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15 febbraio 2026

Marino Valentini, L'infanzia del card. Giulio Mazzarino e la regina inglese dal sangue teatino.

L'INFANZIA DEL CARDINAL GIULIO MAZZARINO E LA REGINA INGLESE DAL SANGUE TEATINO
di Marino Valentini

Abbiamo discrete conoscenze (pettegolezzi a parte) sul periodo francese di Giulio Mazzarino, il cardinale che divenne primo ministro del Regno di Luigi XIV, succedendo a Richelieu, ma ignoriamo del tutto la sua infanzia, dove visse e cosa faceva da bambino. Intanto occorre dire che la sua famiglia, proveniente dalla Sicilia, si trasferì in Abruzzo subito dopo che il padre ebbe l'incarico di amministratore dei beni del romano Filippo Colonna, il quale era all’epoca Gran Contestabile di Napoli (comandante in capo dell’esercito del viceregno napoletano).
Il futuro cardinale nacque nell’estate 1602 a Pescina, da Ortensia Bufalini, perché i Mazzarino erano soliti trascorrere le vacanze nel centro abruzzese, presso la casa dello zio materno di Giulio, l’abate Nicola Bufalini, direttore del locale brefotrofio.
Ma i Colonna avevano diversi feudi nel regno di Napoli, soprattutto in Abruzzo e non solo nella Marsica, in particolare Filippo Colonna, aveva non pochi possedimenti nel chietino.
Svelata quindi la presenza dei Mazzarino in Abruzzo, ci si chiede dove il piccolo Giulio sia vissuto nel periodo della sua infanzia.
È certo che a sette anni il futuro primo ministro francese sia entrato nel collegio dei Gesuiti di Roma e nella città del Papa compì tutti i suoi studi sino alla laurea, ma fino al 1609 dove ebbe vissuto?
Sappiamo che i genitori di Giulio, ossia Pietro Mazzarino e Ortensia Bufalini, ebbero sei figli (se si esclude la primogenita morta a un anno), i primi due, cioè Giulio e Alessandro, nacquero rispettivamente nelle estati del 1602 e del 1605 a Pescina e diventeranno entrambi cardinali, ma alcuni anni dopo nasceranno tre bimbe: Anna Maria (1607), Margherita (1608) e Clelia (1609). Ciò che è sorprendente è che le tre sorelle nacquero a Chieti e ritengo che la circostanza non costituisca una mera coincidenza, ove non si pensi che la famiglia potesse stabilmente ivi risiedere.
Non è azzardato infatti pensare che l'amministrazione dei tanti beni dei Colonna in terra chietina (a Manoppello, Pretoro, Rapino, Serramonacesca, Fara Filiorum Petri, Roccamontepiano, Pennapiedimonte, oltre a Orsogna) potesse essere meglio svolta vivendo nel suo capoluogo. Del resto, lo stesso storico e giureconsulto Lucio Camarra, teatino purosangue, proprio a Chieti ricopriva anche l'incarico di funzionario ducale della famiglia Colonna. Quindi non è arduo ipotizzare che il piccolo Giulio Raimondo potesse giocare, scorrazzando tra vie e case della nostra città.
L'ultima figlia Geronima nacque invece a Roma nel 1614, dove presumibilmente la famiglia si trasferì definitivamente e dove tutte e quattro le sorelle del cardinale trovarono marito.
Delle tre sorelle teatine, quella di maggior rilievo è la storia di Margherita che sposò il conte Martinozzi; dalla loro unione nacque Laura Martinozzi che divenne duchessa di Modena, avendo sposato Alfonso IV d'Este e dall'unione dei due nacque Maria Beatrice d'Este, nota in Inghilterra come Maria di Modena che, andata in moglie a Giacomo II Stuart, divenne regina d'Inghilterra, l'ultima regina cattolica inglese... ma di sangue teatino!

4 gennaio 2026

SI DICE E SI RACCONTA... L'ABBAZIA DI SANTA MARIA ARABONA A MANOPPELLO (PE) .


SI DICE E SI RACCONTA... L'ABBAZIA DI SANTA MARIA ARABONA A MANOPPELLO (PE) 

di Antonio Mezzanotte

Si dice e si racconta che l’Abbazia di Santa Maria Arabona, solitaria e austera, vegli da secoli sulla valle della Pescara come una sentinella di pietra. Sorge su una collina che pare scelta non a caso, dove il vento porta con sé echi di preghiere antiche e il silenzio è più eloquente di mille parole. La leggenda vuole che fu costruita dai Giganti Paladini insieme alla Torre di Rosciano, che sovrasta dall'altro versante della vallata. 

Secondo alcuni, il nome “Arabona” deriverebbe da Ara Bona, l’altare della Bona Dea, divinità romana della fertilità e della natura. Si narra che proprio qui sorgesse un tempio pagano, poi distrutto, le cui pietre furono riutilizzate dai monaci cistercensi per innalzare la nuova chiesa cristiana. Un gesto che non fu solo pratico, ma simbolico: la spiritualità nuova che si innesta su quella antica, senza cancellarla del tutto. 

Fondata nel 1197 come esito di una donazione dei conti di Manoppello, consacrata nel 1208, l’abbazia fu la seconda in Abruzzo dell’Ordine Cistercense, dopo Santa Maria di Casanova. I monaci provenivano da Sant’Anastasio alle Tre Fontane di Roma e portarono con sé la regola di san Bernardo di Chiaravalle: sobrietà, lavoro, preghiera. Niente lussi, niente fasti. Solo pietra, luce e silenzio. 

L’edificio, incompiuto sin dalla nascita, conserva una bellezza severa e disarmante. La pianta è a croce latina, ma delle tre navate previste fu costruita solo la prima campata. Il chiostro non fu mai realizzato. Eppure, ciò che manca sembra accrescere il fascino del luogo, come se l’incompiutezza fosse essa stessa parte del messaggio. 

Il coro, profondo e rettangolare, è affiancato da cappelle laterali. Le volte a crociera, i contrafforti esterni, le cornici a denti di sega e gli archetti pensili parlano il linguaggio dell’architettura borgognona, ma con accenti abruzzesi. Il rosone, ricostruito nei restauri del Novecento, sembra un occhio che scruta il cielo, mentre la facciata incompleta racconta di un sogno interrotto. 

All’interno, la luce filtra discreta, accarezzando le pietre e le volte. Le campate del transetto e del coro presentano costoloni gotici, mentre la navata centrale, restaurata negli anni ’50, conserva una sobrietà che invita alla meditazione. Alcuni studiosi ipotizzano che le prime maestranze fossero cistercensi, poi sostituite da artigiani locali, forse provenienti da San Clemente a Casauria. 

Nel coro, sulla parete absidale, si conservano tre affreschi: al centro, una Crocifissione, sulla sinistra una santa coronata con un libro (alcuni vi vedono Caterna d'Alessandria, altri Elisabetta d'Ungheria), entrambe le figure sobrie e composte, immerse in una atmosfera di raccoglimento; sulla destra la Madonna è seduta in trono con il Bambino in braccio, che tra le  mani ha un piccolo cagnolino bianco, dettaglio raro e sorprendente. Il cagnolino, docile e raccolto, introduce una nota affettuosa e domestica nella scena, interpretata come simbolo di fedeltà o innocenza. Sulla cornice, in caratteri gotici, la data 1373 e il nome del pittore: Antonio Martini da Atri, al quale viene attribuita anche la Crocifissione. Nonostante l’usura del tempo, gli affreschi mantengono una forte intensità spirituale e una delicatezza narrativa che rende il coro uno degli angoli più suggestivi dell’abbazia. 

Accanto agli affreschi si staglia un elemento scultoreo di rara bellezza: il candelabro pasquale in pietra, alto circa sei metri, decorato con motivi vegetali e animali e sorretto da colonne tortili. È una presenza monumentale e silenziosa, che sembra custodire il mistero della luce e della rinascita. Poco distante, un tabernacolo sorretto da esili colonnine e scolpito con rilievi floreali completa il quadro, testimoniando la raffinatezza dell’arte cistercense. 

In prossimità dell'ingresso laterale (detto "Porta dei morti", perché da lì si accedeva a un antico cimitero) troviamo la Cappella dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. 

Sulle pareti vi si trovano bellissimi affreschi tra cui un Compianto sul Cristo morto: Gesù tra le braccia di Maria con accanto Giovanni Evangelista e la Maddalena in ricchi abiti rinascimentali. Ai due lati, san Sebastiano e Antonio di Padova (con il libro - simbolo di sapienza, e il giglio bianco, che allude alla purezza), oltre alla Croce di Gerusalemme, simbolo dei cavalieri dell'ordine, che ritroviamo nelle decorazioni dell'altare. Un cenno, infine, merita la bella statua di san Rocco, opera dello scultore Troiano de Gyptis da Castel del Monte. 

Nel corso dei secoli, l’abbazia visse momenti di splendore e di abbandono. Nel 1259 ricevette dal papa il privilegio di badia nullius dioecesis, svincolata dalla giurisdizione vescovile. Nel 1587, tuttavia, con la morte dell’ultimo abate, iniziò la decadenza. Passò ai monaci Conventuali, poi ai Baroni Zambra di Chieti. Nel 1968 fu donata ai Salesiani e oggi è sotto la cura dell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto. 

Eppure, qualcosa del passato resta.  

Resta il silenzio che parla.  

Resta la pietra che respira.  

Resta la sensazione che, varcando la soglia, si entri in un luogo fuori dal tempo. 

Don Costantino Carnevale, per lunghi anni custode di questo luogo, mi raccontava che nelle sere d’autunno, quando la nebbia sale dalla valle e avvolge l’abbazia, si ha l’impressione che le mura si muovano, che le ombre dei monaci tornino a pregare e si incontrino nel silenzio, senza parole. Grand'uomo, don Carnevale! Fu cappellano militare durante la seconda guerra mondiale e quando passavo a salutarlo mi narrava fatti terribili ai quali dovette assistere: "la guerra, mai più!", diceva. Chissà, dal mondo della Verità, che ne pensa dei tempi odierni... 

Santa Maria Arabona non è solo un edificio. È un frammento di storia, un respiro di fede, un luogo dove il sacro e il profano si sfiorano senza conflitto.  

Chiunque vi entri, se ascolta davvero, potrà udire ciò che le pietre hanno da dire.

23 gennaio 2022

Antonio Mezzanotte, L'appalto-truffa per la scafa di Rosciano.

 
L'APPALTO - TRUFFA PER LA SCAFA DI ROSCIANO

di Antonio Mezzanotte

Il toponimo Scafa, che oggi è riferito ad un noto paese della Val Pescara, un tempo indicava un tipo di imbarcazione con la quale si guadava il corso di un fiume: era una sorta di zattera, spesso fornita di due parapetti laterali formati da catene di ferro, a fondo piatto e priva di prua. Nella direzione dell’attraversamento della scafa veniva posta una fune, manovrata facendo perno su due pali conficcati nelle sponde opposte, così che era consentito tirare la scafa nell’andata ed al ritorno. La scafa era adibita al trasporto di persone, di animali, qualche volta anche di carretti trainati da buoi, di merce varia.
La ‎«scafa di San Valentino», appunto, era riferita alla chiatta che si trovava dove oggi sorge il paese di Scafa, fino al 1948 tenimento del Comune di San Valentino in Abruzzo Citeriore, e che veniva utilizzata per il passaggio sul Pescara, un fiume che prima di essere imbrigliato in salti, dighe e condotte forzate aveva un alveo naturale ben maggiore dell’attuale.
Il Pescara veniva attraversato anche in altri punti, ad esempio presso Villanova (a mezzo della cosiddetta "barca da piedi") e lì dove ora troviamo il c.d. Ponte delle fascine, in località Villareia, in coincidenza del guado del Tratturo Magno ("barca da capo", ovviamente, come l'altra rispetto alla città di Chieti).
Fino ad oggi, nessuno ha mai dato rilievo alla scafa di Rosciano. In verità, la presenza di una chiatta era già indicata nel Catasto onciario del 1743 (il servizio era a carico del Comune, che corrispondeva un balzello annuo al Connestabile Fabrizio II Colonna per l’appoggio all’altra riva) e all’epoca entrambe le rive erano comprese nel tenimento dell’Università di Rosciano (la sponda opposta, ora appartenente al Comune di Manoppello, fino al 1811 era terra roscianese, indicata concretamente nella documentazione catastale e notarile come «Terra de là dalla Pescara»).
Nel 1853 la scafa era ancora presente, sebbene malridotta, ed affidata in appalto ad un privato.
Secondo la testimonianza di Pasquale Castagna, storico angolano, la vecchia scafa (che l'atlante Rizzi Zannoni del 1808 colloca dalle parti di Contrada Lavatoio) fu abbandonata quando venne ammodernata la via Salara (come veniva chiamata l’antica strada consolare Tiburtina Valeria).
Sembra che sia stato proprio Re Ferdinando II nel 1847 ad ordinare il ripristino del servizio. Fu quindi bandita una gara d’appalto dalla Provincia di Abruzzo Ulteriore Primo (alla quale era stata trasferita la competenza in materia), ma il capitolato prevedeva che l’appaltatore sarebbe stato pagato (seppur a prezzo ridotto) anche qualora la scafa fosse stata rotta, danneggiata e/o non avesse potuto assicurare il servizio.
Ovviamente, a quelle condizioni l’appaltatore truffaldino non si curava affatto né del servizio di traghettaggio, né della manutenzione della chiatta, in quanto, in ogni caso, ci avrebbe guadagnato qualcosa!
Riferisce il Castagna (per l'occasione giornalista d'inchiesta) che a seguito di alcune segnalazioni le Autorità avevano diffidato l’appaltatore al rispetto del contratto. Per tutta risposta, accadde che quegli non solo offrì un ribasso dell’80% sul costo del servizio (probabilmente in combutta col preposto Ufficio provinciale), ma nemmeno si preoccupò di ripristinarlo, cosicché continuò ad intascare il prezzo del traghettaggio per l’utilizzo di un battello inesistente, forse da realizzare in futuro, ma che la Provincia pagava come se l’imbarcazione fosse esistente ed il servizio svolto regolarmente!
La scafa, o quella che ne era rimasta, fu poi sostituita nel 1886 dal ponte di legno fatto realizzare dall’Ing. Enrico Santuccione in adiacenza al ponte ferroviario che precede la Stazione di Rosciano. Quel ponte negli anni Venti del secolo scorso fu a sua volta sostituito con l’attuale ponte in muratura (danneggiato durante l’ultima guerra e poi ricostruito).

(Sul n. 1/2021 della Rivista Abruzzese ne parlo diffusamente. Nella foto: Filippo Hackert, “La scafa di Persano”, 1782, pittura a tempera)


13 maggio 2021

Filippo Marino, Dino Zambra, giovane laico Servo di Dio.

Dino Zambra
Dino Zambra, giovane laico Servo di Dio

di Filippo Marino.

Defendente Zambra, detto Dino, nacque a Chieti il 12 marzo 1922 dal barone teatino Gerardo Zambra e dalla signora lancianese Elena De Giorgio.
Unico erede di una nobile ed agiata famiglia fu un giovane esemplare, si contraddistinse sempre per una alta moralità, grande modestia e tanta generosità.
Quotidianamente si recava a pregare nella Abbazia cistercense di S.Maria Arabona a Manoppello (PE), di proprietà della famiglia e si dedicava ai giovani e ai più bisognosi sempre con sensibilità, rispetto ed umiltà.


S.Maria Arabona di proprietà della fam. Zambra


Dopo gli studi liceali al “G.B. Vico” nella città natale, fu studente modello alla Facoltà di Lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fu membro dell’Azione Cattolica, della FUCI e della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli.


Nel 1943, richiamato alle armi per servire la Patria, partì per la Seconda Guerra Mondiale e dopo il corso da ufficiale ad Ascoli Piceno, fu assegnato in Puglia. Ammalatosi di meningite, morì il 3 gennaio 1944 nel sanatorio di Lecce, senza alcun conforto familiare. 
Date le difficoltà del tempo, le spoglie di Dino tornarono alla Badia di S.Maria Arabona solo il 1 novembre 1944, dove con grande commozione si svolsero i funerali e dove riposa (nella seconda cappella alla destra dell’abside). Questo luogo divenne da subito meta di pellegrini, che ai piedi della sua tomba trovano forza, consolazione e speranza.
La sua breve vita fu sempre all’insegna della grazia di Dio e della carità cristiana.


Dopo la dipartita vennero alla luce i suoi scritti, in particolare il suo “Diario”, che rivelarono a tutti la bellezza della sua anima e la ricerca di essere conforme a Cristo.
La sua fama e l’odor di santità si diffusero rapidamente in Italia e nel mondo, specialmente tra gli emigranti abruzzesi ed iniziarono a giungere notizie di grazie ricevute.
Questo portò la Diocesi di Chieti-Vasto ad introdurre la Causa di Beatificazione mediante il Postulatore Don Antonio Graziani, canonico della Cattedrale San Giustino di Chieti, nominato dai genitori di Dino. Nel 1961 fu presentato all’Arcivescovo S.E. Mons. Giovanni Battista Bosio il “supplice libello”, cioè l’apertura del processo nella fase informativa diocesana. Tra i numerosi testimoni furono ascoltati i genitori, i parenti, tra cui lo zio il senatore Giuseppe Spataro di Vasto e tanti amici. Il processo diocesano si concluse nel 1969 ed il successivo Arcivescovo S.E. Mons. Loris Capovilla inoltrò il tutto in Vaticano, presso la Congregazione delle Cause dei Santi. 

Nel 1995 l’Arcivescovo S.E. Mons. Edoardo Menichelli riprese l’iter con la nomina del nuovo Postulatore della fase romana, il salesiano Don Pasquale Liberatore e ne seguì il decreto di validità del processo. Subito fu incaricato Don Antonio Bevilacqua, del clero vastese, per la redazione della “Positio super vita et virtutibus”, un approfondito lavoro consegnato alla Congregazione delle Cause dei Santi nel 2000, di cui si attende l’esito della Chiesa per poter elevare Dino Zambra agli onori degli altari.
L’Arcivescovo S.E. Mons. Bruno Forte ha inserito la figura di Dino tra i Santi e i Venerabili del teatino nel testo dei “Lineamenta” del sinodo diocesano.