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2 aprile 2025

Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.

Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.

Luigi Vittorio Bertarelli "Guida d'Italia" per il Touring Club Italiano, relativa all'Italia Meridionale, vol. I, edito dalla Tipografia del Cav. Carlo Sironi a Milano nel 1926, I edizione.
Litografia a colori originale d'epoca (1926) dell'Officina G.Ricordi & C. di Milano.
Misure del foglio cm. 15,5x20,5.

25 marzo 2025

Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.

Leonzio Compassino, Martirio di Santa Rufina, chiesa di San Giovanni Battista, Castelli 

Leonzio Compassino da Penne e i pittori Giovanni e Francesco Ragazzini in Abruzzo - Pittura manierista abruzzese.

di Angelo Iocco

Da uno studio di Marco Vaccaro dal titolo Oltre la ceramica: pittura a Castelli tra XVII e XVIII secolo, 2021, Castelli. Quaderno del Museo delle ceramiche - n. 10, ci siamo interessati di questi pittori poco conosciuti, attivi tra Marche e Abruzzo. Di Leonzio Compassino da Penne, vissuto tra la seconda metà del ‘500 e la prima del ‘600, attivo almeno fino al 1620, ebbe tra i primi recensori il prof. Francesco Verlengia, che in una delle schede per la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Artistici d’Abruzzo per la provincia di Chieti, nel 1935, riportava con una cattiva lettura il nome di “Teonzio Compassino” come autore di un celebre e antico quadro nella chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione a San Vito Chietino. La tela è firmata, attraverso dei restauri si è meglio compresa la lettera iniziale. Tale quadro faceva parte dell’antica chiesetta di San Vito martire, che affiancava il torrione circolare con la porta di accesso all’antico paese, provenendo dalla strada grande oggi corso Matteotti.

Essa dunque affacciava sulla piazza Garibaldi, incassata tra la fortificazione del castello e altre abitazioni, come è stato studiato nel lavoro di Vito Sbrocchi La Regia Chiesa parrocchiale di San Vito, Rivista abruzzese, 1997, e andò completamente demolita poco prima del 1850, nonostante dei progetti di ammodernamento e recupero, affinché fosse costruita la nuova chiesa oltre il perimetro murario. Il quadro del Compassino illustra al centro San Vito nelle vesti di martire, con i cani al guinzaglio, simbolo del martirio, tra San Modesto di Lucania e San Crescenzo, martirizzati tutti e tre sotto Diocleziano[1].

Filippo Sargiacomo, progetto di ampliamento della chiesa madre di San Vito Chietino, Archivio storico comunale di Lanciano, Fondo Sargiacomo.


La raffigurazione è scenografica, abbiamo sullo sfondo un edificio caratterizzato al centro da un monumentale arco in marmo a tutto sesto, e accanto rispettivamente a destra e sinistra, un ordine di colonne a capitello dorico. Il dipinto dimostra chiaramente di rimontare all’arte della Grande Maniera di Raffaello o del Veronese (il di cui nipote Luigi Benfatto in Abruzzo, dipinse per la chiesa di Santa Maria Maggiore di Vasto una tela raffigurante Sant’Agostino), tuttavia vi sono alcune stonature poiché la prospettica scenografia sembra quasi essere scavalcata dalla mole dei tre personaggi illustrati.

Leonzio Compassino, San Vito martire con San Modesto e San Crescenzo, Chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione, San Vito Chietino.

Nostra ipotesi è che altri pittori legati al Compassino o alla scuola emiliana, potessero essere scesi nella ricca Lanciano, famosa per le Fiere e commerci, dei quali qualcuno venne chiamato a realizzare una tela di scarso valore stilistico, che raffigura Sant’Agostino tra Santa Rita e un Santo, oggi presso la cappella di Santa Croce, dove si conserva un frammento del Miracolo della Ricciarella.

28 gennaio 2025

Vito Sbrocchi, L'antica Torre di San Vito.

L'ANTICA TORRE DI SAN VITO

di Vito Sbrocchi

L’imponente torre costiera, un tempo esistente sulla spiaggia di San Vito, costruita dai lancianesi nell’anno 1395 per la difesa dell’antico porto di Gualdo. La cosiddetta “Torre di San Vito” fu realizzata con la concessione di Re Ladislao e, come dimostra la fotografia, si è scoperto che era posizionata sulla spiaggia, affianco alla prima chiesa di Santa Maria del Porto (oggi non più esistente). La curiosità è che in quel periodo non ancora c’era l’attuale molo, che venne costruito nel 1918. Oggi, purtroppo, di quella imponente costruzione tardomedievale non è rimasta alcuna visibile traccia. La passata esistenza della struttura è provata anche da alcuni scritti di autorevoli studiosi di storia patria. Dai documenti esistenti risulta che la torre fu costruita “iuxta mare propre flumen Fultrini”, cioè vicino al mare e presso il fiume Feltrino. La fortezza era, tra quelle realizzate nel viceregno di Napoli in Abruzzo, la quinta a partire da settentrione. Rispetto alle altre era di forma anomala, avendo ogni lato una dimensione alla base di circa 21 metri. Attraverso il disegno di Carlo Gambacorta, che nell’ottobre del 1598 eseguì il censimento di quasi tutte le torri di avvistamento del vicereame di Napoli, è possibile notare che la Torre di San Vito aveva un notevole basamento troncopiramidale, con quattro torrette cilindriche sugli spigoli, che partivano già dal piano di campagna. Dal basamento troncopiramidale, cioè dal cammino di gronda, si ergeva invece la torre maestra, più stretta e a pianta quadrata. La costruzione aveva complessivamente cinque caditoie, dalle quali, per difesa, si gettava solitamente olio bollente contro i nemici, e ai due livelli era dotata di merlatura guelfa. Da una minuta originale del 1691, trovata tra le carte di una corte regia, risulta che la Torre di San Vito era provvista di un guardiano chiamato “Torriero”, il quale era assistito da un soldato aggiunto e da un “Cavallaro”. Il Torriero percepiva un compenso di ventiquattro ducati l’anno (circa venti carlini al mese). Il soldato, che guadagnava invece venti ducati l’anno, doveva assistere il Torriero nella sua funzione di sentinella. Il Cavallaro aveva infine il compito di perlustrare di notte e di giorno la spiaggia. I tre personaggi venivano pagati dalla Città di Lanciano, che elargiva una somma pari a cinque ducati per “polvere, piombo e miccio” e per l’eventuale riparazione di porte e scale. La Torre di San Vito, prima di essere distrutta dalle truppe tedesche durante l’ultima Guerra Mondiale, fu adibita a posto doganale, come risulta da alcuni documenti del 1842, custoditi presso l’Archivio di Stato di Napoli.

20 gennaio 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – Stornelli Abruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano.

Pasquale Celommi, Donna e pescatore, coll. priv.

IL CANTO POPOLAREABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – StornelliAbruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano

di Angelo Iocco

Canti d’amore

Continuando nel nostro itinerario della Canzone popolare abruzzese, ci soffermiano ancora sugli Stornelli Abruzzesi e i canti d’amore. Essi sono serviti dispirazione nel Novecento a diversi poeti dialettali, come Cesare de Titta, Giulio Sigismondi, Modesto Della Porta, Luigi Dommarco e Luigi Brigiotti per descrivere le bellezze e le qualità della loro bella. Gli stornelli amorosi “fior di ciràsce” (fior di ciliegia) che venivano lanciati dagli spasimaneit alle fanciulle, sembrano quasi farci immergere in un quadro di Francesco Paolo Michetti o Pasquale Celommi. I contadini aspettavano le loro fanciulle al momnto dell’uscita dalla Messa, o durante il lavoro nei campi, o si recavano di note alla finestra per intornare una serenata. Il metron usato era quasi sempre il distico, soprattutto se c’era una risposta da parte della bella.

Questo modo di cantare servì di ispirazione a diversi poeti e musicisti per le canzoni delle Maggiolate, e citiamo Amore me di De Titta e Di Jorio, Brunettelle di Sigismondi e Melchiorre, Serenata spassose di Marcolongo e Di Jorio. Il ritmo giocoso e scherzoso era quello preferito. La ragazza viene paragonata a “nu purtuhalle” cioè un’arancia, ora al sole che illumine l’esistenza dell’innamorato, ora la bocca della bella amante è tutta di zucchero (vucciccia ‘nzuccherate”, e qui viene subito in mente la canzone Vuccuccia d’oro di De Titta e Di Jorio); oppure un altro element fisico protagonist dei messaggi amorosi sono gli occhi. Ricordiamo gli “ucchiuni nire” delle poesie detittiane, o anche I capelli neri della Caruline di De Titta e Di Jorio:

Sti capille Caruline,

Com’è bille, cuscì fine,

Tutte trecce, tutt’anielle

Tutte quènete fa ‘ncantà.

Segue articolo

9 gennaio 2025

Giulio Sigismondi, voce del Poeta e Canzoni Abruzzesi cantate da Aristide Sigismondi.


Giulio Sigismondi

Ceramica originale di Gabriele Orlandi, 1980

Giulio Sigismondi (Guardiagrele 1893, San Vito Chietino 1966) poeta e cantore abruzzese

Giulio Sigismondi nacque il 2 marzo 1893 a Guardiagrele (Ch) dai lancianesi ALfredo e Rosa De Ritis. Compì gli studi ginnasiali a Lanciano (Ch) ed ebbe come insegnante Ettore Allodoli. A soli sedici anni pubblicò, in copie manoscritte su quaderni scolastici, una raccolta di quarantadue poesie in lingua dal titolo Fiori primitivi, dedicata "agli amici sinceri".

Terminati gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di medicina di Napoli. Dopo il bienno cambiò facoltà iscrivendosi a lettere.

La città partenopea lo formò artisticamente. Ebbe modo di conoscere e frequentare famosi artisti quali Salvatore Di Giacomo ed E.A.Mario (quest'ultimo gli musicò due testi poetici per canzoni in lingua): con loro seguiva la rinomata "Piedigrotta" (festival della canzone napoletana) assimilandone il gusto e la voglia di cantare.

Scrisse i primi testi letterari per canzoni, lavori teatrali, novelle e racconti. Collaborò alla redazione di periodici lancianesi, compose alcuni poemetti (dieci in tutto) che riunì in una raccolta dal titolo Tra le mentucce, che dedicò alla cara memoria della madre (morta giovane quando il poeta era appena sedicenne) che lui stesso dattiloscrisse e districuì agli amici.

Intorno agli anni venti iniziò la stagione poetica più felice. Scrisse i testi delle canzoni che hanno avuto maggior successo e che vedranno poi la realizzazione tipografica nel 1923 con il titolo di Canzune nustre e due lavori teatrali Passe l'angele e dice ammén e Lu Jenche editi in un unico volumetto.

Nell'aprile 1922, contrappose alla "Maggiolata" di Ortona (nata nel 1920) la "Festa delle canzoni" dove l'accoppiata Sigismondi-Gargarella risultò vincitrice per la categoria "professionisti" (cft. "L'Alba", n.4, 1922), con la canzone rimasta famosa Canzune nustre.

Nel giugno del 1927 convolò a nozze con la roccolana Teresa Grazia Amelia, essendosi stabilito a Rocca San Giovanni (Ch) per aver vinto un posto di Segretario comunale.

Nel dicembre del 1932 si trasferì a San Vito Chietino (Ch) dove fu chiamato a ricoprire il posto vacante di Segretario comunale.

A Rocca San Giovanni erano nate le due figlie Mirella e Perla; a San Vito Chietino, dopo dieci anni, nacque il terzogenito Virgilio.

A San Vito fu accolto con grande amicizia e simpatia ed il legame si rafforzò sempre più negli anni a seguire, fino alla morte avvenuta il 14 maggio 1966.

Nel 1961 a Giulio Sigismondi venne conferito il "Premio Cultura Città di Chieti" un significativo riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria.

Nel 1965, poco prima di morire, Guido Albanese scriveva, tra l'altro, al suo amico fraterno Giulio: «[...] dove sono andate a finire le belle Maggiolate ortonesi?». A quel pianto accorato si è unito il pianto di tutto l'Abruzzo, perchè nel volgere pochi mesi si assistette alla scomparsa di due uomini, tra i più illustri figli, che hanno contribuito, in maniera inconfutabile, all'affermarsi della "Maggiolata".

Ottaviano Giannangeli nella prefazione alla pubblicazione della raccolta Canzune nustre - Canti popolari abruzzesi di Giulio Sigismondi, edito a cura di Virgilio Sigismondi (figlio del poeta) scrive: Tra l'altro << Si potrebbe usare, per Sigismondi, la qualifica di cantore essenzialmente melico, quando si precisi però nel forgiare i versi per canzoni egli è sempre formalmente, letterariamente “impegnato” […] ogni canzone è l'episodio di una storia: e il risultato può essere un affresco folkloristico […] La sua dote precipua potrebbe ravvisarsi nella discrezione e nell'eleganza>> 

Aristide Sigismondi

Aristide Sigismondi

Fu vero ambasciatore del dialetto abruzzese negli Stati Uniti degli anni ’20 e 30′. Era nato a Lanciano nel 1882

Aristide, Francesco, Raffaele Sisigmondi nacque a Lanciano, strada del Popolo, il 20 settembre del 1882 da Alfredo (ventiquattrenne “impiegato” figlio di Francesco e Rosolina) e da Rosa De Ritis (ventunenne figlia di Antonio e Giulia Scopinaro). I genitori di Aristide si erano sposati il 29 gennaio del 1881. Il giovane Aristide decise di lasciare l’Abruzzo alla ricerca del “sogno americano”.

Giunse ad “Ellis Island” nel 1904 a bordo della “Prinz Oskar”. Giunto negli Stati Uniti fu assunto dalla “Bank Pitelli” con la quale lavorò fino al 1910. Ma la sua volontà era un’alta. Lasciò la Banca e mise su una compagnia amatoriale (con lui Giuseppe De Laurentis e Gennaro Amato) di “Vaudeville” (commedia leggere in cui alla prosa vengono alternate strofe cantate). Grandi successi furono “U Shoemaker” e “Gland to Meet You Paisan” che venivano cantati, con orgoglio, dai nostri emigranti. Fu sempre attento a proporre canzoni, storie ed aneddoti legati alla sua terra d’origine l’Abruzzo. Dotato di una ottima voce, era un baritono, incise numerose canzoni.

Ma erano le sue istrioniche e comiche esibizioni che lo resero il più famoso ed affermato “macchiettista” dell’epoca. Il suo personaggio di maggior fortuna fu “Frichino” ma anche “Don Peppe Rusacatore” ebbe un notevole apprezzamento da parte del pubblico. Con “Frichino” si esibì con la storica e famosa Radio “WMCA”. Fu un successo senza precedenti. Poi, dal 1934, fu ingaggiato dalla Radio “WOV” nella quale aveva un suo spazio fisso nel “Rabinovich Program” e successivamente ne realizzò uno tutto suo: “Buon Pranzo”.

Il suo “The Death of the Mulberry Street Feast” fu la più bella parodia sulla dura realtà della vita a “Little Italy”. Negli anni venti la sua canzone “No Beer, No Work” ebbe uno straordinario successo. Altre sua canzoni che poi divenivano spettacoli furono: “Lu mastu de festa ‘e Mulberry Stritto”; “’E cafuncelle d’ America”;” ‘e guaie ‘e Nicola”; “Nun te voglio Cuncette’”;” Lu Currede”; “Il Diavolo e l’Acqua Santa”; “Cartoline da Little Italy” e poi “A Figlia e Jorio”. Aristide Sigismondi si esibì un tutti i più importanti teatri d’America. Sposò Kate , siciliana di quindici anni più giovane di lui, che gli diede un unico figlio Aldo. Aristide Sigismondi morì a New York, dove aveva sempre vissuto, nel maggio del 1971.

A cura di Geremia Mancini – presidente onorario “Ambasciatori della fame”


Da: FamigliaSigismondi

6 gennaio 2025

Amelio Pezzetta, Vita sociale e religiosa in Abruzzo dal 1919 al 1922.


 Vita sociale e religiosa in Abruzzo dal 1919 al 1922

di Amelio Pezzetta

Introduzione

Con il presente saggio si vuole apportare un contributo riassuntivo utile a sviluppare la conoscenza della storia abruzzese dall’anno successivo alla fine del primo conflitto mondiale sino all’inizio del regime fascista.

L’analisi storica inizierà con la citazione di brevi riferimenti nazionali poiché è fondamentale che qualasiasi storia regionale sia inquadrata nel contesto statale che concorre a determinarla.

Per la descrizione dei vari fatti sono state utilizzate fonti archivistiche e pubblicazioni varie.

La situazione nazionale

Il periodo storico in esame, in tutto il territorio nazionale è ricco di avvenimenti di notevole interesse storico, politico e religioso.

Con la fine del primo conflitto mondiale in Italia si aprì una profonda crisi politico-sociale i cui caratteri essenziali sono riassumibili nei seguenti punti: 1) la crisi dello Stato liberale che nonostante avesse portato a termine l'unità nazionale lasciava irrisolti ancora molti problemi tra cui la questione meridionale; 2) il disagio degli ex combattenti che non furono adeguatamente

ricompensati per gli sforzi e i sacrifici sostenuti durante la permanenza al fronte; 3) la coscienza della nazione che l’Italia aveva subito una vittoria mutilata in quanto non le furono riconosciuti tutti i diritti previsti dagli accordi di Londra del 1915; 4) la svalutazione della lira e l’inflazione galoppante che provocò un aumento del costo della vita di oltre il 400%; 5) la mancanza di materie prime, la difficoltà delle industrie a riconvertirsi, la disoccupazione e l’eccesso di manodopera causato dai soldati che tornarono dal fronte.

Questi problemi alimentarono in parte della popolazione uno spirito rivoltoso che diede vita a varie forme di protesta sociale, rivendicazioni operaie e contadine tra cui: 1) i moti per il carovita che scoppiarono nell’estate del 1919 e si estesero in tutto il paese; 2) le rivendicazioni operaie che nel 1920 culminarono con gli scioperi e l'occupazione delle fabbriche dell’Italia settentrionale; 3) le agitazioni delle masse rurali per la conquista della terra.

I governi e le forze d’opposizione esistenti dall’inizio del conflitto, non riuscirono ad imporre le loro scelte e a trovare soddisfacenti soluzioni ai problemi dell’epoca. Di conseguenza, accanto ai socialisti ed alle forze risorgimentali emersero nuove formazioni politiche che proponevano di dare risposte più concrete per risolvere i problemi dell’epoca o di contrapporre soluzioni conservatrici ai movimenti di protesta. Tra essi il partito popolare, l’associazione nazionale combattenti, il partito comunista e quello fascista.

Nel 1919, durante il pontificato di Benedetto XV e in seguito all’abrogazione ufficiale del non expedit imposto dalla gerarchia cattolica, il sacerdote siciliano Luigi Sturzo fondò il partito popolare, già vagheggiato nel 1905 come partito di ispirazione cattolica, aconfessionale ed indipendente dalle autorità ecclesiastiche per le sue scelte politiche.

Il partito assunse come proprio simbolo lo stemma dei comuni medioevali con la scritta "Libertas", trovò ispirazione nella dottrina sociale della chiesa e portò al riavvicinamento dei cattolici alla vita politica nazionale.

I popolari entrarono per la prima volta nella scena politica nelle elezioni politiche del 1919 in cui, grazie anche al supporto assicurato dalle parrocchie, riuscirono a far eleggere 100 candidati delle loro liste.

La sua rapida diffusione nella penisola fu favorita dalle strutture ed organizzazioni ecclesiastiche esistenti nei Comuni peninsulari. In alcuni casi, il partito popolare fu guardato con diffidenza e sospetto dalle autorità delle Chiesa, in particolare nelle località dell'Italia meridionale in cui fu fondato dai vecchi notabili liberali che si riconvertirono e resero conto che l'adesione ad un partito d'ispirazione cattolica avrebbe allargato la base del consenso politico.

Un altro raggruppamento politico che sorse nell’immediato dopoguerra fu l’Associazione Nazionale Combattenti (ANC) che fu fondata a Milano il 18 marzo 1919 allo scopo di tutelare i diritti dei reduci e assicurare la loro rappresentanza nelle istituzioni. Nel giro di pochi mesi raggiunse la quota di circa 600000 iscritti. Nel 1919, dopo lo scioglimento della Camera, l'ANC decise di prendere direttamente parte alle elezioni politiche con la denominazione di partito dei combattenti, ottenendo il 4,1% dei voti e 20 seggi. Alle successive elezioni politiche anticipate del 1921, il partito ottenne l'1,7% dei voti e 10 seggi.

Il 21 gennaio 1921 a Livorno, durante lo svolgimento del 17° congresso del partito socialista italiano, avvenne un’importante scissione nella quale una parte dei convenuti fondò un nuovo raggruppamento politico a cui diede il nome di Partito Comunista d'Italia (PCdI) - sezione italiana dell'Internazionale comunista, una denominazione che fu mantenuta fino al 15  maggio 1943. Questa scissione anziché portare alla rivoluzione proletaria, come auspicavano i fondatori del PCdI, provocò un indebolimento della sinistra italiana che favorì le forze reazionarie e conservatrici. Il PCdI si presentò alle elezioni politiche del 1921 ottenendo nel complesso 304 719 voti (4,6%) e 15 seggi.

Un’altra importantissima forza politica dell'immediato dopoguerra fu il partito dei Fasci di Combattimento che fu fondato il 23 marzo 1919 da Benito Mussolini, un ex socialista e direttore dell'Avanti. Mussolini riuscì a coagulare nel suo partito un insieme di forze sociali conservatrici che con la crisi del partito liberale, erano preoccupate da un’eventuale affermazione socialista e manifestavano la propensione al mantenimento dell'ordine precostituito: elementi di destra, ex combattenti, esponenti del ceto medio, possidenti agrari, industriali, ecc.

Dopo il Congresso di Roma del 1921 gli iscritti ai Fasci di Combattimento fondarono il Partito Nazionale Fascista a cui tra l’altro aderirono molte sezioni dell’ANC disperse lungo la penisola.

Agli inizi, i fascisti avevano accettato un atteggiamento anticlericale che fu riportato nel loro programma politico e dimostrato dalla violenza con cui tra il 1921-1922, i suoi squadristi colpirono le leghe bianche.

Il giudizio iniziale della Chiesa su questa formazione politica fu molto duro. Infatti, nel 1922, in un’editoriale della Civiltà Cattolica si scrisse:Il Fascismo ha lo spirito di violenza del socialismo a cui pretende di rimediare, imitandone non solo ma superandone ben anche le prepotenze, le uccisioni e le barbarie”. Diversi ordinari diocesani, durante i primi anni del regime diffusero lettere pastorali in cui sottolineavano che il fascismo, per la sua natura violenta era contrario ai principi cristiani e pertanto non poteva godere l'appoggio della Chiesa. Una parte della Curia Pontificia anche dopo la marcia su Roma era convinta che il fascismo, alla stessa stregua del liberalismo, della massoneria e del socialismo fosse un’ideologia sviluppatasi a causa dell’abbandono della religione e della secolarizzazione affermatisi nel mondo moderno dopo la rivoluzione francese. Un’altra parte, invece riteneva che potesse apportare un efficace contributo al processo di ricristianizzazione della società che perseguiva il papa Pio XI.

Nell'ottobre del 1922, dopo la marcia su Roma, il re Vittorio Emanuele III incaricò Mussolini di formare un nuovo governo ed ebbe così inizio l'era fascista.

Al primo gabinetto mussoliniano collaborarono alcune forze politiche, tra cui i popolari che ottennero 4 sottosegretari, il ministero del Lavoro assegnato a Stefano Cavazzoni e quello del Tesoro che fu assegnato a Vincenzo Tangorra.

Altro importante fatto dell’epoca in considerazione è il governo della chiesa cattolica che fu affidato dal 3 settembre 1914 al 22 gennaio 1922 al papa Benedetto XV e dal 6 febbraio 1922 al 10 febbraio 1939 a Pio XI.

Benedetto XV promosse il culto del Cuore di Gesù, si adoperò per evitare la guerra e con l’enciclica Pacem Dei Munus Pulcherrimum scritta nel 1920 dettò le sue idee per avere una pace stabile.

Nelle relazioni con il Regno d'Italia eliminò il non expedit e appoggiò la formazione del Partito Popolare Italiano d’ispirazione cristiana.

Il suo successore PIO XI con l’enciclica Ubi arcano Dei consilio del 23 dicembre 1922, manifestò il programma del suo pontificato facendo presente che i cattolici dovevano impegnarsi nella fondazione di una società totalmente cristiana.

  

Regione ecclesiale Abruzzo-Molise

La situazione abruzzese

Le varie vicende politico-sociali e di crisi che investirono la nazione toccarono anche l’Abruzzo. Infatti, agli inizi del 1919 questa regione era profondamente scossa dalle vicende del primo conflitto mondiale in cui persero la vita oltre 23000 giovani soldati provenienti dai suoi Comuni.

In diverse località il successivo ritorno dei reduci delusi nelle loro aspettative favorì nuovi motivi di scontri sociali e contribuì a riacutizzare quelli esistenti prima della guerra.

La maggioranza della popolazione regionale dell’epoca continuava a vivere in condizioni di notevole indigenza poiché ricavava i mezzi di sussistenza da un’agricoltura poco redditizia, particolarmente sensibile ai capricci della natura e praticata su terreni generalmente aridi, montagnosi non propri e gravati da pesanti prestazioni e tributi.

A questi problemi sono da aggiungere quelli creati da: 1) la lunga permanenza dei soldati al fronte e la massiccia emigrazione, due eventi che ridussero la forza lavoro disponibile e i redditi di diverse famiglie; 2) il carovita che investì la Regione; 3) la crisi della pastorizia dovuto alla caduta del prezzo della lana e all’aumento di quello di pascolo nei luoghi di transumanza [1].

In particolare l’emigrazione che colpì in modo più intenso le zone rurali ebbe anche diversi riflessi culturali e politici. Infatti, quando gli emigranti arrivavano nei luoghi d’accoglienza scoprivano che esistevano nuovi stili di vita che in parte acquisirono e con il loro ritorno trasferirono nelle terre d’origine contribuirono a modificare antiche abitudini e atteggiamenti locali. Anche i reduci, a causa del contatto quotidiano con i soldati di altre regioni, acquisirono nuovi modelli culturali che trasferirono ai luoghi d’origine.

I fatti descritti e i problemi elencati furono le principali cause che in Abruzzo crearono gli spunti per la nascita di nuovi atteggiamenti, modelli di comportamento, aspettative di vita, formazioni politiche e forme di protesta organizzata che saranno ampiamente descritti ed analizzati nei paragrafi successivi del presente saggio.

La vita religiosa e l’organizzazione ecclesiastica in Abruzzo dal 1919 al 1922.

Nel periodo in esame i Comuni che ora appartengono all’Abruzzo erano ripartiti in otto diocesi di cui in questa sede si riporta la cronotassi dei loro vescovi e i principali aspetti della vita religiosa.

Mons. Gennaro Costagliola


Arcidiocesi di Chieti-Vasto

Nell’epoca in considerazione l’Arcidiocesi fu retta da Gennaro Costagliola, (15 aprile 1901 - 15 febbraio 1919) e Nicola Monterisi (15 dicembre 1919 - 5 ottobre 1929).

Il 21 marzo 1920, l'ingresso a Chieti di mons. Monterisi fu accolto favorevolmente dai rappresentanti delle organizzazioni cattoliche e dal clero diocesano. Nello stesso tempo alcuni militanti socialisti, radicali e di altre forze anticlericali inscenarono una contromanifestazione ostile al presule, come tra l’altro dimostra il seguente scritto che pubblicato il primo aprile 1920 su “La Conquista Proletaria”: “I socialisti hanno voluto avvertire il sig. Monterisi che il popolo di Chieti non è composto di tutte pecore rassegnate a farsi quotidianamente tosare” [2].

Mons. Nicola Monterisi

18 ottobre 2024

Luca Fornaci, pittore abruzzese di Chieti del ‘500.

 Luca Fornaci, Resurrezione di Cristo, Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, Ortona.

Luca Fornaci, pittore abruzzese di Chieti del ‘500

di Angelo Iocco

Un recente studio del Prof. Marco Vaccaro dell’Università di Chieti, apparso in Chieti – Scritti di Storia e di Arte dal Medioevo all’Ottocento, Chieti, Assoc. Sacro e Profano, 2021, fornisce più lumi su questo pittore, di cui si erano occupati in maniera sparuta Cesare de Laurentiis, Vincenzo Balzano e Francesco Verlengia, senza fornire particolari note critiche sulla sua carriera. Grazie anche alla pubblicazione di atti notarili dall’Archivio di Stato di Chieti a cura di Van Verrocchio in Theate Regia Metropolis, è possibile ricostruire in parte la carriera del pittore. Nacque a Chieti e visse e operò nella seconda metà del ‘500, e agli inizi del ‘600. Visse in un periodo di fervore culturale a Chieti e in Abruzzo, dove pittori della Maniera del Vasari, si cimentavano nella realizzazione di tele e affreschi per parrocchie e conventi. Rimanendo in ambito chietino, furono attivi artisti del calibro di Leonzio Compassino da Penne, Giovan Battistista Ragazzini da Ravenna con suo fratello Francesco (sue opere si trovano a Castelli, Penne e qualche paese dell’area vestina), Felice Ciccarelli, Tommaso Alessandrino e altri.

Luca Fornaci, Terzo ordine Francescano, dalla chiesa di Sant’Andrea di Chieti, ora in San Domenico di Chieti, foto Oscar D’Angelo.


Di Fornaci si conosce che fu attivo tra il 1585 e il 1592 con le sue opere principali a Chieti e nei dintorni. Nella Città di Achille, egli dipinse una tela ritraente il Trionfo dell’Ordine Francescano, proveniente dall’ex convento di Sant’Andrea degli Zoccolanti, oggi ex ospedale militare alla villa comunale e conservato, stando a quanto scrivono Vincenzo Zecca e Cesare de Laurentiis, dapprima nella Pinacoteca civica del palazzo comunale, e di recente nell’oratorio della chiesa di San Domenico al Corso, insieme ad altre opere d’arte sacra di Chieti e provincia. La grande tela mostra diverse parti danneggiate, con caduta di colore, al centro vi è l’Albero dell’Ordine di San Francesco, in basso a sinistra il Cristo benedicente, a destra Sant’Andrea, al centro San Francesco, dal cui corpo si erge l’Albero, sul primo ramo vi sono i Santi Francescani: San Bonaventura, Sant’Antonio di Padova, San Bernardino, San Giovanni di Capestrano; sul secondo ramo vi sono le Sante Clarisse: Santa Chiara, Santa Rita e altre; al terzo San Ludovico di Francia, Santa Elisabetta d’Ungheria patroni del Terzo Ordine. Nel cielo, attorniati dagli Angeli in gloria, vi sono Dio Padre, la Colomba dello Spirito Santo, e Cristo che indica l’Albero. Vi sono notevoli affinità con un’altra tela dell’Ordine Francescano presente nel convento di Sant’Antonio di Padova di Lanciano, nella Cappella del Santo, risalente al XVI secolo, ma restaurata, pare, di recente da padre Giovanni Lerario che dipinse le parti cadute. L’iscrizione dedicatoria recita: OPERA FATTA FARE DA GIOVAN MARINO TOMASO E GIOVAN IACOVO COLA FERRO.

Luca Fornaci, Terzo ordine Francescano, dalla chiesa di Sant’Andrea di Chieti, ora in San Domenico di Chieti (particolare)

Albero Francescano, chiesa di Sant’Antonio di Padova, Lanciano (XVI-XVII sec.)


Altre  opere realizzate dal Fornaci sono nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli di Ortona: Cristo risorto tra gli Apostoli, alla sinistra della scena il Salvatore appare in Maestà, nell’atto di benedire, alla destra gli Apostoli confusi, e in alto la scena della Casa di Pietro, realizzata come un sontuoso tempio, in alto al centro gli Angeli sopra una nuvola assistono meravigliati al prodigio. La firma di Fornaci si trova presso un cartiglio retto da un  Apostolo.

Archi (CH), Madonna del Rosario e Misteri, chiesa di Santa Maria dell’Olmo 



Filetto (CH), Luca Fornaci, Madonna del Rosario, chiesa di Santa Maria ad Nives (XVI sec.)

Presso la chiesa parrocchiale di Santa Maria ad Nives di Filetto si trova sulla destra una tela della Madonna del Rosario: la Vergine col Bambino è al centro, e nei riquadri della cornice sono raffigurati i Misteri del Santo Rosario. La Madonna porge un Rosario con la destra a San Domenico e ai seguaci, mentre il Bambino sulla mano sinistra della Vergine, si sporge a dare la benedizione a Santa Rosa da Lima e suore seguaci, mentre due donne, probabilmente le committenti dell’opera, appaiono a mezzo busto in basso a destra, nell’atto di adorare la scena. la stanza dove la Madonna siede in trono è abbellita da tende, e da un pavimento a lacunari disposti in ordine simmetrico, con figure geometriche di cerchi e rombi; schiere di devoti si trovano disposte dietro San Domenico e Santa Rosa, compreso Papa Pio V, vittorioso nella battaglia di Lepanto. Il quadro si trovava nella chiesa di Santa Maria di Filetto, nella parte antica del paese, andata distrutta nella seconda guerra mondiale. L’opera è di fattura mediocre, ma denuncia uno stile di rappresentazione abbastanza convenzionale nell’Abruzzo della fine del XVI secolo della Madonna del Rosario, culto diffusosi dopo il 1571; notevoli affinità si riscontrano in un quadro di autore seguace di Pompeo Cesura, conservato nella cappella del Rosario della chiesa parrocchiale di Santa Maria dell’Olmo in Archi in val di Sangro. La resa è decisamente migliore: la Vergine col Bambino è seduta, avvolta in un mantello a fogliame dorato, simile alle tele presenti nella chiesa di Costantinopoli in Ortona, e la schiera dei santi domenicani e dei dignitari papali è più movimentata, ed alcuni volti, come quello di Santa Rita, sembra denunciare tratti addirittura giorgioneschi, mentre la scena del Mistero dell’Incontro tra Maria ed Elisabetta denuncia echi della celebre tela di Raffaello realizzata per i Bedeschini nella chiesa di San Silvestro di Aquila.

Orsogna, convento francescano dell’Annunziata del Poggio

Nel convento del Ritiro dell’Annunziata di Orsogna si conserva una tela della Crocifissione: come da tradizione iconografica, il Cristo è al centro, due angeli accorrono ai lati delle braccia, per raccogliere in calici il sangue che sgorga dalle ferite delle mani, la Maddalena abbraccia il legno piangente; il Fornaci probabilmente per ragioni di committenza, non inserì gli Apostoli, ma San Francesco e altri francescani attorno la Croce, in atto di dolore, mentre sulla destra si staglia in posa solenne e mesta, la Madonna, con in basso il Serpente del Peccato originale. Opera più originale della tela di Filetto, che risente degli echi del dipinto di Ortona.

7 ottobre 2024

Accaddeoggi: 𝟕 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 𝟏𝟖𝟓𝟒, nasce Rocco Carrabba, tipografo ed editore.


#accaddeoggi 𝟕 𝐨𝐭𝐭𝐨𝐛𝐫𝐞 𝟏𝟖𝟓𝟒 nasce a Lanciano (CH) il tipografo ed editore 𝐑𝐨𝐜𝐜𝐨 𝐂𝐚𝐫𝐚𝐛𝐛𝐚.

Di umili origini, inizia a lavorare da ragazzo in una tipografia. Nel 1877 decide di fondare una propria tipografia e l’anno successivo la Casa editrice che porta il suo nome. Nel 𝟏𝟖𝟖𝟎 𝐬𝐭𝐚𝐦𝐩𝐚 𝐥’𝐨𝐩𝐞𝐫𝐚 d’esordio di G. d’Annunzio, 𝐏𝐫𝐢𝐦𝐨 𝐕𝐞𝐫𝐞, che riscuote un successo senza precedenti.
La presenza sul territorio abruzzese si consolida sempre di più con la pubblicazione di testi scolastici, saggi e narrativa per ragazzi.
Nel 1909 avviene l’ascesa in campo nazionale, grazie al sodalizio che stringe con Giovanni Papini, da cui nasce la collana “𝐂𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐢𝐦𝐚”.
Numerose le pubblicazioni e le collaborazioni con i più importanti letterati del secolo scorso, le opere di Carabba hanno contribuito alla 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐚𝐩𝐞𝐫𝐞 a prezzi modici e rivolgendosi 𝐚𝐝 𝐮𝐧 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 𝐚𝐦𝐩𝐢𝐨 e di diversa formazione.
Dopo il fallimento nel secondo dopoguerra, negli anni Ottanta, la Società Editrice Carabba è stata ricostituita e ancora oggi continua a promuovere e diffondere la cultura con le sue pubblicazioni.
Immagini prese dal sito dell’Editrice Carabba.