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30 marzo 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna.


Il Gruppo folkloristico di Orsogna in sfilata a Firenze nel 1930

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna

di Angelo Iocco

La cittadina di Orsogna è da considerarsi tra i paesi abruzzesi, dove la vocalità e la tradizione della canzone abruzzese si conserva con freschezza e rispetto della tradizione. Centro devoto a Maria, per la presenza della tradizionale Sagra dei Talami, che affonda le radici a quei riti propiziatori popolari, e alle rappresentazioni Sacre bibliche del XVI secolo introdotte dai Padri Paolotti nella distrutta chiesa della Madonna del Rifugio, Orsogna sin dai primi saggi studiosi del canto e delle tradizioni abruzzesi, apparsi nel secondo Ottocento, è stata al centro dell’attenzione, risaltando per i suoi abiti tradizionali variopinti, per i magnifici gioielli, per le “sciacquajje d’ore” (gli orecchini pendenti), e specialmente per il canto.

Orsogna, la Fonte con il faccione disegnato da Taddeo Salvini, prima della guerra. Donne in abito tipico.


Non oscure sono anche le testimonianze registrate, ad esempio dall’Istituto Luce, quando negli anni ’20 il Cav. Vincenzo Melocchi di Pizzoferrato andava con la Teatina film andava riprendendo ciò che di meglio si conservava in Abruzzo[1]. Tra questi, Orosgna appare in una rappresentazione del matrimonio abruzzese, con la sfilata di un corteo dalla Torre Di Bene, e con un successivo ballo della saltarella. In un alto filmato sonoro si esegue il canto popolare Mo ve’…mo va’…, in un altro ancora dal titolo Vespro abruzzese, appare il Convento dell’Annunziata di Orsogna, meta di pellegrinaggi il giorno dell’Annunciazione a Maria e il Lunedì in albis, in un altro ancora, muto, la Sagra dei Talami. I canti della tradizione orsognese che avremo modo di vedere, attingono a fonti comuni, e sono oggi abbastanza noti in tutto Abruzzo. Ma è il timbro vocale, e la tonalità tipica ascendente delle popolazioni affacciata sull’Adriatico che rendono queste esecuzioni uniche. Essi sono il citato Mo ve…mo va…, La jerve a lu cannete, Maria Nicola, Ti li so’ ditte, Tutte le funtanelle, e infine il cosiddetto inno orsognese: Aria marine, aria di muntagne (Bbone Ursogne).

Questi canti costituiscono il repertorio della Corale “La figlia di Jorio” di Orsogna, la prima corale folkloristica abruzzese a essere ufficialmente nata all’alba delle Maggiolate abruzzesi di Ortona. La sua storia è stata tracciata da Plinio Silverii (1926-2002) nel suo volumetto Orsogna in costume, tip. Brandolini 1981. Il Coro nasce nel ’20, precedentemente si pensava fosse nato nel 1929 insieme alla Corale di Poggiofiorito, tanto che ci fu anche un’importante manifestazione al teatro comunale nel 1979 per festeggiare i 50 anni. Pare che la prima esibizione fu in una festa paesana di S. Antonio di Padova a contrada La Roma di Casoli, poi immediatamente la Corale prese il volo per le manifestazioni, alla Settimana abruzzese di Pescara del 1923, a Firenze nel 1930, nello stesso anno a Roma al Quirinale insieme a un Talamo realizzato per le nozze del Principe Umberto II, a Napoli in piazza Plebiscito, al Museo Belliniano di Catania, alla Rassegna dei Cori di Roma a piazza Siena nel 1938 per la visita di Hitler, al Vittoriale di Gardone Riviera nel 1950. Nella commemorazione del 1979 vi tenne al teatro un convegno con i proff. Ernesto Giammarco, Benito Lanci, Giuseppino Mincione, Franco Potenza, Padre Donato (Giuseppe) Di Pasquale OFM, successivamente si rappresenta una commedia di Plinio Silverii, e infine il canto orsognese Bbone Ursogne.

Lu Canarie, commedia abruzzese di Luigi Morgione, 1983.

26 marzo 2025

Fiabe abruzzesi e molisane, da Le Fiabe italiane raccolte e trascritte di Italo Calvino.



107. L'amore delle tre melagrane (Abruzzo) Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò sulla ricotta. Disse a sua madre: - Mammà, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. - Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi. Il figlio si mise in cammino. Cammina cammina, incontrò una donna: - Giovanotto, dove vai? - Eh sì, lo dirò proprio a te che sei donna! Cammina cammina, incontrò un vecchierello. - Giovanotto, dove vai? - A te sì che lo dirò, zi' vecchio, che ne saprai certo più di me. Cerco una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. E il vecchierello: - Figlio mio, chi è bianca non è rossa e chi è rossa non è bianca. Però, tieni queste tre melagrane. Aprile e vedi cosa ne vien fuori. Ma fallo solo vicino alla fontana. Il giovane aperse una melagrana e saltò fuori una bellissima ragazza bianca come il latte e rossa come il sangue, che subito gridò: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Il figlio del Re prese l'acqua nel cavo della mano e gliela porse, ma non fece in tempo. La bella morì. Aperse un'altra melagrana e saltò fuori un'altra bella ragazza dicendo: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Le portò l'acqua ma era già morta. Aperse la terza melagrana e saltò fuori una ragazza più bella ancora delle altre due. Il giovane le gettò l'acqua in viso, e lei visse. Era ignuda come l'aveva fatta sua madre e il giovane le mise addosso il suo cappotto e le disse: - Arrampicati su questo albero, che io vado a prendere delle vesti per coprirti e la carrozza per portarti a Palazzo. La ragazza restò sull'albero, vicino alla fontana. A quella fontana, ogni giorno, andava a prender l'acqua la Brutta Saracina. Prendendo l'acqua con la conca, vide riflesso nell'acqua il viso della ragazza sull'albero. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E senza starci a pensar su, gettò la conca per terra e la mandò in cocci. Tornò a casa, e la padrona: - Brutta Saracina! Come ti permetti di tornare a casa senz'acqua e senza brocca! - Lei prese un'altra brocca e tornò alla fontana. Alla fontana rivide quell'immagine nell'acqua. "Ah! sono proprio bella!", si disse. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E ributtò per terra la brocca. La padrona tornò a sgridarla, lei tornò alla fontana, ruppe ancora un'altra brocca, e la ragazza sull'albero che fin allora era stata a guardare, non poté più trattenere una risata. La Brutta Saracina alzò gli occhi e la vide. - Ah, voi siete? E m'avete fatto rompere tre brocche? Però siete bella davvero! Aspettate, che vi voglio pettinare. La ragazza non voleva scendere dall'albero, ma la Brutta Saracina insistette: - Lasciatevi pettinare che sarete ancor più bella. La fece scendere, le sciolse i capelli, vide che aveva in capo uno spillone. Prese lo spillone e glielo ficcò in un'orecchia. Alla ragazza cadde una goccia di sangue, e poi morì. Ma la goccia di sangue, appena toccata terra, si trasformò in una palombella, e la palombella volò via. La Brutta Saracina s'andò ad appollaiare sull'albero. Tornò il figlio del Re con la carrozza, e come la vide, disse: - Eri bianca come il latte e rossa come il sangue; come mai sei diventata così nera? E la Brutta Saracina rispose: È venuto fuori il sole, / M'ha cambiata di colore. E il figlio del Re: - Ma come mai hai cambiato voce? E lei: È venuto fuori il vento, / M'ha cambiato parlamento. E il figlio del Re: - Ma eri così bella e ora sei così brutta! E lei: È venuta anche la brezza, / M'ha cambiato la bellezza. Basta, lui la prese in carrozza e la portò a casa. Da quando la Brutta Saracina s'installò a Palazzo, come sposa del figlio del Re, la palombella tutte le mattine si posava sulla finestra della cucina e chiedeva al cuoco: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - diceva il cuoco. E la palombella: Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Il cuoco le diede un piatto di zuppetta e la palombella si diede una scrollatina e le cadevano penne d'oro. Poi volava via. La mattina dopo tornava: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - rispondeva il cuoco. Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Lei si mangiava la zuppettella e il cuoco si prendeva le penne d'oro. Dopo un po' di tempo, il cuoco pensò di andare dal figlio del Re a dirgli tutto. Il figlio del Re stette a sentire e disse: - Domani che tornerà la palombella, acchiappala e portamela, che la voglio tenere con me. La Brutta Saracina, che di nascosto aveva sentito tutto, pensò che quella palombella non prometteva nulla di buono; e quando l'indomani tornò a posarsi sulla finestra della cucina, la Brutta Saracina fece più svelta del cuoco, la trafisse con uno spiedo e l'ammazzò. La palombella morì. Ma una goccia di sangue cadde nel giardino, e in quel punto nacque subito un albero di melograno. Quest'albero aveva la virtù che chi stava per morire, mangiava una delle sue melagrane e guariva. E c'era sempre una gran fila di gente che andava a chiedere alla Brutta Saracina la carità di una melagrana. Alla fine sull'albero ci rimase una sola melagrana, la più grossa di tutte, e la Brutta Saracina disse: - Questa me la voglio tenere per me. Venne una vecchia e le chiese: - Mi date quella melagrana? Ho mio marito che sta per morire. - Me ne resta solo una, e la voglio tenere per bellezza, - disse la Brutta Saracina, ma intervenne il figlio del Re a dire: - Poverina, suo marito muore, gliela dovete dare. E così la vecchia tornò a casa con la melagrana. Tornò a casa e trovò che suo marito era già morto. "Vuol dire che la melagrana la terrò per bellezza", si disse. Tutte le mattine, la vecchia andava alla Messa. E mentr'era alla Messa, dalla melagrana usciva la ragazza. Accendeva il fuoco, scopava la casa, faceva da cucina e preparava la tavola; e poi tornava dentro la melagrana. E la vecchia rincasando trovava tutto preparato e non capiva. Una mattina andò a confessarsi e raccontò tutto al confessore. Lui le disse: - Sapete cosa dovete fare? Domani fate finta d'andare alla Messa e invece nascondetevi in casa. Così vedrete chi è che vi fa da cucina. La vecchia, la mattina dopo, fece finta di chiudere la casa, e invece si nascose dietro la porta. La ragazza uscì dalla melagrana, e cominciò a far le pulizie e da cucina. La vecchia rincasò e la ragazza non fece a tempo e rientrare nella melagrana. - Da dove vieni? - le chiese la vecchia. E lei: - Sii benedetta, nonnina, non m'ammazzare, non m'ammazzare. - Non t'ammazzo, ma voglio sapere da dove vieni. - Io sto dentro alla melagrana... - e le raccontò la sua storia. La vecchia la vestì da contadina come era vestita anche lei (perché la ragazza era sempre nuda come mamma l'aveva fatta) e la domenica la portò con sé a Messa. Anche il figlio del Re era a Messa e la vide. "O Gesù! Quella mi pare la giovane che trovai alla fontana!", e il figlio del Re appostò la vecchia per strada. - Dimmi da dove è venuta quella giovane! - Non m'uccidere! - piagnucolò la vecchia. - Non aver paura. Voglio solo sapere da dove viene. - Viene dalla melagrana che voi mi deste. - Anche lei in una melagrana! - esclamò il figlio del Re, e chiese alla giovane: - Come mai eravate dentro una melagrana? - e lei gli raccontò tutto. Lui tornò a Palazzo insieme alla ragazza, e le fece raccontare di nuovo tutto davanti alla Brutta Saracina. - Hai sentito? - disse il figlio del Re alla Brutta Saracina, quando la ragazza ebbe finito il suo racconto. - Non voglio essere io a condannarti a morte. Condannati da te stessa. E la Brutta Saracina, visto che non c'era più scampo, disse: - Fammi fare una camicia di pece e bruciami in mezzo alla piazza. Così fu fatto. E il figlio del Re sposò la giovane.

24 marzo 2025

Basilio Cascella, Il Santuario di Casalbordino, 1896.

Basilio Cascella, Il Santuario di Casalbordino, 
1896, olio su tela, Museo Costantino Barbella, Chieti.


Basilio Cascella, (Pescara, 2 ottobre 1860 – Roma, 24 luglio 1950)

"Il Santuario di Casalbordino" (per Il Trionfo della Morte di Gabriele d'Annunzio), 1896
Olio su tela
Museo Costantino Barbella, Chieti.

22 marzo 2025

Primo Levi, Abruzzo forte e gentile: impressioni d'occhio e di cuore, 1883.

copertina di F.P. Michetti, 1882 c.
***

“Abruzzo Forte e Gentile”

Chi inventò il famoso detto che identifica la nostra terra?

«V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, semplicità ed efficacia, una parola consacrata dalla intenzione degli onesti a designare molte cose buone, molte cose necessarie: è la parola Forza
Epperò, s’è detto e si dice il forte Abruzzo.
V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà è la parola Gentilezza
Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, dico io: Abruzzo Forte e Gentile.» (1, Ave).

Questo è l’inizio di un racconto, o meglio ancora, una raccolta di appunti di viaggio messi insieme da un giornalista e diplomatico ferrarese il cui nome è Primo Levi.

Primo Levi
Primo Levi

Badate bene a non confonderlo con il chimico partigiano nato esattamente due anni dopo la morte del primo. Per essere ancora più precisi, noi stiamo parlando dell’intellettuale che nel 1883, reduce da un viaggio in Abruzzo, pubblicò un libretto dal titolo “Abruzzo forte e gentileimpressioni di occhio e di cuore”.

Il libro, non dato più alle ristampe, si compone di ventidue capitoli all’interno dei quali sono contenuti un indice delle persone incontrate durante il viaggio ed un altro delle località visitate o menzionate nel racconto. Una sorta di diario di viaggio la cui illustrazione in copertina è firmata da Francesco Paolo Michetti, pittore e fotografo abruzzese, nato a Tocco da Casauria (PE).

Primo Levi, autore di “Abruzzo forte e gentile, era figlio di una famiglia di commercianti di origine ebraica, e distintosi per la sua arguta penna e il suo grande ingegno, portò avanti l’attività di fervente giornalista.

Amico di Crispi, che gli garantì una gran carriera al Ministero degli Esteri da affiancare a quella giornalistica, si circondò di alcuni tra i maggiori intellettuali della sua epoca, tra cui molti abruzzesi come Gabriele d’Annunzio, Teofilo Patini e il già citato Francesco Paolo Michetti.

Copertina del libro di Primo Levi
“Abruzzo forte e gentile, impressioni di occhio e di cuore”

Il suo è un sapiente esempio di reportage destinato a presentare una chiara immagine della regione Abruzzo di ieri, un’immagine legata ad un motto che ancora oggi ci identifica.

La gentilezza, dunque, che si mischia alla forza, dove per forza si intende la resilienza, la capacità di resistere ai destini avversi. Alla base di questa forza c’è la tenacia, unita a qualcosa che sa muovere oltre le tacite forme di rassegnazione, ovvero il coraggio. È così che Primo Levi ci ha descritti ed è così che noi abruzzesi ci definiamo tutt’oggi. Conservare questa espressione nella nostra memoria non è un ritorno al passato o una forma di esasperato campanilismo, ma è uno dei più autentici modi che abbiamo per continuare a far vivere quanto di più onesto e vero resiste ancora nella nostra terra, nei nostri paesi, tra le nostre strade e in mezzo alla nostra gente, forte e gentile.

Francesca Liberatore

16 marzo 2025

La Madonna Regina Coeli a Villa Celiera (PE).


LA MADONNA REGINA COELI A VILLA CELIERA (PE)
di Antonio Mezzanotte

SI DICE E SI RACCONTA che un tempo la Madonna abitava in una chiesarella al centro della Celiera, ma, non potendo più sopportare le bestemmie, le urla e gli strepiti dei paesani, decise di andarsene fuori dall’abitato, in contrada Pretara, sostando dapprima su una grossa pietra ma, siccome sentiva ancora il vociare degli abitanti del paese, poi si allontanò più in là, dov’era soltanto pace e silenzio. La pietà e la devozione dei celieroti, pentiti per la dipartenza della Madonna, infine, le costruirono una nuova dimora, che è la chiesa della Regina del Cielo ancora oggi esistente.
Ma non finisce qui. In omaggio alla Beata Vergine Maria fu realizzata una statua in terracotta talmente bella che alcuni abitanti di Castel del Monte, paese posto all’altro versante della montagna, decisero di impossessarsene e nottetempo la spedizione furtiva riuscì a trafugare la Madonna. Accadde, tuttavia, che, mentre i mariuoli se ne tornavano in paese salendo per i sentieri di montagna, la statua diventava sempre più pesante, sebbene, quando il sentiero svoltava in direzione della Celiera, la Madonna si alleggeriva. In prossimità della Cima delle Scalate non ce la fecero più, la statua divenne pesante come il piombo e decisero, così, di riportarla a valle. Appena rientrò in chiesa, la Madonna tornò del peso solito. I castellani, però, erano duri di comprendonio e di cuore, allora cercarono ancora di trafugare la bella statua della Madonna della Celiera, stavolta portandosi appresso un carro trainato da due buoi. Ancora una volta, però, non avevano fatto i conti con la volontà della Beata Vergine di restare in quella chiesa, che fu tosto circondata da un profondo lago, che impediva a chiunque di accedere o di uscire dall’edificio. Allora, essi si pentirono del gesto sacrilego e riposero la statua nella nicchia e, così com’era sorto, d’improvviso il lago sparì.
Questa storia mi venne raccontata dalla buon’anima di Don Vincenzo Diodati, che fu parroco di Villa Celiera agli inizi degli anni Duemila e che si prodigò per il recupero della chiesa insieme agli abitanti del luogo.
La chiesa della Madonna Regina Coeli, collocata in aperta campagna in contrada Pretara di Villa Celiera, è fatta risalire intorno all’800, ma se ne hanno notizie certe a partire dal 1500. Essa presenta facciata a capanna, in pietra e laterizio a vista, con due finestrelle basse a uso dei pellegrini ai lati del portale. In alto, al di sopra di una finestra a tutto sesto, sovrasta il timpano fornito di un semplice oculo. Il campanile a vela, oggi in corrispondenza della parete absidale, si ergeva in origine sul lato anteriore della chiesa. L’interno è a navata unica, preceduta da una cantoria sorretta da colonne, e le murature sono in laterizio a vista, con quattro campate scandite da arcate a tutto sesto.
In alto sull’altare campeggia la nicchia nella quale è riposta la statua in terracotta policroma della Madonna Regina del Cielo, seduta e orante, con il Bambino sdraiato in grembo. Si tratta di un manufatto di sobria eleganza, restaurato nel 2010, e proprio nel corso del restauro curato dalla dott.ssa Cornelia Dittmar è venuta in luce la firma dello scultore, “Troianus de Giptiis de Castro Montis”, con la data 1532. La scoperta è di rilevante interesse per conoscere meglio l’attività di un artista prolifico, scultore e pittore, vissuto nel XVI secolo (e, ricollegandoci al racconto iniziale, per sottolineare i legami storici tra la terra di Casanova e Castel del Monte).
La firma incisa va letta come una sorta di manifesto pubblicitario, giacché l’autore va a operare in territori ben lontani da quelli natii e, non a caso, ritroviamo il nome di Troiano de Giptiis anche sulla statua della Madonna della Neve a Pianella del 1531 e sul San Rocco di Santa Maria Arabona a Manoppello del 1530. Non ricordo in verità se anche la statua della Madonna nella chiesa di Santa Maria d’Aragona ad Arsita, pure del 1531, rechi il nome dello scultore ovvero se gli è soltanto attribuita.
Di certo, altre sculture e pitture sono a lui riconducibili, sia nei paesi del circondario vestino (per esempio un affresco nella parrocchiale di San Pietro a Loreto Aprutino), nel teramano (però lì era molto attiva la scuola di terracotte policrome presso la località Nocella di Campli, avviata, per quanto riguarda la statuaria, nientemeno che da Silvestro dell'Aquila, il maggior scultore del rinascimento abruzzese; penso che non sia semplice discernere quale opera possa essere del nostro scultore castellano e, infatti, per lungo tempo la Madonna della Celiera è stata attribuita proprio alla scuola di Nocella), sia, ovviamente, nelle terre dell’aquilano.
La chiesa della Madonna Regina Coeli a Villa Celiera, immersa nel verde alle pendici dei monti Bertona e Morrone, diventa allora non solo sede di speciale fede e devozione mariana, ma anche custode di un pregevole tesoro dell’arte, di talchè essa può a buon diritto essere annoverata tra i preziosi luoghi dello spirito nelle campagne dell’Abruzzo vestino.

2 marzo 2025

Padre Aniceto Chiappini O.F.M. da Lucoli, storico abruzzese.

 

Fotografia di P. Chiappini, dall’opuscolo stampato nel 1967 in sua memoria della Deputazione di Storia Patria negli Abruzzi (fonte http://www.breadpapa.it/lucoli/personaggi.html),ritratto nel cortile del Convento di San Giuliano, L’Aquila.

Padre Aniceto Chiappini O.F.M. da Lucoli, storico abruzzese

di Angelo Iocco

Poeta e storico. Già annalista, archivista e bibliotecario generale dell’Ordine dei Frati Minori, fu tenente cappellano nella Grande Guerra; deputato della Deputazione abruzzese di Storia Patria, diresse con illuminata competenza il suo “Bullettino”.
Nessun poeta o scrittore lucolano, all’infuori di padre Aniceto Chiappini nel suo celebre lavoro Lucoli Medioevale e del sacerdote Pietro Marrelli (discendente del patriota Pietro Marrelli) nel Sunto di storia patria di Lucoli, datato 1894, ha mai rivolto la propria attenzione alle vicende dell’Abbazia di San Giovanni Battista, con tanta passione.
Nato a Peschiolo di Lucoli (L’Aquila) il 25 marzo 1886, da Pietro e Margherita Marinanza.
Morì a L’Aquila il 6 agosto 1967 nel Convento di San Bernardino.
Nella biblioteca del Convento dell’Osservanza della Santissima Annunziata del Poggio, adagiato sui colli di Orsogna, ci è capitato di consultare un dattiloscritto inedito di Vincenzo Simeoni, giornalista e scrittore orsognese molto legato alla Fede e all’Ordine Minoritico. Esso è un sunto di storia del Convento di Orsogna dalla fondazione nel 1448 fino agli anni ’70 del Novecento. Tra i vari personaggi abruzzesi dell’Osservanza legati al Convento del Ritiro dell’Annunziata del Poggio, non può mancare la figura specchiata del P. Chiappini, di cui qui riportiamo la trascrizione del cap. 113 dell’opera di Simeoni, a futura memoria del posteri!
Il P. Chiappini nacque il 25 marzo 1886 a Lucoli (L’Aquila) dove fu battezzato col nome di Filippo in omaggio al famoso Apostolo di Roma, di cui fu sempre devoto, ma fu presto affascinato dall’ideale francescano. Dopo aver compiuto gli studi ginnasiali, il 10 dicembre 1901 vestì le Serafiche Lane col nome di Fra’ Aniceto nel Convento di Orsogna (Chieti), fondato nel 1448 in un mare di verde da San Giovanni di Capestrano, l’Apostolo d’Europa Unita e vincitore della famosa battaglia di Belgrado (22 luglio 1456). In questo luogo mistico e suggestivo, trasformato in Ritiro nel 1742 dal Servo di Dio Francesco De Acetis da Caramanico, Fra Aniceto si sottopose volentieri alla rigorosa disciplina che ha formato numerose anime elette nel corso dei secoli, fra le quali il B. Cristoforo da Penne (morto il 1 aprile 1451), il Ven. Ludovico Riccelli da Gildone (morto il 1 aprile 1774) e lo stesso P. Francesco da Caramanico (morto nel 1785), che riposano tutti nella stessa Chiesa.
Quindi si può affermare che questo Ritiro, originalmente chiamato della Santissima Annunziata del Poggio, costituì anche per P. Aniceto la base della sua forte personalità e la sua pedina di lancio. Completati con ardore e impegno gli studi classici, filosofici e teologici, il 25 luglio 1910 il novello Sacerdote celebrò la Prima Messa nella Cattedrale dell’Aquila. L’anno successivo fu inviato al Collegio internazionale di Sant’Antonio a Roma, dove dopo severi studi, il 13 luglio 1913 conseguì brillantemente la laurea in Storia ecclesiastica, specializzandosi poi il 18 giugno 1914 anche nelle Scienze ausiliarie della Paleografia e diplomatica presso la Scuola pontificia del Vaticano.

Convento dell’Annunziata del Poggio di Orsogna.

Antonio Mezzanotte, La Madonna della Cona a Civitella Casanova (PE)


 
LA MADONNA DELLA CONA A CIVITELLA CASANOVA (PE)

SI DICE E SI RACCONTA che una donna rimase seppellita viva sotto una valanga di neve, ma ne uscì illesa grazie all’intercessione della Madonna della Cona che si venera a Civitella Casanova (PE).
In effetti, ancora oggi possiamo ammirare un affresco del 1600, capolavoro di arte rustica e probabile ex voto, che rappresenta tre uomini con mantello, cappello e stivaloni (bellissima rappresentazione dell'abbigliamento civitellese del tempo) con le pale, che cercano di liberare una donna semisepolta nelle neve (della quale sono visibili soltanto il volto e le mani congiunte in segno di preghiera) e, leggermente distaccata, l’immagine della Madonna con il Bambino, al cui intervento prodigioso si deve la sopravvivenza della donna nelle more delle operazioni di soccorso.
Questo affresco è collocato all’interno della chiesa della Cona, fatta risalire al 1300, all’estremità superiore del crinale sul quale si adagia il paese, nei pressi del camposanto.
La Madonna della Cona, molto venerata dalle genti civitellesi e non solo (si narrano eventi prodigiosi a lei riconducibili anche tra gli abitanti della vicina Vicoli), è invece rappresentata nell’affresco in capo all’altare con in braccio il Bambino, verso il quale protende la mano in segno di affettuosa protezione (questo particolare del disegno mi ricorda l’affresco posto all’esterno della Madonna delle Grazie di Alanno, sulla sinistra del portale), con un coretto di tre angeli e la pia ammonizione, fregiata sull’architrave unitamente alla data di realizzo: HIC TRANSIRE CAVE NISI DIXERIS AVE 1515 (“attenzione a non passare di qui senza aver detto ave”). L’autore è ignoto, sebbene lo stile raffinato del dipinto a me richiami quello del Polittico della chiesa di san Leonardo di Pianella, grosso modo del medesimo periodo, che oggi fa bella mostra di sé al MUNDA dell’Aquila.
Vi è un altro elemento che impreziosisce questo luogo: il portale d’ingresso in pietra sulla facciata principale (vi è anche un portalino laterale con timpano in corrispondenza dell’altare, esito di un rimaneggio del 1500 che ha aggiunto quattro contrafforti sulla fiancata sinistra). Monumentale, riccamente e finemente decorato, in netto contrasto con la semplice facciata a taglio orizzontale che si conclude con un campaniletto a vela sull’angolo sinistro.
L’armonia delle proporzioni di questo portale è esaltata dai molteplici elementi scultorei: ghirlande di fiori, rametti di frutta, accigliati volti umani con barbetta caprina nascosti nel fogliame e in alto, sulla lunetta (all’interno della quale possono ancora scorgersi, sebbene con un po’ di immaginazione, i tratti di un’antica pittura, probabilmente riferita alla stessa Madonna dell’altare) un candelabro che snellisce tutto l’insieme.
Alla base delle due lesene scopriamo alcune incisioni di grande interesse: la prima, sul quadrato di sinistra, contiene il nome dei due autori del portale, Bernardino Darz (ma è quasi certo che "Darz" sia una abbreviazione, di difficile scioglimento) e Pietro Aquilano, con la data in cifre romane 1529; sul quadrato di destra il nome del committente, Alfonso Di Giacomo. Ci sono stati tentativi in passato per associare questo Pietro Aquilano all’autore delle sculture sovrastanti l’ingresso al forte spagnolo dell’Aquila, ma, com’è e come non è, sicuramente non si trattava di un semplice scalpellino di bottega, bensì di un maestro nell’arte di modellare la pietra.
Siccome in precedenza ho rimarcato una certa affinità tra l’icona di Civitella e la Madonna affrescata sulla parete laterale esterna dell’Oratorio di Alanno, qui posso concludere che questo portale, nell’insieme e per lo stile, a me richiama il portale della stessa Madonna delle Grazie che troviamo nelle campagne alannesi (datato agli inizi del 1500 e che viene attribuito pure a un Pietro Aquilano ovvero alla bottega di Silvestro dell'Aquila, da molti ritenuto tra i maggiori scultori del rinascimento abruzzese), sebbene altre analogie possono rinvenirsi anche sui portali della parrocchiale di San Pietro a Loreto Aprutino e di San Domenico a Tocco da Casauria.
Dopo aver succintamente descritto i profili più evidenti sulla Cona di Civitella Casanova, che ne denotano presto la ricca preziosità in termini di devozione popolare, pittura e scultura, ora passiamo alla sorpresa finale.
La chiesa della Cona in origine era isolata e lontana dal centro abitato, priva di qualsivoglia elemento architettonico degno di rilievo; pertanto, essa contrasta con lo stile e la pomposità del portale, ma vi è un motivo eclatante per significare la sua presenza in quel contesto: questo portale, infatti, è stato aggiunto alla Cona soltanto in epoca recente, negli anni Trenta del Novecento, quando si necessitava per un verso di dare una risistemata alla chiesa dopo i danni causati dal terremoto del 1915, per altro verso di mettere in salvo uno straordinario manufatto, questo portale appunto, ormai mezzo interrato e frantumato tra altre macerie. Quali? Quelle della non lontana e celebre abbazia di Santa Maria di Casanova, la prima badia cistercense d'Abruzzo, fatta edificare dalla contessa Margherita di Loreto (Aprutino) nel 1191, della cui chiesa abbaziale, dedicata a Santa Maria delle Grazie, esso costituiva il portale d’ingresso!
La storia del ritrovamento e della successiva traslazione, davvero eccezionale, è raccontata da Silvio Aloisi, discendente dei Petronio di Castel del Monte, che avevano acquistato i beni dell’ex monastero.
Oggi dell’esteso e potente complesso abbaziale cistercense, capace di ospitare 500 monaci, di cui fu abate commendatario il cardinale Federico Borromeo (che trasferì all’Ambrosiana di Milano i codici miniati della biblioteca capitolare, i quali altrimenti sarebbero andati di certo perduti, così come il resto dei beni dell’abbazia, dopo le soppressioni napoleoniche) restano in buona sostanza la grande torre di guardia in contrada Casanova di Villa Celiera, pochi altri ruderi e questo straordinario portale.
La Madonna della Cona di Civitella Casanova, un altro luogo dello spirito tra le colline dell’Abruzzo vestino.

22 febbraio 2025

Il canto popolare abruzzese nelle tradizioni di ieri e di oggi – Capitolo III – Come nacque la Canzone d’autore in Abruzzo.

Basilio Cascella, Il Suono e il sonno, 1893, Palazzo della Prefettura di Chieti



di Angelo Iocco

Introduzione

Vorrei iniziare questo articolo con la seguente frase, che sia di monito a chi ama l’Abruzzo e desidera valorizzarlo, a scapito di ridicoli e falsificatori festivals pseudo-salentini della canzone abruzzese, e chi mischia rock ‘n roll o ritmi scottish ai melodiosi ritmi dei canti del lavoro a responsorio di antica tradizione, a chi va infestando il web di articoli scriteriati, scorretti, che denunciano ignoranza sull’argomento, senza sapere minimamente nulla della cultura abruzzese.
Già Pasolini nel 1975 ricordava che “ la memoria si perde nell'oblio dell'etere televisivo“ (Scritti corsari ), oggi può perdersi nell'oblio della rete e nell'indifferenza.
Il secondo Ottocento in Abruzzo, così come in altre Regioni d’Italia, funge da spartiacque tra letteratura colta e borghese, e letteratura popolare. Lo stesso dicasi per la musica, di cui in Abruzzo con Gennaro Finamore nel 1886 si sviluppò un interesse etnoantropologico che iniziò a studiare gli aspetti della canzone popolare, insieme ai documenti dialettali delle novelle, delle poesie, delle filastrocche. Il Finamore si mosse sotto l’egida di studiosi che già si erano occupati di letteratura popolare abruzzese, come Giovanni Papanti ne Catalogo dei novellieri italiani in prosa raccolti e posseduti da Giovanni Papanti, aggiuntevi alcune novelle per la maggior parte inedite, Livorno, 1871, e in I parlari italiani in certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci, Livorno, 1875.

20 gennaio 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – Stornelli Abruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano.

Pasquale Celommi, Donna e pescatore, coll. priv.

IL CANTO POPOLAREABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – StornelliAbruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano

di Angelo Iocco

Canti d’amore

Continuando nel nostro itinerario della Canzone popolare abruzzese, ci soffermiano ancora sugli Stornelli Abruzzesi e i canti d’amore. Essi sono serviti dispirazione nel Novecento a diversi poeti dialettali, come Cesare de Titta, Giulio Sigismondi, Modesto Della Porta, Luigi Dommarco e Luigi Brigiotti per descrivere le bellezze e le qualità della loro bella. Gli stornelli amorosi “fior di ciràsce” (fior di ciliegia) che venivano lanciati dagli spasimaneit alle fanciulle, sembrano quasi farci immergere in un quadro di Francesco Paolo Michetti o Pasquale Celommi. I contadini aspettavano le loro fanciulle al momnto dell’uscita dalla Messa, o durante il lavoro nei campi, o si recavano di note alla finestra per intornare una serenata. Il metron usato era quasi sempre il distico, soprattutto se c’era una risposta da parte della bella.

Questo modo di cantare servì di ispirazione a diversi poeti e musicisti per le canzoni delle Maggiolate, e citiamo Amore me di De Titta e Di Jorio, Brunettelle di Sigismondi e Melchiorre, Serenata spassose di Marcolongo e Di Jorio. Il ritmo giocoso e scherzoso era quello preferito. La ragazza viene paragonata a “nu purtuhalle” cioè un’arancia, ora al sole che illumine l’esistenza dell’innamorato, ora la bocca della bella amante è tutta di zucchero (vucciccia ‘nzuccherate”, e qui viene subito in mente la canzone Vuccuccia d’oro di De Titta e Di Jorio); oppure un altro element fisico protagonist dei messaggi amorosi sono gli occhi. Ricordiamo gli “ucchiuni nire” delle poesie detittiane, o anche I capelli neri della Caruline di De Titta e Di Jorio:

Sti capille Caruline,

Com’è bille, cuscì fine,

Tutte trecce, tutt’anielle

Tutte quènete fa ‘ncantà.

Segue articolo

9 gennaio 2025

Lu Jenche (il Giovenco) - Atto comico - satirico di Giulio Sigismondi.


Giulio Sigismondi - a 50 anni dalla morte (1966 - 2016) - Teatro 2 Pini di San Vito Chietino - 12 agosto 2016 
Attori: - Virgilio Sigismondi - Maria Di Clemente - Mario Cipriani - Mario Iavicoli - Nicola Iurisci - Nicola Firmani - Gaetano Testa - Carlo Alberto Simone.
Da: Luciano Flamminio - FamigliaSigismondi

Giulio Sigismondi, voce del Poeta e Canzoni Abruzzesi cantate da Aristide Sigismondi.


Giulio Sigismondi

Ceramica originale di Gabriele Orlandi, 1980

Giulio Sigismondi (Guardiagrele 1893, San Vito Chietino 1966) poeta e cantore abruzzese

Giulio Sigismondi nacque il 2 marzo 1893 a Guardiagrele (Ch) dai lancianesi ALfredo e Rosa De Ritis. Compì gli studi ginnasiali a Lanciano (Ch) ed ebbe come insegnante Ettore Allodoli. A soli sedici anni pubblicò, in copie manoscritte su quaderni scolastici, una raccolta di quarantadue poesie in lingua dal titolo Fiori primitivi, dedicata "agli amici sinceri".

Terminati gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di medicina di Napoli. Dopo il bienno cambiò facoltà iscrivendosi a lettere.

La città partenopea lo formò artisticamente. Ebbe modo di conoscere e frequentare famosi artisti quali Salvatore Di Giacomo ed E.A.Mario (quest'ultimo gli musicò due testi poetici per canzoni in lingua): con loro seguiva la rinomata "Piedigrotta" (festival della canzone napoletana) assimilandone il gusto e la voglia di cantare.

Scrisse i primi testi letterari per canzoni, lavori teatrali, novelle e racconti. Collaborò alla redazione di periodici lancianesi, compose alcuni poemetti (dieci in tutto) che riunì in una raccolta dal titolo Tra le mentucce, che dedicò alla cara memoria della madre (morta giovane quando il poeta era appena sedicenne) che lui stesso dattiloscrisse e districuì agli amici.

Intorno agli anni venti iniziò la stagione poetica più felice. Scrisse i testi delle canzoni che hanno avuto maggior successo e che vedranno poi la realizzazione tipografica nel 1923 con il titolo di Canzune nustre e due lavori teatrali Passe l'angele e dice ammén e Lu Jenche editi in un unico volumetto.

Nell'aprile 1922, contrappose alla "Maggiolata" di Ortona (nata nel 1920) la "Festa delle canzoni" dove l'accoppiata Sigismondi-Gargarella risultò vincitrice per la categoria "professionisti" (cft. "L'Alba", n.4, 1922), con la canzone rimasta famosa Canzune nustre.

Nel giugno del 1927 convolò a nozze con la roccolana Teresa Grazia Amelia, essendosi stabilito a Rocca San Giovanni (Ch) per aver vinto un posto di Segretario comunale.

Nel dicembre del 1932 si trasferì a San Vito Chietino (Ch) dove fu chiamato a ricoprire il posto vacante di Segretario comunale.

A Rocca San Giovanni erano nate le due figlie Mirella e Perla; a San Vito Chietino, dopo dieci anni, nacque il terzogenito Virgilio.

A San Vito fu accolto con grande amicizia e simpatia ed il legame si rafforzò sempre più negli anni a seguire, fino alla morte avvenuta il 14 maggio 1966.

Nel 1961 a Giulio Sigismondi venne conferito il "Premio Cultura Città di Chieti" un significativo riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria.

Nel 1965, poco prima di morire, Guido Albanese scriveva, tra l'altro, al suo amico fraterno Giulio: «[...] dove sono andate a finire le belle Maggiolate ortonesi?». A quel pianto accorato si è unito il pianto di tutto l'Abruzzo, perchè nel volgere pochi mesi si assistette alla scomparsa di due uomini, tra i più illustri figli, che hanno contribuito, in maniera inconfutabile, all'affermarsi della "Maggiolata".

Ottaviano Giannangeli nella prefazione alla pubblicazione della raccolta Canzune nustre - Canti popolari abruzzesi di Giulio Sigismondi, edito a cura di Virgilio Sigismondi (figlio del poeta) scrive: Tra l'altro << Si potrebbe usare, per Sigismondi, la qualifica di cantore essenzialmente melico, quando si precisi però nel forgiare i versi per canzoni egli è sempre formalmente, letterariamente “impegnato” […] ogni canzone è l'episodio di una storia: e il risultato può essere un affresco folkloristico […] La sua dote precipua potrebbe ravvisarsi nella discrezione e nell'eleganza>> 

Aristide Sigismondi

Aristide Sigismondi

Fu vero ambasciatore del dialetto abruzzese negli Stati Uniti degli anni ’20 e 30′. Era nato a Lanciano nel 1882

Aristide, Francesco, Raffaele Sisigmondi nacque a Lanciano, strada del Popolo, il 20 settembre del 1882 da Alfredo (ventiquattrenne “impiegato” figlio di Francesco e Rosolina) e da Rosa De Ritis (ventunenne figlia di Antonio e Giulia Scopinaro). I genitori di Aristide si erano sposati il 29 gennaio del 1881. Il giovane Aristide decise di lasciare l’Abruzzo alla ricerca del “sogno americano”.

Giunse ad “Ellis Island” nel 1904 a bordo della “Prinz Oskar”. Giunto negli Stati Uniti fu assunto dalla “Bank Pitelli” con la quale lavorò fino al 1910. Ma la sua volontà era un’alta. Lasciò la Banca e mise su una compagnia amatoriale (con lui Giuseppe De Laurentis e Gennaro Amato) di “Vaudeville” (commedia leggere in cui alla prosa vengono alternate strofe cantate). Grandi successi furono “U Shoemaker” e “Gland to Meet You Paisan” che venivano cantati, con orgoglio, dai nostri emigranti. Fu sempre attento a proporre canzoni, storie ed aneddoti legati alla sua terra d’origine l’Abruzzo. Dotato di una ottima voce, era un baritono, incise numerose canzoni.

Ma erano le sue istrioniche e comiche esibizioni che lo resero il più famoso ed affermato “macchiettista” dell’epoca. Il suo personaggio di maggior fortuna fu “Frichino” ma anche “Don Peppe Rusacatore” ebbe un notevole apprezzamento da parte del pubblico. Con “Frichino” si esibì con la storica e famosa Radio “WMCA”. Fu un successo senza precedenti. Poi, dal 1934, fu ingaggiato dalla Radio “WOV” nella quale aveva un suo spazio fisso nel “Rabinovich Program” e successivamente ne realizzò uno tutto suo: “Buon Pranzo”.

Il suo “The Death of the Mulberry Street Feast” fu la più bella parodia sulla dura realtà della vita a “Little Italy”. Negli anni venti la sua canzone “No Beer, No Work” ebbe uno straordinario successo. Altre sua canzoni che poi divenivano spettacoli furono: “Lu mastu de festa ‘e Mulberry Stritto”; “’E cafuncelle d’ America”;” ‘e guaie ‘e Nicola”; “Nun te voglio Cuncette’”;” Lu Currede”; “Il Diavolo e l’Acqua Santa”; “Cartoline da Little Italy” e poi “A Figlia e Jorio”. Aristide Sigismondi si esibì un tutti i più importanti teatri d’America. Sposò Kate , siciliana di quindici anni più giovane di lui, che gli diede un unico figlio Aldo. Aristide Sigismondi morì a New York, dove aveva sempre vissuto, nel maggio del 1971.

A cura di Geremia Mancini – presidente onorario “Ambasciatori della fame”


Da: FamigliaSigismondi