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21 agosto 2026

Marino Valentini, I libri proibiti del convento teatino.


 I LIBRI PROIBITI DEL CONVENTO TEATINO 

Sembra di rileggere Il Nome della Rosa di Eco ma non si tratta di  romanzo giallo, bensì di un fatto reale accaduto a Chieti nellla seconda metà del '500.

Mi riferisco all’episodio del sequestro di libri nel monastero di Santa Maria della Civitella a Chieti (storico cenobio dei monaci Celestini) che si inserisce nelle grandi campagne di controllo culturale avviate dal Sant'Ufficio dell'Inquisizione alla fine del XVI secolo. L'obiettivo era censire e bonificare le biblioteche degli ordini religiosi in Italia. Il caso specifico di Chieti è eccezionale perché documenta la penetrazione, negli ambienti monastici teatini, del Lullismo, una corrente filosofico-scientifica considerata altamente pericolosa e confinante con l'eresia, la magia e l'alchimia. Inizialmente, la Chiesa di Roma concesse agli ordini monastici una parziale autonomia nella gestione delle proprie biblioteche. Tuttavia, la scarsità di auto-denunce e il sospetto che i monaci nascondessero testi eterodossi spinsero l'Inquisizione a ordinare ispezioni severe. I monaci della Civitella dovettero redigere e inviare a Roma (e ai tribunali locali dell'Inquisizione) l'inventario dettagliato dei libri in loro possesso. I testi giudicati pericolosi venivano inseriti nelle liste dei libri prohibiti e confiscati. Ma quali erano questi libri sequestrati alla Civitella? Nel monastero teatino emersero in particolare edizioni a stampa e manoscritti legati al filosofo spagnolo Raimondo Lullo (Ramon Llull) e alla tradizione pseudo-lulliana. I testi ufficialmente censurati e registrati nel verbale furono: 

(1) Practica compendiosa artis Raymundi Lul e cioè un'opera che applicava l'arte combinatoria di Lullo. L'Inquisizione diffidava fortemente di questo sistema: la pretesa di Lullo di dimostrare i dogmi di fede attraverso un meccanismo logico e universale (fatto di cerchi rotanti e lettere) veniva scambiata, o talvolta usata dai monaci, come una forma di cabala cristiana o crittografia magica.

(2) Ars iuris, ossia un compendio stampato a Roma nel 1516 che cercava di applicare l'arte intellettuale e combinatoria di Lullo al diritto canonico e civile. Nel tardo Cinquecento, il nome di Raimondo Lullo era stato associato ingiustamente a una massiccia produzione di trattati di alchimia, trasmutazione dei metalli e magia naturale. I monaci, compresi quelli della Civitella, utilizzavano questi testi scientifici per studiare la struttura dell'universo attraverso la logica combinatoria, ma anche per praticare discipline ermetiche e protoscientifiche all'interno della segretezza delle mura del convento. Per l'Inquisizione, possedere la Practica compendiosa significava esporsi al peccato di superbia intellettuale e al rischio di evocazioni demoniache camuffate da scienza. Oggi, i manoscritti d'inventario e le analisi storiche su questi specifici sequestri nei conventi italiani (compreso quello di Chieti) sono rintracciabili nei cataloghi d'archivio e in collezioni storiche come quelle della Biblioteca Nacional de España (dove ho potuto rinvenire siffatte fonti relative a Chieti), che conserva i registri delle ispezioni della censura ecclesiastica nell'Italia meridionale spagnola. Ciò che mi appare molto strano è il fatto che l'inquisizione spagnola, molto più rigorosa di quella romana, si rifiutò di applicare la censura nei suoi territori, poiché considerava Lullo un pilastro della mistica nazionale. A causa di queste enormi pressioni politiche, le sue opere autentiche furono successivamente rimosse dall'Indice generale. A questo punto mi viene da fare una personalissima considerazione: colui che inserì nell'indice dei libri proibiti i testi custoditi all'interno della biblioteca celestina di Chieti era un papa che conosceva molto bene ciò che accadeva sul suolo teatino, il suo nome era Gian Pietro Carafa, un pontefice che si distinse per rigidità e intransigenza, caratteristiche che emergevano già al tempo del suo episcopato teatino e chissà se tra lui e i Celestini della Civitella non corresse affatto buon sangue. È un caso, infatti, se i volumi di Lullo vennero riabilitati solo dopo la morte di Paolo IV?

20 agosto 2026

Fraine, Santuario di S.Maria Mater Domini.

Archivio Leonardo Tilli 

Color F.Marino 

Immagini di Vasto dell'Archivio Storico Istituto Luce, 1928.

Torrione (Torre di Bassano), 1928
 
Castello, 1928

Chiesa di S. Giuseppe: portale e rosone, 1928

Marina (Trabocco), 1928

S.Nicola della Meta (con lo scoglio spaccato), 1928

Il faro di Punta Penna, 1928

Marino Valentini, Il giovane Gabriele D'Annunzio e gli esami di licenza ginnasiale da privatista al Liceo G.B. Vico di Chieti .

Il giovane Gabriele D'Annunzio e gli esami di licenza ginnasiale da privatista al Liceo G.B. Vico di Chieti
di Marino Valentini 

Molti si chiedono come mai D'Annunzio, pur frequentando il Ginnasio al Collegio di Prato, preferì sostenere gli esami di licenza ginnasiale al Liceo G.B. Vico di Chieti e per giunta da privatista.
Gabriele D'Annunzio sostenne l'esame a Chieti nell'ottobre del 1878 per una precisa ragione strategica: voleva accorciare i tempi del suo percorso scolastico attraverso il salto della quinta ginnasiale per passare direttamente al liceo.
Non si trattò di un trasferimento definitivo, ma di un espediente temporaneo gestito insieme alla famiglia durante le vacanze estive in Abruzzo.
Il motivo per cui scelse la commissione del Liceo G.B. Vico di Chieti anziché muoversi all'interno del proprio istituto a Prato risponde a dinamiche ben precise:
In primo luogo prevalse il desiderio di "saltare" un anno visto che
D'Annunzio era un allievo eccezionalmente dotato, ambizioso e insofferente verso i tempi lunghi della scuola. Avendo completato la quarta ginnasiale a Prato nel giugno del 1878, decise di sfruttare i mesi estivi trascorsi a casa in Abruzzo, per studiare privatamente l'intero programma della classe successiva. Sostenendo l'esame da privatista a ottobre, ottenne la licenza ginnasiale saltando l'intero anno della quinta ginnasio.
In secondo luogo c'erano le regole interne del Collegio Cicognini di Prato, cioè una struttura d'élite statale estremamente rigida e legata alla progressione ordinaria dei trimestri per gli alunni interni. Non permetteva facilmente deroghe interne o esami di salto per i propri convittori durante le sessioni estive o autunnali. Per fare il "salto", la strada più semplice per la famiglia D'Annunzio era presentare la domanda da privatista in un istituto regio esterno durante il periodo di rientro a casa.
Il Regio Liceo di Chieti era la sede d'esame statale più vicina a casa e inoltre la più prestigiosa e autorevole d'Abruzzo. Sostenere la prova a Chieti a ottobre gli permise di fare l'esame "in casa" prima di rimettersi in viaggio.
Una volta superata la licenza ginnasiale a Chieti a pieni voti (con la media dell'8,8), il piano si compì con successo. Nel novembre del 1878 D'Annunzio tornò in Toscana e si ripresentò al Cicognini di Prato: forte del titolo legale ottenuto in Abruzzo, venne iscritto direttamente alla prima classe del Liceo, risparmiando un intero anno di corso e diplomandosi regolarmente a Prato nel 1881. A proposito della votazione finale conseguita a Chieti, va detto che il giovane Gabriele sfiorò addirittura la media del 10, "rovinata" da un 8 in una materia che non t'aspetti: composizione italiana!

19 agosto 2026

Vasto, Bersò di Porta Catena.

coll. Ida Candeloro

Luigi Murolo, Sulla Costa Continua

SULLA COSTA CONTINUA

di Luigi Murolo,  6 luglio 2022

«Ceci n’est pas une pipe» aveva scritto nella didascalia di una sua celeberrima tela René Magritte, ponendo al centro l’incolmabile differenza tra un oggetto e la sua rappresentazione. Al che, di fronte all’immagine qui proposta, potremmo cercare di parafrasarla affermando: «questa non è una muratura». In effetti, non è una semplice muratura. Ma un paramento laterizio sopravvissuto a un terribile movimento franoso. Lo testimonia la fenditura che l’attraversa verticalmente. Non solo. Ma determinante è anche la stessa consustanzialità che mostra con la fondazione su cui poggia! Che cosa vuol dire tutto questo? Che stiamo discorrendo di una muratura talmente elastica capace di reggere alla violentissima spinta della frana del 1816 (fig. 1). 

fig.1

Non solo un resto archeologico; ma la traccia superstite degli effetti di una catastrofe consumata in tre giorni: dal 1° al 3 aprile di quell’anno.

Per farla breve, possiamo ricordare che, nel torno di un centinaio di metri, erano sparite la cosiddetta «Torretta di Santa Lucia» e la vecchia peschiera che sarebbe stata ricostruita in fonte, dopo un precedente tentativo fallito (1820), nel 1849 dal sindaco Pietro Muzii. Ora, non sappiamo se il resto della cappella di Madonna della Neve (questo il titolo della piccola chiesa di campagna di cui si sta discutendo) fosse caduta interamente nell’immediatezza della frana oppure in qualche giorno. Possiamo solo dire che la pala d’altare sarebbe stata subitaneamente trasferita nella chiesa di S. Maria Maggiore e restaurata solo nel 1882 dalla Confraternita del Gonfalone sotto l’amministrazione dei sigg. Ialacci e Vinciguerra (figg. 2-3). 

fig.2

fig.3

Proprio come sarebbe capitato alla cappella di Cona di mare [fig. 4], 

fig. 4

i cui resti – divenuti muratura di un’abitazione oggi abbandonata in via Gaetano Braga (fig. 5) 

fig. 5

– sono visibili nella loro struttura quattrocentesca (blocchi di tufo grossolanamente squadrati si incastrano con pietrame vario legati da calcimonio – una marna calcarea locale – [fig.6]).

fig.6

La stessa icona, un trittico dalla cadenza bizantina [fig. 7] 

fig. 7

– di cui risulta autore nel 1505, Michele Greco da Valona – sarebbe stata ricollocata nell’allora neonata parrocchia unica di S. Giuseppe (restaurata, tra l’altro, solo nel 1984).

Fino a prima della frana, la Madonna della Neve costituiva una contrada extraurbana con denominazione propria. Lo si apprende dal Catasto napoleonico (1813) [fig. 8]. 

fig. 8

Solo dopo l’aprile del catastrofico evento, si assisterà a un rimescolamento toponomastico, una volta defunzionalizzata la cappella, divenendo essa stessa parte integrante della “Costa del Contino” (Costa Continua).

Il ripristino di questa strada si dipana oggi dalla Madonna della Neve fino al Villino Crisci [fig. 9] 

fig. 9

con stemma comitale [fig.10]. 

fig. 10

Si tratta ora di identificare la sua prosecuzione fino alla Spiaggia.

In tal senso, dal villino Crisci piega verso sud per un centinaio di metri fino al viottolo intitolato al citato musicista Gaetano Braga. Qui si incontrano i resti della muratura appartenuta alla cappella di Cona di Mare. Come tutte le “cone” (cappelle d’angolo) si svolta. In questo caso, a sinistra. Si percorre via Braga; si attraversa la ss. 16, si raggiunge via F. P. Tosti [fig. 11] 

fig. 11

una stradina oggi chiusa da una villa che incorpora l’antico tracciato. Si scende fino alla via verde, si attraversa e si raggiunge una vecchia scalinata con gradini di legno e si raggiunge il termine che è dato dalla spiaggia [fig. 12].

fig. 12

Come si fa a profilare tale percorso? È sufficiente leggere ciò che scrive lo storico Luigi Marchesani (p. 229) a proposito della nuova strada per la marina costruita tra il 1822 e il 1829

«Da Portanova incomincia: passa innanzi la Sottintendenza e Madonna delle Grazie; indi descritta una curva, lascia alla destra la città, dalla quale, giù andando, diverge; diritta, diritta progredisce quasi fino alla distrutta Cona di mare; poi, segnata più stretta curva, discende nel lido».

Riferendoci alla toponomastica attuale, quella che un tempo era “nuova strada” si snoda attraverso il seguente tracciato. Da Porta Nuova, scende per via Roma, via Magnacervo, via Istonia, via Donizetti e svolta in via Gaetano Braga innestandosi, presso i resti di Cona di Mare, lungo la Costa del Contino per giungere alla spiaggia. Ma c’è di più. Nel 1834, la Provincia di Chieti presenta un progetto firmato dall’ing. Tommaso Tenore che, dal punto terminale della Costa del Contino alla Marina, conduce fino al Trigno, riconnettendo amministrativamente il tracciato precedente non più al comune, ma a alla provincia. Il documento, conservato presso l’Archivio di Stato di Chieti [fig. 13],

fig. 13

presenta la torsione a gomito che la strada presenta all’incrocio con i resti di Cona di Mare. E che da lì, attraverso la Costa del Contino, continuava a garantire il rapporto diretto tra il porto di barche della marina e la città. Un’ultima considerazione di topologia storica. La via verso la vecchia stazione (Piazza Fiume) verrà realizzata nel 1881, 17 anni dopo l’inaugurazione della Stazione ferroviaria avvenuta il 25 aprile 1864, a compimento della tratta Ortona-Foggia (a tal proposito, vale la pena ricordare che, intorno agli anni Ottanta del sec. XIX, sarebbe iniziata l’edificazione del Rione Marina destinato ai pescatori nell’area oggi denominata via Ortona. Una rarissima foto di fine Ottocento ritrae l’incontro tra grossisti e i lavoratori del mare [fig. 14]).

fig. 14

Definito l’antico percorso della Costa del Contino, ci accorgiamo che due cappelle mariane ne costituiscono i segnavia. In basso la Madonna della Misericordia, a Cona di Mare, protettrice dei pescatori. Non dimentichiamo che il trittico, con al centro la Vergine, a sinistra S. Caterina martire, e a destra S. Nicola, era stato realizzato da un cristiano in fuga attraverso l’Adriatico dagli Ottomani. In alto, la Madonna della Neve, protettrice degli ortolani. A conti fatti, una sorta di percorso sacrato in cui mare e terra avevano incrociato le loro culture.

Una via in battuto di terrà frequentata? Probabilmente sì! «Scucchǝle» e «Risajapanérǝ» scendevano e non tornavano a mani vuote. I primi, pescatori adulti con la loro “ścaffétta”; i secondi, giovanissimi mozzi di bordo che, per necessità, si trasformavano in portatori del pescato sulla testa con canestri di canne appositamente predisposti. Un mondo di fatica e di sudore oggi assolutamente inimmaginabile. Con gli ortolani, al contrario, che, con “vetture” (cavalli o asini) o “vetturette” (muli), trasportavano al mercato i “bagonzi” (bigonce) ricolmi dei loro prodotti. Di cui ne ha tracciato un delicatissimo ricordo, anche se di tempi molto più recenti, Paolo D’Adamo in memoria della “vettura” cara al nonno. Ma lì ci troviamo in altra zona. Figuriamoci. Lungo la “calatora” di Casarza.

Una cosa mi son sempre detto. Io e i miei coetanei, abbiamo vissuto lo stesso mondo dei nostri genitori e dei nostri avi. Abbiamo fatto gli stessi giochi (parlo di quelli che se lo potevano permettere). Abbiamo percorso gli stessi viottoli di campagna (si era persa la memoria di Cona a Mare, non della strada!). Oggi … oggi … lasciamo perdere. Che cosa resta? Continuiamo a percorrere fin quado è possibile (in salita, probabilmente no) la via di quel mondo perduto. Di cui possiamo dire solo bene. Perché si tratta di un vero e proprio recupero.

Le immagini pubblicate seguono l'ordine indicato nel testo.

Da: Luigi Murolo Facebook

Le Golfe de Venise, Nicolas Sanson, Alexis Hubert Jaillot da Coronelli, 1696.

Le Golfe de Venise, Nicolas Sanson, Alexis Hubert Jaillot da Coronelli, 1696.

Golfo di Venezia, particolare - Abruzzo citeriore

16 agosto 2026

Vasto, Piazza Diomede, Corso De Parma e Piazza Cavour. Festa di Santa Maria Incoronata, 26 Aprile 1913. Foto di Nicola Anelli (1870-1938).

Vasto, foto di Nicola Anelli da Palazzo Palmieri, 26 Aprile 1913,
color Filippo Marino

Vasto, Piazza Cavour (poi Rossetti). Festa di Santa Maria Incoronata, 26 Aprile 1913, 
foto di Nicola Anelli, color Filippo Marino

Filippo Palizzi, (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 11 settembre 1899).

Filippo Palizzi, (Vasto, 16 giugno 1818 – Napoli, 11 settembre 1899).

Nicola Salerni, Fontana pubblica di Villalfonsina, 1977.



Nicola Salerni, Fontana pubblica di Villalfonsina, 1977, olio su tela , collezione privata.





il cane

12 agosto 2026

Vasto stellata.

Aage Bertelsen, Una scena della scalinata di Civita d'Antino, 1913.

Aage Bertelsen, Una scena della scalinata di Civita d'Antino, 1913. 



Aage Bertelsen, (1873 - 1945) 

Una scena della scalinata di Civita d'Antino, 1913

Olio su tela, cm 38,5x42

Collezione privata.



Aage Bertelsen, Una scena della scalinata di Civita d'Antino, 1913. 

10 agosto 2026

Vasto, la Bagnante.


Padre Simone Mascetta e il film Mission.


È piaciuto a chi l’ha visto. Parlo del film Oscar nel 1988 Mission che ebbe tra i protagonisti Robert De Niro. Le musiche furono scritte e dirette da Ennio Morricone. De Niro faceva la parte di un ex schiavista che si convertì al cristianesimo. Il protagonista, un gesuita, ebbe come attore bravissimo Jeremy Irons che impersonava padre Gabriel. In realtà quel religioso, per la storia, era padre Simone Mascetta, nato a Castilenti, in provincia di Teramo a fine 500 e protagonista di una rivoluzione condotta dai gesuiti in una parte nascosta del Paraguay che vide i Guaranì passare da schiavi degli spagnoli e dei portoghesi a uomini liberi, insieme a una comunità di religiosi. Padre Simone fu mandato lì da un altro abruzzese famoso, Claudio Acquaviva, quinto generale della Compagnia di Gesù nato ad Atri. Il giovane di Castilenti scrisse al “pezzo grosso” dei gesuiti chiedendo di andare in India. Claudio decise di indirizzare il giovane verso una missione particolare in Paraguay. Nacquero le “riduzioni”, un esperimento, riuscito, che vedeva religiosi e una popolazione non cristiana, dividere tutto. Dal cibo, alle coltivazioni, dalla non violenza al rispetto reciproco. La storia di padre Simone Mascetta è racchiusa in un libro scritto da Antonio Di Donato, edito da Hatria di Atri.






Un’antica chiesa sepolta a Lanciano: la Collegiata della Santissima Annunziata e lo scultore Pietro Follacrani.

Veduta di Lanciano di G. Pacichelli, color by F.Marino

Un’antica chiesa sepolta a Lanciano: la Collegiata della Santissima Annunziata e lo scultore Pietro Follacrani.
di Angelo iocco
Segue in Pdf