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25 marzo 2025

Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.

Leonzio Compassino, Martirio di Santa Rufina, chiesa di San Giovanni Battista, Castelli 

Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.

di Angelo Iocco

Da uno studio di Marco Vaccaro dal titolo Oltre la ceramica: pittura a Castelli tra XVII e XVIII secolo, 2021, Castelli. Quaderno del Museo delle ceramiche - n. 10, ci siamo interessati di questi pittori poco conosciuti, attivi tra Marche e Abruzzo. Di Leonzio Compassino da Penne, vissuto tra la seconda metà del ‘500 e la prima del ‘600, attivo almeno fino al 1620, ebbe tra i primi recensori il prof. Francesco Verlengia, che in una delle schede per la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Artistici d’Abruzzo per la provincia di Chieti, nel 1935, riportava con una cattiva lettura il nome di “Teonzio Compassino” come autore di un celebre e antico quadro nella chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione a San Vito Chietino. La tela è firmata, attraverso dei restauri si è meglio compresa la lettera iniziale. Tale quadro faceva parte dell’antica chiesetta di San Vito martire, che affiancava il torrione circolare con la porta di accesso all’antico paese, provenendo dalla strada grande oggi corso Matteotti.

Essa dunque affacciava sulla piazza Garibaldi, incassata tra la fortificazione del castello e altre abitazioni, come è stato studiato nel lavoro di Vito Sbrocchi La Regia Chiesa parrocchiale di San Vito, Rivista abruzzese, 1997, e andò completamente demolita poco prima del 1850, nonostante dei progetti di ammodernamento e recupero, affinché fosse costruita la nuova chiesa oltre il perimetro murario. Il quadro del Compassino illustra al centro San Vito nelle vesti di martire, con i cani al guinzaglio, simbolo del martirio, tra San Modesto di Lucania e San Crescenzo, martirizzati tutti e tre sotto Diocleziano[1].

Filippo Sargiacomo, progetto di ampliamento della chiesa madre di San Vito Chietino, Archivio storico comunale di Lanciano, Fondo Sargiacomo.


La raffigurazione è scenografica, abbiamo sullo sfondo un edificio caratterizzato al centro da un monumentale arco in marmo a tutto sesto, e accanto rispettivamente a destra e sinistra, un ordine di colonne a capitello dorico. Il dipinto dimostra chiaramente di rimontare all’arte della Grande Maniera di Raffaello o del Veronese (il di cui nipote Luigi Benfatto in Abruzzo, dipinse per la chiesa di Santa Maria Maggiore di Vasto una tela raffigurante Sant’Agostino), tuttavia vi sono alcune stonature poiché la prospettica scenografia sembra quasi essere scavalcata dalla mole dei tre personaggi illustrati.

Leonzio Compassino, San Vito martire con San Modesto e San Crescenzo, Chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione, San Vito Chietino.

Nostra ipotesi è che altri pittori legati al Compassino o alla scuola emiliana, potessero essere scesi nella ricca Lanciano, famosa per le Fiere e commerci, dei quali qualcuno venne chiamato a realizzare una tela di scarso valore stilistico, che raffigura Sant’Agostino tra Santa Rita e un Santo, oggi presso la cappella di Santa Croce, dove si conserva un frammento del Miracolo della Ricciarella.

24 marzo 2025

Basilio Cascella, Il Santuario di Casalbordino, 1896.

Basilio Cascella, Il Santuario di Casalbordino, 
1896, olio su tela, Museo Costantino Barbella, Chieti.


Basilio Cascella, (Pescara, 2 ottobre 1860 – Roma, 24 luglio 1950)

"Il Santuario di Casalbordino" (per Il Trionfo della Morte di Gabriele d'Annunzio), 1896
Olio su tela
Museo Costantino Barbella, Chieti.

16 marzo 2025

Vasto. Nella chiesa dell’Addolorata tutto è storia: l’arte e il mistero della tomba del marchese.

Da: Chiaro quotidiano 

La Madonna Regina Coeli a Villa Celiera (PE).


LA MADONNA REGINA COELI A VILLA CELIERA (PE)
di Antonio Mezzanotte

SI DICE E SI RACCONTA che un tempo la Madonna abitava in una chiesarella al centro della Celiera, ma, non potendo più sopportare le bestemmie, le urla e gli strepiti dei paesani, decise di andarsene fuori dall’abitato, in contrada Pretara, sostando dapprima su una grossa pietra ma, siccome sentiva ancora il vociare degli abitanti del paese, poi si allontanò più in là, dov’era soltanto pace e silenzio. La pietà e la devozione dei celieroti, pentiti per la dipartenza della Madonna, infine, le costruirono una nuova dimora, che è la chiesa della Regina del Cielo ancora oggi esistente.
Ma non finisce qui. In omaggio alla Beata Vergine Maria fu realizzata una statua in terracotta talmente bella che alcuni abitanti di Castel del Monte, paese posto all’altro versante della montagna, decisero di impossessarsene e nottetempo la spedizione furtiva riuscì a trafugare la Madonna. Accadde, tuttavia, che, mentre i mariuoli se ne tornavano in paese salendo per i sentieri di montagna, la statua diventava sempre più pesante, sebbene, quando il sentiero svoltava in direzione della Celiera, la Madonna si alleggeriva. In prossimità della Cima delle Scalate non ce la fecero più, la statua divenne pesante come il piombo e decisero, così, di riportarla a valle. Appena rientrò in chiesa, la Madonna tornò del peso solito. I castellani, però, erano duri di comprendonio e di cuore, allora cercarono ancora di trafugare la bella statua della Madonna della Celiera, stavolta portandosi appresso un carro trainato da due buoi. Ancora una volta, però, non avevano fatto i conti con la volontà della Beata Vergine di restare in quella chiesa, che fu tosto circondata da un profondo lago, che impediva a chiunque di accedere o di uscire dall’edificio. Allora, essi si pentirono del gesto sacrilego e riposero la statua nella nicchia e, così com’era sorto, d’improvviso il lago sparì.
Questa storia mi venne raccontata dalla buon’anima di Don Vincenzo Diodati, che fu parroco di Villa Celiera agli inizi degli anni Duemila e che si prodigò per il recupero della chiesa insieme agli abitanti del luogo.
La chiesa della Madonna Regina Coeli, collocata in aperta campagna in contrada Pretara di Villa Celiera, è fatta risalire intorno all’800, ma se ne hanno notizie certe a partire dal 1500. Essa presenta facciata a capanna, in pietra e laterizio a vista, con due finestrelle basse a uso dei pellegrini ai lati del portale. In alto, al di sopra di una finestra a tutto sesto, sovrasta il timpano fornito di un semplice oculo. Il campanile a vela, oggi in corrispondenza della parete absidale, si ergeva in origine sul lato anteriore della chiesa. L’interno è a navata unica, preceduta da una cantoria sorretta da colonne, e le murature sono in laterizio a vista, con quattro campate scandite da arcate a tutto sesto.
In alto sull’altare campeggia la nicchia nella quale è riposta la statua in terracotta policroma della Madonna Regina del Cielo, seduta e orante, con il Bambino sdraiato in grembo. Si tratta di un manufatto di sobria eleganza, restaurato nel 2010, e proprio nel corso del restauro curato dalla dott.ssa Cornelia Dittmar è venuta in luce la firma dello scultore, “Troianus de Giptiis de Castro Montis”, con la data 1532. La scoperta è di rilevante interesse per conoscere meglio l’attività di un artista prolifico, scultore e pittore, vissuto nel XVI secolo (e, ricollegandoci al racconto iniziale, per sottolineare i legami storici tra la terra di Casanova e Castel del Monte).
La firma incisa va letta come una sorta di manifesto pubblicitario, giacché l’autore va a operare in territori ben lontani da quelli natii e, non a caso, ritroviamo il nome di Troiano de Giptiis anche sulla statua della Madonna della Neve a Pianella del 1531 e sul San Rocco di Santa Maria Arabona a Manoppello del 1530. Non ricordo in verità se anche la statua della Madonna nella chiesa di Santa Maria d’Aragona ad Arsita, pure del 1531, rechi il nome dello scultore ovvero se gli è soltanto attribuita.
Di certo, altre sculture e pitture sono a lui riconducibili, sia nei paesi del circondario vestino (per esempio un affresco nella parrocchiale di San Pietro a Loreto Aprutino), nel teramano (però lì era molto attiva la scuola di terracotte policrome presso la località Nocella di Campli, avviata, per quanto riguarda la statuaria, nientemeno che da Silvestro dell'Aquila, il maggior scultore del rinascimento abruzzese; penso che non sia semplice discernere quale opera possa essere del nostro scultore castellano e, infatti, per lungo tempo la Madonna della Celiera è stata attribuita proprio alla scuola di Nocella), sia, ovviamente, nelle terre dell’aquilano.
La chiesa della Madonna Regina Coeli a Villa Celiera, immersa nel verde alle pendici dei monti Bertona e Morrone, diventa allora non solo sede di speciale fede e devozione mariana, ma anche custode di un pregevole tesoro dell’arte, di talchè essa può a buon diritto essere annoverata tra i preziosi luoghi dello spirito nelle campagne dell’Abruzzo vestino.

9 marzo 2025

Fra’ Ludovico Riccelli ovvero Beato Ludovico da Gildone, un francescano molisano a Orsogna.

Ritratto del B. Ludovico opera di Nicola Ranieri

FRA’ LUDOVICO RICCELLI ovvero BEATO LUDOVICO DA GILDONE, un francescano molisano a Orsogna

di Angelo Iocco

In un testo dattiloscritto inedito di Vincenzo Simeoni di Orsogna sulla Storia del Convento della Santissima Annunziata di Orsogna, leggiamo queste belle pagine di un umile frate sepolto nell’antica chiesetta. Entrando in questo umile luogo di preghiera, vediamo all’altezza della cappella della Madonna degli Angeli (ex Sant’Antonio), una umile sepoltura con l’iscrizione del Santo, e di recente è stata ivi ricollocata l’immagine del Ven. Ludovico dipinta post mortem dal pittore Nicola Ranieri di Guardiagrele (1749-1851), da cui fu tratta anche un’incisione per un santino.

Altre sepolture di uomini illustri sono quella del Fr. Diego Giampaolo da Gamberale, morto nel 1959, e quelle degli uomini illustri che procurarono la nascita del Ritiro: il Ven. fr’ Francesco da Caramanico, il fr. Bernardino da Penne.


Lo storico P. Marcellino Cervone da Lanciano scrisse nel 1891 fra tutti i Santi Religiosi del secolo XVIII nella nostra Provincia Serafica Abruzzese, nessuno uguagliò il Ven. Ludovico, specie per gli strepitosi miracoli operati dopo la sua preziosissima morte, attestati dal Notato nel numero complessivo di 98. Questa bella  figura che tanto illustrò il Ritiro di Orsogna, nacque al 10 novembre 1712 da Giovanni Riccelli e Viola Massimi contadini, il giorno dopo fu battezzato col nome di Antonio. L’anno precedente erano avvenuti due fatti importanti: la morte di un altro eroe francescano, P. Bonaventura da Potenza, e la solenne condanna emessa da Clemente XI contro le famose porposizioni dell’eretico Giansenio (Cornelius Jansen, vescovo di Ypres).

Antonio fu cresimato nel 1721 dal Cardinale Orsini, divenuto poi Papa con il nome di Benedetto XIII. Presto dimostrò una grande religiosità, non ottenuta dal duro lavoro dei capi che esercitò con grande impegno sino all’età di 17 anni. Infatti nel mese di maggio del 1730 egli espresse il desiderio di farsi religioso, ma invece di rivolgersi al locale Monastero degli Agostiniani, con grande dolore della mamma che l’avrebbe voluto vicino a sé, si recò al Convento dei Frati Minori di Foggia. Senonché il suo desiderio non fu esaudito, in quanto la sua povertà non gli permetteva di acquistarsi l’abito, secondo la religiosa consuetudine vigente allora.

2 marzo 2025

Padre Aniceto Chiappini O.F.M. da Lucoli, storico abruzzese.

 

Fotografia di P. Chiappini, dall’opuscolo stampato nel 1967 in sua memoria della Deputazione di Storia Patria negli Abruzzi (fonte http://www.breadpapa.it/lucoli/personaggi.html),ritratto nel cortile del Convento di San Giuliano, L’Aquila.

Padre Aniceto Chiappini O.F.M. da Lucoli, storico abruzzese

di Angelo Iocco

Poeta e storico. Già annalista, archivista e bibliotecario generale dell’Ordine dei Frati Minori, fu tenente cappellano nella Grande Guerra; deputato della Deputazione abruzzese di Storia Patria, diresse con illuminata competenza il suo “Bullettino”.
Nessun poeta o scrittore lucolano, all’infuori di padre Aniceto Chiappini nel suo celebre lavoro Lucoli Medioevale e del sacerdote Pietro Marrelli (discendente del patriota Pietro Marrelli) nel Sunto di storia patria di Lucoli, datato 1894, ha mai rivolto la propria attenzione alle vicende dell’Abbazia di San Giovanni Battista, con tanta passione.
Nato a Peschiolo di Lucoli (L’Aquila) il 25 marzo 1886, da Pietro e Margherita Marinanza.
Morì a L’Aquila il 6 agosto 1967 nel Convento di San Bernardino.
Nella biblioteca del Convento dell’Osservanza della Santissima Annunziata del Poggio, adagiato sui colli di Orsogna, ci è capitato di consultare un dattiloscritto inedito di Vincenzo Simeoni, giornalista e scrittore orsognese molto legato alla Fede e all’Ordine Minoritico. Esso è un sunto di storia del Convento di Orsogna dalla fondazione nel 1448 fino agli anni ’70 del Novecento. Tra i vari personaggi abruzzesi dell’Osservanza legati al Convento del Ritiro dell’Annunziata del Poggio, non può mancare la figura specchiata del P. Chiappini, di cui qui riportiamo la trascrizione del cap. 113 dell’opera di Simeoni, a futura memoria del posteri!
Il P. Chiappini nacque il 25 marzo 1886 a Lucoli (L’Aquila) dove fu battezzato col nome di Filippo in omaggio al famoso Apostolo di Roma, di cui fu sempre devoto, ma fu presto affascinato dall’ideale francescano. Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali, il 10 dicembre 1901 vestì le Serafiche Lane col nome di Fra’ Aniceto nel Convento di Orsogna (Chieti), fondato nel 1448 in un mare di verde da San Giovanni di Capestrano, l’Apostolo d’Europa Unita e vincitore della famosa battaglia di Belgrado (22 luglio 1456). In questo luogo mistico e suggestivo, trasformato in Ritiro nel 1742 dal Servo di Dio Francesco De Acetis da Caramanico, Fra Aniceto si sottopose volentieri alla rigorosa disciplina che ha formato numerose anime elette nel corso dei secoli, fra le quali il B. Cristoforo da Penne (morto il 1 aprile 1451), il Ven. Ludovico Riccelli da Gildone (morto il 1 aprile 1774) e lo stesso P. Francesco da Caramanico (morto nel 1785), che riposano tutti nella stessa Chiesa.
Quindi si può affermare che questo Ritiro, originalmente chiamato della Santissima Annunziata del Poggio, costituì anche per P. Aniceto la base della sua forte personalità e la sua pedina di lancio. Completati con ardore e impegno gli studi classici, filosofici e teologici, il 25 luglio 1910 il novello Sacerdote celebrò la Prima Messa nella Cattedrale dell’Aquila. L’anno successivo fu inviato al Collegio internazionale di Sant’Antonio a Roma, dove dopo severi studi, il 13 luglio 1913 conseguì brillantemente la laurea in Storia ecclesiastica, specializzandosi poi il 18 giugno 1914 anche nelle Scienze ausiliarie della Paleografia e diplomatica presso la Scuola pontificia del Vaticano.

Convento dell’Annunziata del Poggio di Orsogna.

Brevi nozioni sulla vita e miracoli del venerabile Servo di Dio Padre Lodovico da Gildone M.O. del Sac. Giacinto Virgilio. Con Inno di P. Settimio Zimarino.

 

Antonio Mezzanotte, La Madonna della Cona a Civitella Casanova (PE)


 
LA MADONNA DELLA CONA A CIVITELLA CASANOVA (PE)

SI DICE E SI RACCONTA che una donna rimase seppellita viva sotto una valanga di neve, ma ne uscì illesa grazie all’intercessione della Madonna della Cona che si venera a Civitella Casanova (PE).
In effetti, ancora oggi possiamo ammirare un affresco del 1600, capolavoro di arte rustica e probabile ex voto, che rappresenta tre uomini con mantello, cappello e stivaloni (bellissima rappresentazione dell'abbigliamento civitellese del tempo) con le pale, che cercano di liberare una donna semisepolta nelle neve (della quale sono visibili soltanto il volto e le mani congiunte in segno di preghiera) e, leggermente distaccata, l’immagine della Madonna con il Bambino, al cui intervento prodigioso si deve la sopravvivenza della donna nelle more delle operazioni di soccorso.
Questo affresco è collocato all’interno della chiesa della Cona, fatta risalire al 1300, all’estremità superiore del crinale sul quale si adagia il paese, nei pressi del camposanto.
La Madonna della Cona, molto venerata dalle genti civitellesi e non solo (si narrano eventi prodigiosi a lei riconducibili anche tra gli abitanti della vicina Vicoli), è invece rappresentata nell’affresco in capo all’altare con in braccio il Bambino, verso il quale protende la mano in segno di affettuosa protezione (questo particolare del disegno mi ricorda l’affresco posto all’esterno della Madonna delle Grazie di Alanno, sulla sinistra del portale), con un coretto di tre angeli e la pia ammonizione, fregiata sull’architrave unitamente alla data di realizzo: HIC TRANSIRE CAVE NISI DIXERIS AVE 1515 (“attenzione a non passare di qui senza aver detto ave”). L’autore è ignoto, sebbene lo stile raffinato del dipinto a me richiami quello del Polittico della chiesa di san Leonardo di Pianella, grosso modo del medesimo periodo, che oggi fa bella mostra di sé al MUNDA dell’Aquila.
Vi è un altro elemento che impreziosisce questo luogo: il portale d’ingresso in pietra sulla facciata principale (vi è anche un portalino laterale con timpano in corrispondenza dell’altare, esito di un rimaneggio del 1500 che ha aggiunto quattro contrafforti sulla fiancata sinistra). Monumentale, riccamente e finemente decorato, in netto contrasto con la semplice facciata a taglio orizzontale che si conclude con un campaniletto a vela sull’angolo sinistro.
L’armonia delle proporzioni di questo portale è esaltata dai molteplici elementi scultorei: ghirlande di fiori, rametti di frutta, accigliati volti umani con barbetta caprina nascosti nel fogliame e in alto, sulla lunetta (all’interno della quale possono ancora scorgersi, sebbene con un po’ di immaginazione, i tratti di un’antica pittura, probabilmente riferita alla stessa Madonna dell’altare) un candelabro che snellisce tutto l’insieme.
Alla base delle due lesene scopriamo alcune incisioni di grande interesse: la prima, sul quadrato di sinistra, contiene il nome dei due autori del portale, Bernardino Darz (ma è quasi certo che "Darz" sia una abbreviazione, di difficile scioglimento) e Pietro Aquilano, con la data in cifre romane 1529; sul quadrato di destra il nome del committente, Alfonso Di Giacomo. Ci sono stati tentativi in passato per associare questo Pietro Aquilano all’autore delle sculture sovrastanti l’ingresso al forte spagnolo dell’Aquila, ma, com’è e come non è, sicuramente non si trattava di un semplice scalpellino di bottega, bensì di un maestro nell’arte di modellare la pietra.
Siccome in precedenza ho rimarcato una certa affinità tra l’icona di Civitella e la Madonna affrescata sulla parete laterale esterna dell’Oratorio di Alanno, qui posso concludere che questo portale, nell’insieme e per lo stile, a me richiama il portale della stessa Madonna delle Grazie che troviamo nelle campagne alannesi (datato agli inizi del 1500 e che viene attribuito pure a un Pietro Aquilano ovvero alla bottega di Silvestro dell'Aquila, da molti ritenuto tra i maggiori scultori del rinascimento abruzzese), sebbene altre analogie possono rinvenirsi anche sui portali della parrocchiale di San Pietro a Loreto Aprutino e di San Domenico a Tocco da Casauria.
Dopo aver succintamente descritto i profili più evidenti sulla Cona di Civitella Casanova, che ne denotano presto la ricca preziosità in termini di devozione popolare, pittura e scultura, ora passiamo alla sorpresa finale.
La chiesa della Cona in origine era isolata e lontana dal centro abitato, priva di qualsivoglia elemento architettonico degno di rilievo; pertanto, essa contrasta con lo stile e la pomposità del portale, ma vi è un motivo eclatante per significare la sua presenza in quel contesto: questo portale, infatti, è stato aggiunto alla Cona soltanto in epoca recente, negli anni Trenta del Novecento, quando si necessitava per un verso di dare una risistemata alla chiesa dopo i danni causati dal terremoto del 1915, per altro verso di mettere in salvo uno straordinario manufatto, questo portale appunto, ormai mezzo interrato e frantumato tra altre macerie. Quali? Quelle della non lontana e celebre abbazia di Santa Maria di Casanova, la prima badia cistercense d'Abruzzo, fatta edificare dalla contessa Margherita di Loreto (Aprutino) nel 1191, della cui chiesa abbaziale, dedicata a Santa Maria delle Grazie, esso costituiva il portale d’ingresso!
La storia del ritrovamento e della successiva traslazione, davvero eccezionale, è raccontata da Silvio Aloisi, discendente dei Petronio di Castel del Monte, che avevano acquistato i beni dell’ex monastero.
Oggi dell’esteso e potente complesso abbaziale cistercense, capace di ospitare 500 monaci, di cui fu abate commendatario il cardinale Federico Borromeo (che trasferì all’Ambrosiana di Milano i codici miniati della biblioteca capitolare, i quali altrimenti sarebbero andati di certo perduti, così come il resto dei beni dell’abbazia, dopo le soppressioni napoleoniche) restano in buona sostanza la grande torre di guardia in contrada Casanova di Villa Celiera, pochi altri ruderi e questo straordinario portale.
La Madonna della Cona di Civitella Casanova, un altro luogo dello spirito tra le colline dell’Abruzzo vestino.

1 marzo 2025

Il Sodalizio degli Abruzzesi “San Camillo de’ Lellis” compie 80 anni.

Chiesa della Maddalena - Roma
Il Sodalizio degli Abruzzesi “San Camillo de’ Lellis” compie 80 anni


Il Sodalizio degli Abruzzesi "San Camillo de' Lellis" celebra nel 2025 ottant'anni con una messa presieduta dal cardinale Coccopalmerio sabato 1 marzo, a Roma, nella Chiesa di Santa Maria Maddalena

di Fausto D'Addario | 01 Marzo 2025 - laquilablog.it

 Il Sodalizio degli Abruzzesi “San Camillo de’ Lellis” celebra nel 2025 ottant’anni con una messa presieduta dal cardinale Francesco Coccopalmerio sabato 1 marzo, a Roma, nella Chiesa di Santa Maria Maddalena, che accoglie i resti mortali di San Camillo. Il prelato, pur essendo nato a San Giuliano Milanese il 6 marzo 1938, ha però origini abruzzesi da parte di padre, originario di Scontrone (L’Aquila). 

Il Sodalizio, fondato nel settembre 1943 durante i drammatici giorni della Seconda Guerra Mondiale, vide la luce per assistere i numerosi abruzzesi sfollati a Roma. Ancora oggi è un’associazione fra persone di fede cattolica che siano abruzzesi di nascita o di origine o che si sentano legati da speciali vincoli alla terra d’Abruzzo. Tra i principali scopi, il perfezionamento della vita cristiana degli associati, una particolare venerazione per i santi che hanno dato lustro alla terra d’Abruzzo e il compimento di opere spirituali e di carità a favore dei conterranei bisognosi. Il cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ne è attualmente Alto Patrono.

Un gruppo di conterranei residenti nella capitale, tra cui l’avvocato Lucio Luciani, Raffaello Biordi e Alberto Sciolari, si riuniva in via Firenze presso lo studio dell’avvocato Lucio Luciani, originario di Ortona, per dar vita al “Comitato di Assistenza per gli Sfollati d’Abruzzo”. Figura centrale fu quella di un giovane sacerdote aquilano, Mons. Corradino Bafile, che all’epoca prestava servizio presso la Segreteria di Stato del Vaticano, che fece di tutto per procurare pasti, alloggi e lavoro ai suoi conterranei. Quando, dopo un paio di mesi di esistenza, il governo italiano sciolse tutti i Comitati regionali di assistenza ai profughi, Mons. Bafile si adoperò per porre il Comitato sotto la protezione “estera” dello Stato del Vaticano, costituendo la Conferenza S. Camillo de’ Lellis degli Abruzzesi. Così il santo di Bucchianico, eroe della carità, ne diventava patrono e la sede della Conferenza fu provvisoriamente fissata in un locale della Chiesa di Santa Maria in Via, (alle spalle della Galleria Alberto Sordi).

Il ’43 fu un anno molto difficile per l’Abruzzo, attraversato dalla Linea Gustav che stanziò per lunghi mesi lungo i fiumi Sangro ed Aventino; un varco fu aperto durante la battaglia di Ortona, definita da alcuni “la Stalingrado d’Italia”, ma la linea venne sfondata solo nel maggio di 1944. Quando il fronte si spostò a Nord, gli sfollati abruzzesi ebbero la possibilità di tornare in patria; ma non tutti lo fecero, sia perché nel frattempo alcuni avevano trovato lavoro a Roma, sia perché molte case e paesi in Abruzzo erano ridotti a semplici ruderi; insomma, la vasta colonia abruzzese presente a Roma aveva sempre bisogni e necessità d’ogni genere da soddisfare.

Fu così che si pensò all’opportunità di rendere più ampia e stabile l’attività della neonata Conferenza e si arriva al 4 febbraio 1945, data che segna la fondazione ufficiale del Pio Sodalizio degli Abruzzesi San Camillo de’ Lellis – sul modello di altri Pii Sodalizi che esistevano dai tempi della Roma dei Papi – con una cerimonia nell’Aula Capitolare dei Religiosi Ministri degli Infermi e una messa celebrata dal Cardinale Federico Tedeschini, primo Alto Patrono. Lo statuto fu redatto dal giurista e filosofo abruzzese Prof. Giuseppe Capograssi e approvato e il 1 marzo del 1945 fu approvato anche dal Vicariato di Roma. Il 3 marzo si procedette all’elezione delle cariche sociali e ne divenne Segretario Mons. Corradino Bafile. L’atto costitutivo veniva sottoscritto, primo fra tutti, dal Cardinale Tedeschini, da Mons. Bafile e da tutti gli abruzzesi presenti nell’aula. Fu sempre l’aquilano Bafile a delinare i tre obiettivi dell’associazione: rafforzare la fede tra i conterranei a Roma, sostenere i bisognosi e onorare i santi abruzzesi. Il nome di San Camillo, simbolo della carità abruzzese, rifletteva perfettamente quella vocazione assistenziale. Il 20 dicembre 1946 il Prefetto Generale dei Ministri degli Infermi (Camilliani) concedette al Pio Sodalizio l’Aggregazione Spirituale, ossia la partecipazione alle grazie ed ai privilegi dell’Ordine ed ai meriti delle buone opere compiute dai Religiosi.

Gli anni successivi videro uno spostamento della sede: prima in via della Scrofa n. 70, in tre piccole stanze al piano terreno dell’immobile di proprietà della Santa Sede e date in uso alla Società Antischiavista d’Italia, associazione di cui il Cardinale Tedeschini era protettore; poi nel 1956 il Sodalizio poté avere in affitto un vasto appartamento al secondo piano di un fabbricato in Via di Santa Maria dell’Anima, al n. 45 (dietro Piazza Navona), che il socio-fondatore Mons. Bosio Federici aveva lasciato in eredità al Seminario Diocesano de L’Aquila. Gli ampi locali ospitarono anche il “Centro Universitario Abruzzese” che si proponeva di assistere gli studenti abruzzesi iscritti nell’università di Roma.

Nel 1959 succedeva a Tedeschini nella carica di Alto Patrono il Cardinale Alberto Di Jorio, originario di Fallascoso, frazione di Torricella Peligna (Chieti). Nel 1969, grazie al suo supporto, fu acquistata l’attuale sede in Via di Santa Costanza e il Sodalizio ottenne il riconoscimento giuridico con decreto del Presidente della Repubblica del 23 dicembre 1962, che concedeva il Riconoscimento di personalità giuridica dell’Associazione laicale a scopo di culto e religione, denominata “Sodalizio degli Abruzzesi – San Camillo de Lellis”, con sede in Roma. Nel 1980 il Cardinale Bafile (nominato tale da Paolo VI nel 1976) divenne a sua volta Alto Patrono e, nonostante gli impegni di Curia, ridiede slancio al Sodalizio grazie all’apertura del Centro di Consulenza Familiare “Santa Costanza”. Alla morte del Bafile, il 3 febbraio 2005 la responsabilità di Alto Patrono del Sodalizio è passata a Mons. Giuseppe Molinari, Arcivescovo Metropolita de L’Aquila, fino al 2018, anno in cui la carica venne assunta dal Cardinale Francesco Coccopalmerio.
Dopo ottant’anni, il Sodalizio resta fedele alla sua missione originaria: un’associazione cattolica aperta a tutti gli abruzzesi e a chiunque si senta legato all’Abruzzo, con lo scopo di esercitare la carità cristiana e mantenere vivo il legame con la terra d’origine.

31 gennaio 2025

Dante e l'Arte n.11.2024: Dante e il Preraffaelismo. La famiglia Rossetti e il culto di Dante.


Dante e l'Arte n.11.2024: Dante e il Preraffaelismo. La famiglia Rossetti e il culto di Dante.

Il dossier del presente numero 11 (2024) di Dante e l’Arte è dedicato allo studio del legame fra il Preraffaellismo e l’opera dantesca. L’ intreccio quasi indissolubile tra arte e letteratura materializzatosi nell’interesse per Dante da parte della Pre-Raphaelite Brotherhood viene qui esplorato grazie a diversi contributi, tutti caratterizzati da un uguale approccio multidisciplinare, mai circoscritto a un unico ambito geografico, orientato piuttosto verso tutti gli ambiti: letterario, artistico, teorico-poetico e storico-culturale.
Il focus è posto sul ruolo, centralissimo, che Dante ha avuto nella produzione artistica di Dante Gabriel Rossetti, ma anche nelle sue vicende personali e familiari. L’articolo di Gianni Oliva ci informa appunto di quanto fosse fondante questo legame per tutta la famiglia Rossetti. Inoltre, ci propone una rassegna degli studi più recenti prodotti dal «Centro europeo di studi rossettiani» operativo a Vasto fin dal 2008. Il tema della centralità di Dante viene ripreso e sviluppato da Deirdre O’Grady, la quale, riesaminando le celebri raffigurazioni Rossettiane di due personaggi danteschi femminili, Francesca da Rimini e Pia dei Tolomei, ne fa una lettura in chiave di innovazione: la purezza poetica dantesca confluisce nel simbolismo decadente nel quale si muove Rossetti. Il contributo di Paolo De Ventura ci ricorda come il rapporto diretto Dante-Rossetti vada oltre la dimensione del traduttore e sia piuttosto ascrivibile a una sorta di appropriazione di stili e di motivi ispiratori, e al rispecchiarsi di Rossetti in un paradigma biografico romanticamente rivissuto. Dall’analisi di due sonetti, uno che è traduzione di un sonetto dantesco l’altro originale rossettiano, emerge la continuità tra traduttore e poeta e viene dipanato il filo che dalla traduzione porta inaspettatamente alla composizione originale.
I successivi articoli prendono in considerazione anche altri aspetti e personaggi. Anne-Florence Gillard-Estrada mette a fuoco le diverse rappresentazioni di Paolo e Francesca nell’ambito dei movimenti preraffaelliti ed “estetici”.
Quella di Rossetti costituirebbe una svolta decisiva in quanto trascende il riserbo femminile con cui la scena era solitamente trattata, per metterne in rilievo, con l’abbraccio dei due amanti, la forte carica sensuale. La scena fu ripresa da diversi pittori estetici che però ne annullarono la dimensione passionale a vantaggio del puro sentimentalismo. Alle opere pittoriche di Marie Spartali Stillman che si ispirano a Dante è dedicato invece il saggio di Emilia Di Rocco, nel quale viene delineata la personalità di Spartali Stillman attraverso le sue opere che oltre a testimoniare l’influenza esercitata dai preraffaeliti rispetto a Dante, entrano a pieno titolo nel canone di un’iconografia che fino a quel momento era stata prevalentemente al maschile. La pratica artistica diventa anche un tentativo di ricerca di un proprio stile, di emancipazione dai “padri” e di riconoscimento come artista e come donna nell’Inghilterra vittoriana. Stefania Arcara nel suo contributo, parte dalle peculiarità della figura di Beatrice tale come appare nell’opera poetica e pittorica di Dante Gabriel Rossetti per passare ad esaminare alcuni esempi della produzione poetica di Elizabeth Siddal e di Christina Rossetti. Li mette poi a confronto secondo un’inedita prospettiva protofemminista, con la figura della donna amata quale musa ispiratrice del genio artistico maschile. La donna oggetto d’amore della tradizione maschile diventa in questo modo soggetto della lirica amorosa. In questo modo la visione cristiana che ispira la lirica di Christina le permetterebbe di essere più fedele allo spirito dantesco del fratello, Dante Gabriel, e della sua estetizzante Beatrice preraffaellita.
Chiudono il dossier tre testi che esplorano altri aspetti dell’influsso esercitato dal dantismo preraffaellita. Fabio Cammilletti fa riferimento al ruolo di medium che l’Ottocento attribuisce a Dante, in quanto ascrivibile a una certa visione del poeta propria del movimento preraffaellita. In effetti la mediazione dei Preraffaelliti rispetto all’appropriazione di Dante da parte del movimento spiritista fa pensare al fatto che Rossetti abbia promosso non tanto un dantismo ‘spiritico’ quanto un vero e proprio spiritismo ‘dantesco’.D’altra parte, le vicende che legano le opere di Rossetti a Dante forniscono già di per sé spunti interessanti per alcuni quadri che fanno parte di questo ambito. Yannick Le Pappe che ha studiato le collezioni, sia private che pubbliche in larga misura britanniche o nordamericane sostiene che le opere che racchiudono riflettono sia l'immaginario vittoriano sia i cambiamenti del mercato dell'arte nella seconda metà dell'Ottocento. L’ultimo testo del monografico, infine, esplora il dantismo di James Joyce in chiave rossettiana. Tra il 1912 e il 1915 l’autore irlandese aveva acquisito una copia della prestigiosa ristampa della Vita Nuova con i quadri di Rossetti come illustrazioni. Valentina Mele sonda l’influenza che la cosiddetta edizione “preraffaellita” del libello di Dante ha avuto nell’immaginario Joyciano, attraverso l’analisi della complessa figura di Gerty, la Nausicaa che Bloom incontra sulla spiaggia di Sandymount. A riprova che il dantismo preraffaellita, ha avuto un ruolo fondamentale e di massima rilevanza storica nei processi di ricezione e di riappropriazione di Dante sia per la cultura dell’epoca che per quella successiva e nei più svariati ambiti artistici.
Ringraziamo i colleghi Nicola Di Nino e Veronica Pesce che hanno dato l’avvio ai lavori di questo dossier.
Centro Europeo di Studi Rossettiani & Universidad Autonoma de Barcelona