10 maggio 2026
14 ottobre 2025
Proverbi italiani, raccolti e illustrati da Niccola Castagna (1823 – 1905). Letterato, filologo, storico, giurista e patriota abruzzese.
Uomo di grande cultura e di multiforme ingegno, Niccola Castagna nacque il 21 ottobre 1823 a Città Sant’Angelo, ora nella provincia di Pescara, da Michelangelo, medico e patriota, e da Raffaella Della Cananea.
Trascorse la giovinezza sotto le cure affettuose e l’educazione del padre per trasferirsi poi con il fratello Pasquale ad Ortona, affidato all’insegnamento del teologo Domenico Puglisi che, nel 1848, sarà eletto Deputato al Parlamento napoletano. Conseguì la maturità classica presso il liceo dell’Aquila e da qui all’Università di Napoli dove si laureò prima in Lettere e Filosofia e più tardi in Giurisprudenza.
Ebbe tra i maestri Basilio Puoti; fu amico di Carlo Poerio, Mariano D’Ayala, Atto Vannucci, Pietro Paolo Parzanese e Niccolò Tommaseo.
Il Castagna iniziò a scrivere e pubblicare, su periodici napoletani, sin da giovanissimo, articoli, studi e saggi di letteratura; divenendo nel tempo uno scrittore elegante e garbato.
Nel 1845 rifiutava l’insegnamento al collegio “Aldino” di Prato, offertogli da Atto Vannucci, che si era recato a Napoli per il VII Congresso degli scienziati. Fu severamente richiamato dalla prefettura di polizia napoletana per aver pubblicato sulla “Sirena”, una strenna del 1846, la poesia Il gufo, dove si ravvisava un riferimento offensivo allo zar Nicola I, che l’anno precedente si era recato a Napoli
Sotto il profilo civile e politico, Niccola Castagna partecipò, insieme ad altri patrioti, a diversi convegni liberali; ciò non sfuggì all’attenzione della polizia borbonica che lo tenne costantemente sotto stretta osservazione. Nel 1847, ritenuto un pericoloso sovversivo, anche perché amico di altri “pericolosi” patrioti tra i quali Carlo Poerio e Pietro Colletta, fu arrestato con l’accusa di cospirazione ed attentato alle leggi dello Stato. Dopo la proclamazione della Costituzione nel febbraio del ’48, insieme all’amico Luigi Dragonetti prese parte alla spedizione dei volontari per la liberazione della Lombardia nel nome della libertà e della pace. Dopo i fatti di Napoli del 15 maggio 1848, fece ritorno a Città Sant’Angelo dove, spinto da molti amici, assunse l’incarico di Giudice Regio supplente, al fine di salvare la Costituzione che già cominciava fortemente a vacillare. Quando la Costituzione fu abolita e tolta ogni libertà, si rifiutò di giurare fedeltà alla monarchia borbonica e perse l’incarico. Da quel momento si ritirò al suo paese natale dove si dedicò alle ricerche linguistiche e storiche, nonché all’esercizio dell’avvocatura: i suoi studi di diritto gli consentirono di scrivere opere quali “Del metodo nella scienza del diritto” (Napoli 1847), “Storia di legislazione criminale” (ibid. 1858)e, la più nota, “Di una ragione penale” (ibid. 1864) che suscitò vasta eco soprattutto in Germania dove se ne occuparono largamente riviste specializzate.
Ripresi gli studi, approfondì le sue ricerche linguistiche e filologiche, e fornì alcune migliaia di schede a Niccolò Tommaseo che le inserì nel suo “Dizionario della lingua italiana”, facendole precedere dalla sigla “Cast.”; dal 1898 al 1900 pubblicherà su “La Rivista abruzzese” una cospicua serie di vocaboli non registrati e perciò proposti ai lessicografi. Profondo conoscitore del dialetto di Città Sant’Angelo, pubblicò “Vocaboli e modi del dialetto angolano col riscontro italiano o toscano” (Firenze 1878), e già aveva tradotto nel dialetto natale la nona novella della prima giornata del “Decamerone” di Giovanni Boccacio. Tra gli studi storici del Castagna, il più interessante è “Della sollevazione d’Abruzzo nell’anno 1814 – Memorie storiche” (Aquila 1875; II^ edizione con aggiunte, Roma 1884). Con vigore e commozione vi sono narrate le vicende dell’insurrezione antimurattiana organizzata dai carbonari di Città Sant’Angelo, Penne, Castiglione Messer Raimondo e Penna Sant’Andrea, cominciata il 27 marzo 1814 e repressa tra il 16 e il 3 aprile. Lo studio portò maggiore luce su avvenimenti sino allora poco noti o inesattamente riferiti, e fu lodato da Atto Vannucci e ampiamente utilizzato nei suoi Martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848. Isolato nella sua Città Sant’Angelo (se ne allontanò solo in occasione del congresso internazionale storico e delle tradizioni popolari svoltosi a Parigi nel 1900, al quale era stato invitato dal governo francese su proposta del corpo accademico della Sorbona), nonostante contatti epistolari con illustri letterati e le critiche favorevoli che le sue opere ottennero da Niccolò Tommaseo, Pietro Fanfani, Giuseppe Pitré, Atto Vannucci e altri, Niccola Castagna non riuscì ad inserirsi nel contesto culturale della sua epoca. Gli nocquero l’eccessivo eclettismo, e per una valutazione complessiva la dispersione di gran parte dei suoi lavori in giornali, riviste e almanacchi. Soltanto alcuni degli scritti variamente sparsi furono raccolti in volume, e tra questi si ricordano “I proverbi italiani raccolti e illustrati” (Napoli 1866; successive ediz. 1868, 1869) (“I proverbi dell’Ariosto tratti dal poema e illustrati“, Ferrara, 1877 [N.d.R.]) e “Il montanaro del Gran Sasso d’Italia” (Atri 1887), cantilene abruzzesi già pubblicate su strenne e periodici napoletani fra il 1842 e il 1846. Della sua conoscenza dei fatti del Regno delle Due Sicilie nella prima metà del secolo XIX sono testimonianza le numerose osservazioni inviate a Cesare Cantù, che gliele sollecitava, e il breve saggio “I deputati al Parlamento napoletano del 1820 e 1821” (in Rivista abruzzese di scienze, lett. e arti, XVII 1902).
Morì nella sua casa di Città Sant’Angelo il 2 marzo del 1905.
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Olindo Jannucci alla conquista delle Maggiolate abruzzesi.
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Antonio Mezzanotte, Giorgio Castriota Skanderbeg.
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| Giorgio Castriota Skanderbeg, busto nella omonima piazza di Villa Badessa di Rosciano |
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Paolo De Cecco: un grande maestro abruzzese eclettico e versatile.
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| Paolo De Cecco, La foce del fiume Pescara, 1905, olio su tela. |
LA VITA

Paolo De Cecco nacque il 13 aprile 1843 a Citta Sant’Angelo da Raffaele Antonio e da Berenice Baiocchi.
Dopo la maturità liceale si recò a Napoli, dove si iscrisse alla Facoltà di Medicina e Chirurgia. Presto si accorse che non era portato per quella disciplina e lasciò l'Università.
Negli anni Sessanta, si dedicò intensamente alla sua vera passione artistica: la pittura e la sua più grande ispiratrice fu la natura. Disegnò volti, figure di giovani donne in costume, scene di vita all'aperto, paesaggi, greggi pasturanti, muletti, cavalli, mucche, branchi di maiali, casolari, contadini e pescatori solitari. Sempre a Napoli , dove frequentò poi l'Istituto di Belle Arti, conobbe Michetti.
Alla fine degli anni Settanta, preso dall’ altra sua grande passione : la musica, partì per Firenze e divenne un concertista di mandolino, e se ne andò peregrinando come un antico troviero.
Nel 1880 fu uno dei fondatori, insieme con D’Annunzio, Tosti, Michetti e Barbella, del famoso “Cenacolo michettiano”.
L'8 settembre 1886 sposò Margherita Di Battista, una ragazza angolana: la cerimonia avvenne a Villa Cipressi di Città Sant’Angelo e Michetti e Barbella furono i testimoni di nozze.
Nel 1897 ottenne la cattedra di disegno all’Istituto Tecnico di Città Sant’Angelo , dove insegnò sino al 1904. Nel 1905 chiese ed ottenne il trasferimento a La Spezia e vi rimase per oltre dieci anni, sino al 1916. Nel contempo coltivava l’attività pittorica partecipando a varie mostre nelle città di Barcellona, Amsterdam, Milano, Torino, Venezia, Roma e Napoli, conseguendo dovunque un notevole successo.
Mostrò specie nelle acqueforti originalità e sicura maestria, come si rileva nelle sue opere conservate in pinacoteche e in raccolte private di Barcellona, Monaco di Baviera, Lipsia, Madrid, Londra, Milano, Bologna e Pescara . Nel 1916, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, si ritirò a Napoli, dove si spense il 19 novembre 1922 e le sue spoglie mortali furono tumulate nel cimitero monumentale della città partenopea.
IL CAPOLAVORO
L’opera più bella e significativa di De Cecco , il suo capolavoro in cui s’abbandona alla malinconia del ricordo è “La foce del fiume Pescara”.
L’eccezionale paesaggio , firmato e datato 1905, evoca mirabilmente i luoghi in cui si svolse anche l’infanzia di Gabriele d’Annunzio.
Lo straordinario scenario risente dell’esperienza e della lunga frequentazione del Cenacolo di Francavilla con Michetti e D’Annunzio. Il sentimento che ispira questo dipinto è il medesimo delle liriche del Vate e delle appassionate descrizioni di scenari naturali di Michetti.
Guardando la mirabile opera sembra quasi di ascoltare le parole che Gabriele scrisse in Terra Vergine nel 1888 : “Le barche pescherecce andavano a coppie; parevano grandi uccelli ignoti, dalle ali gialle e vermiglie.
Poi lungo la riva le dune fulve e in fondo, la macchia glauca del saliceto”. E anche quelle del Libro Segreto : “… rivedo certe vele del mio Adriatico alla foce della mia Pescara, senza vento, senza gonfiezza gioiosa, d’un colore e d’un valore ineffabili, ove il nero e l’arancione il giallo di zafferano il rosso di robbia entravano in una estasi miracolosa, prima di estinguersi”.
L’opera , caratterizzata da efficaci contrasti cromatici, documenta luoghi destinati a subire una trasformazione radicale. Sulla sponda sinistra un antico edificio dei baroni De Riseis produttori di vino, che possedevano in prossimità della foce della Pescara un esteso podere. La villa, con le sue molteplici finestre immersa nella vegetazione, sembra quasi sorvegliare il defluire quieto del fiume. Le imbarcazioni ,dalle vele latine e dagli intrecci simili ad ali di farfalle colpite dalla luce del pomeriggio, si riflettono in modo suggestivo nelle acque della Pescara.
Sulla riva destra completa lo straordinario scenario il mirabile il bozzetto di vita marinara che è come un dipinto nel dipinto: uomini, donne e bambini intenti in diverse attività intorno a un’imbarcazione a secca da cui sono tese le reti da riparare o riavvolgere.
Paolo De Cecco dipinse anche intensi ritratti di una straordinaria sensibilità che raffigurano Aurelia Terzini, la madre di Francesco Paolo Michetti , la giovane amatissima moglie Margherita e altri personaggi del suo tempo tra cui Matilde Serao.
I colpi di luce, le ombre magistrali che torniscono i volti con lievi pennellate mostrano la statura elevata di questo grande maestro abruzzese che dovrebbe essere maggiormente conosciuto e valorizzato.

La moglie Margherita La madre di F.P. Michetti
Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli
email: mancinellielisabetta@gmail.com
Da: Abruzzo24ore.tv
Approfondimenti: portalecultura.egov.regione.abruzzo.it
7 settembre 2022
Coro Angulum di Città Sant'Angelo del M° Antonio Piovano, Canti Folk Abruzzesi.
Da: Cultura Abruzzo 69





