacque il 12 gennaio 1887 a Londra dove, a parte qualche viaggio in Europa, trascorse la sua gioventù. Figlia di pittori, la madre fu la prima donna che, alla fine dell’800 venne ammessa nella Royal Academy Schools e che ricevette la medaglia d’oro, il padre a Milano si distinse come perito tecnico. Intraprese viaggi tra le montagne d’Italia dove attentamente osservava la vita dei contadini, il folklore e l’artigianato locale, realizzando per il suo primo libro anche delle illustrazioni. Poco prima della prima guerra mondiale Estella venne in Italia e, insieme a suo padre, visitò i paesi dell’entroterra spostandosi a dorso di mulo. Nel 1928 venne pubblicato il suo “Through the Apennines and the lands of the Abruzzi landscape and peasant life, dove l’autrice rivela la misera economia contadina e pastorale, praticata con sistemi e mezzi rudimentali, alla base di una vita grama, ma dignitosa e severa, accettata con atavico fatalismo. Il paesaggio era incorrotto e primordiale, non profanato dalla ardite strutture in cemento armato, sorreggenti gli altissimi piloni dei viadotti autostradali. Incontaminata era la gente, chiusa di carattere e guardinga, ma disponibile verso il forestiero. Era l’Abruzzo arcaico delle cupe tragedie e del “tratturo” dannunziani, vivaio di emigrazioni e identico nella sostanziale povertà a quello descritto più tardi da Ignazio Silone, che pure nella sua staticità, presentava fermenti, nonostante la supina e fatalistica accettazione del nulla offerto da una vita miserrima, grama, ardua come le vette delle sue montagne. Muore il 28 agosto 1968.

INDICE: 
I Paesi: 
• Anversa • Atessa • Calascio • Castel del Monte • Castelvecchio Calvisio • Castel di Sangro • Cocullo • Fara San Martino • L’Aquila • Pescocostanzo • Santo Stefano di Sessanio • Sulmona • Scanno • Villa Badessa • Villalago

Gli uomini:
• Papa Celestino V • Pellegrini diretti al Santuario di Loreto 

Richard Keppel Craven, Viaggio attraverso l'Abruzzo e le province settentrionali del Regno di Napoli. Voll.1 e 2.

Richard Keppel Craven, Viaggio attraverso l'Abruzzo e le province settentrionali del Regno di Napoli. Vol.1.

Da: Biblioteca Hertziana


Viaggiatori stranieri in Abruzzo

Keppel Craven Richard

Viaggio attraverso l'Abruzzo - 1837


l barone inglese Richard Keppel Craven (1779 - 1851), terzogenito di William Craven e di Elizabeth Berkeley figlia del Conte di Berkeley, fu un esperto viaggiatore e grande studioso. Sua madre divorziò quando Keppel aveva solo tre anni ed insieme si trasferirono in Francia. Tornarono in Inghilterra nel 1791 per consentire a Keppel di frequentare la scuola ad Harrow, sotto falso nome. Keppel viaggiò molto e nel 1814 accettò il posto di tesoriere alla Principessa Carolina di Galles. Era amico intimo di William Gell, con il quale compì il viaggio in Italia. Keppel fu un attento ed esperto topografo e fu l’autore di “Un viaggio nelle province del Sud del regno di Napoli” e di “Escursione nell’Abruzzo e nelle province a Nord di Napoli”.


28 aprile 2025

“LA GUIDA Giornale Pel Popolo”, L’Unità d’Italia all’Aquila attraverso le cronache del periodo, stampato a L’Aquila dalla tipografia Aternina dal 1860 al 1862; ristampa anastatica del 2011 a cura di Walter Capezzali.


Da: Fondazione Carispaq

“Certami poetici e giostre cavalleresche nella stampa sulmonese del cinquecento – L’Arte Tipografica a Sulmona nel XVI secolo”, edizioni stampate a Sulmona tra il 1583 e il 1584 da Marino d’Alessandri; ristampa anastatica del 2010 a cura di Walter Capezzali ed Ezio Mattiocco.

Da: Fondazione Carispaq

27 aprile 2025

Antonio Mezzanotte, La chiesa di Santa Maria di Roncisvalle a Sulmona.

LA CHIESA DI SANTA MARIA DI RONCISVALLE A SULMONA
di Antonio Mezzanotte

Si dice e si racconta che nell’anno 826 alcune giovani sulmonesi andarono a raccogliere erbe nelle terre a confine tra Sulmona e Pescocostanzo. Certi pescolani cominciarono a importunarle e uno di questi, il più sfrontato, oltraggiò la più bella delle sulmonesi, nonostante la disperata resistenza della ragazza. Tornate a Sulmona, le donne riferirono l’accaduto ai padri, ai nobili e al sindaco della città e tutti, sdegnati, fecero proposito di vendetta, ma nascosero le loro intenzioni per non insospettire i colpevoli. Venne così il 1° settembre 827 e molti pescolani scesero a Sulmona per prender parte alla grande fiera della Madonna di Roncisvalle. I sulmonesi tesero l’agguato e, all’improvviso, piombarono su di essi facendone strage, senza riguardo a sesso ed età: trecento pescolani furono fatti a pezzi, a settanta donne vennero tagliate le vesti dall’ombelico in giù e fatte sfilare a frustate per Sulmona, per dileggio, mentre le teste degli uccisi furono appese ed esposte per la città: un provvedimento comunale ordinava a tutti i cittadini di oltraggiare quei miseri resti, sotto minaccia di pena capitale.
La vicenda è raccontata da Giovanni Pansa (archeologo, storico e politico vissuto a cavallo del 1900, la cui formazione giuridica appare evidente per il rigoroso richiamo alle fonti e per la chiarezza argomentativa dei suoi scritti) sulla Rassegna abruzzese di storia e arte del 1899, che la riprende dai resoconti dell’Acuti, un cronista del XVI secolo, il quale a sua volta trascrive un racconto popolare (precisando che l’episodio accadde davanti a Porta San Martino, poi chiamata Porta Sant’Agostino, una delle porte distrutte nel sisma del 1706 e delle quali s'è persa memoria, ma che mi dicono che questa doveva trovarsi all'inizio di corso Ovidio, tra piazza Carlo Tresca e via Porta Romana, prima dell'odierno palazzo della Curia diocesana).
Ovviamente, è lo stesso Pansa a mettere in dubbio l’episodio, frutto di storie e leggende stratificatesi nei secoli, di certo riferite a scaramucce di confine tra le due cittadine, e la chiesetta, tutt’oggi esistente, probabilmente deve il nome non tanto al ricordo dell’epopea dei paladini di Carlo Magno e, in particolare, della disfatta al passo pirenaico di Roncisvalle (abbinando, quindi, nella fantasia popolare, il mito di Orlando all’asserita strage di pescolani), quanto all’appartenenza dell'edificio all’Ordine ospedaliero degli agostiniani di Santa Maria di Roncisvalle (così detto per l’ospedale fatto costruire da un re di Navarra nel 1219 lungo la via di Compostela proprio sul celebre passo dei Pirenei).
La chiesa sulmonese (indicata nelle fonti anche come S. Maria Lungis Valle, Rosa de Vallis o Rocci da Valle, S. Maria Giovanna – quest’ultima denominazione è probabile da una storpiatura della pronuncia dialettale) venne eretta in una zona sacra dedicata a Minerva, come testimoniano i reperti rinvenuti appena fuori dalla cinta muraria cittadina, dalle parti di Porta Romana. Alla chiesa era annesso un ospedale (termine polivalente, che poteva alludere a un luogo di cura, ma anche a un ricovero per pellegrini), adiacente al lato settentrionale, nel sedime di una precedente chiesa dedicata a San Vincenzo. Tutto il complesso in età angioina venne posto sotto l’amministrazione della Casa Santa dell’Annunziata e ancora ne dà notizia quel gran galantuomo di Pietro Carrera da Rosciano, Governatore dell’Ospedale dell’Annunziata alla fine del 1700.
La chiesa sorge lungo quella che era la Via Numicia o Minucia, strada della tarda età repubblicana che saliva da Corfinio verso Alfedena, passando per l’altopiano delle cinquemiglia; nel tempo venne inglobata nella medievale Via degli Abruzzi, che collegava Firenze a Napoli, aggirando Roma e le paludi del litorale laziale. In questo tratto la strada venne a coincidere con il tratturo Celano - Foggia e i pastori potevano trovare riparo nella chiesa, abbeverando il bestiame nell’attigua fontana, nota anche come fonte di Santa Maria Giovanna (una referente del luogo mi parlava di un'altra denominazione: “fonte dei lupi mannari”, ma non mi ha saputo precisare il motivo), le cui acque venivano ritenute miracolose e dalle proprietà salutari. La fontana, posta di fronte alla chiesa, ancora ammirabile nella lineare monumentalità, è di semplice impianto quadrangolare con quattro mascheroni decorativi.
La struttura originaria del piccolo tempio risale al XIII sec., a navata unica. Il portale d’ingresso, ogivale, presenta nella lunetta un affresco della Madonna con Bambino e santi databile alla seconda metà del 1200. Nel XV sec. fu aggiunto un portale esterno sul quale venne collocato, in corrispondenza della chiave dell’arco, lo scudo in pietra dello stemma cittadino (di età sveva e forse il più antico della città, come sostiene Franco Cavallone in un interessante contributo apparso sulla Rivista Abruzzese qualche tempo fa); in epoca successiva al terremoto del 1706 la chiesa è stata oggetto di numerosi interventi manutentivi. L'altare barocco richiama esempi di scuola pescolana.
L’immagine della Madonna di Roncisvalle era ritenuta miracolosa (mi si dice di una speciale devozione di Alessandro Farnese, il futuro papa Paolo III, che fu amministratore apostolico della diocesi di Sulmona - Valva nel 1521) e di recente è stata rinvenuta, tra le carte dell’Annunziata conservate nella sezione sulmonese dell’Archivio di Stato, una bolla di papa Bonifazio IX del 1391 che concedeva l’indulgenza plenaria per coloro che avessero visitato la chiesa pentiti e confessati nell’ottava dell’Assunta, a testimoniare l’importanza del luogo e del sacro edificio nei secoli passati.
La chiesa, dopo un lungo periodo di abbandono, è stata restaurata qualche anno fa. Un piccolo luogo identitario, testimone delle vicende locali legate alla transumanza, alla fede e alla pietà popolare, all'accoglienza di pellegrini, forestieri e malati. Queste chiesette, collocate quasi sempre ai margini degli abitati, lungo i tratturi o presso fonti sorgive costituiscono la nostra memoria più intima e dare ad esse il dovuto valore sarebbe davvero cosa buona e giusta.

2 marzo 2025

Padre Aniceto Chiappini O.F.M. da Lucoli, storico abruzzese.

 

Fotografia di P. Chiappini, dall’opuscolo stampato nel 1967 in sua memoria della Deputazione di Storia Patria negli Abruzzi (fonte http://www.breadpapa.it/lucoli/personaggi.html),ritratto nel cortile del Convento di San Giuliano, L’Aquila.

Padre Aniceto Chiappini O.F.M. da Lucoli, storico abruzzese

di Angelo Iocco

Poeta e storico. Già annalista, archivista e bibliotecario generale dell’Ordine dei Frati Minori, fu tenente cappellano nella Grande Guerra; deputato della Deputazione abruzzese di Storia Patria, diresse con illuminata competenza il suo “Bullettino”.
Nessun poeta o scrittore lucolano, all’infuori di padre Aniceto Chiappini nel suo celebre lavoro Lucoli Medioevale e del sacerdote Pietro Marrelli (discendente del patriota Pietro Marrelli) nel Sunto di storia patria di Lucoli, datato 1894, ha mai rivolto la propria attenzione alle vicende dell’Abbazia di San Giovanni Battista, con tanta passione.
Nato a Peschiolo di Lucoli (L’Aquila) il 25 marzo 1886, da Pietro e Margherita Marinanza.
Morì a L’Aquila il 6 agosto 1967 nel Convento di San Bernardino.
Nella biblioteca del Convento dell’Osservanza della Santissima Annunziata del Poggio, adagiato sui colli di Orsogna, ci è capitato di consultare un dattiloscritto inedito di Vincenzo Simeoni, giornalista e scrittore orsognese molto legato alla Fede e all’Ordine Minoritico. Esso è un sunto di storia del Convento di Orsogna dalla fondazione nel 1448 fino agli anni ’70 del Novecento. Tra i vari personaggi abruzzesi dell’Osservanza legati al Convento del Ritiro dell’Annunziata del Poggio, non può mancare la figura specchiata del P. Chiappini, di cui qui riportiamo la trascrizione del cap. 113 dell’opera di Simeoni, a futura memoria del posteri!
Il P. Chiappini nacque il 25 marzo 1886 a Lucoli (L’Aquila) dove fu battezzato col nome di Filippo in omaggio al famoso Apostolo di Roma, di cui fu sempre devoto, ma fu presto affascinato dall’ideale francescano. Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali, il 10 dicembre 1901 vestì le Serafiche Lane col nome di Fra’ Aniceto nel Convento di Orsogna (Chieti), fondato nel 1448 in un mare di verde da San Giovanni di Capestrano, l’Apostolo d’Europa Unita e vincitore della famosa battaglia di Belgrado (22 luglio 1456). In questo luogo mistico e suggestivo, trasformato in Ritiro nel 1742 dal Servo di Dio Francesco De Acetis da Caramanico, Fra Aniceto si sottopose volentieri alla rigorosa disciplina che ha formato numerose anime elette nel corso dei secoli, fra le quali il B. Cristoforo da Penne (morto il 1 aprile 1451), il Ven. Ludovico Riccelli da Gildone (morto il 1 aprile 1774) e lo stesso P. Francesco da Caramanico (morto nel 1785), che riposano tutti nella stessa Chiesa.
Quindi si può affermare che questo Ritiro, originalmente chiamato della Santissima Annunziata del Poggio, costituì anche per P. Aniceto la base della sua forte personalità e la sua pedina di lancio. Completati con ardore e impegno gli studi classici, filosofici e teologici, il 25 luglio 1910 il novello Sacerdote celebrò la Prima Messa nella Cattedrale dell’Aquila. L’anno successivo fu inviato al Collegio internazionale di Sant’Antonio a Roma, dove dopo severi studi, il 13 luglio 1913 conseguì brillantemente la laurea in Storia ecclesiastica, specializzandosi poi il 18 giugno 1914 anche nelle Scienze ausiliarie della Paleografia e diplomatica presso la Scuola pontificia del Vaticano.

Convento dell’Annunziata del Poggio di Orsogna.