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13 febbraio 2026

Nuovo museo civico di Vasto, 1952.


Piccole storie vastesi di Giuseppe Ferrara:

Nel 1952, su richiesta dell'amministrazione comunale, viene commisionato all'architetto vastese Luigi Martella (Vasto, 1911-1971) la progettazione per la sede del nuovo Museo civico, da costruire sui terreni della villa comunale, alle spalle del palazzo dei dipendenti comunali (più conosciuto come il palazzo del bar Bellavista), inaugurato l'anno precedente.
Il progetto, pubblicato in anteprima sul quindicinale Histonium, giornale diretto da E. Ferrara, viene presentato ufficialmente alll'amministrzione comunale il 21 maggio, sindaco Florindo Ritucci-Chinni.
Il progetto non andrà in porto.
Tre anni dopo, in quella parte di terreno, verrà edificato il Jolly Hotel.

4 febbraio 2026

4 gennaio 2026

SI DICE E SI RACCONTA... L'ABBAZIA DI SANTA MARIA ARABONA A MANOPPELLO (PE) .


SI DICE E SI RACCONTA... L'ABBAZIA DI SANTA MARIA ARABONA A MANOPPELLO (PE) 

di Antonio Mezzanotte

Si dice e si racconta che l’Abbazia di Santa Maria Arabona, solitaria e austera, vegli da secoli sulla valle della Pescara come una sentinella di pietra. Sorge su una collina che pare scelta non a caso, dove il vento porta con sé echi di preghiere antiche e il silenzio è più eloquente di mille parole. La leggenda vuole che fu costruita dai Giganti Paladini insieme alla Torre di Rosciano, che sovrasta dall'altro versante della vallata. 

Secondo alcuni, il nome “Arabona” deriverebbe da Ara Bona, l’altare della Bona Dea, divinità romana della fertilità e della natura. Si narra che proprio qui sorgesse un tempio pagano, poi distrutto, le cui pietre furono riutilizzate dai monaci cistercensi per innalzare la nuova chiesa cristiana. Un gesto che non fu solo pratico, ma simbolico: la spiritualità nuova che si innesta su quella antica, senza cancellarla del tutto. 

Fondata nel 1197 come esito di una donazione dei conti di Manoppello, consacrata nel 1208, l’abbazia fu la seconda in Abruzzo dell’Ordine Cistercense, dopo Santa Maria di Casanova. I monaci provenivano da Sant’Anastasio alle Tre Fontane di Roma e portarono con sé la regola di san Bernardo di Chiaravalle: sobrietà, lavoro, preghiera. Niente lussi, niente fasti. Solo pietra, luce e silenzio. 

L’edificio, incompiuto sin dalla nascita, conserva una bellezza severa e disarmante. La pianta è a croce latina, ma delle tre navate previste fu costruita solo la prima campata. Il chiostro non fu mai realizzato. Eppure, ciò che manca sembra accrescere il fascino del luogo, come se l’incompiutezza fosse essa stessa parte del messaggio. 

Il coro, profondo e rettangolare, è affiancato da cappelle laterali. Le volte a crociera, i contrafforti esterni, le cornici a denti di sega e gli archetti pensili parlano il linguaggio dell’architettura borgognona, ma con accenti abruzzesi. Il rosone, ricostruito nei restauri del Novecento, sembra un occhio che scruta il cielo, mentre la facciata incompleta racconta di un sogno interrotto. 

All’interno, la luce filtra discreta, accarezzando le pietre e le volte. Le campate del transetto e del coro presentano costoloni gotici, mentre la navata centrale, restaurata negli anni ’50, conserva una sobrietà che invita alla meditazione. Alcuni studiosi ipotizzano che le prime maestranze fossero cistercensi, poi sostituite da artigiani locali, forse provenienti da San Clemente a Casauria. 

Nel coro, sulla parete absidale, si conservano tre affreschi: al centro, una Crocifissione, sulla sinistra una santa coronata con un libro (alcuni vi vedono Caterna d'Alessandria, altri Elisabetta d'Ungheria), entrambe le figure sobrie e composte, immerse in una atmosfera di raccoglimento; sulla destra la Madonna è seduta in trono con il Bambino in braccio, che tra le  mani ha un piccolo cagnolino bianco, dettaglio raro e sorprendente. Il cagnolino, docile e raccolto, introduce una nota affettuosa e domestica nella scena, interpretata come simbolo di fedeltà o innocenza. Sulla cornice, in caratteri gotici, la data 1373 e il nome del pittore: Antonio Martini da Atri, al quale viene attribuita anche la Crocifissione. Nonostante l’usura del tempo, gli affreschi mantengono una forte intensità spirituale e una delicatezza narrativa che rende il coro uno degli angoli più suggestivi dell’abbazia. 

Accanto agli affreschi si staglia un elemento scultoreo di rara bellezza: il candelabro pasquale in pietra, alto circa sei metri, decorato con motivi vegetali e animali e sorretto da colonne tortili. È una presenza monumentale e silenziosa, che sembra custodire il mistero della luce e della rinascita. Poco distante, un tabernacolo sorretto da esili colonnine e scolpito con rilievi floreali completa il quadro, testimoniando la raffinatezza dell’arte cistercense. 

In prossimità dell'ingresso laterale (detto "Porta dei morti", perché da lì si accedeva a un antico cimitero) troviamo la Cappella dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. 

Sulle pareti vi si trovano bellissimi affreschi tra cui un Compianto sul Cristo morto: Gesù tra le braccia di Maria con accanto Giovanni Evangelista e la Maddalena in ricchi abiti rinascimentali. Ai due lati, san Sebastiano e Antonio di Padova (con il libro - simbolo di sapienza, e il giglio bianco, che allude alla purezza), oltre alla Croce di Gerusalemme, simbolo dei cavalieri dell'ordine, che ritroviamo nelle decorazioni dell'altare. Un cenno, infine, merita la bella statua di san Rocco, opera dello scultore Troiano de Gyptis da Castel del Monte. 

Nel corso dei secoli, l’abbazia visse momenti di splendore e di abbandono. Nel 1259 ricevette dal papa il privilegio di badia nullius dioecesis, svincolata dalla giurisdizione vescovile. Nel 1587, tuttavia, con la morte dell’ultimo abate, iniziò la decadenza. Passò ai monaci Conventuali, poi ai Baroni Zambra di Chieti. Nel 1968 fu donata ai Salesiani e oggi è sotto la cura dell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto. 

Eppure, qualcosa del passato resta.  

Resta il silenzio che parla.  

Resta la pietra che respira.  

Resta la sensazione che, varcando la soglia, si entri in un luogo fuori dal tempo. 

Don Costantino Carnevale, per lunghi anni custode di questo luogo, mi raccontava che nelle sere d’autunno, quando la nebbia sale dalla valle e avvolge l’abbazia, si ha l’impressione che le mura si muovano, che le ombre dei monaci tornino a pregare e si incontrino nel silenzio, senza parole. Grand'uomo, don Carnevale! Fu cappellano militare durante la seconda guerra mondiale e quando passavo a salutarlo mi narrava fatti terribili ai quali dovette assistere: "la guerra, mai più!", diceva. Chissà, dal mondo della Verità, che ne pensa dei tempi odierni... 

Santa Maria Arabona non è solo un edificio. È un frammento di storia, un respiro di fede, un luogo dove il sacro e il profano si sfiorano senza conflitto.  

Chiunque vi entri, se ascolta davvero, potrà udire ciò che le pietre hanno da dire.

19 novembre 2025

Guelfi e Ghibellini in Abruzzo.


Guelfi e Ghibellini in Abruzzo

Come è noto nell'Italia del basso medioevo, particolarmente accesa fu la contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, in un bipolarismo tanto politico, quanto sociale, che non esiterà ad avere strascichi violenti che in diverse città daranno vita e vere e proprie lotte senza esclusione di colpi. 
I Guelfi erano i sostenitori del Papa, mentre i secondi parteggiavano per la corona imperiale. 
In Italia i comuni avevano una propria struttura istituzionale tesa al governo della città, distaccata dal governo centrale, e l’essenza dei due opposti schieramenti era analoga a quella degli attuali partiti politici, dove la fazione che primeggiava in ogni singola città, rappresentata dalla classe aristocratica dominante cittadina, riusciva a orientare l'azione politica del proprio comune, in funzione dell’indirizzo amministrativo imposto dal Papa o dall’Imperatore. Ma qual era la posizione delle città abruzzesi e soprattutto di Chieti al riguardo? 
Di primo acchito si potrebbe pensare che la forte influenza nella città teatina del potere ecclesiastico, inducesse a schierarsi con i partigiani del papa e invece Chieti era senza dubbio ghibellina. 
L’altra città abruzzese, in cui emergeva con fervore lo spirito di tale contrapposizione, era L’Aquila, la cui fondazione viene erroneamente attribuita all’imperatore Federico II ma in realtà certificata dal figlio di costui, Corrado IV: pertanto si potrebbe a prima vista immaginare la natura ghibellina dell’attuale capoluogo abruzzese e invece era una città dichiaratamente guelfa. 
Sulla Chieti ghibellina, occorre spendere una parola sul Conte Simone da Chieti, colui che nel XIII secolo, quale comandante militare al servizio di Federico II, muoveva le armate ghibelline in terra emiliana e nella guelfa Viterbo. 
A questo punto è opportuno ricordare che i due opposti schieramenti si distinguevano anche per le simbologie che amavano ostentare. 
I Guelfi, come propria bandiera, avevano adottato la croce di San Giorgio, cioè la croce rossa su fondo bianco, mentre i Ghibellini esponevano la croce di San Giovanni Battista, ossia una croce argento (o bianca per alcuni) su fondo rosso che è anche la bandiera del Sacro Romano Impero. 
In alcuni casi il simbolismo della croce di San Giovanni mostra l'estremità dei bracci che si biforcano a coda di rondine, come nel caso del vessillo dell'Ordine di Malta. 
Proprio la coda di rondine è un altro elemento che contraddistingue i Ghibellini dai Guelfi. Infatti i sostenitori dell'Imperatore ornarono le loro torri con una merlatura a coda di rondine, mentre l'opposto partito sulle torri addottò i merli di forma squadrata. 

La natura ghibellina di Chieti è certificata dalle torri ancora presenti in città (Torre Toppi, T. Arcivescovile, T. Valignani, T. Anelli Fieramosca) tutte indiscutibilmente coi merli a coda di rondine ma anche lo scudo nello stemma cittadino non tradisce la sua fedeltà imperiale, ostentando la croce d'argento su fondo rosso.
Di particolare simbolismo è la torre de' Toppi, la cui famiglia venne scacciata dalla loro città, perché ghibellini e l'ostentazione dei merli a coda di rondine, accompagnati dal giglio fiorentino stanno a testimoniare le indiscutibili origini territoriali e politiche di questa famiglia venuta a Chieti da Firenze.

6 ottobre 2025

Taddeo Salvini architetto abruzzese di Orsogna, la costruzione del teatro comunale e alcune vicende sociali dell’800.

 Il teatro comunale nei primi del Novecento – archivio Marco Jajani

Taddeo Salvini architetto abruzzese di Orsogna, la costruzione del teatro comunale e alcune vicende sociali dell’800.

di Angelo Iocco

A Camillo De Nardis, illustre musicista e professore orsognese (1857-1951), nel 1994 il Comune di Orsogna ha intitolato il teatro civico. Scarse sono le notizie storiche sulla sua costruzione e sulle vicende della sua stagione lirica e di prosa. Essso si trova nell’area dell’ex Porta nuova, accanto la doganella del dazio e l’imbocco dell’antica strada grande (oggi via Roma), che dal tratturro della piazza immetteva al paese antico. Sulla sinustra, guardandolo dalla piazza, il teatro era affiancato da una piccola gradinata eretta alla fine dell’800, e dalla mole del palazzo-castello della famiglia Colonna, andato distrutto e successivamente demolito per i gravi danni della seconda guerra mondiale. Al suo posto oggi vi sorge un anomino caseggiato, ma l’impianto fortificato del paese vecchio, che guarda allo spuntone del belvedere verso la vallata e la Majella, è ancora ben riconoscibile nel suo assetto medievale.

Tornando al teatro, esso è legato alla storia del palazzo municipale, collegato mediante un’appendice che affaccia su via Roma. Nel 1744 fu costruita la nuova casa dell’Univerasità orsognese[1]. Precedentemente l’area del teatro-palazzo comunale era occupata da case private, un trappeto, una taverna e un giardino[1]. Nella taverna si riuniva il Parlamento cittadino con i capi-famiglia, per discutere le delibere, le decisioni più importanti per pagamenti, azioni varie, emergenze, al suono di una campana. Per ovviare alle modeste dimensioni, i convenuti sedevano su dei palchi ligneo montati appositamente. Si decise dunque, da lì in poi, con l’avanzare della cultura illuminista francese, di costruire un teatro vero e proprio. E dalle delibere del 1790 iniziarono ad essere fatte le prime proposte. Vennero stipulati i primi contratti con le compagnie, ma non sappiamo quali fossero, né di che natura fossero gli spettacoli, ma dai bilanci, si ricava che gli spettacoli non procuravano successo, né sufficienti introiti per le spese di gestione, anzi le deputazioni teatrali finivano indebitate[2]!

La storia vera e propria del teatro civico, come si presenta oggi, risale alla prima metà dell’800, quando sulla scena politica di Orsogna comparve Taddeo Salvini (1778-1849) orsognese[3]. Nacque dallo scultore Modesto e Celesta Ceccarossi. Sposò Maria Pasquale de Jacobis, figlia di Ottaviano e  Maria De Santis[4]. Viveva nel quartiere di recente costruzione della “Villagrande”, ossia l’attuale area della piazza Mazzini, corso Umberto e via Adriatico. In una di queste case affacciate sulla piazza, egli morì. Uomo ambivalente e avventuriero, influenzato inevitabilmente dagli atteggiamenti positivistici dell’illuminismo francese, portato da Giacchino Murat e Napoleone a Orsogna e nel resto d’Abruzzo nel 1798-99, Taddeo Salvini continuò l’attività di ebanista e scultore, come il padre Modesto. Egli oggi è ricordato per aver scolpito i bellissimi pulpiti lignei delle principali chiese di Chieti[5], di Lanciano[6], di Orsogna[7], di Guardiagrele[8], di Catignano[9], i confessionali di alcune chiese dell’area chietina[10], e le statue di diversi comuni abruzzesi dell’area chietino-pescarese[11].

Taddeo non seguì l’arte paterna, o almeno ne apprese gli stilemi per l’architettura civile, avendo progettato il teatro S. Ferdinando di Vasto, poi dedicato al poeta Gabriele Rossetti (1819), nel 1841 progettò la facciata e gli interni del teatro Maria Carolina, poi S. Francesco di Lanciano[12], riadattandolo dalla sconsacrata chiesa degli Scolopi, infine veniva chiamato a Foggia per il progetto del teatro civico, dedicato attualmente al musicista Umberto Giordano.

Ma avevamo soggiunto che il Salvini nel 1831 era sindaco di Orsogna. Con la sua professione di architetto e scultore, aveva dato avvio a dei cantieri in paese, suscitando le ire dell’arciprete d. Filippo Didone, il quale andava a denunciare all’Intendente di Chieti e all’Arcivescovo Mons. Carlo M. Cernelli delle modifiche non consone, e l’apertura di una finestra posteriore nella chiesa di S. Giovanni[13].

Nella deliberazione decurionale del 24 dicembre 1830, il Sottintendente di Lanciano lo citava come proprietario terriero ascritto alla carboneria. Nel documento di delibera egli risulta gregario, e veniva richiesto dalla popolazione come sindaco. Eletto, il Salvini deliberò l’acquisizione da parte del Comune del teatro. Esso infatti, come riportato sopra, era sorto circa nel 1790 come locale annesso al Comune, ma era gestito da privati cittadini, quando era camerlengo[14] d. Francesco Peregrini; nel 1791 alcuni palchetti lignei furono presi in appalto, la qual cosa divenne successivamente una vera e propria appropriazione privata per poter assistere agli spettacoli. La controversia andò avanti fino al tempo del Salvini. La Municipalitò lo fece presente all’Intendenza il 23 ottobre 1830[15]. La cosa dunque fu riconosciuto come puro abusivismo in suolo pubblico, senza Regio assenso, ed essendoci sospetto di peculato privato, in violazione dell’art. 19 della Legge organica amministrativa del 1816[16].

Il Comune acquisì il teatro con i 9 palchi esistenti. I proprietari presunti erano d. Vincenzo Cucchiarelli, d. Vincenzo Rosica, d. Filippo Cucchiarelli, d. Francescopaolo Cucchiarelli, che inoltrarono ricorso. L’usciere del Regio Giudicato di Orsogna: Giuseppe Rizzacasa, per mezzo dei proprietari, dichiarò che il Decurionato di Orsogna non avesse competenza nel diritto di esproprio dei palchi, poiché tale azione è di competenza del potere giudiziario[17].

Nel 1833 era sindaco d. Camillo Di Bene, che risolse la controversia sul teatro in forma bonaria, facendo firmare ai propriatri ina formale rinuncia, da far pervenire al Ministero degli Affari esteri, compensando la rinuncia con 13 ducati a ciascuno. In quegli anni tuttavia si agitavano le cause tra l’arciprete d. Filippo Didone (1755-1846)[18] e il Salvini. Ad esempio durante il suo mandato nel 1832, il 18 novembre per l’onomastico della Regina Madre Maria Isabella di Spagna, il Salvini aveva dato mandato all’arciprete di suonar ele campane e intonare il Te Deum, litigando però per la questione del pagamento della cera per le candele, avendo dovuto, per l’occasione fausta, utilizzare i fondi per le feste civili[19]. Per non parlare, come riferito brevemente nelle note, delle liti sui restauri della chiesa di S. Giovanni.

Teatro comunale di Vasto – fondale del sipario con L’Incoronazione di Lucio Valerio Pudente, dipinto da G. Franceschini di Orsogna, 1832

29 aprile 2025

P. Domenico Maria D'Amico da S.Eufemia O.F.M. – Nel 50° anniversario del transito (1943-1993) – Il Santo costruttore di chiese.

Foto-ritratto di Padre Domenico D’Amico, donata a Luigi Polacchi con dedica, Archivio privato “Luigi Polacchi” Villino Nonnina, Pescara.

P. DOMENICO MARIA D’AMICO DA S. EUFEMIA O.F.M. – NEL 50° ANNIVERSARIO DEL TRANSITO (1943-1993) – IL SANTO COSTRUTTORE DI CHIESE

di Angelo Iocco

Nella Biblioteca del Convento dell’Osservanza della Santissima Annunziata del Poggio a Orsogna, si conserva un dattiloscritto inedito dal titolo Storia del Convento della Ssma Annunziata di Orsogna, a firma di Vincenzo Simeoni. Fratello maggiore del sindaco Tommaso Simeoni (1904-1994) che ricostruì Orsogna, Vincenzo si occupò da subito di studi classici e religiosi, e condivise il Collegio col celebre storico P. Aniceto Chiappini di Lucoli, come riporta in questi appunti, e si adoperò per la pubblicazione di diversi articoli su riviste romane e umbre sui francescani abruzzesi e le figure di spicco di Orsogna. Memorabile il suo intervento sulla festa dei Talami a Orsogna, letto al VII Convegno Internazionale delle Tradizioni popolari tenutosi a Chieti nel 1957 per volere del prof. Ernesto Giammarco e Francesco Verlengia.

In questo capitolo, leggiamo la storia del francescano Padre Domenico Maria D’Amico da Sant’Eufemia a Maiella (1886-1943), dell’Ordine Osservante, che si adoperò con pochissimi mezzi e con tanta Fede, per la ricostruzione di diverse chiese abruzzesi in abbandono, e la fondazione di nuovi Conventi dell’Osservanza nel chietino e nel pescarese. Molte notizie sono tratte dal Simeoni, dal volume di P. Donatangelo Lupinetti: P. DOMENICO MARIA D’AMICO IL FRATE MATTONARO, Pescara 1993.

Ecco il testo del dattiloscritto inedito:

Questa attraente Figura d’Apostolo francescano, nacque il 25 agosto 1864 da Ercole D’Amico e Filomena Tonto a S. Eufemia a Maiella, dove crebbe come un Giglio profumato. Circondato dall’affetto dei genitori, del fratello Giocondino e dalla sorella Maria Giustina, passò la sua innocente fanciullezza e casta gioventù nell’aiutare suo padre sacrestano. A 12 anni ebbe il primo incontro con Gesù, che con il lavorio della sua grazia man mano lo preparò alla sua futura missione. Gli fu di valido aiuto il buon Arciprete d. Gioacchino Cerretani il quale, conoscendone la bontà, la vivida intelligenza e le disposizioni, prese a coltivarne la mente e il cuore, quasi presago del suo avvenire. Domenico si prestava a quel provvidenziale insegnamento anche quando l’Arciprete fu trasferito a Villa Reale[1], facendo chilometri a piedi, e spesso vi rimaneva per apprendere lezioni di Religione, cultura generale e latino. E per non essere in aggravio al suo benefattore, la sera studiava alla fioca luce del Sacramento, davanti al quale poi profondeva dolci colloqui d’amore.

In quella favorevole atmosfera, nacque in lui la vocazione sacerdotale, nonostante i continui richiami del mondo fallace e ingannatore e la propaganda anticlericale che allora si propagava nella nostra Penisola. Il suo sogno andava man mano maturando nel suo animo tra quei monti suggestivi, risonanti del murmure delle acque e degli alberi secolari, anzi fu forse quell’ambiente mistico che gli suggerì di chiudersi in un Convento per meglio servire il Signore nel silenzio del chiostro. Nell’anno 1866 i Conventi erano stati chiusi per legge, e i poveri Religiosi dispersi come fuscelli al vento, non sapendo quindi come realizzare il sogno tanto caro, egli si raccomandò alla sua cara Madonna la quale venne preso in suo aiuto.

Fortunatamente il 13 luglio 1885 si riaprì il Ritiro di Orsogna ed allora il giovane decise di lasciare il suo paese per seguire la voce di Dio. non l’attrasse il vicino Convento di Tocco Casauria, posto come sentinella avanzata del francescanesimo allo sbocco della valle che divide l’imponente Maiella dal Morrone, santificato da S. Pietro Celestino e dai suoi Monaci.  Eppure, un mistico come lui avrebbe dovuto preferire quel baluardo serafico che dalle falde del Morrone domina un vasto orizzonte che si estende dalla sottostante Gola di Popoli sino all’azzurro Adriatico, e oltre il superbo Gran Sasso, ai cui piedi il 27 febbraio 1862 era morto Gabriele dell’Addolorata, il Santo del sorriso “Stella dell’eternità senza fine”.

Fondato nel 1470 dal Comune di Tocco in onore di S. Francesco e di S. Giovanni da Capestrano che si era spento il 23 ottobre 1456 a Ilok dopo la sua splendida vittoria di Belgrado sui Musulmani, vantava un glorioso passato ed era la Sede capitolare dei Francescani d’Abruzzo. Chiuso nel 1811, ma riaperto il 13 marzo 1816, era rimasto a svolgere fortunatamente la sua piena attività anche dopo il 1866, nonostante avesse subìto la dispersione della ricca biblioteca. Certamente l’aveva salvato il potente mistico nome di S. Maria del Paradiso! Potenza della Madre di Dio!


Filippo Palizzi, schizzo del Convento di Orsogna, 1874 – fotoriproduzione dall’archivio del Convento della Santissima Annunziata, Orsogna.

A 21 anni, il giovane Domenico lasciò i suoi cari monti, testimoni della sua ascesi mistica, per dirigersi verso il lontano Ritiro di Orsogna fondato nel 1448 da S. Giovanni da Capestrano. Era stato chiuso improvvisamente dal Delegato di pubblica sicurezza il 14 gennaio 1864, l’anno di nascita di Domenico, ma riaperto il 13 luglio di quel fatidico anno 1885, che segnava l’inizio di una nuova vita per il Missionario. Che meravigliosa coincidenza! In quell’arco di tempo egli aveva maturato il suo bellissimo sogno che doveva rivelarsi radiosa realtà. Superando i meravigliosi Monti della Maiella, giunse a Caramanico per rifocillarsi di un boccone. Quel giorno era venerdì, ed egli senza rispetto umano, chiese al locandiere cibo di magro, tra le beffe di alcuni giovinastri che vomitarono ingiurie contro il Papa e tutto ciò che vi era di veramente bello e sacro.