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28 giugno 2026

Antonio Mezzanotte, La Madonna dell'uliveto a Fara San Martino.


Lapide votiva sulla facciata della chiesa
 
LA MADONNA DELL'ULIVETO A FARA SAN MARTINO (CH)
di Antonio Mezzanotte 

Si dice e si racconta che la Madonna dell’Uliveto, appena fuori Fara San Martino (CH), sia nata da una paura antica: un uomo, inseguito dai briganti su per la montagna, avrebbe promesso alla Vergine Santa una cappella se fosse riuscito a salvarsi.
Una storia che sembra uscita da un racconto serale davanti al focolare, ma che trova un riscontro sorprendentemente concreto in una lapide, murata sulla facciata della chiesuola, nella quale si legge in un italiano un po' raffazzonato - anche per le date (ma, appunto per questo, spontaneo e sincero) - che Giovanni Di Cecco fu liberato “dai malviventi su la cima di questa montagna" grazie all’intercessione della Madonna. Segue la data: "31 GIUGNIO 1864".
È una leggenda che non ha bisogno di essere abbellita: basta immaginare il silenzio della Majella, il fruscio degli ulivi e un uomo che corre, ansima, prega. E poi mantiene la promessa.
La chiesetta si trova all’imbocco delle Gole di Fara, in un punto in cui il paese finisce e la montagna comincia davvero. Intorno... ulivi, pietra viva e quel verde che a Fara non è mai solo sfondo, ma presenza.
È un luogo di passaggio, sì, ma anche di sosta: il punto in cui ci si ferma un attimo prima di entrare nel vallone di Santo Spirito, come se la montagna chiedesse un piccolo atto di rispetto.
La facciata è di pietrame a vista, semplice come si conviene alle cappelle nate da un voto: un portale in pietra, una finestra circolare, una cornice di coppi che taglia l’orizzonte del tetto. La chiesa fu edificata nel 1860, come riporta un segnale turistico sul lato sinistro della facciata.
E poi c’è la lapide votiva, che non è un dettaglio decorativo ma il cuore stesso della storia: la prova che la leggenda, qui, non è solo leggenda.
Dentro, l’aula unica è coperta da una volta a botte lunettata. Il pavimento in mattoni accompagna lo sguardo verso l’altare, dove una tela raffigura la Madonna dell’Uliveto tra san Martino e - forse - la Maddalena.
Il dettaglio più sorprendente è la roccia della montagna che affiora dal pavimento lì in un angolo a sinistra dell'altare, come se la chiesa non fosse stata costruita sulla Majella, ma dalla Majella stessa. Un gesto di continuità naturale e spirituale che vale più di mille ornamenti.
Allora, la Madonna dell’Uliveto non è soltanto un monumento: è una storia in pietra, un grazie inciso, un piccolo altare che parla di paura, fede e montagna. È un luogo che, come spesso accade qui nei nostri paesi d'Abruzzo, non chiede nulla ma lascia qualcosa.

12 giugno 2026

Corrado Alvaro, "Le serpi il lupo e le vergini d'Abruzzo", da Itinerario italiano, 1941.







Venerabile Nicola D'Onofrio, Chierico camilliano


12 giugno: Venerabile Nicola D'Onofrio, Chierico camilliano

(Villamagna, Chieti, 24 marzo 1943 – Roma, 12 giugno 1964).

Vede la luce in tempo di guerra, a Villamagna, provincia di Chieti, il 24 marzo 1943.

A sette anni avverte la vocazione al sacerdozio: vuole farsi prete camilliano, ma i suoi si oppongono.

Dopo un lungo braccio di ferro, nell’autunno del ’55 può entrare nello studentato camilliano di Roma.

Il 7 ottobre 1961 fa la prima professione, con i tre voti comuni a tutte le Congregazioni religiose - di povertà, castità e obbedienza - , a cui i Camilliani ne aggiungono un quarto, di servizio agli ammalati e sofferenti, “etiam pestis incesserit”, oggi tradotto in “sempre, anche con rischio della vita”.

Verso la fine del ‘62 avverte i primi sintomi della malattia che l’avrebbe portato alla morte a soli 21 anni.

Il 28 maggio 1964 emette la professione perpetua. Muore la sera del 12 giugno.

Il suo corpo riposa a Bucchianico, presso la cripta del santuario di san Camillo, meta di continui pellegrinaggi. Nel giugno 2000 si è aperto presso il Vicariato di Roma il suo processo di beatificazione.

26 maggio 2026

Luigi Anelli, "Cronaca vastese di Fra' Serafino Razzi, 1576-77", Vasto, 1897 - collezione Cordella.

Fra Serafino Razzi (Marradi 1531 – Firenze 1613) è stato uno scrittore italiano e frate dell'Ordine dei Domenicani. Entrato nell'Ordine nel 1549, si occupò inizialmente anche di laudi in lingua latina e di musica. Ma da noi è conosciuto per i suoi diari di viaggio. Nel 1572-77, infatti, Serafino Razzi compì un viaggio lungo di anni, dalla Toscana all'Umbria e negli Abruzzi, giungendo fino al Molise e in Puglia, visitando i conventi dell'ordine domenicano, e appuntando le impressioni in diari di viaggio, che raccolse nei “Viaggi Adriatici”, pubblicati in parte nel 1578, e successivamente integralmente. L'opera è molto interessante per le impressioni personali del frate, soprattutto nella parte relativa alle città visitate negli Abruzzi: L'Aquila, Teramo, Penne, Chieti, Lanciano, Ortona, Vasto, descrivendo uno spaccato di vita sociale e religiosa in queste terre nella seconda metà del XVI secolo.
Le pagine su Vasto di Fra Serafino Razzi sono state ripubblicate da Luigi Anelli nel 1897.


















Da: Vasto Gallery

Vasto, Piazza L. V. Pudente: Fontana e Cattedrale.

 
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24 maggio 2026

Antonio Mezzanotte, Rosciano e la santa che salvò il paese.


ROSCIANO E LA SANTA CHE SALVO' IL PAESE: ECCO COSA FESTEGGIAMO DAVVERO IL 24 MAGGIO
di Antonio Mezzanotte 

Il 24 maggio Rosciano festeggia santa Eurosia di Jaca, la sua patrona.
Processione, sfilata di mezzi agricoli, fuochi d’artificio, litanie, banda musicale, spettacoli: tutto questo ci sta, perché la festa è — prima di tutto — la festa della comunità.
Ma la festa non deve farci dimenticare perché si festeggia. Altrimenti non sarebbe più la celebrazione della Santa Patrona e, attraverso di lei, del paese, ma qualcos’altro.
Festeggiare santa Eurosia significa ricordare la rinascita di Rosciano dopo la grande crisi della metà del Seicento: quando morirono 500 persone su 750 abitanti, quando il Comune fallì, quando i terreni furono abbandonati e il paese rischiò di scomparire.
E allora, che c’entra Eurosia di Jaca?
A far rinascere Rosciano fu la vigna, il commercio del vino.
Dalla seconda metà del Seicento, nelle terre incolte — e ce n’erano molte — si piantarono vigneti. La terra era buona, l’esposizione favorevole, e quel vino non era più solo per uso domestico: si vendeva.
E con gli introiti della moderna vitivinicoltura il paese riprese fiato: arrivarono nuove famiglie, il paesaggio si trasformò, vennero edificate le prime case palaziate (quella dei De Fabritiis, poi fu la volta dei Filippone), la Chiesa Madre venne in parte demolita e ricostruita più grande e più bella.
Il benessere crescente portò anche un’esigenza nuova: un patrono che rappresentasse la nuova identità del paese.
Non più la triade pastorale di Nicola, Maria Assunta e Giovanni Battista, ma una santa il cui culto arrivava dalla Spagna, passando per il Nord Italia, portato dalle maestranze lombarde - scalpellini, stuccatori, capimastri - che lavorarono nella ristrutturazione della chiesa parrocchiale nel Settecento.
Già prima, però, la devozione era stata favorita dai funzionari farnesiani e spagnoli, presenti nel territorio da decenni e portatori di tradizioni religiose legate al mondo iberico.
Eurosia di Jaca: la santa che protegge dai fulmini, dalla grandine, dalle tempeste.
La santa che protegge i vigneti.
Da allora si cominciò a piantare rose tra le vigne: il fiore di Eurosia, ma anche il primo segnale dei parassiti della vite, un allarme naturale che permetteva di intervenire in tempo.
Eppure Eurosia è ancora di più.
In un’epoca segnata dal ricordo delle tragedie del secolo precedente, la sua fermezza nella fede durante il martirio divenne un rifugio spirituale: una protezione non solo per i raccolti, ma per le persone, contro i fulmini della vita e le grandinate del quotidiano tribolare.
Nel 1782 Eurosia Di Marco fu la prima roscianese a portare il nome della Santa.
E allora festeggiamo.
Con gioia, con fede, con consapevolezza.
Perché in un mondo popolato da maniate di lanzichenecchi avvinazzati, in un clima di crescente acredine che scivola verso livelli infimi, almeno il nostro paesello possa continuare a trovare motivi per essere sempre più solidale, più inclusivo, più unito nelle sue tante voci.
Evviva sant’Eurosia!

Vasto, Fiera di San Gaetano.


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13 maggio 2026