7 luglio 2026
Benedetto Croce, Ignazio Silone e Raffaele Mattioli. Gli intellettuali Abruzzesi citati nell'introduzione di Giovanni Fasanella al libro "La guerra fredda culturale. La CIA e il mondo delle lettere e delle arti" di Frances Stonor Saunders.
21 febbraio 2026
Costantino Felice, Mattioli e la sua terra.
MATTIOLI E LA SUA TERRA
Identità e microstorie. I legami culturali e civili del «più grande banchiere italiano dopo Lorenzo dei Medici» con Vasto e l'Abruzzo. I tanti gesti di affetto e generosità. Una proposta per onorarlo con rinnovata attenzione. di Costantino Felice
1. La figura e l’opera di Raffaele Mattioli, lo straordinario banchiere umanista – «il più grande banchiere italiano dopo Lorenzo dei Medici», scrisse «Le Monde» in occasione della sua morte (27 luglio 1973)[1] – hanno inciso profondamente nella storia d’Italia non soltanto sotto il profilo economico e bancario ma anche culturale
e politico. Le sue scelte hanno avuto un peso molto importante, in certi momenti forse decisivo, sulla definizione degli equilibri economici in Italia (talvolta anche nei rapporti internazionali). Ma egli è stato anche promotore e organizzatore (oltre che finanziatore) dell’alta cultura, specie quella d’orientamento laico, come pure della buona politica, sempre animato da un saldo spirito civico e democratico. Sentimenti di liberalità e di affettuosa partecipazione hanno continuamente ispirato i suoi rapporti con Vasto, la sua città natale, sentimenti generati da ragioni di biografia familiare e da costanti legami di ordine culturale e civile. E ciò nonostante la cittadina abruzzese sembrasse, per un certo periodo, non dedicargli la dovuta attenzione, a causa anche di quel «vecchio malanno» (un pervicace campanilismo spesso debordante in clientelismo, se non proprio in familismo) che, come ha mostrato il letterato Mario Sansone analizzandone l’eziologia in una lucida nota[2], continuava ad affliggere ampie zone dell’Abruzzo, come peraltro dell’intero Mezzogiorno. Le ragioni potevano essere varie e complesse (del resto la letteratura meridionalistica vi si è soffermata a lungo). Ma certamente nel suo persistere, accanto a fattori economici e sociali, giocava un ruolo non secondario l’angustia culturale in cui all’epoca si muoveva, più per necessità che per vocazione, gran parte della intellettualità operante in periferia. Sennonché il vastese Mattioli, questo abruzzese della marina, come pure orgogliosamente amava definirsi differentemente dagli abruzzesi della montagna (lo ricorda Elena Croce, la figlia del filosofo), era del tutto decondizionato dall’ottica deformante dei giochi e degli interessi di campanile.
Ma a pesare sull’assurda estraneità di questo «grande borghese» rispetto al patrimonio culturale e civile della città natale, e dell’Abruzzo in generale, era soprattutto il fatto che egli restava pur sempre il campione dell’alta finanza laica, in competizione, se non proprio in conflitto, con il sistema bancario d’ispirazione cattolica. Per ambienti dal lato politico largamente dominati dalla Dc e dal lato etico saldamente permeati da valori e comportamenti chiesastici, un banchiere eterodosso come Mattioli, «laico con punte di anticlericalismo»[3], non poteva non essere avvertito che come altro da sé.
2. Altra era, ovviamente, la considerazione che di Mattioli si aveva nel contesto nazionale: insigne banchiere «capace di spingere l’analisi dentro le strutture, sino agli aspetti sociali e politici dei problemi» (Guido Carli), «grande uomo di cultura [...], protagonista, oltre che spettatore attento ed acuto, di rilevanti importanti vicende politiche» (Ugo La Malfa), «disinteressato servitore dello Stato repubblicano» (Giorgio Amendola), «intellettuale geniale» (Riccardo Bacchelli), «uomo nuovo d’affari europeo che ancora non c’è» (Giulio Einaudi)[4], e si potrebbe continuare a lungo.
Quanto ai legami con la sua città d’origine, don Raffaele, come confidenzialmente lo si chiamava a Vasto, non sembrava per nulla toccato dall’alone di estraneità che gli era stato cucito addosso e per tutta la vita il suo abituale impegno civile e culturale non mancò di estendersi fino ad ambienti della società vastese e abruzzese più o meno amichevoli. Lo fece con molteplici gesti di affetto e di generosità. Ne fanno fede, per citare solo qualche esempio, il contributo di 500 lire che egli volle donare
nel 1932 per la sistemazione del Museo Archeologico di Vasto[5]; la ristampa anastatica dell’opera di Antonio De Nino sugli usi e costumi dell’Abruzzo[6]; la raccolta, curata insieme a Carlo Antoni, degli scritti in onore di Benedetto Croce per il suo ottantesimo compleanno[7]. E si potrebbe continuare.
Nell’ambito dei virtuosi rapporti tra Mattioli, Croce e l’Abruzzo andrebbe ricondotta anche la gloriosa vicenda napoletana dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici[8], alla cui creazione e gestione il banchiere umanista ha contribuito, ovviamente insieme a Croce. in modo determinante (ne fu consigliere dal 1948 al 1952 e poi presidente fino alla sua morte nel 1973). Dal 1963 al 1971, su designazione del presidente Vincenzo Rivera, fu anche socio onorario della Deputazione di Storia Patria per gli Abruzzi. L’arcinoto mecenatismo di Mattioli si era insomma dispiegato copiosamente anche in terra d’Abruzzo[9], con particolare riguardo proprio alla natia Vasto. Ed è facilmente ipotizzabile – anche per i suoi amichevoli rapporti con Enrico Mattei, presidente dell’Eni, in una certa misura pure lui vastese[10] – un suo ruolo attivo nel processo di industrializzazione del Vastese nei primi anni sessanta (e anche in altre fasi).
Con questi elementi di consapevolezza mano a mano consolidatisi, un gruppo di amici più o meno intellettuali, fra cui chi scrive questa nota, raccolti nella Cooperativa culturale Agorà, più precisamente nel suo Settore ricerche storico-sociali, verso la metà degli anni Settanta del secolo scorso iniziò un’opera tesa all’approfondimento dell’opera di Mattioli nel panorama politico nazionale e a far crescere, attraverso un’iniziativa di livello nazionale, il contesto culturale e civile d’ambito locale, sfatando luoghi comuni e false convinzioni. Forti dell’aiuto di un personaggio di grande prestigio come Giorgio Amendola, ci mettemmo in contatto con gli ambienti milanesi che allo scopo potevano esserci utili (in realtà sarebbero risultati decisivi): in particolare Vando Aldrovandi, direttore della libreria Einaudi di via Manzoni, e soprattutto Maurizio Mattioli (il quale tra l’altro mi fece subito l’onore di donarmi la monumentale collana di Storia economica della Banca Commerciale), il figlio del grande banchiere. Con successo vennero contattati i vari relatori e fin dall’inizio ottenemmo l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. A questo punto, con aderenze di così alto livello, divenne impossibile per le autorità comunali, provinciali e regionali non collaborare fattivamente, assumendone quanto meno il patrocinio, alla riuscita del convegno. Furono comunque i vertici milanesi della Comit a farsi carico in concreto della sua organizzazione e gestione, dislocando per esempio a Vasto un loro alto funzionario, Bernardo Crippa, stabilmente trasferitosi in città dai primi di aprile 1980.
3. Il convegno di studi si tenne il 12 e 13 aprile 1980), con il titolo «La figura e l’opera di Raffaele Mattioli», e venne promosso, come già detto, dalla Cooperativa Culturale Agorà (Settore ricerche storico-sociali), sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica (Sandro Pertini) e con il patrocinio della Regione Abruzzo, della Provincia di Chieti e del Comune di Vasto. Si tenne presso il Politeama Ruzzi sotto una stretta sorveglianza delle forze dell’ordine (eravamo in pieno periodo del terrorismo rosso, che risultava avere di mira particolarmente Leo Valiani, allora implacabile editorialista del «Corriere della Sera»). Ovviamente vennero attivati un Comitato d’onore e un Comitato organizzatore[11]. Questi i relatori (in ordine d’intervento): Costantino Felice, Leo Valiani, Giorgio Rodano[12], Natalino Sapegno, Giovanni Malagodi[13], Silvio Ciccarone. I relativi Atti hanno visto per la prima volta la luce grazie ad una pubblicazione (300 copie numerate, con Premessa dell’allora sindaco di Vasto Antonio Prospero) edita dalla Banca Commerciale Italiana nella primavera del 1988.
Da questo convegno vastese, il «primo celebre convegno su Mattioli»[14], o anche in concomitanza con esso, partì una serie di altri eventi intitolati al suo nome, o comunque ispirati al suo universo valoriale. Venne aperta una succursale della Comit a Vasto (con tanto di inaugurazione ufficiale). La famiglia Mattioli fece dono della casa natale alla città con esplicita finalità di destinazione ad uso culturale (biblioteca, mostre, convegni): un signorile palazzotto nel centro della città.
Negli anni successivi al convegno il lavorio attorno alla figura di Raffaele Mattioli continuò ininterrottamente e sfociò, nel 1996, in un secondo convegno. Intitolato «Raffaele Mattioli nell’economia e nella cultura», esso è stato organizzato (1° giugno 1996) dall’Assessorato alla promozione culturale della Regione Abruzzo, in concreto dal Centro servizi culturali di Vasto. Anche in questo caso gli interventi degli studiosi (Marcello De Cecco, Brunello Vigezzi, Francesca Pino, Costantino Felice) sono stati pubblicati la prima volta da «Abruzzo Contemporaneo» (1997, n. 4), rivista semestrale di storia e scienze sociali dell’Istituto abruzzese per la storia d’Italia dal fascismo alla resistenza, a quel tempo diretta da chi scrive.
Le relazioni di entrambi i convegni sono state poi raccolte, sempre mantenendo la loro originaria natura di testimonianze orali, nel citato volume La figura e l’opera di Raffaele Mattioli, pubblicato nel 1999 dalla casa editrice Riccardo Ricciardi, allora diretta da Maurizio Mattioli. Ai testi dei relatori nel libro si aggiungono due Appendici: la prima comprende un saggio di Francesca Pino, Note sulla cultura bancaria a Milano nei primi anni Venti: Cabiati, Mattioli e la «Rivista bancaria», uscito la prima volta sulla «Rivista di storia economica» (1995, fasc. 1), saggio relativo ad un periodo della vita di Raffaele Mattioli di solito scarsamente indagato; la seconda riguarda invece un documento, Statuto dell’Associazione per lo studio della formazione della classe dirigente dell’Italia unita, fino ad allora inedito – inquadrato magistralmente nel saggio di Brunello Vigezzi – di eccezionale valore storico, come si può intuire già dal titolo.
4. Per comprendere a fondo i suoi rapporti con Vasto e l’Abruzzo, occorre infine considerare che Mattioli, sebbene dichiaratamente perplesso circa la possibilità di classificazioni tipologiche su base regionale («raffigurazioni facillime e generiche», le definisce una volta), e ancora più avverso a ogni compiacimento provincialistico o di campanile, finisce pure lui con l’indulgere, in qualche circostanza, a una certa retorica sui «tratti distintivi» di un supposto temperamento abruzzese. È ovvio che il dato anagrafico del luogo di nascita e di residenza non abbia alcuna importanza ai fini della caratterizzazione di una personalità, specie se dotata di qualità non comuni. Mattioli era filius temporis (della sua intelligenza e dei suoi studi), piuttosto che filius loci, come nella celebre monografia su Montenerodomo ebbe a dire di sé il suo grande amico Benedetto Croce[15]; ma è probabile che, come capitava allo stesso Croce[16], anche questo abruzzese della marina, nel superare le difficoltà della vita con «volontà ferma», «persistenza» e «resistenza», più di una volta abbia potuto dire a se stesso con un certo orgoglio: «tu… sei abruzzese!»[17].
Fu un altro suo intimo amico, lo scrittore Giovanni Titta Rosa, anch’egli abruzzese trapiantato a Milano, a tracciare di lui in questo senso il ritratto più penetrante e convincente, cogliendone con acuto sentire le affinità di carattere e di cultura con il filosofo di Pescasseroli. Suo è peraltro l’uso esplicito del termine «abruzzesità» per indicare le qualità di fondo dei due personaggi, per certi aspetti comuni anche a D’Annunzio.
Ma forse, mettendo da parte questa o altre somiglianze più o meno letterarie e arbitrarie, la vostra «abruzzesità» potrà piuttosto consistere in quel realismo di vita – come diciamo oggi – che fece da stimolo a quella «conquista», ripetuta a distanza di secoli da Gabriele con tanta inconsapevole analogia di «temperamento»: quel realismo tipico d’ogni abruzzese che si pone e propone compiti di non comune misura, e li assolve con una spontaneità e uno slancio da dar quasi l’impressione d’un gioco[18].
Nella lettera posta a prefazione del volume Abruzzo, pubblicato a Milano nel 1963, Mattioli scrive al Presidente della Banca Nazionale del Lavoro: «Conosco troppo bene la gente della mia terra, caro Longo, e so quanto è ritrosa di fronte alle manifestazioni ufficiali, quanto scettica dei complimenti di maniera, quanto catafratta d’impenetrabile ironia contro le più seducenti caratterizzazioni della demopsicologia»[19].
Mattioli era talmente permeato dalla cultura d’origine, proprio in senso antropologico, da risentirne per tutta la vita persino nella formazione del carattere e quindi nelle manifestazioni più personali. Non è un caso che egli stesso si divertisse a scrivere poesie in dialetto vastese: componimenti a quanto se ne sa tuttora inediti.
L’ironia, l’affabilità, il buon gusto, il senso della concretezza, la ritrosia per l’ufficialità e le facili adulazioni: ecco, sono questi, in buona sostanza, i tratti di questa supposta «abruzzesità» che Mattioli riteneva di portarsi dentro. L’argomento del resto aveva ben solide ascendenze[20]. A simili suggestioni, in talune occasioni, compresi confidenziali messaggi con lo stesso Mattioli[21], non sfuggono neanche Benedetto Croce, com’è ampiamente risaputo (sebbene talvolta con palesi esagerazioni e stravolgimenti), e neppure un illustre statista come Silvio Spaventa[22], al cui magistero di liberalismo austero e disinteressato la formazione intellettuale del banchiere umanista, come ovviamente quella di Croce, non era certo estranea.
Nei decenni del secondo dopoguerra le dichiarazioni su una certa tipicità degli abruzzesi – sempre in ambito colto – sono andate ripetendosi a getto continuo. Nel citato Discanto – un volume costruito da Pasquale Scarpitti agli inizi degli anni settanta nell’intento di «veder germinare (o disvelarsi) l’Idea-Abruzzo» (scrive proprio così) – quasi non c’è «testimone» che non ritenga, in un modo o nell’altro, di rinvenirne qualche manifestazione. In scritti del latinista Ettore Paratore, quando viene affrontato il tema dello «spirito» e del «carattere» degli abruzzesi[23], si trovano talvolta persino gli stessi termini adoperati da Croce, Spaventa, Titta Rosa e Mattioli stesso.
Sarebbe quanto mai opportuno dunque che, nonostante i già consolidati progressi di cui s’è detto, i legami tra la città di Vasto (come l’intero Abruzzo) e questo suo «figlio prediletto» venissero ulteriormente consolidati e fatti fecondare. Sarebbe anzitutto il caso, per esempio, di favorire in qualche modo la ristampa del volume (magari in edizione anastatica) La figura e l’opera di Raffaele Mattioli, pubblicato come già detto nel 1999 dalla casa editrice Riccardo Ricciardi, un volume ormai introvabile, anche per onorare degnamente la memoria di Maurizio (promotore di quella pubblicazione), deceduto lo scorso anno, che per Vasto, come già il padre, ha fatto tantissimo, dal lato culturale, ma non solo. E soprattutto mi permetto di tornare a proporre, come già ho ripetutamente fatto verso la municipalità vastese, la istituzione di un «Premio internazionale di saggistica economica» (teoria e/o storia della economia) specificamente intitolato a Raffaele Mattioli (si potrebbe anche chiamare semplicemente «Premio Mattioli»): una iniziativa stabile e duratura, cioè, che sappia promuovere e attualizzare l’universo valoriale al quale il grande banchiere umanista ha ispirato il suo operato.
11 febbraio 2026
L’editoria d’arte tra Banche e Musei.
10 febbraio 2026
25 aprile 2025
In po' di Vasto in quel 25 Aprile 1945 a Milano.
Protagonisti di quella giornata Corrado Bonfantini e Mario Borsa ex internati a Vasto (Istonio Marina); Enrico Mattei, Raffaele Mattioli ed Ettore Janni. Loro e tanti altri hanno lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà.
Siamo al 25 aprile Festa della Liberazione: una ricorrenza storica in cui si commemora la liberazione dell'Italia dal nazifascismo. E’ il giorno in cui a Milano il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa.
L’operazione riuscì: i primi ad entrare a Milano furono i Partigiani delle Brigate Matteotti al comando di Corrado Bonfantini, che a fine giornata parlò alla Stazione Radio di Porta Vigentina, denominata Radio Milano Libera, dicendo ai milanesi: “Qui parla Corrado, comandante delle Matteotti, Milano è libera. Abbiamo conquistato la libertà, ma ora dobbiamo costruire una democrazia”. Il noto personaggio, eletto poi alla Costituente e successivamente al Parlamento per tre legislature, è stato internato a Vasto (Istonio) Marina dal 1940 al 1943. Periodo in cui - si dice - stava per nascere una love story con una ragazza del posto.
Ma tra i partigiani a Milano quel 25 aprile c’era anche Enrico Mattei, futuro presidente dell’ENI, che da ragazzo aveva frequentato la Scuola Tecnica di Vasto (attuale Scuola Media G. Rossetti), datosi che suo padre era in servizio alla stazione Carabinieri di Casalbordino. Nel 1944 Mattei diventa componente del Comando generale del Corpo volontari della Libertà nel nord Italia quale esponente dei Partigiani cristiani. Svolge un ruolo molto importante al punto da essere uno dei sei capi che sfilano, alla testa del corteo dei partigiani vittoriosi alla liberazione di Milano, il 6 maggio 1945 in Piazza Duomo insieme a Ferruccio Parri, Luigi Longo, il generale Raffaele Cadorna, Mario Argenton e Enrico Stucchi. FOTO
Ad accreditare Mattei negli ambienti antifascisti cattolici milanesi fu il politico vastese Giuseppe Spataro che lo ricevette a Roma a maggio 1943 che successivamente lo introdusse negli ambienti democristiani per la sua candidatura al Parlamento. Un altro vastese che Mattei frequentava a Milano fu Raffaele Mattioli presidente della Banca Commerciale Italiana che finanziò il salvataggio dell’Agip, favorendo anche la nascita dell’ENI.
Un’altra presenza importante a Milano quel 25 aprile fu quella di un altro ospite del Campo di internamento di Istonio Marina: il giornalista Mario Borsa,che nominato dal CLN direttore del nuovo Corriere della Sera, il giorno dopo titolò “Milano insorge contro i nazifascisti”.
Il 25 aprile il Comitato Nazionale di Liberazione aveva affidato la direzione del giornale a Borsa in virtù del "suo passato adamantino di giornalista schivo da ogni compromissione e di tenace assertore dei principi di libertà e di giustizia sociale, in omaggio ai quali, sotto il fascismo aveva sofferto due volte il carcere, due anni di ammonizione e in più a 70 anni il campo di concentramento a Istonio Marina…".
Borsa scrisse parecchi libri. In "Memorie di un redivivo" racconta il suo trasferimento presso il campo di concentramento di Vasto Marina. “Una sera, finalmente, mi avvisarono che la mattina dopo sarebbero venuti i carabinieri a prendermi per portarmi nel campo di concentramento di Istonio Marina”, racconta Borsa che era in prigione ed aveva 70 anni. “Feci un fagottello delle mie robe. salutai ad uno ad uno i miei compagni di cella… giunto abbasso, denudato, passata un’altra visita, riavute di ritorno le cose mie, fui consegnato ai carabinieri, che in presenza del Commissario, mi misero le manette. Una volta in strada, diretti alla stazione, l’appuntato me le tolse dicendomi: mettete le mani sotto l’impermeabile che non si veda che le avete libere!” “Arrivammo a Milano. Offrii al buffet della stazione la colazione ai miei due angeli custodi che erano stati gentilissimi. Mi dissero che, dovendo viaggiare in tradotta, ci avremmo messo due giorni per arrivare ad Istonio e che avrei dovuto dormire nelle carceri di Bologna prima, e poi in quello di Ancona. Se invece avessi pagato io il biglietto per me e per loro, avremmo preso il diretto e saremmo arrivati ad Istonio alle due di notte. Accettai subito di pagare il biglietto. Era un sabato d’agosto, stagione dei bagni. Il treno era affollatissimo”.
Nel libro Borsa dice : “Non dirò molto del campo di concentramento di Istonio Marina. C’era un centinaio e più di professionisti, avvocati, medici, professori, giornalisti, scrittori: trovai molti amici vecchi, molti ne feci di nuovi. Anche là tutto procedeva…seriamente. Il Commissario era un buon diavolaccio; non ebbe mai nulla a rimproverarmi… Immaginate che quando giunse il telegramma da Roma per la mia liberazione, me ne diede la comunicazione tutto commosso e la sera mi volle accompagnare alla stazione, portandomi lui la valigia!”.
Rileggendo queste pagine di storia si capisce che la Repubblica è nata grazie all’impegno ed alla lungimiranza di grandi uomini, che con entusiasmo e passione civile hanno lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà. Almeno una volta l’anno vale la pena di soffermarsi un momento su questi tre grandi valori. Buon 25 aprile!
19 ottobre 2024
Francesca Pino - Raffaele Mattioli. Una biografia intellettuale.
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| Raffaele Mattioli, 1921, color F.Marino |
12 agosto 2024
Sandro Gerbi, Raffaele Mattioli, banchiere e umanista.
Raffaele Mattioli, banchiere e umanista
A parte qualche familiare, ormai sono ahimè tra le poche persone in vita che hanno conosciuto e frequentato Raffele Mattioli, per quasi un trentennio, dal 1948 al 1973 (anno della sua morte). Non per meriti personali, ma perché ero il figlio di uno dei più stretti collaboratori del banchiere, Antonello Gerbi, dal 1932 al 1970 capo dell’Ufficio Studi della Comit (a parte una parentesi decennale in Perù, fra il 1938 e il 1948, dovuta a motivi per così dire ‘razziali’). Vorrei inoltre ricordare il depositario di infinite storie, Gianni Antonini, già responsabile delle mattioliane edizioni Ricciardi, che poche settimane fa ha compiuto 98 anni e ha tuttora una salda memoria, cui mi capita di ricorrere spesso.
Ho scritto molto di Mattioli e mio padre, e anche dei miei vari incontri con il primo, ma non ho mai messo uno in fila all’altro gli aneddoti più significativi che hanno caratterizzato il nostro rapporto. Chiedo scusa se, per affrontare questo argomento, dovrò necessariamente parlare anche di me.
I miei ricordi più antichi risalgono agli anni Cinquanta e sono in un certo senso riflessi, poiché coinvolgono mia madre Herma Schimmerling, viennese e quindi di madre lingua tedesca. Oltre a invitare occasionalmente Mattioli a pranzo, offrendogli sempre a fine pasto uno strudel casalingo, di cui era molto ghiotto, mia madre riceveva ogni tanto da Raffaele telefonate con quesiti di natura musicale. Non che fosse una super esperta, ma appassionata di musica sì e anche una discreta pianista dilettante. Una volta arrivò una chiamata di Mattioli che a bruciapelo le domandò: «Herma, come comincia il coro dei pellegrini nel Tannhäuser, quello famoso del terzo atto?». Lei glielo canta per qualche minuto; dopodiché lui ringrazia e chiude la conversazione. Viene presa per pazza dalla nostra collaboratrice domestica dell’epoca, che aveva sentito solo lo zufolare materno, per di più in una lingua inaudita, senza nemmeno uno scambio di parole.
Lo stesso fece altre volte Mattioli, interrogandola su arie delle operette viennesi più famose, che mia madre conosceva a memoria: ad esempio Sangue viennese (Wiener Blut) di Johann Strauss jr o La vedova allegra (Die lustige Witwe) di Franz Lehár: identica la scenetta al telefono.
E tanto per finire con mia madre – sempre nei miei ricordi di adolescente – un giorno mio padre, arrivando a casa dalla banca, le chiede un metro da sarta: vuole misurare la circonferenza delle caviglie di mia madre. Per quale motivo? Perché Mattioli ha scommesso con mio padre che quelle di sua moglie, la signora Lucia, erano più sottili! Episodio spesso rievocato in famiglia con divertimento, ma senza tramandare purtroppo ai posteri il nome del vincitore (o vincitrice).
Mattioli amava molto i giovani, tanto più se figli dei suoi amici più cari. Da buon abruzzese il capo della Comit mi dava del tu, come a chiunque. Io credo di avergli sempre dato del lei: dopotutto «il dr. Mattioli» incuteva una certa soggezione! Da ragazzino andavo talvolta in banca a trovare mio padre, il quale poi mi portava spesso da lui. Per raggiungere il suo grande ufficio che dava su Piazza della Scala, al secondo piano, seguivamo la felpata passatoia rossa stesa negli spaziosi ambienti interni (ideati da un altro suo fedelissimo, l’architetto Giuseppe De Finetti). Superate le robuste doppie porte in noce e salutati i due fedelissimi segretari, Emilio Brusa e Valentino Bona, venivo sempre da lui ricevuto molto affettuosamente. Ricordo che una volta – avrò avuto dieci o dodici anni – mi invitò a ingaggiare sulla sua scrivania un classico braccio di ferro. Mi diede l’illusione di riuscire a batterlo e poi con un gesto improvviso piegò ogni mia resistenza. Un gioco, ma anche un ammonimento: mai farsi illusioni prima di avere la vittoria in tasca!

Andai dunque da Mattioli in Piazza della Scala per chiedergli lumi sul mio futuro: «Caro Sandro, se non hai scoperto la tua vocazione all’età di dodici o tredici anni, non potrai certo scoprirla oggi. Del resto, credi forse che io avessi la vocazione del banchiere? Un giorno, per caso, ho cominciato e poi sono semplicemente andato avanti. Con abbondante Sitzfleisch». «Sitzfleisch haben» in yiddish significa «avere carne sulle terga», ovvero «resistere al tavolino», «mettere radici»: un elogio della perseveranza, virtù essenziale – secondo il boss della Comit – per portare a compimento un progetto qualsiasi.
Continuò poi Mattioli: «Parlerò con Lionello Adler, presidente delle Cartiere Burgo, potresti fare un po’ di pratica da lui, come ha fatto Maurizio» (il suo secondogenito). «E mi raccomando, leggi Lombard Street di Walter Bagehot» [direttore dell’“Economist” dal 1861 al 1877] se vuoi capire qualcosa sul mercato dei capitali». Non andai da Adler, ma lessi Lombard Street, un suggerimento utilissimo per la mia prima attività, quella di giornalista finanziario, assistente di Renato Cantoni, a sua volta autorevole commentatore di Borsa della «Stampa». Grazie a Cantoni, cominciai a collaborare nel 1971 al settimanale «Il Mondo», diretto allora da Arrigo Benedetti.
Nel 1972, il timoniere della Comit mi fece un dono particolare, la cui importanza compresi solo anni dopo. Sabato 22 aprile si era svolta, a Milano, l’assemblea annuale degli azionisti Comit, che si era conclusa con l’estromissione di Mattioli dalla banca e la presidenza assegnata all’ex ragioniere generale della Stato, Gaetano Stammati. Un evento traumatico, voluto dal duo democristiano Andreotti (presidente del Consiglio) e Colombo (ministro del Tesoro), cui assistetti nella mia qualità di giornalista. Mi venne allora in mente un gesto audace e chiesi a Mattioli di rilasciarmi un’intervista. Accettò, non un’intervista (e pensare che nel pomeriggio di sabato avevo faticosamente preparato una serie di domande scritte), bensì un incontro nel suo studio l’indomani mattina, domenica 23 aprile, alle 11. Non aveva parlato con nessun altro giornalista. Si era solo intrattenuto nel pomeriggio di sabato con Eugenio Scalfari, il cui articolo per «L’Espresso» sarebbe però apparso il giovedì seguente, mentre «Il Mondo» usciva di mercoledì. Stetti con lui un paio d’ore. Alternava la conversazione alla lettura ad alta voce dei giornali, sorridendo alle sciocchezze che qualcuno aveva scritto su di lui («Tutto fa brodo!», commentava con bonario cinismo) e rispondeva ad alcune telefonate di simpatia. Al termine gli chiesi se avrebbe voluto rivedere l’intervista, ma lui rispose: «Non è necessario: basta che la rilegga Antonello!» L’articolo uscì puntualmente tre giorni dopo. Senza nemmeno rendermene conto, avevo realizzato il primo scoop della mia ‘carriera’: e lo dovevo all’affettuosa generosità di Mattioli.
Qualche mese dopo – Mattioli si era ormai ritirato, ma disponeva di un ufficio in banca – io ricevetti nello studio di Cantoni, dove lavoravo, una sua chiamata: «Corri a casa perché Antonello sta male». Quel giorno mio padre, diabetico, aveva avuto una grave crisi ipoglicemica. E mia madre non era in casa. La nostra fantesca – non sapendo che fare – aveva allora telefonato al dottor Mattioli, pensando si trattasse del nostro medico di famiglia. Quando giunsi trafelato a casa, mia madre era rientrata e il medico vero, il dottor Luciano Supino, era già al capezzale di mio padre. Dopodiché Mattioli mi aveva ingiunto: «Chiamami ogni giorno per darmi notizie». Cosa che feci. E quando una volta gli dissi che mio padre stava peggiorando, rispose. «Non è ancora giunto il suo momento! Te lo dico io che sono uno stregone!». Fu buon profeta.
Vidi per l’ultima volta Mattioli, una visita di cortesia, proprio in quel periodo (inizio 1973). Mancavano pochi mesi alla sua scomparsa (27 luglio). Era presente anche il cognato Antonio Monti, all’epoca direttore centrale della Comit, che immagino si consultasse ancora con lui per alcune faccende di banca. Raffaele indossava un’ampia veste da camera e appariva fisicamente stanco, tra fastidiose febbriciattole e volto mal rasato; ma la mente era come sempre prontissima. Si parlava, quando all’improvviso volle fare una telefonata (come si sarà capito dai racconti che ho appena fatto, il telefono era il suo vero instrumentum regni). Prese dunque la cornetta e domandò alla centralinista della banca di chiamare Gianluigi Gabetti, all’epoca amministratore delegato dell’IFI, finanziaria degli Agnelli (Gabetti era stato in precedenza vice direttore della filiale Comit di Torino e presidente dell’Olivetti Underwood a New York).
Questo il colloquio tra i due:
centralino IFI: «Il dottor Gabetti in questo momento è in riunione, non posso disturbarlo per alcun motivo».
Mattioli: «Gli dica che lo cerca il dottor Mattioli».
Gabetti (pochi secondi dopo): «Eccomi. Come sta, dottor Mattioli?».
Mattioli: «Ciao, caro. Bene. Scusami se ti disturbo, ma stanotte ho fatto un sogno. Salivo in macchina su per la collina sopra Torino, dove abiti tu, e in prossimità della tua villa osservavo ai bordi della strada dei grossi mucchi di ghiaia. Allora mi sono domandato: che ci stanno a fare?».
Gabetti: «In effetti, dottor Mattioli, il viale d’accesso era piuttosto malandato, così ho deciso di rimetterlo a nuovo; e proprio in questi giorni i lavori sono in corso».
Mattioli: «Grazie, caro, avevo proprio bisogno della tua conferma per essere sicuro che le mie capacità stregonesche fossero rimaste intatte. Ti saluto, e a presto».
Dopodiché, se la memoria non mi inganna, ebbi ancora solo un’occasione di ascoltarne al telefono la voce calda e suadente. Un giorno di aprile mio padre, tornando da una visita all’amico, mi riferì che un mio articolo sulla Comit era piaciuto molto a Mattioli. Io: «Digli che il suo giudizio è un dolce vellicamento alla mia vanità». Mio padre: «No, vuole chiamarti lui stesso». Il che avvenne puntualmente qualche ora dopo, a riprova di una natura effusiva non comune.
Oggi, dopo tanti anni, non posso che concludere con le parole scritte da mio padre il 18 luglio del 1974, sempre sul «Mondo», per ricordare l’amico a un anno dalla morte: «Nessuno che l’abbia trovato sulla sua strada ha proseguito il cammino con lo stesso passo. Non è stato più lo stesso dopo averlo conosciuto. A nessuno, che non abbia goduto di quell’autentico privilege, si potrà mai spiegare il come e il perché di questa sua elementarissima, semplicissima e pur trasfigurata umanità».
(rielaborazione di un intervento letto a Firenze il 21 giugno 2024, in occasione di un convegno su «Raffaele Mattioli: il banchiere, l’intellettuale, il politico», organizzato dalle Fondazioni Cesifin e Spadolini)
Da: https://www.doppiozero.com/raffaele-mattioli-banchiere-e-umanista
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