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27 settembre 2026

Carlo Tedeschi, Monasteri dell’Abruzzo adriatico: un dossier documentario (1019-1065).


Carlo Tedeschi,  Monasteri dell’Abruzzo adriatico: un dossier documentario (1019-1065).

l contributo è dedicato ad otto chartulae – di cui si offre l’edizione – degli anni 1019-1065, relative ad alcuni monasteri dell’Abruzzo adriatico: S. Martino di Paglieta, Ss. Giovanni, Nazario e Celso di Archiano, S. Stefano in Lucana, S. Salvo e S. Clemente di Lastiniano. Quattro di esse sono conservate nell’Archivio di S. Leucio ad Atessa, mentre altre quattro a Parigi, BNF, rilegate nel ms. lat. 9255. Nell’introduzione si ripercorre la storia archivistica delle carte parigine, individuando nel monastero cistercense dei SS. Vito e Salvo al Trigno il luogo in cui furono raccolte, prima del trasferimento oltralpe. L’analisi del contenuto consente di evidenziare l’interesse strategico attribuito dai conti di Chieti – in particolare di Landolfo e Trasmondo V – all’area atessana, fino all’XI secolo dominata dalla presenza farfense. Dallo studio delle caratteristiche paleografiche e diplomatistiche si evincono numerosi elementi formali comuni al piccolo corpus e, attraverso il confronto con la documentazione della regione, si tenta di tracciare un primo, provvisorio profilo del notariato locale.

       Academia.edu  

Antonio Mezzanotte, La chiesa di S.Giuseppe a San Salvo.

LA CHIESA DI SAN GIUSEPPE A SAN SALVO (CH) 

di Antonio Mezzanotte 

Si dice e si racconta che a San Salvo (CH), sulla sommità del colle che guarda l’Adriatico, ci sia un luogo dove il tempo ha deciso di sovrapporre le sue storie, una sopra l’altra, come le pagine di un antico e prezioso volume. Quel luogo è la chiesa di San Giuseppe, nel cuore della centrale Piazza San Vitale. 

Si racconta che, a guardarla oggi con la sua facciata in stile neoromanico, in pochi immaginerebbero quante vicende vengono celate prima ancora di varcare la soglia.

Le origini della città si perdono, infatti, in una vicenda complessa e affascinante: la chiesa di San Giuseppe non nasce semplicemente come una chiesa parrocchiale, ma affonda le sue radici direttamente nel Medioevo monastico. 

In origine, prima ancora del XIII secolo, in questo sito sorgeva un cenobio benedettino. Con il passare del tempo, verso la fine del Duecento, la struttura passò sotto il controllo dei Cistercensi, inizialmente sotto il dominio di Santa Maria di Casanova, in seguito legandosi alla celebre abbazia dei Santi Vito e Salvo, che in differenti modi e in diversi tempi andò a dominare la piana del Trigno fino alla confluenza con la Treste e le cui propaggini sono da riscontrare a San Vito di Forca di Penne, Santa Maria di Catignano, San Clemente di Astignano (loc. Cerratina di Pianella), Santo Stefano a Tornareccio e in altri importanti luoghi della regione. 

Nei documenti antichi, la prima piccola chiesa veniva chiamata "Santa Maria in Monasterium".

Con il declino dell’esperienza cistercense, il complesso cadde sotto la gestione degli abati commendatari, tra gli ultimi dei quali vi fu il cardinale Giovanni Costanzo Caracciolo di Santobono, un protagonista nella Roma di metà Settecento. Fu nel XVI secolo che la devozione cambiò ufficialmente “abito” e il tempio venne intitolato a san Giuseppe. 

Attraverso i secoli, incendi, danni dovuti alle incursioni di turchi e briganti ed esigenze di ampliamento ne mutarono radicalmente l’aspetto: l’antica struttura gotica cistercense fu gradualmente trasformata fino ai rifacimenti ottocenteschi e agli interventi di ricostruzione del Novecento.

L’edificio si presenta oggi con un interessante e stratificato contrasto architettonico. 

La facciata principale guarda direttamente su Piazza San Vitale ed è il frutto di una ricostruzione completata intorno alla metà del Novecento in stile neoromanico pisano. I mattoni a vista, i portali e gli archetti evocano volutamente la memoria cistercense dell’antico cenobio. Accanto si erge il campanile, anch’esso ricostruito nel secolo scorso dopo che la vecchia torre a pianta irregolare venne abbattuta per ragioni statiche. 

Varcata la soglia, l’ambiente cambia tono e veste un misurato stile neoclassico. Lo spazio è organizzato a navata unica rettangolare, scandita da pilastri laterali che aprono la vista su diverse cappelle. 

La principale di queste è quella dedicata a san Vitale, patrono della cittadina, che custodisce le sacre reliquie giunte da Roma nel 1745 grazie ai buoni uffici dell'abate commendatario, cardinale Pier Luigi Carafa. 

Tra le opere d’arte custodite risaltano pregevoli tele, tra cui quella dedicata alla Sacra Famiglia (opera simbolo del legame con l’intitolazione), il dipinto di San Giuseppe in gloria e la tela del Riposo durante la fuga in Egitto. 

La vera particolarità della chiesa di San Giuseppe è ciò che la circonda e la sostiene. Le sue pareti e il sottosuolo conservano i resti dell’antica abbazia cistercense e delle precedenti fasi di epoca romana, oggi mirabilmente valorizzati all’interno del percorso del Parco Archeologico del Quadrilatero. 

Si dice e si racconta, insomma, che la chiesa di San Giuseppe non sia soltanto la chiesa madre di San Salvo, ma la vera e propria identità della città, ostinatamente scolpita nella pietra. 

7 aprile 2025

Vasto - Istonio: professioni, 1938, da L'Annuario Generale d'Italia e dell'Impero italiano. Alcune considerazioni.




Viaggio nella provincia italiana. Vasto 1938: un equilibrio sociale perduto. Alcune considerazioni.
Esplorare il passato per interpretare il presente e programmare il futuro.
di Filippo Marino

Sfogliare le pagine ingiallite dell’Annuario generale d’Italia e dell’Impero italiano del 1938 è come fare un viaggio nel passato. 
Può sembrare un gesto da semplici appassionati di storia, ma ciò che emerge da questi fogli dedicati a Vasto - la mia città, allora chiamata Istonio - ma anche in altre località, è una fotografia sociale che oggi appare sorprendentemente distante. 
Vedo non una sterile elencazioni di nomi e mestieri, ma una comunità in cui il tessuto delle professioni era equilibrato, armonico, vario, identitario e profondamente radicato nel territorio.
Un mosaico di mestieri, spesso tramandati, di artigiani, contadini, commercianti e professionisti che coesistevano in un fragile ma percepibile equilibrio  sociale.
La varietà dei ruoli – il fabbro, il calzolaio, il sarto, l’ortolano, il medico, il farmacista, ecc. – racconta di una società in cui ogni lavoro aveva un significato, una funzione, legata a un valore personale e a un riconoscimento collettivo.
Oggi questo panorama è radicalmente cambiato.
La scolarizzazione di massa, lo sviluppo industriale, l’urbanizzazione, la tecnologia, la digitalizzazione, la globalizzazione, sono tutti fattori che hanno portato a una trasformazione epocale della società. 
Tutto è mutato. Zygmunt Bauman parla di “società liquida”. 
Le professioni manuali sono state sostituite da attività tecnico-scientifiche, le campagne si sono svuotate, l’artigianato si è ridotto a nicchia.
Secondo dati ISTAT, in Italia nel 1938 circa il 50% della popolazione attiva era impiegata in agricoltura; oggi non arriva al 4%. 
Le attività manifatturiere di piccola scala hanno ceduto il passo a grandi industrie e multinazionali. 
Nel settore commerciale, la diffusione della grande distribuzione organizzata ha quasi azzerato il piccolo commercio di quartiere.
Penso, ad esempio, al mestiere dell’ortolano di quei tempi che era molto di più di un semplice lavoratore agricolo: era un custode di conoscenze pratiche e teoriche, acquisite e tramandate all’interno della famiglia. 
La sua capacità di selezionare semi, piante, curare i raccolti, gestire le stagioni e vendere i prodotti di altissima qualità direttamente ai clienti, lo rendeva una figura centrale  nel sistema locale.
Oggi la globalizzazione e le norme imposte dal mondo della grande distribuzione hanno reso questa figura economicamente insostenibile. 
La qualità dei prodotti ha ceduto il passo a logiche di quantità e profitto. 
I guadagni più alti per pochi sono costati la perdita di posti di lavoro, di saperi, di sapori e la scomparsa di un legame diretto tra produttore e consumatore.
Ha tenuto abbastanza il ruolo del medico che è rimasto fondamentalmente invariato nel tempo, nonostante il suo sviluppo con le specializzazioni e la sua organizzazione nelle Asl, negli ospedali e nelle cliniche, non di certo, però, per la parte burocratica.
L’Annuario del 1938 non è solo un documento storico: è uno specchio che ci interroga.
Possiamo immaginare un futuro in cui parte di quell’equilibrio venga recuperata? 
È possibile conciliare il progresso tecnologico con un ritorno a forme di produzione più genuine, umane e sostenibili?
Esperienze contemporanee come i mercati a chilometro zero, le cooperative agricole e i laboratori artigiani che resistono nelle città italiane sembrano suggerire che una strada, seppur difficile, esiste.
Forse la vera lezione del passato, però, non sta nel riproporre modelli superati, ma nel riscoprire il valore umano e sociale del lavoro e il legame tra comunità, territorio e professioni.

Vasto - Istonio, San Salvo: professioni, 1938. (selezione P.Romondio)

3 novembre 2024

Corografia della bassa valle del Trigno, di Anton Ludovico Antinori, 1751.


Corografia della bassa valle del Trigno, del 1751 (vol. XXXIX), di Anton Ludovico Antinori, in cui si evidenziano gli abitati di Montenero, San Salvo e Vasto, il casale di Montebello – con la scafa per l’attraversamento del Trigno – il formale del Mulino e la torre di Pantanella, la Fonte del Fico nel vallone Buonanotte e lo “Stradone” che collegava la costa con la Cuccetta di Lentella (Archivio della Biblioteca Provinciale de L’Aquila).

5 febbraio 2024

Progetti per Vasto dell'Arch. Kisho Kurokawa.


Kisho Kurokawa, Progetto area intercomunale Vasto-San Salvo, 1975.






Kisho Kurokawa, Exhibition Space, Vasto, 1975.





Kisho Kurokawa, Sports Centre Vasto, 1975 - Exhibition Space, 1975.

 



Filippo Marino
05.02.2022

20 agosto 2023

L'abbazia cistercense dei Santi Vito e Salvo, l'abbazia perduta di San Vito del Trigno.

pianta ipotetica di S.Vito



L’abbazia di San Vito - poi dei SS. Vito e Salvo - del Trigno (secc. XIII-XIX)
di Giovanni Artese

L’abbazia di San Vito del Trigno costituisce l’ultimo ma nello stesso tempo il maggiore insediamento monastico sorto nel Medioevo sul territorio di San Salvo. 
Il primo fu la cella benedettina farfense poi monastero volturnense di Sant’Angelo in Salavento, eretto nel IX secolo sui resti della villa romana di via San Rocco e in declino già nel XII secolo. 
Il secondo fu il monastero benedettino cassinese di Santo Salvo, edificato tra il IX e X secolo, sulle rovine della scomparsa città romana, e divenuto cuore dell’omonimo abitato poi cresciuto intorno. 
Il terzo e ultimo fu appunto quello di San Vito del Trigno, eretto nella omonima pianura fluviale, esattamente nella contrada ancora oggi denominata di San Vito, a circa 2500 metri da San Salvo e a circa 1000 dal corso del Trigno. 
I presupposti per quest’ultimo insediamento monastico furono il passaggio della chiesa di Santo Salvo e della grangia in cui si collocava (situata tra Buonanotte, il Piano Sant’Angelo e la Piana della Chiesa) dai benedettini ai cistercensi di S. Maria di Casanova nel 1204; e poi la realizzazione di un “infirmatorium”, cioè di un ospedale per monaci malati nella grangia di Castello Manno (attuale Bufalara-Rotella) anch’essa ceduta, ma da feudatari laici, intorno al 1210, all’abbazia di S. Maria di Casanova. 
Secondo il Bedini, fu nel 1255 che l’Ordine Cistercense diede l’assenso a che l’ospedale fosse trasformato in abbazia. 
I lavori iniziarono presto e forse già tra il 1257 e il 1259 gli edifici monastici erano stati in buona parte realizzati. 
Figlia della linea di Clairvaux-Fossanova, attraverso l’abbazia delle Tre Fontane di Roma, San Vito del Trigno divenne così la penultima abbazia cistercense d’Abruzzo, preceduta da S. Maria di Casanova (1195) nei pressi di Penne, S. Maria Arabona (1209) nei dintorni di Chieti, S. Spirito d’Ocre (1248) vicino L’Aquila, e seguita da S. Maria della Vittoria (1274) tra Avezzano e Tagliacozzo. 
Il monastero abbadiale di San Vito del Trigno venne dunque edificato in luogo pianeggiante ma su una motta, un terreno cioè leggermente rialzato, che forse aveva ospitato in precedenza un tempietto pagano o qualche altra piccola struttura. 
Esso si confaceva alla tipologia urbanistica e architettonica del gotico cistercense, con la chiesa - allineata all’incirca sull’asse est-ovest - posta a nord del monastero, ciò che consentiva d’inverno la protezione degli edifici monastici dai forti e freddi venti boreali. 
Al centro si trovava il chiostro, luogo di preghiera e meditazione, ad est la sala capitolare e i dormitori dei monaci, a sud la cucina, il refettorio e altri ambienti minori, ad ovest gli edifici riservati ai conversi. 
Attigui o isolati dovevano essere l’infermeria, i magazzini, i laboratori e gli opifici, tra cui una cantina, un mulino e delle gualchiere. 
La presenza di un mulino nei pressi dell’abbazia è infatti suggerito dalla traccia residua di un antico formale, che attivava le pale con le acque derivate dal fiume Trigno. 
Più tardi il mulino sarebbe stato trasferito circa due km a valle, lungo l’attuale Formale del Mulino, in località Pantanella, dove rimase attivo, passando dalla gestione monastica a quella di privati e infine del Comune di San Salvo, fino al 1943 circa. 
Lo stemma di San Vito aveva al centro un fascio di spighe (sarebbe stato poi acquisito dal Comune di San Salvo, che vi aggiunse una botte) e ciò attesta come tra le coltivazioni di maggiore importanza, in parte finalizzate all’esportazione (specie a Tremiti, per conto di Casanova), figurassero il grano e altri cereali seguiti dai legumi, dall’uva da vino, dagli olivi e dai prati naturali o artificiali. 
Florido doveva infatti essere l’allevamento di buoi, bufali, cavalli, maiali e pecore, in quanto il territorio abbadiale era esattamente compreso tra i tratturi L’Aquila-Foggia e Centurelle-Montesecco (che passavano rispettivamente sul percorso dell’attuale Statale 16 e al guado del Trigno tra la Cuccetta di Lentella e Pietrafracida di Montenero). 

23 maggio 2023

Antonio Sciarretta, Geo-storia amministrativa d'Abruzzo: Vasto.

Geo-storia amministrativa d'Abruzzo: Vasto

di Antonio Sciarretta

VASTO

Municipio romano, terra pre-napoleonica e comune contemporaneo, corrispondente all'attuale centro con questo nome. Erede della romana Histonium (la fase frentana era a Punta Penna). Attestata nel XI sec. come castello, ma non nel Catalogus Baronum, nemmeno tra i feudi dell'abbazia di S. Giovanni in Venere. Tradizionalmente ritenuta divisa nel periodo alto-medievale in due Terre distinte, Vasto Aimone e Vasto Gisone. Ma la seconda è piuttosto da cercare a nord dell'attuale abitato. Le due terre sono unificate in una sola Università nel 1385, citata come "Vasto Aimone superiore e inferiore" nella prima tassazione aragonese del 1443-7. Toponimo.

Civile:
  • -IX sec.: Loc. in Chieti maggiore.
  • XI sec.-1807: Castello, Università del Vasto Aimone.
    • Nel XIII sec. incorpora Collebono e S. Sisto.
  • 1807-1811: Governo di Vasto.
  • 1811-oggi: Comune di Vasto (1811-1938), Istonio (1938-1944), Vasto (1944-oggi).
  • Provincia: Chieti (-oggi).
  • Distretto/Circondario: Lanciano (1807-1811), Vasto (1811-1927).
  • Circondario/Mandamento: Vasto (1811-1927).
  • Feudo: S. Giovanni in Venere, Fasanella (1269-1273), Caldora (-1442), Regio (1442-1444), de Guevara (1444-1460), d'Avalos (1460-1464), Regia (1464-1471), de Guevara (1471-1485), Regio (1485-1496), d'Avalos (1496-1806), col titolo di Marchesato (1497-1806).

Ecclesiastico:
  • Diocesi: nullius di S. Giovanni in Venere (-1624), Chieti (1624-oggi).
  • Parrocchia: S. Maria Maggiore (-1808) e S. Pietro (-1808), S. Giuseppe (1808-oggi).
  • Filiali: S. Maria Maggiore (1915-oggi), S. Pietro (1915-oggi), S. Maria Stella Maris in Vasto Marina (1927-oggi), S. Lorenzo in C.da S. Lorenzo (1954-oggi), S. Giovanni Bosco (1965-oggi), S. Maria Incoronata in C.da Incoronata (1971-oggi), S. Paolo (1973-oggi), S. Antonio (1973-2001), S. Marco (1982-oggi), S. Maria Immacolata (1982-2001), S. Maria del Sabato Santo (2001-oggi).

SINELLO

Castello medievale sito nell'attuale loc. Torre Sinello. Va forse identificato col castello Cileno, attestato nell'a. 1000 prope Senellam e di cui in seguito non si hanno tracce. Nel XI sec. è diviso in più porzioni. Non è citato dal Catalogus Baronum, nemmeno tra i feudi dell'abbazia di S. Giovanni in Venere. Incorporato in Pennaluce dopo la fondazione di quest'ultima. Toponimo.