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Leonzio Compassino, Martirio di Santa Rufina, chiesa di San Giovanni Battista, Castelli |
di Angelo Iocco
Da uno studio di Marco Vaccaro dal titolo Oltre la ceramica: pittura a Castelli tra XVII e XVIII secolo, 2021, Castelli. Quaderno del Museo delle ceramiche - n. 10, ci siamo interessati di questi pittori poco conosciuti, attivi tra Marche e Abruzzo. Di Leonzio Compassino da Penne, vissuto tra la seconda metà del ‘500 e la prima del ‘600, attivo almeno fino al 1620, ebbe tra i primi recensori il prof. Francesco Verlengia, che in una delle schede per la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Artistici d’Abruzzo per la provincia di Chieti, nel 1935, riportava con una cattiva lettura il nome di “Teonzio Compassino” come autore di un celebre e antico quadro nella chiesa parrocchiale dell’Immacolata Concezione a San Vito Chietino. La tela è firmata, attraverso dei restauri si è meglio compresa la lettera iniziale. Tale quadro faceva parte dell’antica chiesetta di San Vito martire, che affiancava il torrione circolare con la porta di accesso all’antico paese, provenendo dalla strada grande oggi corso Matteotti.
Essa dunque affacciava sulla piazza Garibaldi, incassata tra la fortificazione del castello e altre abitazioni, come è stato studiato nel lavoro di Vito Sbrocchi La Regia Chiesa parrocchiale di San Vito, Rivista abruzzese, 1997, e andò completamente demolita poco prima del 1850, nonostante dei progetti di ammodernamento e recupero, affinché fosse costruita la nuova chiesa oltre il perimetro murario. Il quadro del Compassino illustra al centro San Vito nelle vesti di martire, con i cani al guinzaglio, simbolo del martirio, tra San Modesto di Lucania e San Crescenzo, martirizzati tutti e tre sotto Diocleziano[1].
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Filippo Sargiacomo, progetto di ampliamento della chiesa
madre di San Vito Chietino, Archivio storico comunale di Lanciano, Fondo
Sargiacomo. |
La raffigurazione è scenografica, abbiamo sullo sfondo un
edificio caratterizzato al centro da un monumentale arco in marmo a tutto
sesto, e accanto rispettivamente a destra e sinistra, un ordine di colonne a
capitello dorico. Il dipinto dimostra chiaramente di rimontare all’arte della
Grande Maniera di Raffaello o del Veronese (il di cui nipote Luigi Benfatto in
Abruzzo, dipinse per la chiesa di Santa Maria Maggiore di Vasto una tela
raffigurante Sant’Agostino), tuttavia vi sono alcune stonature poiché la
prospettica scenografia sembra quasi essere scavalcata dalla mole dei tre
personaggi illustrati.
Nostra ipotesi è che altri pittori legati al Compassino o
alla scuola emiliana, potessero essere scesi nella ricca Lanciano, famosa per
le Fiere e commerci, dei quali qualcuno venne chiamato a realizzare una tela di
scarso valore stilistico, che raffigura Sant’Agostino tra Santa Rita e un
Santo, oggi presso la cappella di Santa Croce, dove si conserva un frammento
del Miracolo della Ricciarella.
Vaccaro nel suo saggio cita anche un’altra opera di Compassino,
commissionata da Muzio Pansa procuratore della Confraternita del Rosario nella
chiesa di San Domenico di Penne. Il Pansa lodò assai l’operato dell’amico
Compassino in un suo carme, soffermandosi soprattutto sul fatto che fosse suo
concittadino, anche se il pittore già nella metà del ‘600 doveva essere
dimenticato perfino nella patria, e dunque relegato alla schiera dei “minori
locali”. Il dipinto che raffigura la Vergine col Bmbino tra i santi dell’ordine
domenica, riconosciamo San Domenico, è alquanto rovinato, la sua bella
caratteristica è che è inquadrato in una cornice decorata da tralci vegetali
dorati, che racchiudono i dipinti dei Misteri del Santo Rosario, e riconosciamo
l’Annunciazione, Cristo flagellato, Cristo crocifisso, Cristo risorto. Compassino
sembra trovare maggiore equilibrio in questa tela rispetto a quella grossolana
di Castelli. Un’altra sua opera a Penne, dall’ex chiesa di Santo Spirito, è una
Pietà sul Cristo Morto.
Francesco Ragazzino, dallo stile più rozzo, e ancora legato
ai canoni rinascimentali, fu attivo tra le Marche e l'Abruzzo aquilano e
pescarese. Firmò la tela dell'Adorazione dei pastori tra Santo Stefano e San
Pietro, della chiesa delle Anime Sante presente nella piazzetta della porta
medicea a Santo Stefano di Sessanio. I due santi sono raffigurati con gli
elementi tipici del riconoscimento, San Pietro con le chiavi del Paradiso, e
Santo Stefano con la dalmatica rossa del martirio. Attorni i pastori, ritratti
folkloristicamente con i costumi della metà del '500. Un'altra sua opera nel
teramano è a Morro d'Oro nella chiesa parrocchiale del Salvatore: il Matrimonio
mistico di Santa Caterina d'Alessandria. la Santa è ritratta con la corona del
martirio, accanto la figura centrale della Madonna col Bambino, affiancata da
San Pietro apostolo. Dipinto carino, ma elementare, privo di plasticità, con
figure che sembrano più fantocci che esseri umani. Nella stessa chiesa di Morro
vi è il grande quadro del Trionfo del Santissimo Nome di Gesù. Nel riquadro
centrale, diviso in quattro viventi, vi sono le scene della Vita di Gesù:
Annunciazione, Circoncisione, Gesù tra San Bernardino da Siena, Santa Gertrude,
e un Pontefice, Santa Caterina da Siena, una principessa con vessillo crociato,
il Mondo dell'Oltretomba. Attorno il quadro vi sono 15 riquadri con personaggi:
Profeti e Dottori della Chiesa, tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento. La scena
centrale con i Santi racchiusi in Sacra conversazione con il Trigramma
bernardiniano del Nome di Gesù, denuncia uno schematismo convenzionale in
Abruzzo per le rappresentazioni di questo genere, unite alle tele commissionate
dalle Congreghe del Santissimo Rosario, di cui abbiamo chiari esempi nelle
chiese maggiori di Archi, Tornareccio e Filetto. La scena infatti purtroppo è
priva di vitalità, e le figure sono ridotte a meri bozzetti.
Tra le ultime opere di Francesco Ragazzini, si ricorda la
pala di Santa Giusta, nella chiesa omonima a Penna Sant'Andrea. Opera più
elaborata, datata 1616, con al centro la grande figura della Santa nelle vesti
di martire, con in mano la palma, il giglio, e un crocifisso. Il volto è più
rifinito dall'artista, il corpo è inconsistente, frutto dell'elaborazione di un
modello, e lo si vede dall'inerte mano che sembra nemmeno sostenere con vigore
la palma. Attorno sono disposte 10 scene con i momenti salienti della vita
della Santa. Risultano interessanti per la raffigurazione dei costumi dei
contadini e dei borghesi, ritratti alla contemporanea, con il basco rosso,
oppure i soldati spagnoli dell'epoca asburgica del '600, con l'armatura in
stagno, l'elmetto modello morione, i larghi pantaloni. Ciascuna scena è
accompagnata da una frase che sintetizza il contenuto dell'episodio della vita.
In sostanza i fratelli Ragazzini e Leonzio Compassino aggiungono un piccolo contributo alla storia della nostra arte abruzzese, ancora poco nota. Non hanno lasciato capolavori d'arte, ma comunque risultano interessanti per l'attenzione ai costumi e ai paesaggi delle nostre vallate che ispirarono le loro pitture.
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