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3 aprile 2025

Società Automobilistica Gissana: Linea autobus Vasto - Gissi - Castiglione Messer Marino - Agnone, 1923 -1930

Società Automobilistica Gissana: Linea autobus Vasto - Gissi - Castiglione Messer Marino - Agnone, 06.03.1923.


Società Automobilistica Gissana: Linea autobus Vasto - Gissi -  Agnone, 1930, 
Autista Luigi Mancini.

2 aprile 2025

Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.

Mappa Ortona, Lanciano, Vasto, 1926.

Luigi Vittorio Bertarelli "Guida d'Italia" per il Touring Club Italiano, relativa all'Italia Meridionale, vol. I, edito dalla Tipografia del Cav. Carlo Sironi a Milano nel 1926, I edizione.
Litografia a colori originale d'epoca (1926) dell'Officina G.Ricordi & C. di Milano.
Misure del foglio cm. 15,5x20,5.

30 marzo 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna.


Il Gruppo folkloristico di Orsogna in sfilata a Firenze nel 1930

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna

di Angelo Iocco

La cittadina di Orsogna è da considerarsi tra i paesi abruzzesi, dove la vocalità e la tradizione della canzone abruzzese si conserva con freschezza e rispetto della tradizione. Centro devoto a Maria, per la presenza della tradizionale Sagra dei Talami, che affonda le radici a quei riti propiziatori popolari, e alle rappresentazioni Sacre bibliche del XVI secolo introdotte dai Padri Paolotti nella distrutta chiesa della Madonna del Rifugio, Orsogna sin dai primi saggi studiosi del canto e delle tradizioni abruzzesi, apparsi nel secondo Ottocento, è stata al centro dell’attenzione, risaltando per i suoi abiti tradizionali variopinti, per i magnifici gioielli, per le “sciacquajje d’ore” (gli orecchini pendenti), e specialmente per il canto.

Orsogna, la Fonte con il faccione disegnato da Taddeo Salvini, prima della guerra. Donne in abito tipico.


Non oscure sono anche le testimonianze registrate, ad esempio dall’Istituto Luce, quando negli anni ’20 il Cav. Vincenzo Melocchi di Pizzoferrato andava con la Teatina film andava riprendendo ciò che di meglio si conservava in Abruzzo[1]. Tra questi, Orosgna appare in una rappresentazione del matrimonio abruzzese, con la sfilata di un corteo dalla Torre Di Bene, e con un successivo ballo della saltarella. In un alto filmato sonoro si esegue il canto popolare Mo ve’…mo va’…, in un altro ancora dal titolo Vespro abruzzese, appare il Convento dell’Annunziata di Orsogna, meta di pellegrinaggi il giorno dell’Annunciazione a Maria e il Lunedì in albis, in un altro ancora, muto, la Sagra dei Talami. I canti della tradizione orsognese che avremo modo di vedere, attingono a fonti comuni, e sono oggi abbastanza noti in tutto Abruzzo. Ma è il timbro vocale, e la tonalità tipica ascendente delle popolazioni affacciata sull’Adriatico che rendono queste esecuzioni uniche. Essi sono il citato Mo ve…mo va…, La jerve a lu cannete, Maria Nicola, Ti li so’ ditte, Tutte le funtanelle, e infine il cosiddetto inno orsognese: Aria marine, aria di muntagne (Bbone Ursogne).

Questi canti costituiscono il repertorio della Corale “La figlia di Jorio” di Orsogna, la prima corale folkloristica abruzzese a essere ufficialmente nata all’alba delle Maggiolate abruzzesi di Ortona. La sua storia è stata tracciata da Plinio Silverii (1926-2002) nel suo volumetto Orsogna in costume, tip. Brandolini 1981. Il Coro nasce nel ’20, precedentemente si pensava fosse nato nel 1929 insieme alla Corale di Poggiofiorito, tanto che ci fu anche un’importante manifestazione al teatro comunale nel 1979 per festeggiare i 50 anni. Pare che la prima esibizione fu in una festa paesana di S. Antonio di Padova a contrada La Roma di Casoli, poi immediatamente la Corale prese il volo per le manifestazioni, alla Settimana abruzzese di Pescara del 1923, a Firenze nel 1930, nello stesso anno a Roma al Quirinale insieme a un Talamo realizzato per le nozze del Principe Umberto II, a Napoli in piazza Plebiscito, al Museo Belliniano di Catania, alla Rassegna dei Cori di Roma a piazza Siena nel 1938 per la visita di Hitler, al Vittoriale di Gardone Riviera nel 1950. Nella commemorazione del 1979 vi tenne al teatro un convegno con i proff. Ernesto Giammarco, Benito Lanci, Giuseppino Mincione, Franco Potenza, Padre Donato (Giuseppe) Di Pasquale OFM, successivamente si rappresenta una commedia di Plinio Silverii, e infine il canto orsognese Bbone Ursogne.

27 marzo 2025

Storie di brigantaggio, Furci, 1864.

Storie di brigantaggio, Furci, 1864

Questa storia accaduta nel 1864 merita di essere raccontata …
Un articolo apparso su “L’Italiano - Gazzetta del Popolo”, del 18 settembre del 1864, ci introduce alla storia: “Dagli Abruzzi riceviamo sempre cattive notizie sulle condizioni del brigantaggio. … ora sentiamo che nelle terre di Furci va formandosi una comitiva piuttosto numerosa, la quale ha già dato segni non dubbii della sua natura feroce. Questa comitiva non sembra aver nelle sue file che una quindicina di malfattori i quali sono mal vestiti e pessimamente armati. Il loro capo non si conosce; ma sembra essere un ex-gendarme borbonico. Nella prima settimana del corrente mese quella bordaglia recavasi alla cascina di un tal Pasquale Di Santo. Costui viveva insieme alla nuora e non s’aspettava in quel momento una visita tanto poco gradita. La nuora chiamavasi Filomena Galese (in realtà Filomena Angela Gallese), donna di buoni costumi e educata alle nuove idee. Forse questa sarà stata la cagione che i briganti assassinarono quei due malcapitati facendone uno scempio che non vogliamo narrare, perché stanchi di registrar tali avvenimenti “. Cosa era realmente accaduto? Arriviamo alla ore 23 del 30 agosto del 1864. La casa di Pasquale Di Santo viene accerchiata dai “briganti”. Perché? Due furono le tesi: la prima, accreditata dalla forze dell’ordine, fu quella che volessero solo rapinarli (ma è davvero difficile crederlo vista la situazione economica di estrema umiltà della famiglia); la seconda, da testimonianze di “briganti” arrestati, “per spionaggio in favore della forza pubblica” o come altri dissero “perché spie piemontiste”(Le generose taglie, la speranza di veder emendate le proprie colpe o anche il semplice desiderio di vendetta alimentarono le moltissime delazioni). Sta di fatto che la resistenza di Pasquale Di Santo non ebbe successo. I “briganti” riuscirono, ben presto, ad entrare nell’abitazione. Pasquale venne subito finito a colpi di fucile. La giovane nuora venne prima brutalmente violentata e poi uccisa. Secondo alcuni riscontri delle forze dell’ordine “con successivo taglio delle orecchie per entrambi”. Come in molte vicende dell’epoca solo nomi e pochissimo altro. Oggi noi aggiungiamo qualche dato sulle due vittime: 1) Pasquale Di Santo (all’epoca sessantaduenne “contadino” era figlio di Luigi e Caterina e vedovo di Celeste Argentieri); 2) Filomena Angela Gallese (ventiduenne “contadina” era figlia di Angelo e Rosa Argentieri – aveva spostato Antonio Di Sante, di due anni più grande di lei, il 19 gennaio del 1861 – il 27 dicembre del 1862 nacque dal matrimonio una bimba a cui fu dato il nome di Celeste – quando Filomena Angela fu assassinata era probabilmente incinta).
Gli atti di morte furono ratificati dall'allora Sindaco di Furci Scipione Ciancaglini con la scritta "ucciso/uccisa dai briganti".
Va ricordato che inaudite violenze vennero perpetrate da tutte le parti in campo.
Scipione Ciancaglini, 1850, coll. Francesco Amorosi

22 marzo 2025

Primo Levi, Abruzzo forte e gentile: impressioni d'occhio e di cuore, 1883.

copertina di F.P. Michetti, 1882 c.
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“Abruzzo Forte e Gentile”

Chi inventò il famoso detto che identifica la nostra terra?

«V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, semplicità ed efficacia, una parola consacrata dalla intenzione degli onesti a designare molte cose buone, molte cose necessarie: è la parola Forza
Epperò, s’è detto e si dice il forte Abruzzo.
V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà è la parola Gentilezza
Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, dico io: Abruzzo Forte e Gentile.» (1, Ave).

Questo è l’inizio di un racconto, o meglio ancora, una raccolta di appunti di viaggio messi insieme da un giornalista e diplomatico ferrarese il cui nome è Primo Levi.

Primo Levi
Primo Levi

Badate bene a non confonderlo con il chimico partigiano nato esattamente due anni dopo la morte del primo. Per essere ancora più precisi, noi stiamo parlando dell’intellettuale che nel 1883, reduce da un viaggio in Abruzzo, pubblicò un libretto dal titolo “Abruzzo forte e gentileimpressioni di occhio e di cuore”.

Il libro, non dato più alle ristampe, si compone di ventidue capitoli all’interno dei quali sono contenuti un indice delle persone incontrate durante il viaggio ed un altro delle località visitate o menzionate nel racconto. Una sorta di diario di viaggio la cui illustrazione in copertina è firmata da Francesco Paolo Michetti, pittore e fotografo abruzzese, nato a Tocco da Casauria (PE).

Primo Levi, autore di “Abruzzo forte e gentile, era figlio di una famiglia di commercianti di origine ebraica, e distintosi per la sua arguta penna e il suo grande ingegno, portò avanti l’attività di fervente giornalista.

Amico di Crispi, che gli garantì una gran carriera al Ministero degli Esteri da affiancare a quella giornalistica, si circondò di alcuni tra i maggiori intellettuali della sua epoca, tra cui molti abruzzesi come Gabriele d’Annunzio, Teofilo Patini e il già citato Francesco Paolo Michetti.

Copertina del libro di Primo Levi
“Abruzzo forte e gentile, impressioni di occhio e di cuore”

Il suo è un sapiente esempio di reportage destinato a presentare una chiara immagine della regione Abruzzo di ieri, un’immagine legata ad un motto che ancora oggi ci identifica.

La gentilezza, dunque, che si mischia alla forza, dove per forza si intende la resilienza, la capacità di resistere ai destini avversi. Alla base di questa forza c’è la tenacia, unita a qualcosa che sa muovere oltre le tacite forme di rassegnazione, ovvero il coraggio. È così che Primo Levi ci ha descritti ed è così che noi abruzzesi ci definiamo tutt’oggi. Conservare questa espressione nella nostra memoria non è un ritorno al passato o una forma di esasperato campanilismo, ma è uno dei più autentici modi che abbiamo per continuare a far vivere quanto di più onesto e vero resiste ancora nella nostra terra, nei nostri paesi, tra le nostre strade e in mezzo alla nostra gente, forte e gentile.

Francesca Liberatore

12 marzo 2025

Vasto: Giuseppe (Peppino) Nasci

Vasto: Giuseppe (Peppino) Nasci

Maurizio Ciccarone, PALAZZO DE NARDIS-CICCARONE TRA STORIA E RICORDI DI FAMIGLIA.

Facciata di Palazzo Ciccarone, 1929.
 

PALAZZO DE NARDIS-CICCARONE TRA STORIA E RICORDI DI FAMIGLIA

di Maurizio Ciccarone

Il Palazzo “de Nardis-Ciccarone è ubicato in corso del Plebiscito 34. Il nome della strada fu cambiato dopo l'unità d'Italia, essendosi svolte in questa via, in un basso edificio non più esistente di fronte al Palazzo,  le operazioni di voto per l'annessione  del Regno delle Due Sicilie al Regno d' Italia. Il vecchio nome della strada e del quartiere adiacente era via San Giovanni, da una chiesa di tale nome, che si trovava nei paraggi, nei pressi dell’incrocio con l’attuale corso Dante, più o meno dove fino ad alcuni decenni fa, come ricordano i vastesi diversamente giovani, esisteva una farmacia che era originariamente Farmacia d’Ettorre, essendo stata stata successivamente, dopo la morte del titolare, acquistata dal dottor Leone, venuto a Vasto dal Molise e più precisamente da Guglionesi,  era  diventata Farmacia Leone. In quella zona di Vasto vi erano allora vari luoghi di culto, specialmente conventi: vi era quello di Santo Spirito, ubicato dove si trovano attualmente il Teatro Gabriele Rossetti ed il nuovo parcheggio di via Aimone, che occupa quello che era il chiostro del monastero, il convento del Carmine, dove per un certo periodo operò un liceo, istituito per interessamento dei d'Avalos e tenuto dai Padri Lucchesi; esso fu chiuso poi con la soppressione degli ordini religiosi sotto Gioacchino Murat, il monastero dei frati ospitalieri di san Giovanni da Gerusalemme, ordine dedito alla cura dei malati ed all’accoglienza di eventuale pellegrini, passato poi ai domenicani, trasformato successivamente in Palazzo dai Rulli con l’annessa chiesa, dedicata attualmente a Santa Filomena, ma chiamata dai Vastesi Genova-Rulli, il convento di Sant' Antonio di cui fu Priore un de Nardis, componente della famiglia che costruì il palazzo de Nardis-Ciccarone; egli decorò la chiesa, unica parte del monastero ancora esistente, con dei riquadri in stucco che si possono tuttora osservare; il convento annesso, fu poi trasformato ed adibito  prima a Sottoprefettura, successivamente fu sede dell'Istituto Tecnico Commerciale, tale edificio occupava il sito dove si possono ora visitare le Terme Romane. Il quartiere occupa la parte centrale dell'antica Histonium; tipicamente romano è l'impianto urbanistico  con strade ampie e diritte gli incroci ortogonali delle strade, resti di “opus reticolatum” sono visibili verso la fine di via Anelli, posta a sinistra di chi osserva la facciata del palazzo ed in varie altre parti del quartiere. Di fronte al palazzo, al di là di alcuni bassi edifici, correvano le mura  della Vasto medievale, fatte costruite da Giacomo Caldora, allineate, verso Nord, lungo la linea che va dalla torre Damante a quella di Santo Spirito ed a Sud verso il castello.

Sotto il piano stradale di corso Plebiscito, davanti al palazzo e subito al di qua delle mura, vi erano dei magazzini dove veniva conservato il frumento  ed altri generi di prima necessità,  venivano per questo chiamate fosse del grano; queste furono adibite successivamente a cantine dai proprietari dei palazzi situati all’altro lato della strada. Quando il comune costruì la rete idrica, una semplice conduttura di piombo che passava al centro della strada sopra tali fosse, il tubo sospeso nel vuoto si ruppe, allagando tali locali ed imbibendo le fondamenta del palazzo, mettendo così a repentaglio la staticità dell’edificio che dovette essere puntellato. Successivamente il Comune, condannato per i danni provocati, si  accordò per pagare le spese per i lavori necessari a riparare lo stabile dai danni provocati.

 Il palazzo venne costruito nel Settecento dai De Nardis appartenenti ad una ricca famiglia, originaria di Barete nell’Aquilano, e si era qui trasferita assieme a dei loro parenti i Trecco, essi acquistarono anche verso l’Incoronata dei terreni nella contrada che da loro prende il nome di Villa De Nardis.

  Come scrive nelle sue memorie Francesco Ciccarone, la nostra famiglia e, specificatamente Francesco Paolo Ciccarone, sicuramente non si sarebbe mossa da da Scerni, se non ve lo avessero spinto dissapori familiari con alcuni cugini e tristi fatti che insanguinarono la sua casa, quando due suoi germani Cassiodoro e Giuseppe furono uccisi dai fratelli Prassede ed egli stesso corse tale rischio. Il duplice omicidio fu eseguito su commissione dei Marchesi d’Avalos, nel fallito tentativo di impossessarsi  di alcuni documenti inerenti una causa che li vedeva contrapposti al comune di Scerni per la proprietà di alcuni terreni. Questi fratelli avevano già trucidato il notaio Boschetti di Cupello, presso la cui abitazione in un primo momento pensavano si trovasse il documento. Questo in realtà era nelle mani della nostra famiglia e venne poi consegnato al prefetto di Chieti, cosìcchè la lite, che tanti lutti aveva provocato, si chiuse felicemente per il comune di Scerni. 

  L'intenzione  di non muoversi da Scerni  è avvalorata d’altro canto dalla decisione presa poco tempo prima di tali avvenimenti, da parte Francesco Paolo Ciccarone, di acquistare lì, proprio dai d’Avalos, il palazzo-castello marchesale ancora esistente e riconoscibile da una torre angolare con un bel balcone in ferro battuto; i marenghi necessari all'acquisto, avvolti in un rotolo, erano stati rinchiusi in cassaforte da don Cassiodoro prima di andare a dormire. Sentendo poi nella notte dal piano sottostante dei rumori , egli si mosse dalla camera da letto e si trovò così di fronte uno dei Prassede, che nascosto aveva osservato dal di fuori le mosse del sacerdote, il malvivente lo freddò; dopo averlo ucciso essi si impadronirono delle monete d'oro, ma non riuscirono a trovare le carte che cercavano.

  Trasferitosi  Francesco Paolo a Vasto, non ebbero fine le persecuzioni da parte dei  Prassede, che più volte cercarono di aggredirlo, una volta addirittura a Roma, dove uno di essi lo aveva seguito. Due dei fratelli furono alla fine arrestati e giustiziati a Chieti, dove erano stati rinchiusi: I parenti degli uccisi furono invitati all'esecuzione; al contrario della vedova del Boschetti che seguì il triste spettacolo da una finestra, il nostro trisavolo non volle andarvi.

  L'ultimo dei fratelli Prassede fu ucciso dal superstite fratello, Francesco Paolo che, informato del fatto che l'assassino si aggirava a Vasto nella zona di Santa Lucia, allora piena campagna, vi si avviò, accompagnato da  Isidoro Barbarotta, esimio cacciatore. Arrivarono verso il luogo dove l’assassino era stato avvistato, e si appostarono a poca distanza l'uno dall'altro. Avvistarono il Prassede, nascosto con la sua arma dietro un albero; partirono, quasi simultaneamente tre colpi, due dei quali andarono a segno, uccidendo l'assassino.

  Si stabilì quindi a Vasto, lasciando affidata la cura dei propri interessi a Scerni al fratello superstite Antonio Maria; Francesco Paolo, che aveva nel frattempo sposato Michelina Volpe di Calascio, prese casa dapprima a Palazzo d’Avalos nel mezzanino sopra l’attuale museo, occupato fino ad alcuni decenni fa dai Di Michele, successivamente vicino a piazza Caprioli al Palazzo Celano poi Pantini, successivamente a palazzo Barbarotta nell'omonima via. Vissero per un certo periodo anche in via Vittorio Veneto in un edificio all’angolo con via Giulia,  dove nel 1821 venne alla luce il primo Ciccarone nato a Vasto, mio bisnonno Silvio. Questa casa venne poi ceduta da nonno Francesco che vendette in seguito anche alcuni terreni lì intorno, lungo via delle Croci.

 Finalmente nel 1823 fu acquistata gran parte della casa in via Plebiscito da Antonia de Nardis, ultima componente di tale famiglia; l'edificio era allora molto diverso da come si presenta attualmente, il secondo piano era molto più basso; come ancora si può vedere in via San Francesco, non sopravanzava la linea di grondaia ancora visibile al di sopra della chiesa di San Teodoro; osservando attentamente la parete si scorge come accanto alle finestre del secondo piano il muro sia stato scalpellato per buttar giù la vecchia grondaia e sopraelevare il secondo piano; guardando da una certa distanza la facciata si può poi osservare come sopra la parte centrale ci sia un soppalco fatto eseguire da Francesco Paolo Ciccarone per costruire un grande salone con una volta molto più alta di quella delle altre camere. Tali lavori furono realizzati una ventina di anni dopo l’acquisto e furono completati con la sostituzione della scalinata, precedentemente più semplice e posta vicino al portone d’ingresso, con quella attuale più imponente e scenografica; tale modifica portò alla necessità di realizzare delle scale al di là dei portoncini di ingresso del primo piano ed il sacrificio degli stucchi che decoravano le volte. Tali lavori dovevano conferire all’edificio un aspetto di solennità che fosse un segno tangibile della posizione economico-sociale raggiunta dalla famiglia.

  Francesco Paolo ospitò lì per vari anni il nipote Pompeo Conti Ciccarone, futuro sindaco di Vasto, rimasto orfano della madre Giustina Felicia, morta di parto, e del padre, un Conti originario di Carunchio; egli si addottorò all’Aquila e svolse poi la professione di avvocato.

  Nonno Francesco nelle sue memorie racconta  come, prima di tali lavori, quasi tutta la parte che occupa attualmente il secondo piano erano veri e propri soffitti, adibiti addirittura a pollaio e deposito di cose vecchie ed ingombranti, salvo una piccola parte dove esisteva anche una stanza, adibita attualmente a biblioteca, che costituiva la camera da letto dell'arcidiacono de Nardis. Si racconta che, nella notte che precedette la sua morte, queste camere, dove egli era rimasto solo, venissero svaligiate da alcuni vicini di casa che riuscirono a penetrare dai tetti.

 Francesco Paolo Ciccarone, noto carbonaro, che aveva partecipato anche agli ordini di Ettore Carafa, alla difesa della Repubblica Partenopea alla fortezza di Pescara, per le sue risapute idee liberali era tenuto d’occhio dalla Polizia borbonica che più volte visitò, in seguito alla delazione di personale di servizio, il Palazzo alla ricerca di documenti compromettenti, ivi custoditi,  che fortunatamente non furono mai ritrovati. Egli partecipava alle riunione segrete che si tenevano nella rivendita, come venivano chiamate le sedi  carbonare, che a Vasto era  ubicata nei vicoli di Santa Maria, alla presenza degli affiliati di Vasto e dintorni. Egli era stato anche condannato al confinio all’isola di Lipari, da cui lo salvò l’amnistia con cui Ferdinando II volle iniziare il proprio regno dopo la morte di Francesco I.

 La casa divenne in seguito con il figlio Silvio, iscritto alla Giovane Italia, una delle sedi dei convegni segreti dei patrioti della Provincia; di lì si mossero quei Vastesi che, alla notizia che Garibaldi si avviava a grandi passi verso Napoli, superando le esitazioni e le paure che frenavano i liberali degli altri centri della regione che non ritenevano  prudente muoversi, prima che la situazione non si fosse stabilizzata. Giunti alla sede della sottoprefettura essi la occuparono, abbatterono le insegne borboniche e chiamarono da Paglieta a dirigere la sottoprefettura Decoroso Sigismondi. Vasto fu cosi la prima città abruzzese ad insorgere nel nome di Vittorio Emanuele II e Garibaldi, Silvio Ciccarone venne nominato prodittatore, come venivano chiamati i rappresentanti di Garibaldi nei governi provvisori locali.

 Fu allora, con l’unità d’Italia che il Palazzo assunse a sede di molti dei più importanti avvenimenti della storia cittadina, accogliendo personalità protagoniste della politica nazionale. Tra i primi ci fu il marchese diVillamarina, plenipotenziario di Vittorio Emanuele II  per il Regno di Napoli, dove, nel Palazzo Reale rimase, per controllare la situazione durante i primi tempi dopo l’annessione, mantenendo i rapporti con Cavour e dirigendo la  vita politico-amministrativa nelle regioni occupate. Dovendo tornare a Napoli; dopo un abboccamento con il Re il Villamarina passò per Vasto, dove fu accolto in casa dalla mia bisnonna Maria Cardone e dalle sue cognate, essendo il marito assente, impegnato come maggiore della Guardia Nazionale negli scontri con le bande di briganti che, finanziate ed aiutate dai Borboni e da Pio IX infestavano, taglieggiando, compiendo stragi  e provocando disordini il Vastese, come tutto il Meridione. Nell’archivio di famiglia c’è una lettera di nonna Maria che racconta, in una lettera al marito, delle calorose accoglienze riservate all’illustre ospite e, di come il Villamarina, acclamato a gran voce dal pubblico raccolto davanti casa, si mostrò ad esso dal balcone sopra il portone per parlare alla folla lì raccolta; molti dei presenti portavano sui cappelli  la scritta SI, che era il simbolo che bisognava votare da parte di coloro che erano favorevoli all’annessione al Regno d’Italia. In quel periodo la casa divenne un importante punto d’incontro; vennero ospiti il generale Alfonso Lamarmora, comandante in più occasioni dell’esercito piemontese e presidente del consiglio prima del Regno di Sardegna e successivamente del Regno d’Italia, Ruggero Bonghi, parente della padrona di casa Maria Cardone, scrittore, giornalista e politico, autore della più conosciuta traduzione delle opere di Platone, professore universitario di Storia, Latino, Greco e di filosofia e futuro ministro della Pubblica Istruzione. La presenza più assidua comunque, fu senz’altro quella di Silvio Spaventa, amico fraterno di Silvio Ciccarone e venerato dal figlio Francesco  e da tutti i familiari. Sono raccolte nell’archivio di famiglia, e sono state più volte pubblicate, le numerose lettere che i due Silvi si scambiarono lungo un lungo arco di tempo, lettere nelle quali si parla, oltre che dei problemi politici di quel tempo, sia locali che nazionali, anche di tutti quegli argomenti di cui due amici comunemente discutono, come malanni,  preoccupazioni e vicende familiari.   Non essendo ancora a quel tempo i partiti organizzati con sedi ed organigrammi, le riunioni politiche si svolgevano nelle case dei personaggi più autorevoli, nel caso di Vasto e del vastese in casa nostra, dove i liberali locali erano orgogliosi fare la conoscenza e di  un personaggio del calibro di Silvio Spaventa per far posto al quale mio bisnonno aveva rinunciato a candidarsi di persona. 

Silvio Ciccarone

Maurizio Ciccarone, LUIGI NASCI.


LUIGI NASCI
di Maurizio Ciccarone

Luigi Nasci nacque a Vasto il 31 Marzo 1854 da Carlo, fervido patriota e Tenente della guardia nazionale nel 1860, e Maria Antonia Cardone, figlia del Barone Luigi Cardone, energico combattente delle battaglie contro i Borbone nella fortezza di Pescara nel 1799 e ad Antrodoco contro gli Austriaci nel 1821 a capo delle milizie vastesi. Primo di cinque figli egli ebbe quattro sorelle: Anna che sposerà Alfonso Spataro, da loro nascerà Giuseppe Spataro, Ernestina che sposerà Tommaso Berardi di Ortona, Beniamina che sposera Beniamino dei conti Mayo e Rosa che, sposata con Alfonso Cauli, andò ad abitare in un bel palazzetto, rimasto intatto, a Policorvo una frazione di Carpineto Sinello, in aperta campagna, dove per vari mesi era difficile andare e venire; qui stremata dalle gravidanze ed isolata da parenti ed amici, morì quasi pazza; sorte non migliore fu quella del marito, che messosi in affari, fondò una società elettrica Zecca-Cauli&C. con Odoardo Zecca ed Angelo Biondi; in tale società entrarono successivamente altri soci tra cui i De Cecco; la Zecca Cauli &C., costruì a Fara San Martino varie centrali elettriche in corrispondenza di alcuni salti del fiume Verde poi altre centrali in altri comuni, alcune delle quali tuttora esistenti, fu anche incoraggiato in tale attività dall’onorevole Francesco Ciccarone e dal cugino Emilio Giampietro. Essendo successivamente venuto in causa con il socio ed essendosi purtroppo il processo risolto a suo sfavore, fu costretto a rivendere parte del suo ingente patrimonio. Morì a Roma. Un giorno passeggiando e rimuginando, come continuamente faceva, sulle sue disavventure finanziarie, non si accorse dell’arrivo di un tram che lo investì.


La famiglia Nasci, di origine calabrese e più precisamente, il nonno Giuseppe, ingegnere, essendo stato incaricato dal governo di redigere il catasto di Vasto, si era qui trasferita dalla Calabria durante il periodo murattiano, prendendo residenza in un’abitazione posta tra via Lago e corso Dante. In seguito, attratto dalla bellezza del luogo e dalla dolcezza del clima, egli decideva di stabilirvisi. Era allora Vasto un centro attrattivo, contava in quel periodo e, più precisamente nel 1809, 7.859 abitanti, continuerà a crescere fino a raggiungere quasi 12.000 al momento dell’annessione nel 1861. Già da più di due secoli famiglie milanesi, veneziane e genovesi, si erano qui trasferiti praticando il commercio, mettendo su attività artigiane, come cristallerie, coltellerie e stamperie. Alcune di queste attività assursero a grande vivacità, specialmente per quanto riguarda il commercio; da Vasto partivano navi che trasportavano olio, grano, vino ed il pregiato aceto bianco di Vasto che, arrivato a Venezia, veniva di lì trasportato a Vienna ed a tutto il Nord-europa; per quanto riguarda la fabbricazione di coltellerie e lame, queste attività si andarono via via concentrando verso Campobasso e soprattutto a Frosolone, dove tale attività continua tuttora. I figli di tali famiglie si uniranno in matrimonio con persone del luogo, finendo così col confondersi con la popolazione locale e vastesizzandosi. Col passare del tempo, giungeranno anche famiglie abruzzesi e del contiguo Molise come i Rulli provenienti da Monteroduni ed i de Benedictis originari di Guglionesi per quanto riguarda il Molise, poi i Ciccarone di Scerni, i Cardone di Atessa, i d’Ettorre di Chieti, i baroni Anelli di Salle e sempre del Pescarese i de Pompeys, originari di Torre dei Passeri, poi i Trecco ed i De Nardis di Barete nell’Aquilano, i Pantini di Bergamo, venuti a Vasto per il restauro del campanile di San Giuseppe (non so se allora ancora dedicata a Sant’Agostino) ed addirittura, provenienti dalla Svezia i Cordella, qui giunti, come ingegneri della ferrovia, quando tale importante infrastruttura arrivò qui da noi; essi italianizzeranno poi il cognome Cordell in Cordella.


La Marsica nel Novecento. Trasformazione, marginalità e sperimentazione.

11 marzo 2025

Sulla pesca del Fucino.

Sulla pesca nel Fucino.
Le barche maggiori o caporali con fino a venti pescatori, sono utilizzate per la pesca detta invernale, effettuata da ottobre a aprile, che consiste nel raccogliere il pesce chiuso entro recinti realizzati a circa mezzo miglio dalla riva con palizzate e paratie costituite da fascine, i cosiddetti mucchi.
Nello spazio circoscritto dalle palizzate si immergevano le fascine fino al raggiungimento della superficie del lago. Dopo un periodo di tempo da uno a due anni durante il quale i pesci depositavano le uova nelle fascine entro il recinto, questo veniva chiuso tutt'intorno con dei teli legati con funi alla struttura lignea del recinto.
I pescatori quindi estraevano le fascine con bastoni terminanti a uncino e pescavano il pesce rimasto chiuso entro il telo.
Il pesce viene quindi pesato nelle "stanghe", cioè nelle stazioni doganali, dove ne viene trattenuto un terzo, destinato ai detentori dello ius piscandi .
Le stanghe erano poste in tutti i centri principali che si affacciavano sul Fucino; partendo dalla sponda occidentale del lago, Luco, Avezzano, Caruscino, Paterno, Celano, Venere, Ortucchio e Trasacco. A Luco la stanga era posta tra via Virgilio (la rùa del dr. Loide Di Gianfilippo), e la rùa della Mola, ed è ancora visibile.

(Lopez, 1992 - Piccioni,1999)

9 marzo 2025

Fra’ Ludovico Riccelli ovvero Beato Ludovico da Gildone, un francescano molisano a Orsogna.

Ritratto del B. Ludovico opera di Nicola Ranieri

FRA’ LUDOVICO RICCELLI ovvero BEATO LUDOVICO DA GILDONE, un francescano molisano a Orsogna

di Angelo Iocco

In un testo dattiloscritto inedito di Vincenzo Simeoni di Orsogna sulla Storia del Convento della Santissima Annunziata di Orsogna, leggiamo queste belle pagine di un umile frate sepolto nell’antica chiesetta. Entrando in questo umile luogo di preghiera, vediamo all’altezza della cappella della Madonna degli Angeli (ex Sant’Antonio), una umile sepoltura con l’iscrizione del Santo, e di recente è stata ivi ricollocata l’immagine del Ven. Ludovico dipinta post mortem dal pittore Nicola Ranieri di Guardiagrele (1749-1851), da cui fu tratta anche un’incisione per un santino.

Altre sepolture di uomini illustri sono quella del Fr. Diego Giampaolo da Gamberale, morto nel 1959, e quelle degli uomini illustri che procurarono la nascita del Ritiro: il Ven. fr’ Francesco da Caramanico, il fr. Bernardino da Penne.


Lo storico P. Marcellino Cervone da Lanciano scrisse nel 1891 fra tutti i Santi Religiosi del secolo XVIII nella nostra Provincia Serafica Abruzzese, nessuno uguagliò il Ven. Ludovico, specie per gli strepitosi miracoli operati dopo la sua preziosissima morte, attestati dal Notato nel numero complessivo di 98. Questa bella  figura che tanto illustrò il Ritiro di Orsogna, nacque al 10 novembre 1712 da Giovanni Riccelli e Viola Massimi contadini, il giorno dopo fu battezzato col nome di Antonio. L’anno precedente erano avvenuti due fatti importanti: la morte di un altro eroe francescano, P. Bonaventura da Potenza, e la solenne condanna emessa da Clemente XI contro le famose porposizioni dell’eretico Giansenio (Cornelius Jansen, vescovo di Ypres).

Antonio fu cresimato nel 1721 dal Cardinale Orsini, divenuto poi Papa con il nome di Benedetto XIII. Presto dimostrò una grande religiosità, non ottenuta dal duro lavoro dei capi che esercitò con grande impegno sino all’età di 17 anni. Infatti nel mese di maggio del 1730 egli espresse il desiderio di farsi religioso, ma invece di rivolgersi al locale Monastero degli Agostiniani, con grande dolore della mamma che l’avrebbe voluto vicino a sé, si recò al Convento dei Frati Minori di Foggia. Senonché il suo desiderio non fu esaudito, in quanto la sua povertà non gli permetteva di acquistarsi l’abito, secondo la religiosa consuetudine vigente allora.