2 aprile 2025
Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.
1 aprile 2025
Le antiche chiese scomparse di Lanciano.
30 marzo 2025
Lu Canarie, commedia abruzzese di Luigi Morgione, 1983.
25 marzo 2025
Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.
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Leonzio Compassino, Martirio di Santa Rufina, chiesa di San Giovanni Battista, Castelli |
di Angelo Iocco
Da uno studio di Marco Vaccaro dal titolo Oltre la ceramica: pittura a Castelli tra XVII e XVIII secolo, 2021, Castelli. Quaderno del Museo delle ceramiche - n. 10, ci siamo interessati di questi pittori poco conosciuti, attivi tra Marche e Abruzzo. Di Leonzio Compassino da Penne, vissuto tra la seconda metà del ‘500 e la prima del ‘600, attivo almeno fino al 1620, ebbe tra i primi recensori il prof. Francesco Verlengia, che in una delle schede per la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Artistici d’Abruzzo per la provincia di Chieti, nel 1935, riportava con una cattiva lettura il nome di “Teonzio Compassino” come autore di un celebre e antico quadro nella chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione a San Vito Chietino. La tela è firmata, attraverso dei restauri si è meglio compresa la lettera iniziale. Tale quadro faceva parte dell’antica chiesetta di San Vito martire, che affiancava il torrione circolare con la porta di accesso all’antico paese, provenendo dalla strada grande oggi corso Matteotti.
Essa dunque affacciava sulla piazza Garibaldi, incassata tra la fortificazione del castello e altre abitazioni, come è stato studiato nel lavoro di Vito Sbrocchi La Regia Chiesa parrocchiale di San Vito, Rivista abruzzese, 1997, e andò completamente demolita poco prima del 1850, nonostante dei progetti di ammodernamento e recupero, affinché fosse costruita la nuova chiesa oltre il perimetro murario. Il quadro del Compassino illustra al centro San Vito nelle vesti di martire, con i cani al guinzaglio, simbolo del martirio, tra San Modesto di Lucania e San Crescenzo, martirizzati tutti e tre sotto Diocleziano[1].
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Filippo Sargiacomo, progetto di ampliamento della chiesa
madre di San Vito Chietino, Archivio storico comunale di Lanciano, Fondo
Sargiacomo. |
La raffigurazione è scenografica, abbiamo sullo sfondo un
edificio caratterizzato al centro da un monumentale arco in marmo a tutto
sesto, e accanto rispettivamente a destra e sinistra, un ordine di colonne a
capitello dorico. Il dipinto dimostra chiaramente di rimontare all’arte della
Grande Maniera di Raffaello o del Veronese (il di cui nipote Luigi Benfatto in
Abruzzo, dipinse per la chiesa di Santa Maria Maggiore di Vasto una tela
raffigurante Sant’Agostino), tuttavia vi sono alcune stonature poiché la
prospettica scenografia sembra quasi essere scavalcata dalla mole dei tre
personaggi illustrati.
Nostra ipotesi è che altri pittori legati al Compassino o
alla scuola emiliana, potessero essere scesi nella ricca Lanciano, famosa per
le Fiere e commerci, dei quali qualcuno venne chiamato a realizzare una tela di
scarso valore stilistico, che raffigura Sant’Agostino tra Santa Rita e un
Santo, oggi presso la cappella di Santa Croce, dove si conserva un frammento
del Miracolo della Ricciarella.
18 marzo 2025
Città degli Abruzzi e della Capitanata colpiti dal terremoto del 30 luglio 1627, mappa del M. Greuter, 1627.
26 febbraio 2025
Andrea Casaboni, La presenza ebraica negli Abruzzi medievali.
7 febbraio 2025
Discoteca Tuttitalia, Introduzione all'Abruzzo-Molise. Documentario sonoro LP, 1968.
28 gennaio 2025
Vito Sbrocchi, L'antica Torre di San Vito.
20 gennaio 2025
IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – Stornelli Abruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano.
Pasquale Celommi, Donna
e pescatore, coll. priv. |
di Angelo Iocco
Canti d’amore
Continuando nel nostro itinerario della Canzone popolare
abruzzese, ci soffermiano ancora sugli Stornelli Abruzzesi e i canti d’amore.
Essi sono serviti dispirazione nel Novecento a diversi poeti dialettali, come
Cesare de Titta, Giulio Sigismondi, Modesto Della Porta, Luigi Dommarco e Luigi
Brigiotti per descrivere le bellezze e le qualità della loro bella. Gli
stornelli amorosi “fior di ciràsce” (fior di ciliegia) che venivano lanciati
dagli spasimaneit alle fanciulle, sembrano quasi farci immergere in un quadro
di Francesco Paolo Michetti o Pasquale Celommi. I contadini aspettavano le loro
fanciulle al momnto dell’uscita dalla Messa, o durante il lavoro nei campi, o
si recavano di note alla finestra per intornare una serenata. Il metron usato
era quasi sempre il distico, soprattutto se c’era una risposta da parte della
bella.
Questo modo di cantare servì di ispirazione a diversi
poeti e musicisti per le canzoni delle Maggiolate, e citiamo Amore me di De Titta e Di Jorio, Brunettelle di Sigismondi e Melchiorre, Serenata spassose di Marcolongo e Di
Jorio. Il ritmo giocoso e scherzoso era quello preferito. La ragazza viene
paragonata a “nu purtuhalle” cioè un’arancia, ora al sole che illumine
l’esistenza dell’innamorato, ora la bocca della bella amante è tutta di
zucchero (vucciccia ‘nzuccherate”, e qui viene subito in mente la canzone Vuccuccia d’oro di De Titta e Di Jorio);
oppure un altro element fisico protagonist dei messaggi amorosi sono gli occhi.
Ricordiamo gli “ucchiuni nire” delle poesie detittiane, o anche I capelli neri
della Caruline di De Titta e Di
Jorio:
Sti capille Caruline,
Com’è bille, cuscì fine,
Tutte trecce, tutt’anielle
Tutte quènete fa ‘ncantà.
9 gennaio 2025
Giulio Sigismondi, voce del Poeta e Canzoni Abruzzesi cantate da Aristide Sigismondi.
Giulio Sigismondi
Giulio Sigismondi (Guardiagrele 1893, San Vito Chietino 1966) poeta e cantore abruzzese
Giulio Sigismondi nacque il 2 marzo 1893 a Guardiagrele (Ch) dai lancianesi ALfredo e Rosa De Ritis. Compì gli studi ginnasiali a Lanciano (Ch) ed ebbe come insegnante Ettore Allodoli. A soli sedici anni pubblicò, in copie manoscritte su quaderni scolastici, una raccolta di quarantadue poesie in lingua dal titolo Fiori primitivi, dedicata "agli amici sinceri".
Terminati gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di medicina di Napoli. Dopo il bienno cambiò facoltà iscrivendosi a lettere.
La città partenopea lo formò artisticamente. Ebbe modo di conoscere e frequentare famosi artisti quali Salvatore Di Giacomo ed E.A.Mario (quest'ultimo gli musicò due testi poetici per canzoni in lingua): con loro seguiva la rinomata "Piedigrotta" (festival della canzone napoletana) assimilandone il gusto e la voglia di cantare.
Scrisse i primi testi letterari per canzoni, lavori teatrali, novelle e racconti. Collaborò alla redazione di periodici lancianesi, compose alcuni poemetti (dieci in tutto) che riunì in una raccolta dal titolo Tra le mentucce, che dedicò alla cara memoria della madre (morta giovane quando il poeta era appena sedicenne) che lui stesso dattiloscrisse e districuì agli amici.
Intorno agli anni venti iniziò la stagione poetica più felice. Scrisse i testi delle canzoni che hanno avuto maggior successo e che vedranno poi la realizzazione tipografica nel 1923 con il titolo di Canzune nustre e due lavori teatrali Passe l'angele e dice ammén e Lu Jenche editi in un unico volumetto.
Nell'aprile 1922, contrappose alla "Maggiolata" di Ortona (nata nel 1920) la "Festa delle canzoni" dove l'accoppiata Sigismondi-Gargarella risultò vincitrice per la categoria "professionisti" (cft. "L'Alba", n.4, 1922), con la canzone rimasta famosa Canzune nustre.
Nel giugno del 1927 convolò a nozze con la roccolana Teresa Grazia Amelia, essendosi stabilito a Rocca San Giovanni (Ch) per aver vinto un posto di Segretario comunale.
Nel dicembre del 1932 si trasferì a San Vito Chietino (Ch) dove fu chiamato a ricoprire il posto vacante di Segretario comunale.
A Rocca San Giovanni erano nate le due figlie Mirella e Perla; a San Vito Chietino, dopo dieci anni, nacque il terzogenito Virgilio.
A San Vito fu accolto con grande amicizia e simpatia ed il legame si rafforzò sempre più negli anni a seguire, fino alla morte avvenuta il 14 maggio 1966.
Nel 1961 a Giulio Sigismondi venne conferito il "Premio Cultura Città di Chieti" un significativo riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria.
Nel 1965, poco prima di morire, Guido Albanese scriveva, tra l'altro, al suo amico fraterno Giulio: «[...] dove sono andate a finire le belle Maggiolate ortonesi?». A quel pianto accorato si è unito il pianto di tutto l'Abruzzo, perchè nel volgere pochi mesi si assistette alla scomparsa di due uomini, tra i più illustri figli, che hanno contribuito, in maniera inconfutabile, all'affermarsi della "Maggiolata".
Ottaviano Giannangeli nella prefazione alla pubblicazione della raccolta Canzune nustre - Canti popolari abruzzesi di Giulio Sigismondi, edito a cura di Virgilio Sigismondi (figlio del poeta) scrive: Tra l'altro << Si potrebbe usare, per Sigismondi, la qualifica di cantore essenzialmente melico, quando si precisi però nel forgiare i versi per canzoni egli è sempre formalmente, letterariamente “impegnato” […] ogni canzone è l'episodio di una storia: e il risultato può essere un affresco folkloristico […] La sua dote precipua potrebbe ravvisarsi nella discrezione e nell'eleganza>>
Aristide Sigismondi
Fu vero ambasciatore del dialetto abruzzese negli Stati Uniti degli anni ’20 e 30′. Era nato a Lanciano nel 1882
Aristide, Francesco, Raffaele Sisigmondi nacque a Lanciano, strada del Popolo, il 20 settembre del 1882 da Alfredo (ventiquattrenne “impiegato” figlio di Francesco e Rosolina) e da Rosa De Ritis (ventunenne figlia di Antonio e Giulia Scopinaro). I genitori di Aristide si erano sposati il 29 gennaio del 1881. Il giovane Aristide decise di lasciare l’Abruzzo alla ricerca del “sogno americano”.
Giunse ad “Ellis Island” nel 1904 a bordo della “Prinz Oskar”. Giunto negli Stati Uniti fu assunto dalla “Bank Pitelli” con la quale lavorò fino al 1910. Ma la sua volontà era un’alta. Lasciò la Banca e mise su una compagnia amatoriale (con lui Giuseppe De Laurentis e Gennaro Amato) di “Vaudeville” (commedia leggere in cui alla prosa vengono alternate strofe cantate). Grandi successi furono “U Shoemaker” e “Gland to Meet You Paisan” che venivano cantati, con orgoglio, dai nostri emigranti. Fu sempre attento a proporre canzoni, storie ed aneddoti legati alla sua terra d’origine l’Abruzzo. Dotato di una ottima voce, era un baritono, incise numerose canzoni.
Ma erano le sue istrioniche e comiche esibizioni che lo resero il più famoso ed affermato “macchiettista” dell’epoca. Il suo personaggio di maggior fortuna fu “Frichino” ma anche “Don Peppe Rusacatore” ebbe un notevole apprezzamento da parte del pubblico. Con “Frichino” si esibì con la storica e famosa Radio “WMCA”. Fu un successo senza precedenti. Poi, dal 1934, fu ingaggiato dalla Radio “WOV” nella quale aveva un suo spazio fisso nel “Rabinovich Program” e successivamente ne realizzò uno tutto suo: “Buon Pranzo”.
Il suo “The Death of the Mulberry Street Feast” fu la più bella parodia sulla dura realtà della vita a “Little Italy”. Negli anni venti la sua canzone “No Beer, No Work” ebbe uno straordinario successo. Altre sua canzoni che poi divenivano spettacoli furono: “Lu mastu de festa ‘e Mulberry Stritto”; “’E cafuncelle d’ America”;” ‘e guaie ‘e Nicola”; “Nun te voglio Cuncette’”;” Lu Currede”; “Il Diavolo e l’Acqua Santa”; “Cartoline da Little Italy” e poi “A Figlia e Jorio”. Aristide Sigismondi si esibì un tutti i più importanti teatri d’America. Sposò Kate , siciliana di quindici anni più giovane di lui, che gli diede un unico figlio Aldo. Aristide Sigismondi morì a New York, dove aveva sempre vissuto, nel maggio del 1971.
A cura di Geremia Mancini – presidente onorario “Ambasciatori della fame”
6 gennaio 2025
Amelio Pezzetta, Vita sociale e religiosa in Abruzzo dal 1919 al 1922.
Vita sociale e religiosa in Abruzzo dal 1919 al 1922
Introduzione
Con il presente
saggio si vuole apportare un contributo riassuntivo utile a sviluppare la
conoscenza della storia abruzzese dall’anno successivo alla fine del primo
conflitto mondiale sino all’inizio del regime fascista.
L’analisi
storica inizierà con la citazione di brevi riferimenti nazionali poiché è fondamentale
che qualasiasi storia regionale sia inquadrata nel contesto statale che
concorre a determinarla.
Per la
descrizione dei vari fatti sono state utilizzate fonti archivistiche e
pubblicazioni varie.
La situazione nazionale
Il periodo
storico in esame, in tutto il territorio nazionale è ricco di avvenimenti di
notevole interesse storico, politico e religioso.
Con la fine del
primo conflitto mondiale in Italia si aprì una profonda crisi politico-sociale
i cui caratteri essenziali sono riassumibili nei seguenti punti: 1) la crisi
dello Stato liberale che nonostante avesse portato a termine l'unità nazionale
lasciava irrisolti ancora molti problemi tra cui la questione meridionale; 2)
il disagio degli ex combattenti che non furono adeguatamente
ricompensati per
gli sforzi e i sacrifici sostenuti durante la permanenza al fronte; 3) la
coscienza della nazione che l’Italia aveva subito una vittoria mutilata in
quanto non le furono riconosciuti tutti i diritti previsti dagli accordi di
Londra del 1915; 4) la svalutazione della lira e l’inflazione
galoppante che provocò un aumento del costo della vita di oltre il 400%; 5) la
mancanza di materie prime, la difficoltà delle industrie a riconvertirsi, la
disoccupazione e l’eccesso di manodopera causato dai soldati che tornarono dal
fronte.
Questi problemi alimentarono
in parte della popolazione uno spirito rivoltoso che diede vita a varie forme
di protesta sociale, rivendicazioni operaie e contadine tra cui: 1) i moti per
il carovita che scoppiarono nell’estate del 1919 e si estesero in tutto il
paese; 2) le rivendicazioni operaie che nel 1920 culminarono con gli scioperi e
l'occupazione delle fabbriche dell’Italia settentrionale; 3) le agitazioni
delle masse rurali per la conquista della terra.
I governi e le
forze d’opposizione esistenti dall’inizio del conflitto, non riuscirono ad imporre
le loro scelte e a trovare soddisfacenti soluzioni ai problemi dell’epoca. Di
conseguenza, accanto ai socialisti ed alle forze risorgimentali emersero nuove formazioni
politiche che proponevano di dare risposte più concrete per risolvere i
problemi dell’epoca o di contrapporre soluzioni conservatrici ai movimenti di
protesta. Tra essi il partito popolare, l’associazione nazionale combattenti,
il partito comunista e quello fascista.
Nel 1919, durante il
pontificato di Benedetto XV e in seguito all’abrogazione ufficiale del non expedit imposto dalla gerarchia cattolica, il sacerdote siciliano Luigi Sturzo fondò il partito popolare, già
vagheggiato nel 1905 come
partito di ispirazione cattolica, aconfessionale ed indipendente dalle autorità
ecclesiastiche per le sue scelte politiche.
Il partito
assunse come proprio simbolo lo stemma dei comuni medioevali con la scritta
"Libertas", trovò ispirazione nella dottrina sociale della chiesa e
portò al riavvicinamento dei cattolici alla vita politica nazionale.
I popolari
entrarono per la prima volta nella scena politica nelle elezioni politiche del
1919 in cui, grazie anche al supporto assicurato dalle parrocchie, riuscirono a
far eleggere 100 candidati delle loro liste.
La sua rapida diffusione
nella penisola fu favorita dalle strutture ed organizzazioni ecclesiastiche
esistenti nei Comuni peninsulari. In alcuni casi, il partito popolare fu
guardato con diffidenza e sospetto dalle autorità delle Chiesa, in particolare
nelle località dell'Italia meridionale in cui fu fondato dai vecchi notabili
liberali che si riconvertirono e resero conto che l'adesione ad un partito
d'ispirazione cattolica avrebbe allargato la base del consenso politico.
Un altro raggruppamento politico che sorse
nell’immediato dopoguerra fu l’Associazione Nazionale Combattenti (ANC) che fu
fondata a Milano il 18 marzo 1919 allo scopo di tutelare i diritti dei reduci e
assicurare la loro rappresentanza nelle istituzioni. Nel giro di pochi mesi raggiunse
la quota di circa 600000 iscritti. Nel 1919,
dopo lo scioglimento della Camera, l'ANC decise di prendere direttamente parte
alle elezioni politiche con la denominazione di partito dei combattenti, ottenendo
il 4,1% dei voti e 20 seggi. Alle successive elezioni
politiche anticipate del 1921, il partito ottenne l'1,7% dei voti e 10
seggi.
Il 21 gennaio
1921 a Livorno, durante lo svolgimento del 17° congresso
del partito socialista italiano, avvenne un’importante scissione nella quale
una parte dei convenuti fondò un nuovo raggruppamento politico a cui diede il nome di Partito Comunista d'Italia (PCdI)
- sezione italiana dell'Internazionale comunista,
una denominazione che fu mantenuta fino al 15
maggio 1943. Questa scissione anziché portare alla rivoluzione
proletaria, come auspicavano i fondatori del PCdI, provocò un indebolimento
della sinistra italiana che favorì le forze reazionarie e conservatrici. Il
PCdI si presentò alle elezioni politiche del 1921 ottenendo nel complesso 304 719 voti (4,6%) e 15 seggi.
Un’altra importantissima forza politica dell'immediato
dopoguerra fu il partito dei Fasci di Combattimento che fu fondato il 23 marzo
1919 da Benito Mussolini, un ex socialista e direttore dell'Avanti. Mussolini
riuscì a coagulare nel suo partito un insieme di forze sociali conservatrici
che con la crisi del partito liberale, erano preoccupate da un’eventuale affermazione
socialista e manifestavano la propensione al mantenimento dell'ordine
precostituito: elementi di destra, ex combattenti, esponenti del ceto medio, possidenti
agrari, industriali, ecc.
Dopo il
Congresso di Roma del 1921 gli iscritti ai Fasci di Combattimento fondarono il
Partito Nazionale Fascista a cui tra l’altro aderirono molte sezioni dell’ANC
disperse lungo la penisola.
Agli
inizi, i fascisti avevano accettato un atteggiamento anticlericale che fu riportato
nel loro programma politico e dimostrato dalla violenza con cui tra il 1921-1922,
i suoi squadristi colpirono le leghe bianche.
Il giudizio iniziale della
Chiesa su questa formazione politica fu molto duro. Infatti,
nel 1922, in un’editoriale della Civiltà Cattolica si scrisse: “Il Fascismo ha
lo spirito di violenza del socialismo a cui pretende di rimediare, imitandone
non solo ma superandone ben anche le prepotenze, le uccisioni e le barbarie”. Diversi ordinari diocesani, durante i primi anni del
regime diffusero lettere pastorali in cui sottolineavano che il fascismo, per
la sua natura violenta era contrario ai principi cristiani e pertanto non
poteva godere l'appoggio della Chiesa. Una parte della Curia Pontificia anche
dopo la marcia su Roma era convinta che il fascismo, alla stessa stregua del
liberalismo, della massoneria e del socialismo fosse un’ideologia sviluppatasi
a causa dell’abbandono della religione e della secolarizzazione affermatisi nel
mondo moderno dopo la rivoluzione francese. Un’altra parte, invece riteneva che
potesse apportare un efficace contributo al processo di ricristianizzazione della società che perseguiva il papa Pio XI.
Nell'ottobre del
1922, dopo la marcia su Roma, il re Vittorio Emanuele III incaricò Mussolini di
formare un nuovo governo ed ebbe così inizio l'era fascista.
Al primo gabinetto mussoliniano collaborarono alcune forze politiche, tra cui i popolari che ottennero 4 sottosegretari, il ministero del Lavoro assegnato a Stefano Cavazzoni e quello del Tesoro che fu assegnato a Vincenzo Tangorra.
Altro importante
fatto dell’epoca in considerazione è il governo della chiesa cattolica che fu
affidato dal 3 settembre 1914 al 22 gennaio 1922 al papa Benedetto XV e dal 6
febbraio 1922 al 10 febbraio 1939 a Pio XI.
Benedetto XV
promosse il culto del Cuore di Gesù, si adoperò per evitare la guerra e con
l’enciclica Pacem Dei Munus Pulcherrimum
scritta nel 1920 dettò le sue idee per avere una pace stabile.
Nelle
relazioni con il Regno
d'Italia eliminò il non expedit
e appoggiò la formazione del Partito
Popolare Italiano d’ispirazione cristiana.
Il suo
successore PIO XI con l’enciclica Ubi arcano
Dei consilio del 23 dicembre 1922, manifestò il programma del suo
pontificato facendo presente che i cattolici dovevano impegnarsi nella
fondazione di una società totalmente cristiana.
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Regione ecclesiale Abruzzo-Molise |
La situazione
abruzzese
Le varie vicende
politico-sociali e di crisi che investirono la nazione toccarono anche
l’Abruzzo. Infatti, agli inizi del 1919 questa regione era profondamente scossa
dalle vicende del primo conflitto mondiale in cui persero la vita oltre 23000
giovani soldati provenienti dai suoi Comuni.
In diverse
località il successivo ritorno dei reduci delusi nelle loro aspettative favorì
nuovi motivi di scontri sociali e contribuì a riacutizzare quelli esistenti
prima della guerra.
La maggioranza
della popolazione regionale dell’epoca continuava a vivere in condizioni di
notevole indigenza poiché ricavava i mezzi di sussistenza da un’agricoltura
poco redditizia, particolarmente sensibile ai capricci della natura e praticata
su terreni generalmente aridi, montagnosi non propri e gravati da pesanti
prestazioni e tributi.
A questi
problemi sono da aggiungere quelli creati da: 1) la lunga permanenza dei
soldati al fronte e la massiccia emigrazione, due eventi che ridussero la forza
lavoro disponibile e i redditi di diverse famiglie; 2) il carovita che investì
la Regione; 3) la crisi della pastorizia dovuto alla caduta del prezzo della
lana e all’aumento di quello di pascolo nei luoghi di transumanza [1].
In particolare
l’emigrazione che colpì in modo più intenso le zone rurali ebbe anche diversi
riflessi culturali e politici. Infatti, quando gli emigranti arrivavano nei
luoghi d’accoglienza scoprivano che esistevano nuovi stili di vita che in parte
acquisirono e con il loro ritorno trasferirono nelle terre d’origine contribuirono a modificare antiche abitudini e atteggiamenti locali.
Anche i reduci, a causa del contatto quotidiano con i soldati di altre regioni,
acquisirono nuovi modelli culturali che trasferirono ai luoghi d’origine.
I fatti
descritti e i problemi elencati furono le principali cause che in Abruzzo crearono
gli spunti per la nascita di nuovi atteggiamenti, modelli di comportamento, aspettative
di vita, formazioni politiche e forme di protesta organizzata che saranno ampiamente
descritti ed analizzati nei paragrafi successivi del presente saggio.
La vita religiosa e l’organizzazione ecclesiastica in Abruzzo dal 1919 al 1922.
Nel periodo in
esame i Comuni che ora appartengono all’Abruzzo erano ripartiti in otto diocesi
di cui in questa sede si riporta la cronotassi
dei loro vescovi e i principali aspetti della vita religiosa.
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Mons. Gennaro Costagliola |
Nell’epoca
in considerazione l’Arcidiocesi fu
retta da Gennaro Costagliola, (15
aprile 1901 -
15 febbraio 1919) e Nicola Monterisi
(15 dicembre 1919 -
5 ottobre 1929).
Il 21 marzo 1920, l'ingresso a Chieti di mons. Monterisi fu accolto favorevolmente dai rappresentanti delle organizzazioni cattoliche e dal clero diocesano. Nello stesso tempo alcuni militanti socialisti, radicali e di altre forze anticlericali inscenarono una contromanifestazione ostile al presule, come tra l’altro dimostra il seguente scritto che pubblicato il primo aprile 1920 su “La Conquista Proletaria”: “I socialisti hanno voluto avvertire il sig. Monterisi che il popolo di Chieti non è composto di tutte pecore rassegnate a farsi quotidianamente tosare” [2].
Mons. Nicola Monterisi |
11 novembre 2024
Il dialetto Abruzzese.
28 ottobre 2024
Saggio di uno studio sul dialetto Abruzzese per Giovanni Pansa, 1885.
23 ottobre 2024
Ippolito Sabino, Il primo libro di madrigali a 5 voci, 1570.
18 ottobre 2024
Luca Fornaci, pittore abruzzese di Chieti del ‘500.
Luca
Fornaci, pittore abruzzese di Chieti del ‘500
di
Angelo Iocco
Un
recente studio del Prof. Marco Vaccaro dell’Università di Chieti, apparso in Chieti – Scritti di Storia e di Arte dal
Medioevo all’Ottocento, Chieti, Assoc. Sacro e Profano, 2021, fornisce più
lumi su questo pittore, di cui si erano occupati in maniera sparuta Cesare de
Laurentiis, Vincenzo Balzano e Francesco Verlengia, senza fornire particolari
note critiche sulla sua carriera. Grazie anche alla pubblicazione di atti
notarili dall’Archivio di Stato di Chieti a cura di Van Verrocchio in Theate Regia Metropolis, è possibile
ricostruire in parte la carriera del pittore. Nacque a Chieti e visse e operò
nella seconda metà del ‘500, e agli inizi del ‘600. Visse in un periodo di
fervore culturale a Chieti e in Abruzzo, dove pittori della Maniera del Vasari,
si cimentavano nella realizzazione di tele e affreschi per parrocchie e
conventi. Rimanendo in ambito chietino, furono attivi artisti del calibro di
Leonzio Compassino da Penne, Giovan Battistista Ragazzini da Ravenna con suo
fratello Francesco (sue opere si trovano a Castelli, Penne e qualche paese
dell’area vestina), Felice Ciccarelli, Tommaso Alessandrino e altri.
Luca
Fornaci, Terzo ordine Francescano, dalla chiesa di Sant’Andrea di Chieti, ora
in San Domenico di Chieti, foto Oscar D’Angelo.
Luca
Fornaci, Terzo ordine Francescano, dalla chiesa di Sant’Andrea di Chieti, ora
in San Domenico di Chieti (particolare)
Albero
Francescano, chiesa di Sant’Antonio di Padova, Lanciano (XVI-XVII sec.)
Altre opere realizzate dal Fornaci sono nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli di Ortona: Cristo risorto tra gli Apostoli, alla sinistra della scena il Salvatore appare in Maestà, nell’atto di benedire, alla destra gli Apostoli confusi, e in alto la scena della Casa di Pietro, realizzata come un sontuoso tempio, in alto al centro gli Angeli sopra una nuvola assistono meravigliati al prodigio. La firma di Fornaci si trova presso un cartiglio retto da un Apostolo.
Presso
la chiesa parrocchiale di Santa Maria ad Nives di Filetto si trova sulla destra
una tela della Madonna del Rosario: la Vergine col Bambino è al centro, e nei
riquadri della cornice sono raffigurati i Misteri del Santo Rosario. La Madonna
porge un Rosario con la destra a San Domenico e ai seguaci, mentre il Bambino
sulla mano sinistra della Vergine, si sporge a dare la benedizione a Santa Rosa
da Lima e suore seguaci, mentre due donne, probabilmente le committenti
dell’opera, appaiono a mezzo busto in basso a destra, nell’atto di adorare la
scena. la stanza dove la Madonna siede in trono è abbellita da tende, e da un
pavimento a lacunari disposti in ordine simmetrico, con figure geometriche di
cerchi e rombi; schiere di devoti si trovano disposte dietro San Domenico e
Santa Rosa, compreso Papa Pio V, vittorioso nella battaglia di Lepanto. Il
quadro si trovava nella chiesa di Santa Maria di Filetto, nella parte antica
del paese, andata distrutta nella seconda guerra mondiale. L’opera è di fattura
mediocre, ma denuncia uno stile di rappresentazione abbastanza convenzionale
nell’Abruzzo della fine del XVI secolo della Madonna del Rosario, culto
diffusosi dopo il 1571; notevoli affinità si riscontrano in un quadro di autore
seguace di Pompeo Cesura, conservato nella cappella del Rosario della chiesa
parrocchiale di Santa Maria dell’Olmo in Archi in val di Sangro. La resa è
decisamente migliore: la Vergine col Bambino è seduta, avvolta in un mantello a
fogliame dorato, simile alle tele presenti nella chiesa di Costantinopoli in
Ortona, e la schiera dei santi domenicani e dei dignitari papali è più
movimentata, ed alcuni volti, come quello di Santa Rita, sembra denunciare
tratti addirittura giorgioneschi, mentre la scena del Mistero dell’Incontro tra
Maria ed Elisabetta denuncia echi della celebre tela di Raffaello realizzata
per i Bedeschini nella chiesa di San Silvestro di Aquila.
Orsogna, convento francescano dell’Annunziata del Poggio
Nel convento del Ritiro dell’Annunziata di Orsogna si conserva una tela della Crocifissione: come da tradizione iconografica, il Cristo è al centro, due angeli accorrono ai lati delle braccia, per raccogliere in calici il sangue che sgorga dalle ferite delle mani, la Maddalena abbraccia il legno piangente; il Fornaci probabilmente per ragioni di committenza, non inserì gli Apostoli, ma San Francesco e altri francescani attorno la Croce, in atto di dolore, mentre sulla destra si staglia in posa solenne e mesta, la Madonna, con in basso il Serpente del Peccato originale. Opera più originale della tela di Filetto, che risente degli echi del dipinto di Ortona.