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2 aprile 2025

Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.

Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.

Luigi Vittorio Bertarelli "Guida d'Italia" per il Touring Club Italiano, relativa all'Italia Meridionale, vol. I, edito dalla Tipografia del Cav. Carlo Sironi a Milano nel 1926, I edizione.
Litografia a colori originale d'epoca (1926) dell'Officina G.Ricordi & C. di Milano.
Misure del foglio cm. 15,5x20,5.

6 gennaio 2025

Amelio Pezzetta, Vita sociale e religiosa in Abruzzo dal 1919 al 1922.


 Vita sociale e religiosa in Abruzzo dal 1919 al 1922

di Amelio Pezzetta

Introduzione

Con il presente saggio si vuole apportare un contributo riassuntivo utile a sviluppare la conoscenza della storia abruzzese dall’anno successivo alla fine del primo conflitto mondiale sino all’inizio del regime fascista.

L’analisi storica inizierà con la citazione di brevi riferimenti nazionali poiché è fondamentale che qualasiasi storia regionale sia inquadrata nel contesto statale che concorre a determinarla.

Per la descrizione dei vari fatti sono state utilizzate fonti archivistiche e pubblicazioni varie.

La situazione nazionale

Il periodo storico in esame, in tutto il territorio nazionale è ricco di avvenimenti di notevole interesse storico, politico e religioso.

Con la fine del primo conflitto mondiale in Italia si aprì una profonda crisi politico-sociale i cui caratteri essenziali sono riassumibili nei seguenti punti: 1) la crisi dello Stato liberale che nonostante avesse portato a termine l'unità nazionale lasciava irrisolti ancora molti problemi tra cui la questione meridionale; 2) il disagio degli ex combattenti che non furono adeguatamente

ricompensati per gli sforzi e i sacrifici sostenuti durante la permanenza al fronte; 3) la coscienza della nazione che l’Italia aveva subito una vittoria mutilata in quanto non le furono riconosciuti tutti i diritti previsti dagli accordi di Londra del 1915; 4) la svalutazione della lira e l’inflazione galoppante che provocò un aumento del costo della vita di oltre il 400%; 5) la mancanza di materie prime, la difficoltà delle industrie a riconvertirsi, la disoccupazione e l’eccesso di manodopera causato dai soldati che tornarono dal fronte.

Questi problemi alimentarono in parte della popolazione uno spirito rivoltoso che diede vita a varie forme di protesta sociale, rivendicazioni operaie e contadine tra cui: 1) i moti per il carovita che scoppiarono nell’estate del 1919 e si estesero in tutto il paese; 2) le rivendicazioni operaie che nel 1920 culminarono con gli scioperi e l'occupazione delle fabbriche dell’Italia settentrionale; 3) le agitazioni delle masse rurali per la conquista della terra.

I governi e le forze d’opposizione esistenti dall’inizio del conflitto, non riuscirono ad imporre le loro scelte e a trovare soddisfacenti soluzioni ai problemi dell’epoca. Di conseguenza, accanto ai socialisti ed alle forze risorgimentali emersero nuove formazioni politiche che proponevano di dare risposte più concrete per risolvere i problemi dell’epoca o di contrapporre soluzioni conservatrici ai movimenti di protesta. Tra essi il partito popolare, l’associazione nazionale combattenti, il partito comunista e quello fascista.

Nel 1919, durante il pontificato di Benedetto XV e in seguito all’abrogazione ufficiale del non expedit imposto dalla gerarchia cattolica, il sacerdote siciliano Luigi Sturzo fondò il partito popolare, già vagheggiato nel 1905 come partito di ispirazione cattolica, aconfessionale ed indipendente dalle autorità ecclesiastiche per le sue scelte politiche.

Il partito assunse come proprio simbolo lo stemma dei comuni medioevali con la scritta "Libertas", trovò ispirazione nella dottrina sociale della chiesa e portò al riavvicinamento dei cattolici alla vita politica nazionale.

I popolari entrarono per la prima volta nella scena politica nelle elezioni politiche del 1919 in cui, grazie anche al supporto assicurato dalle parrocchie, riuscirono a far eleggere 100 candidati delle loro liste.

La sua rapida diffusione nella penisola fu favorita dalle strutture ed organizzazioni ecclesiastiche esistenti nei Comuni peninsulari. In alcuni casi, il partito popolare fu guardato con diffidenza e sospetto dalle autorità delle Chiesa, in particolare nelle località dell'Italia meridionale in cui fu fondato dai vecchi notabili liberali che si riconvertirono e resero conto che l'adesione ad un partito d'ispirazione cattolica avrebbe allargato la base del consenso politico.

Un altro raggruppamento politico che sorse nell’immediato dopoguerra fu l’Associazione Nazionale Combattenti (ANC) che fu fondata a Milano il 18 marzo 1919 allo scopo di tutelare i diritti dei reduci e assicurare la loro rappresentanza nelle istituzioni. Nel giro di pochi mesi raggiunse la quota di circa 600000 iscritti. Nel 1919, dopo lo scioglimento della Camera, l'ANC decise di prendere direttamente parte alle elezioni politiche con la denominazione di partito dei combattenti, ottenendo il 4,1% dei voti e 20 seggi. Alle successive elezioni politiche anticipate del 1921, il partito ottenne l'1,7% dei voti e 10 seggi.

Il 21 gennaio 1921 a Livorno, durante lo svolgimento del 17° congresso del partito socialista italiano, avvenne un’importante scissione nella quale una parte dei convenuti fondò un nuovo raggruppamento politico a cui diede il nome di Partito Comunista d'Italia (PCdI) - sezione italiana dell'Internazionale comunista, una denominazione che fu mantenuta fino al 15  maggio 1943. Questa scissione anziché portare alla rivoluzione proletaria, come auspicavano i fondatori del PCdI, provocò un indebolimento della sinistra italiana che favorì le forze reazionarie e conservatrici. Il PCdI si presentò alle elezioni politiche del 1921 ottenendo nel complesso 304 719 voti (4,6%) e 15 seggi.

Un’altra importantissima forza politica dell'immediato dopoguerra fu il partito dei Fasci di Combattimento che fu fondato il 23 marzo 1919 da Benito Mussolini, un ex socialista e direttore dell'Avanti. Mussolini riuscì a coagulare nel suo partito un insieme di forze sociali conservatrici che con la crisi del partito liberale, erano preoccupate da un’eventuale affermazione socialista e manifestavano la propensione al mantenimento dell'ordine precostituito: elementi di destra, ex combattenti, esponenti del ceto medio, possidenti agrari, industriali, ecc.

Dopo il Congresso di Roma del 1921 gli iscritti ai Fasci di Combattimento fondarono il Partito Nazionale Fascista a cui tra l’altro aderirono molte sezioni dell’ANC disperse lungo la penisola.

Agli inizi, i fascisti avevano accettato un atteggiamento anticlericale che fu riportato nel loro programma politico e dimostrato dalla violenza con cui tra il 1921-1922, i suoi squadristi colpirono le leghe bianche.

Il giudizio iniziale della Chiesa su questa formazione politica fu molto duro. Infatti, nel 1922, in un’editoriale della Civiltà Cattolica si scrisse:Il Fascismo ha lo spirito di violenza del socialismo a cui pretende di rimediare, imitandone non solo ma superandone ben anche le prepotenze, le uccisioni e le barbarie”. Diversi ordinari diocesani, durante i primi anni del regime diffusero lettere pastorali in cui sottolineavano che il fascismo, per la sua natura violenta era contrario ai principi cristiani e pertanto non poteva godere l'appoggio della Chiesa. Una parte della Curia Pontificia anche dopo la marcia su Roma era convinta che il fascismo, alla stessa stregua del liberalismo, della massoneria e del socialismo fosse un’ideologia sviluppatasi a causa dell’abbandono della religione e della secolarizzazione affermatisi nel mondo moderno dopo la rivoluzione francese. Un’altra parte, invece riteneva che potesse apportare un efficace contributo al processo di ricristianizzazione della società che perseguiva il papa Pio XI.

Nell'ottobre del 1922, dopo la marcia su Roma, il re Vittorio Emanuele III incaricò Mussolini di formare un nuovo governo ed ebbe così inizio l'era fascista.

Al primo gabinetto mussoliniano collaborarono alcune forze politiche, tra cui i popolari che ottennero 4 sottosegretari, il ministero del Lavoro assegnato a Stefano Cavazzoni e quello del Tesoro che fu assegnato a Vincenzo Tangorra.

Altro importante fatto dell’epoca in considerazione è il governo della chiesa cattolica che fu affidato dal 3 settembre 1914 al 22 gennaio 1922 al papa Benedetto XV e dal 6 febbraio 1922 al 10 febbraio 1939 a Pio XI.

Benedetto XV promosse il culto del Cuore di Gesù, si adoperò per evitare la guerra e con l’enciclica Pacem Dei Munus Pulcherrimum scritta nel 1920 dettò le sue idee per avere una pace stabile.

Nelle relazioni con il Regno d'Italia eliminò il non expedit e appoggiò la formazione del Partito Popolare Italiano d’ispirazione cristiana.

Il suo successore PIO XI con l’enciclica Ubi arcano Dei consilio del 23 dicembre 1922, manifestò il programma del suo pontificato facendo presente che i cattolici dovevano impegnarsi nella fondazione di una società totalmente cristiana.

  

Regione ecclesiale Abruzzo-Molise

La situazione abruzzese

Le varie vicende politico-sociali e di crisi che investirono la nazione toccarono anche l’Abruzzo. Infatti, agli inizi del 1919 questa regione era profondamente scossa dalle vicende del primo conflitto mondiale in cui persero la vita oltre 23000 giovani soldati provenienti dai suoi Comuni.

In diverse località il successivo ritorno dei reduci delusi nelle loro aspettative favorì nuovi motivi di scontri sociali e contribuì a riacutizzare quelli esistenti prima della guerra.

La maggioranza della popolazione regionale dell’epoca continuava a vivere in condizioni di notevole indigenza poiché ricavava i mezzi di sussistenza da un’agricoltura poco redditizia, particolarmente sensibile ai capricci della natura e praticata su terreni generalmente aridi, montagnosi non propri e gravati da pesanti prestazioni e tributi.

A questi problemi sono da aggiungere quelli creati da: 1) la lunga permanenza dei soldati al fronte e la massiccia emigrazione, due eventi che ridussero la forza lavoro disponibile e i redditi di diverse famiglie; 2) il carovita che investì la Regione; 3) la crisi della pastorizia dovuto alla caduta del prezzo della lana e all’aumento di quello di pascolo nei luoghi di transumanza [1].

In particolare l’emigrazione che colpì in modo più intenso le zone rurali ebbe anche diversi riflessi culturali e politici. Infatti, quando gli emigranti arrivavano nei luoghi d’accoglienza scoprivano che esistevano nuovi stili di vita che in parte acquisirono e con il loro ritorno trasferirono nelle terre d’origine contribuirono a modificare antiche abitudini e atteggiamenti locali. Anche i reduci, a causa del contatto quotidiano con i soldati di altre regioni, acquisirono nuovi modelli culturali che trasferirono ai luoghi d’origine.

I fatti descritti e i problemi elencati furono le principali cause che in Abruzzo crearono gli spunti per la nascita di nuovi atteggiamenti, modelli di comportamento, aspettative di vita, formazioni politiche e forme di protesta organizzata che saranno ampiamente descritti ed analizzati nei paragrafi successivi del presente saggio.

La vita religiosa e l’organizzazione ecclesiastica in Abruzzo dal 1919 al 1922.

Nel periodo in esame i Comuni che ora appartengono all’Abruzzo erano ripartiti in otto diocesi di cui in questa sede si riporta la cronotassi dei loro vescovi e i principali aspetti della vita religiosa.

Mons. Gennaro Costagliola


Arcidiocesi di Chieti-Vasto

Nell’epoca in considerazione l’Arcidiocesi fu retta da Gennaro Costagliola, (15 aprile 1901 - 15 febbraio 1919) e Nicola Monterisi (15 dicembre 1919 - 5 ottobre 1929).

Il 21 marzo 1920, l'ingresso a Chieti di mons. Monterisi fu accolto favorevolmente dai rappresentanti delle organizzazioni cattoliche e dal clero diocesano. Nello stesso tempo alcuni militanti socialisti, radicali e di altre forze anticlericali inscenarono una contromanifestazione ostile al presule, come tra l’altro dimostra il seguente scritto che pubblicato il primo aprile 1920 su “La Conquista Proletaria”: “I socialisti hanno voluto avvertire il sig. Monterisi che il popolo di Chieti non è composto di tutte pecore rassegnate a farsi quotidianamente tosare” [2].

Mons. Nicola Monterisi

25 novembre 2024

Attilio Fuggetta e Nino Saraceni, due giganti della canzone popolare abruzzese.

Ritratto di Nino Saraceni di Fossacesia, poeta col quale Fuggetta scrisse diverse canzoni per le Maggiolate

Attilio Fuggetta e Nino Saraceni, due giganti della canzone popolare abruzzese

di Angelo Iocco

Nacque a Lavello, provincia di Potenza nel 1894 e morì a Chieti nel 1980. Ringraziamo il prof. Andrea Giampietro, il quale ne dà notizia in una nota al suo saggio Studi di letteratura abruzzese, Ortona, 2024. Si trasferì giovanissimo a Sulmona per scopi lavorativi, facendo il capostazione, e per gli stessi motivi di lavoro, ebbe incarichi anche alle stazioni di Lanciano e Fossacesia. Ironia della sorte, Fuggetta era destinato ad adottare l’Abruzzo come seconda patria, e soprattutto a entrare in contatto con il poeta Nino Saraceni di Fossacesia, nato nello stesso anno, con cui collaborò in diverse edizioni delle Maggiolate di Ortona. Purtroppo al momento ignoriamo come egli possa aver studiato musica, e in quale istituto o conservatorio, per poter iniziare a produrre già canzoni nei primi anni ’20, con l’istituzione delle Maggiolate a Ortona. Resta ancora un mistero, così come per la formazione artistica di altri compositori abruzzesi quali Vito Olivieri di San Vito e Arturo Colizzi di Rocca S. Giovanni. Preso anni più tardi il diploma per l’insegnamento di musica, si perfezionò a Lanciano, dove ebbe incarichi anche nei Corsi di perfezionamento estivi voluti dal Sen. Enrico D’Amico.





Fuggetta fece le sue prime apparizioni, come detto, alle Maggiolate Ortonesi, entrando subito in sintonia col poeta Saraceni. Ecco le canzoni scritte con lui:

M’à ditte ca scì, III Maggiolata di Ortona 1922

Affaccite tisore, IV Maggiolata 1923

Lu niducce, V Maggiolata 1924

Ggenta nostre, VI Maggiolata 1925

Lu ndruvarelle, VII Maggiolata 1926

Lu starucce, VIII Maggiolata 1927



Tra queste figura anche Maccarune a la chitarre, canzonetta scritta dal Saraceni, ancora oggi riproposta da diverse corali, specialmente dal Coro Voci delle Ville di Ortona del

1 novembre 2024

Tommaso Ciampella di Miglianico, compositore abruzzese delle Maggiolate, musicologo e autore di musiche sacre.

 

Tommaso Ciampella di Miglianico, compositore abruzzese delle Maggiolate, musicologo e autore di musiche sacre.

di Angelo Iocco

Nacque a Miglianico nel 1893, lo stesso anno del famoso compositore abruzzese Guido Albanese a Ortona. Apprese i rudimenti della musica con la banda locale, poi continuò gli studi, insegnando infine musica privatamente. Si sposò nel 1922; apprezzato musicista si trasferì a Chieti, dove nel 1930 fu chiamato a dirigere l’orchestra al Teatro Marrucino di Chieti per un Galà fascista, dove si erano riunite le delegazioni degli Squadristi provinciali. Pubblicò in questi anni a Ortona, per la tip. Bonanni, delle raccolte di studio per musica. Dopo la guerra continuò a fornire le lezioni di musica, e pubblicò: Il canto nella scuola : 15 composizioni didattiche per le scuole elementari e ad uso degli Istituti magistrali, scuole di tirocinio, scuole di avviamento. Con aggiunta di 3 quadri sinottici tonali per esercizi teorico-pratici. Parte I Firenze : Tip. G. E P. Mignani, [1947]. Collaboratore della Rivista Abruzzese a Chieti, che poi si trasferirà a Lanciano, il Ciampella pubblicò due scritti di musica abruzzese: La personalita e l'arte di F. Paolo Tosti, e Venerdi Santo e il Miserere di F. S. Selecchi . Quest’ultimo uno dei primi studi moderni critici, che si svincolava dalle estetiche esagerazioni degli scrittori di Chieti, come Francesco Vicoli, e riportava un’analisi musicale del celebre Miserere. Partecipe alle Maggiolate di Ortona, risorte dalle devastazioni belliche, nel 1947 si presentò con la canzone Amore me’, amore me!, forse la più famosa della sua produzione, tanto da essere adottata dal Coro folk “Antonio Di Jorio” di Atri, incisa nel cd “Venticelle d’Abruzze” a cura del M° Concezio Leonzi. E’ una canzone che è simbolica nel periodo in cui fu scritta, un periodo di un Abruzzo in macerie, la piccola Miglianico era in macerie, così come Ortona e Francavilla, ricordate nel programma finale dalla canzone dell’Albanese: Ci manche all’Adriatiche na perle, presentata nella Maggiolata del ’47. Il canto di Ciampella invece invoca l’amore, la felicità, la gioia di continuare a vivere, quasi volesse esorcizzare lo spettro della devastazione ancora tangibile.


Per Miglianico, Ciampella scrisse anche un suggestivo Miserere, ancora oggi eseguito, sui versi dei Salmo 50; una composizione per banda che per tonalità ascendente, in certi punti ha delle affinità con il Miserere del Selecchy di Chieti, ma ovviamente il colto Ciampella lo reinterpreta e ne fa un pezzo originale. Acute le voci al v. “secundum magnam misercordiam tuam”, per poi ridiscendere in tonalità, nella conclusiva “Miserere, miserere mei Deus!”.

A Miglianico si eseguono da parte della Confraternita S. Pantaleone le musiche del Miserere di Ciampella, dal Salmo 50, che comprende le strofe del “Misere mei Deus – Et secundum multitudinem miserationem tuarum – Amplius lava me”; mentre del Maestro di Banda Ettore Paolini, storica figura miglianichese, la Marcia funebre. Il testo è tratto dalle Sette ultime parole (Le tre ore di Agonia di Nostro Signore) di Saverio Mercadante, mov. 1: Già trafitto, andante mosso. È uno spettacolo ancora oggi, ascoltare queste due musiche nella chiesa madre di Miglianico suonate dalla Corale, e poi partecipare al commovente corteo della processione del Cristo morto per le strade del paese, seguendo il Feretro e la Banda.


Ecco le canzoni presentate dal Ciampella alle Maggiolate di Ortona

Amore me, amore me! (1947)

La fije e lu core di tatà (1948)

Villanelle annamurate (1950)

Mare e sonne (1952)

 

18 ottobre 2024

Luca Fornaci, pittore abruzzese di Chieti del ‘500.

 Luca Fornaci, Resurrezione di Cristo, Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, Ortona.

Luca Fornaci, pittore abruzzese di Chieti del ‘500

di Angelo Iocco

Un recente studio del Prof. Marco Vaccaro dell’Università di Chieti, apparso in Chieti – Scritti di Storia e di Arte dal Medioevo all’Ottocento, Chieti, Assoc. Sacro e Profano, 2021, fornisce più lumi su questo pittore, di cui si erano occupati in maniera sparuta Cesare de Laurentiis, Vincenzo Balzano e Francesco Verlengia, senza fornire particolari note critiche sulla sua carriera. Grazie anche alla pubblicazione di atti notarili dall’Archivio di Stato di Chieti a cura di Van Verrocchio in Theate Regia Metropolis, è possibile ricostruire in parte la carriera del pittore. Nacque a Chieti e visse e operò nella seconda metà del ‘500, e agli inizi del ‘600. Visse in un periodo di fervore culturale a Chieti e in Abruzzo, dove pittori della Maniera del Vasari, si cimentavano nella realizzazione di tele e affreschi per parrocchie e conventi. Rimanendo in ambito chietino, furono attivi artisti del calibro di Leonzio Compassino da Penne, Giovan Battistista Ragazzini da Ravenna con suo fratello Francesco (sue opere si trovano a Castelli, Penne e qualche paese dell’area vestina), Felice Ciccarelli, Tommaso Alessandrino e altri.

Luca Fornaci, Terzo ordine Francescano, dalla chiesa di Sant’Andrea di Chieti, ora in San Domenico di Chieti, foto Oscar D’Angelo.


Di Fornaci si conosce che fu attivo tra il 1585 e il 1592 con le sue opere principali a Chieti e nei dintorni. Nella Città di Achille, egli dipinse una tela ritraente il Trionfo dell’Ordine Francescano, proveniente dall’ex convento di Sant’Andrea degli Zoccolanti, oggi ex ospedale militare alla villa comunale e conservato, stando a quanto scrivono Vincenzo Zecca e Cesare de Laurentiis, dapprima nella Pinacoteca civica del palazzo comunale, e di recente nell’oratorio della chiesa di San Domenico al Corso, insieme ad altre opere d’arte sacra di Chieti e provincia. La grande tela mostra diverse parti danneggiate, con caduta di colore, al centro vi è l’Albero dell’Ordine di San Francesco, in basso a sinistra il Cristo benedicente, a destra Sant’Andrea, al centro San Francesco, dal cui corpo si erge l’Albero, sul primo ramo vi sono i Santi Francescani: San Bonaventura, Sant’Antonio di Padova, San Bernardino, San Giovanni di Capestrano; sul secondo ramo vi sono le Sante Clarisse: Santa Chiara, Santa Rita e altre; al terzo San Ludovico di Francia, Santa Elisabetta d’Ungheria patroni del Terzo Ordine. Nel cielo, attorniati dagli Angeli in gloria, vi sono Dio Padre, la Colomba dello Spirito Santo, e Cristo che indica l’Albero. Vi sono notevoli affinità con un’altra tela dell’Ordine Francescano presente nel convento di Sant’Antonio di Padova di Lanciano, nella Cappella del Santo, risalente al XVI secolo, ma restaurata, pare, di recente da padre Giovanni Lerario che dipinse le parti cadute. L’iscrizione dedicatoria recita: OPERA FATTA FARE DA GIOVAN MARINO TOMASO E GIOVAN IACOVO COLA FERRO.

Luca Fornaci, Terzo ordine Francescano, dalla chiesa di Sant’Andrea di Chieti, ora in San Domenico di Chieti (particolare)

Albero Francescano, chiesa di Sant’Antonio di Padova, Lanciano (XVI-XVII sec.)


Altre  opere realizzate dal Fornaci sono nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli di Ortona: Cristo risorto tra gli Apostoli, alla sinistra della scena il Salvatore appare in Maestà, nell’atto di benedire, alla destra gli Apostoli confusi, e in alto la scena della Casa di Pietro, realizzata come un sontuoso tempio, in alto al centro gli Angeli sopra una nuvola assistono meravigliati al prodigio. La firma di Fornaci si trova presso un cartiglio retto da un  Apostolo.

Archi (CH), Madonna del Rosario e Misteri, chiesa di Santa Maria dell’Olmo 



Filetto (CH), Luca Fornaci, Madonna del Rosario, chiesa di Santa Maria ad Nives (XVI sec.)

Presso la chiesa parrocchiale di Santa Maria ad Nives di Filetto si trova sulla destra una tela della Madonna del Rosario: la Vergine col Bambino è al centro, e nei riquadri della cornice sono raffigurati i Misteri del Santo Rosario. La Madonna porge un Rosario con la destra a San Domenico e ai seguaci, mentre il Bambino sulla mano sinistra della Vergine, si sporge a dare la benedizione a Santa Rosa da Lima e suore seguaci, mentre due donne, probabilmente le committenti dell’opera, appaiono a mezzo busto in basso a destra, nell’atto di adorare la scena. la stanza dove la Madonna siede in trono è abbellita da tende, e da un pavimento a lacunari disposti in ordine simmetrico, con figure geometriche di cerchi e rombi; schiere di devoti si trovano disposte dietro San Domenico e Santa Rosa, compreso Papa Pio V, vittorioso nella battaglia di Lepanto. Il quadro si trovava nella chiesa di Santa Maria di Filetto, nella parte antica del paese, andata distrutta nella seconda guerra mondiale. L’opera è di fattura mediocre, ma denuncia uno stile di rappresentazione abbastanza convenzionale nell’Abruzzo della fine del XVI secolo della Madonna del Rosario, culto diffusosi dopo il 1571; notevoli affinità si riscontrano in un quadro di autore seguace di Pompeo Cesura, conservato nella cappella del Rosario della chiesa parrocchiale di Santa Maria dell’Olmo in Archi in val di Sangro. La resa è decisamente migliore: la Vergine col Bambino è seduta, avvolta in un mantello a fogliame dorato, simile alle tele presenti nella chiesa di Costantinopoli in Ortona, e la schiera dei santi domenicani e dei dignitari papali è più movimentata, ed alcuni volti, come quello di Santa Rita, sembra denunciare tratti addirittura giorgioneschi, mentre la scena del Mistero dell’Incontro tra Maria ed Elisabetta denuncia echi della celebre tela di Raffaello realizzata per i Bedeschini nella chiesa di San Silvestro di Aquila.

Orsogna, convento francescano dell’Annunziata del Poggio

Nel convento del Ritiro dell’Annunziata di Orsogna si conserva una tela della Crocifissione: come da tradizione iconografica, il Cristo è al centro, due angeli accorrono ai lati delle braccia, per raccogliere in calici il sangue che sgorga dalle ferite delle mani, la Maddalena abbraccia il legno piangente; il Fornaci probabilmente per ragioni di committenza, non inserì gli Apostoli, ma San Francesco e altri francescani attorno la Croce, in atto di dolore, mentre sulla destra si staglia in posa solenne e mesta, la Madonna, con in basso il Serpente del Peccato originale. Opera più originale della tela di Filetto, che risente degli echi del dipinto di Ortona.

28 agosto 2024

Felice Ciccarelli, Tommaso Alessandrino e altri Artisti abruzzesi di interesse nelle Chiese di Atessa – Parte II


Felice Ciccarelli, Tommaso Alessandrino e altri Artisti abruzzesi di interesse nelle Chiese di Atessa – Parte II

di Angelo Iocco

Qualche nota su Felice Ciccarelli

Essendoci già occupati del Ciccarelli, qui desideriamo segnalare altre tre opere poco conosciute. Per la prima opera, conservata nel convento di San Francesco di Lanciano per la pubblicazione della fotografia, ringraziamo per la squisita disponibilità Padre Fabrizio OFM Conv.


Felice Ciccarelli, Madonna col Bambino tra San Michele e San Bernardo. Convento di San Francesco, Lanciano. Foto Angelo Iocco.

Essa è una Madonna col Bambino con ai piedi San Michele arcangelo e San Bernardo. La tela necessiterebbe di un restauro, faceva parte dell’antica cappella di Sant’Angelo; ammirandola notiamo immediatamente delle affinità con la Madonna del Carmine dipinta dal Ciccarelli nella chiesa di San Rocco di Atessa, tra le opere più riuscite di questo pittore. Il San Michele invece è tratto dal quadro della Madonna con San Michele e San Giovanni presso la chiesa madre di San Giovanni in Rapino. Ciccarelli al posto della Madonna di Atessa che accenna un sorriso, qui ha realizzato una versione più seria e malinconica.


Le altre opere sono l’Immacolata Concezione, che il Ciccarelli realizzò per la chiesa di San Lorenzo in Rapino, e per la cappella del Duomo di Guardiagrele.

  

F. Ciccarelli, Madonna Immacolata come Regina degli Angeli, chiesa di San Lorenzo, Rapino. ID, Madonna Immacolata, Duomo di Guardiagrele.

Nella tela di Rapino la Madonna è al centro di una grande nuvola attorniata da angioletti, in un paesaggio botticelliano naturale con tempietti e cittadelle in una innaturale posizione prospettica, nel quadro guardiese invece la Madonna è racchiusa in una classica mandorla, sorretta da 4 angeli, mentre nel primo piano si vede la tomba vuota, e gli Apostoli che adorano il miracolo dell’Assunzione. Si notano somiglianze con il quadro della Madonna nella chiesa di San Francesco di Loreto Aprutino, e quanto a scene corali, esso è uno dei più belli realizzati da questo pittore.