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30 marzo 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna.


Il Gruppo folkloristico di Orsogna in sfilata a Firenze nel 1930

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna

di Angelo Iocco

La cittadina di Orsogna è da considerarsi tra i paesi abruzzesi, dove la vocalità e la tradizione della canzone abruzzese si conserva con freschezza e rispetto della tradizione. Centro devoto a Maria, per la presenza della tradizionale Sagra dei Talami, che affonda le radici a quei riti propiziatori popolari, e alle rappresentazioni Sacre bibliche del XVI secolo introdotte dai Padri Paolotti nella distrutta chiesa della Madonna del Rifugio, Orsogna sin dai primi saggi studiosi del canto e delle tradizioni abruzzesi, apparsi nel secondo Ottocento, è stata al centro dell’attenzione, risaltando per i suoi abiti tradizionali variopinti, per i magnifici gioielli, per le “sciacquajje d’ore” (gli orecchini pendenti), e specialmente per il canto.

Orsogna, la Fonte con il faccione disegnato da Taddeo Salvini, prima della guerra. Donne in abito tipico.


Non oscure sono anche le testimonianze registrate, ad esempio dall’Istituto Luce, quando negli anni ’20 il Cav. Vincenzo Melocchi di Pizzoferrato andava con la Teatina film andava riprendendo ciò che di meglio si conservava in Abruzzo[1]. Tra questi, Orosgna appare in una rappresentazione del matrimonio abruzzese, con la sfilata di un corteo dalla Torre Di Bene, e con un successivo ballo della saltarella. In un alto filmato sonoro si esegue il canto popolare Mo ve’…mo va’…, in un altro ancora dal titolo Vespro abruzzese, appare il Convento dell’Annunziata di Orsogna, meta di pellegrinaggi il giorno dell’Annunciazione a Maria e il Lunedì in albis, in un altro ancora, muto, la Sagra dei Talami. I canti della tradizione orsognese che avremo modo di vedere, attingono a fonti comuni, e sono oggi abbastanza noti in tutto Abruzzo. Ma è il timbro vocale, e la tonalità tipica ascendente delle popolazioni affacciata sull’Adriatico che rendono queste esecuzioni uniche. Essi sono il citato Mo ve…mo va…, La jerve a lu cannete, Maria Nicola, Ti li so’ ditte, Tutte le funtanelle, e infine il cosiddetto inno orsognese: Aria marine, aria di muntagne (Bbone Ursogne).

Questi canti costituiscono il repertorio della Corale “La figlia di Jorio” di Orsogna, la prima corale folkloristica abruzzese a essere ufficialmente nata all’alba delle Maggiolate abruzzesi di Ortona. La sua storia è stata tracciata da Plinio Silverii (1926-2002) nel suo volumetto Orsogna in costume, tip. Brandolini 1981. Il Coro nasce nel ’20, precedentemente si pensava fosse nato nel 1929 insieme alla Corale di Poggiofiorito, tanto che ci fu anche un’importante manifestazione al teatro comunale nel 1979 per festeggiare i 50 anni. Pare che la prima esibizione fu in una festa paesana di S. Antonio di Padova a contrada La Roma di Casoli, poi immediatamente la Corale prese il volo per le manifestazioni, alla Settimana abruzzese di Pescara del 1923, a Firenze nel 1930, nello stesso anno a Roma al Quirinale insieme a un Talamo realizzato per le nozze del Principe Umberto II, a Napoli in piazza Plebiscito, al Museo Belliniano di Catania, alla Rassegna dei Cori di Roma a piazza Siena nel 1938 per la visita di Hitler, al Vittoriale di Gardone Riviera nel 1950. Nella commemorazione del 1979 vi tenne al teatro un convegno con i proff. Ernesto Giammarco, Benito Lanci, Giuseppino Mincione, Franco Potenza, Padre Donato (Giuseppe) Di Pasquale OFM, successivamente si rappresenta una commedia di Plinio Silverii, e infine il canto orsognese Bbone Ursogne.

Lu Canarie, commedia abruzzese di Luigi Morgione, 1983.

26 marzo 2025

Fiabe abruzzesi e molisane, da Le Fiabe italiane raccolte e trascritte di Italo Calvino.



107. L'amore delle tre melagrane (Abruzzo) Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò sulla ricotta. Disse a sua madre: - Mammà, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. - Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi. Il figlio si mise in cammino. Cammina cammina, incontrò una donna: - Giovanotto, dove vai? - Eh sì, lo dirò proprio a te che sei donna! Cammina cammina, incontrò un vecchierello. - Giovanotto, dove vai? - A te sì che lo dirò, zi' vecchio, che ne saprai certo più di me. Cerco una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. E il vecchierello: - Figlio mio, chi è bianca non è rossa e chi è rossa non è bianca. Però, tieni queste tre melagrane. Aprile e vedi cosa ne vien fuori. Ma fallo solo vicino alla fontana. Il giovane aperse una melagrana e saltò fuori una bellissima ragazza bianca come il latte e rossa come il sangue, che subito gridò: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Il figlio del Re prese l'acqua nel cavo della mano e gliela porse, ma non fece in tempo. La bella morì. Aperse un'altra melagrana e saltò fuori un'altra bella ragazza dicendo: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Le portò l'acqua ma era già morta. Aperse la terza melagrana e saltò fuori una ragazza più bella ancora delle altre due. Il giovane le gettò l'acqua in viso, e lei visse. Era ignuda come l'aveva fatta sua madre e il giovane le mise addosso il suo cappotto e le disse: - Arrampicati su questo albero, che io vado a prendere delle vesti per coprirti e la carrozza per portarti a Palazzo. La ragazza restò sull'albero, vicino alla fontana. A quella fontana, ogni giorno, andava a prender l'acqua la Brutta Saracina. Prendendo l'acqua con la conca, vide riflesso nell'acqua il viso della ragazza sull'albero. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E senza starci a pensar su, gettò la conca per terra e la mandò in cocci. Tornò a casa, e la padrona: - Brutta Saracina! Come ti permetti di tornare a casa senz'acqua e senza brocca! - Lei prese un'altra brocca e tornò alla fontana. Alla fontana rivide quell'immagine nell'acqua. "Ah! sono proprio bella!", si disse. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E ributtò per terra la brocca. La padrona tornò a sgridarla, lei tornò alla fontana, ruppe ancora un'altra brocca, e la ragazza sull'albero che fin allora era stata a guardare, non poté più trattenere una risata. La Brutta Saracina alzò gli occhi e la vide. - Ah, voi siete? E m'avete fatto rompere tre brocche? Però siete bella davvero! Aspettate, che vi voglio pettinare. La ragazza non voleva scendere dall'albero, ma la Brutta Saracina insistette: - Lasciatevi pettinare che sarete ancor più bella. La fece scendere, le sciolse i capelli, vide che aveva in capo uno spillone. Prese lo spillone e glielo ficcò in un'orecchia. Alla ragazza cadde una goccia di sangue, e poi morì. Ma la goccia di sangue, appena toccata terra, si trasformò in una palombella, e la palombella volò via. La Brutta Saracina s'andò ad appollaiare sull'albero. Tornò il figlio del Re con la carrozza, e come la vide, disse: - Eri bianca come il latte e rossa come il sangue; come mai sei diventata così nera? E la Brutta Saracina rispose: È venuto fuori il sole, / M'ha cambiata di colore. E il figlio del Re: - Ma come mai hai cambiato voce? E lei: È venuto fuori il vento, / M'ha cambiato parlamento. E il figlio del Re: - Ma eri così bella e ora sei così brutta! E lei: È venuta anche la brezza, / M'ha cambiato la bellezza. Basta, lui la prese in carrozza e la portò a casa. Da quando la Brutta Saracina s'installò a Palazzo, come sposa del figlio del Re, la palombella tutte le mattine si posava sulla finestra della cucina e chiedeva al cuoco: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - diceva il cuoco. E la palombella: Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Il cuoco le diede un piatto di zuppetta e la palombella si diede una scrollatina e le cadevano penne d'oro. Poi volava via. La mattina dopo tornava: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - rispondeva il cuoco. Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Lei si mangiava la zuppettella e il cuoco si prendeva le penne d'oro. Dopo un po' di tempo, il cuoco pensò di andare dal figlio del Re a dirgli tutto. Il figlio del Re stette a sentire e disse: - Domani che tornerà la palombella, acchiappala e portamela, che la voglio tenere con me. La Brutta Saracina, che di nascosto aveva sentito tutto, pensò che quella palombella non prometteva nulla di buono; e quando l'indomani tornò a posarsi sulla finestra della cucina, la Brutta Saracina fece più svelta del cuoco, la trafisse con uno spiedo e l'ammazzò. La palombella morì. Ma una goccia di sangue cadde nel giardino, e in quel punto nacque subito un albero di melograno. Quest'albero aveva la virtù che chi stava per morire, mangiava una delle sue melagrane e guariva. E c'era sempre una gran fila di gente che andava a chiedere alla Brutta Saracina la carità di una melagrana. Alla fine sull'albero ci rimase una sola melagrana, la più grossa di tutte, e la Brutta Saracina disse: - Questa me la voglio tenere per me. Venne una vecchia e le chiese: - Mi date quella melagrana? Ho mio marito che sta per morire. - Me ne resta solo una, e la voglio tenere per bellezza, - disse la Brutta Saracina, ma intervenne il figlio del Re a dire: - Poverina, suo marito muore, gliela dovete dare. E così la vecchia tornò a casa con la melagrana. Tornò a casa e trovò che suo marito era già morto. "Vuol dire che la melagrana la terrò per bellezza", si disse. Tutte le mattine, la vecchia andava alla Messa. E mentr'era alla Messa, dalla melagrana usciva la ragazza. Accendeva il fuoco, scopava la casa, faceva da cucina e preparava la tavola; e poi tornava dentro la melagrana. E la vecchia rincasando trovava tutto preparato e non capiva. Una mattina andò a confessarsi e raccontò tutto al confessore. Lui le disse: - Sapete cosa dovete fare? Domani fate finta d'andare alla Messa e invece nascondetevi in casa. Così vedrete chi è che vi fa da cucina. La vecchia, la mattina dopo, fece finta di chiudere la casa, e invece si nascose dietro la porta. La ragazza uscì dalla melagrana, e cominciò a far le pulizie e da cucina. La vecchia rincasò e la ragazza non fece a tempo e rientrare nella melagrana. - Da dove vieni? - le chiese la vecchia. E lei: - Sii benedetta, nonnina, non m'ammazzare, non m'ammazzare. - Non t'ammazzo, ma voglio sapere da dove vieni. - Io sto dentro alla melagrana... - e le raccontò la sua storia. La vecchia la vestì da contadina come era vestita anche lei (perché la ragazza era sempre nuda come mamma l'aveva fatta) e la domenica la portò con sé a Messa. Anche il figlio del Re era a Messa e la vide. "O Gesù! Quella mi pare la giovane che trovai alla fontana!", e il figlio del Re appostò la vecchia per strada. - Dimmi da dove è venuta quella giovane! - Non m'uccidere! - piagnucolò la vecchia. - Non aver paura. Voglio solo sapere da dove viene. - Viene dalla melagrana che voi mi deste. - Anche lei in una melagrana! - esclamò il figlio del Re, e chiese alla giovane: - Come mai eravate dentro una melagrana? - e lei gli raccontò tutto. Lui tornò a Palazzo insieme alla ragazza, e le fece raccontare di nuovo tutto davanti alla Brutta Saracina. - Hai sentito? - disse il figlio del Re alla Brutta Saracina, quando la ragazza ebbe finito il suo racconto. - Non voglio essere io a condannarti a morte. Condannati da te stessa. E la Brutta Saracina, visto che non c'era più scampo, disse: - Fammi fare una camicia di pece e bruciami in mezzo alla piazza. Così fu fatto. E il figlio del Re sposò la giovane.

24 marzo 2025

Basilio Cascella, Il Santuario di Casalbordino, 1896.

Basilio Cascella, Il Santuario di Casalbordino, 
1896, olio su tela, Museo Costantino Barbella, Chieti.


Basilio Cascella, (Pescara, 2 ottobre 1860 – Roma, 24 luglio 1950)

"Il Santuario di Casalbordino" (per Il Trionfo della Morte di Gabriele d'Annunzio), 1896
Olio su tela
Museo Costantino Barbella, Chieti.

22 marzo 2025

Primo Levi, Abruzzo forte e gentile: impressioni d'occhio e di cuore, 1883.

copertina di F.P. Michetti, 1882 c.
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“Abruzzo Forte e Gentile”

Chi inventò il famoso detto che identifica la nostra terra?

«V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, semplicità ed efficacia, una parola consacrata dalla intenzione degli onesti a designare molte cose buone, molte cose necessarie: è la parola Forza
Epperò, s’è detto e si dice il forte Abruzzo.
V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà è la parola Gentilezza
Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, dico io: Abruzzo Forte e Gentile.» (1, Ave).

Questo è l’inizio di un racconto, o meglio ancora, una raccolta di appunti di viaggio messi insieme da un giornalista e diplomatico ferrarese il cui nome è Primo Levi.

Primo Levi
Primo Levi

Badate bene a non confonderlo con il chimico partigiano nato esattamente due anni dopo la morte del primo. Per essere ancora più precisi, noi stiamo parlando dell’intellettuale che nel 1883, reduce da un viaggio in Abruzzo, pubblicò un libretto dal titolo “Abruzzo forte e gentileimpressioni di occhio e di cuore”.

Il libro, non dato più alle ristampe, si compone di ventidue capitoli all’interno dei quali sono contenuti un indice delle persone incontrate durante il viaggio ed un altro delle località visitate o menzionate nel racconto. Una sorta di diario di viaggio la cui illustrazione in copertina è firmata da Francesco Paolo Michetti, pittore e fotografo abruzzese, nato a Tocco da Casauria (PE).

Primo Levi, autore di “Abruzzo forte e gentile, era figlio di una famiglia di commercianti di origine ebraica, e distintosi per la sua arguta penna e il suo grande ingegno, portò avanti l’attività di fervente giornalista.

Amico di Crispi, che gli garantì una gran carriera al Ministero degli Esteri da affiancare a quella giornalistica, si circondò di alcuni tra i maggiori intellettuali della sua epoca, tra cui molti abruzzesi come Gabriele d’Annunzio, Teofilo Patini e il già citato Francesco Paolo Michetti.

Copertina del libro di Primo Levi
“Abruzzo forte e gentile, impressioni di occhio e di cuore”

Il suo è un sapiente esempio di reportage destinato a presentare una chiara immagine della regione Abruzzo di ieri, un’immagine legata ad un motto che ancora oggi ci identifica.

La gentilezza, dunque, che si mischia alla forza, dove per forza si intende la resilienza, la capacità di resistere ai destini avversi. Alla base di questa forza c’è la tenacia, unita a qualcosa che sa muovere oltre le tacite forme di rassegnazione, ovvero il coraggio. È così che Primo Levi ci ha descritti ed è così che noi abruzzesi ci definiamo tutt’oggi. Conservare questa espressione nella nostra memoria non è un ritorno al passato o una forma di esasperato campanilismo, ma è uno dei più autentici modi che abbiamo per continuare a far vivere quanto di più onesto e vero resiste ancora nella nostra terra, nei nostri paesi, tra le nostre strade e in mezzo alla nostra gente, forte e gentile.

Francesca Liberatore

2 marzo 2025

Antonio Mezzanotte, La Madonna della Cona a Civitella Casanova (PE)


 
LA MADONNA DELLA CONA A CIVITELLA CASANOVA (PE)

SI DICE E SI RACCONTA che una donna rimase seppellita viva sotto una valanga di neve, ma ne uscì illesa grazie all’intercessione della Madonna della Cona che si venera a Civitella Casanova (PE).
In effetti, ancora oggi possiamo ammirare un affresco del 1600, capolavoro di arte rustica e probabile ex voto, che rappresenta tre uomini con mantello, cappello e stivaloni (bellissima rappresentazione dell'abbigliamento civitellese del tempo) con le pale, che cercano di liberare una donna semisepolta nelle neve (della quale sono visibili soltanto il volto e le mani congiunte in segno di preghiera) e, leggermente distaccata, l’immagine della Madonna con il Bambino, al cui intervento prodigioso si deve la sopravvivenza della donna nelle more delle operazioni di soccorso.
Questo affresco è collocato all’interno della chiesa della Cona, fatta risalire al 1300, all’estremità superiore del crinale sul quale si adagia il paese, nei pressi del camposanto.
La Madonna della Cona, molto venerata dalle genti civitellesi e non solo (si narrano eventi prodigiosi a lei riconducibili anche tra gli abitanti della vicina Vicoli), è invece rappresentata nell’affresco in capo all’altare con in braccio il Bambino, verso il quale protende la mano in segno di affettuosa protezione (questo particolare del disegno mi ricorda l’affresco posto all’esterno della Madonna delle Grazie di Alanno, sulla sinistra del portale), con un coretto di tre angeli e la pia ammonizione, fregiata sull’architrave unitamente alla data di realizzo: HIC TRANSIRE CAVE NISI DIXERIS AVE 1515 (“attenzione a non passare di qui senza aver detto ave”). L’autore è ignoto, sebbene lo stile raffinato del dipinto a me richiami quello del Polittico della chiesa di san Leonardo di Pianella, grosso modo del medesimo periodo, che oggi fa bella mostra di sé al MUNDA dell’Aquila.
Vi è un altro elemento che impreziosisce questo luogo: il portale d’ingresso in pietra sulla facciata principale (vi è anche un portalino laterale con timpano in corrispondenza dell’altare, esito di un rimaneggio del 1500 che ha aggiunto quattro contrafforti sulla fiancata sinistra). Monumentale, riccamente e finemente decorato, in netto contrasto con la semplice facciata a taglio orizzontale che si conclude con un campaniletto a vela sull’angolo sinistro.
L’armonia delle proporzioni di questo portale è esaltata dai molteplici elementi scultorei: ghirlande di fiori, rametti di frutta, accigliati volti umani con barbetta caprina nascosti nel fogliame e in alto, sulla lunetta (all’interno della quale possono ancora scorgersi, sebbene con un po’ di immaginazione, i tratti di un’antica pittura, probabilmente riferita alla stessa Madonna dell’altare) un candelabro che snellisce tutto l’insieme.
Alla base delle due lesene scopriamo alcune incisioni di grande interesse: la prima, sul quadrato di sinistra, contiene il nome dei due autori del portale, Bernardino Darz (ma è quasi certo che "Darz" sia una abbreviazione, di difficile scioglimento) e Pietro Aquilano, con la data in cifre romane 1529; sul quadrato di destra il nome del committente, Alfonso Di Giacomo. Ci sono stati tentativi in passato per associare questo Pietro Aquilano all’autore delle sculture sovrastanti l’ingresso al forte spagnolo dell’Aquila, ma, com’è e come non è, sicuramente non si trattava di un semplice scalpellino di bottega, bensì di un maestro nell’arte di modellare la pietra.
Siccome in precedenza ho rimarcato una certa affinità tra l’icona di Civitella e la Madonna affrescata sulla parete laterale esterna dell’Oratorio di Alanno, qui posso concludere che questo portale, nell’insieme e per lo stile, a me richiama il portale della stessa Madonna delle Grazie che troviamo nelle campagne alannesi (datato agli inizi del 1500 e che viene attribuito pure a un Pietro Aquilano ovvero alla bottega di Silvestro dell'Aquila, da molti ritenuto tra i maggiori scultori del rinascimento abruzzese), sebbene altre analogie possono rinvenirsi anche sui portali della parrocchiale di San Pietro a Loreto Aprutino e di San Domenico a Tocco da Casauria.
Dopo aver succintamente descritto i profili più evidenti sulla Cona di Civitella Casanova, che ne denotano presto la ricca preziosità in termini di devozione popolare, pittura e scultura, ora passiamo alla sorpresa finale.
La chiesa della Cona in origine era isolata e lontana dal centro abitato, priva di qualsivoglia elemento architettonico degno di rilievo; pertanto, essa contrasta con lo stile e la pomposità del portale, ma vi è un motivo eclatante per significare la sua presenza in quel contesto: questo portale, infatti, è stato aggiunto alla Cona soltanto in epoca recente, negli anni Trenta del Novecento, quando si necessitava per un verso di dare una risistemata alla chiesa dopo i danni causati dal terremoto del 1915, per altro verso di mettere in salvo uno straordinario manufatto, questo portale appunto, ormai mezzo interrato e frantumato tra altre macerie. Quali? Quelle della non lontana e celebre abbazia di Santa Maria di Casanova, la prima badia cistercense d'Abruzzo, fatta edificare dalla contessa Margherita di Loreto (Aprutino) nel 1191, della cui chiesa abbaziale, dedicata a Santa Maria delle Grazie, esso costituiva il portale d’ingresso!
La storia del ritrovamento e della successiva traslazione, davvero eccezionale, è raccontata da Silvio Aloisi, discendente dei Petronio di Castel del Monte, che avevano acquistato i beni dell’ex monastero.
Oggi dell’esteso e potente complesso abbaziale cistercense, capace di ospitare 500 monaci, di cui fu abate commendatario il cardinale Federico Borromeo (che trasferì all’Ambrosiana di Milano i codici miniati della biblioteca capitolare, i quali altrimenti sarebbero andati di certo perduti, così come il resto dei beni dell’abbazia, dopo le soppressioni napoleoniche) restano in buona sostanza la grande torre di guardia in contrada Casanova di Villa Celiera, pochi altri ruderi e questo straordinario portale.
La Madonna della Cona di Civitella Casanova, un altro luogo dello spirito tra le colline dell’Abruzzo vestino.

22 febbraio 2025

Il canto popolare abruzzese nelle tradizioni di ieri e di oggi – Capitolo III – Come nacque la Canzone d’autore in Abruzzo.

Basilio Cascella, Il Suono e il sonno, 1893, Palazzo della Prefettura di Chieti



di Angelo Iocco

Introduzione

Vorrei iniziare questo articolo con la seguente frase, che sia di monito a chi ama l’Abruzzo e desidera valorizzarlo, a scapito di ridicoli e falsificatori festivals pseudo-salentini della canzone abruzzese, e chi mischia rock ‘n roll o ritmi scottish ai melodiosi ritmi dei canti del lavoro a responsorio di antica tradizione, a chi va infestando il web di articoli scriteriati, scorretti, che denunciano ignoranza sull’argomento, senza sapere minimamente nulla della cultura abruzzese.
Già Pasolini nel 1975 ricordava che “ la memoria si perde nell'oblio dell'etere televisivo“ (Scritti corsari ), oggi può perdersi nell'oblio della rete e nell'indifferenza.
Il secondo Ottocento in Abruzzo, così come in altre Regioni d’Italia, funge da spartiacque tra letteratura colta e borghese, e letteratura popolare. Lo stesso dicasi per la musica, di cui in Abruzzo con Gennaro Finamore nel 1886 si sviluppò un interesse etnoantropologico che iniziò a studiare gli aspetti della canzone popolare, insieme ai documenti dialettali delle novelle, delle poesie, delle filastrocche. Il Finamore si mosse sotto l’egida di studiosi che già si erano occupati di letteratura popolare abruzzese, come Giovanni Papanti ne Catalogo dei novellieri italiani in prosa raccolti e posseduti da Giovanni Papanti, aggiuntevi alcune novelle per la maggior parte inedite, Livorno, 1871, e in I parlari italiani in certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci, Livorno, 1875.

20 gennaio 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – Stornelli Abruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano.

Pasquale Celommi, Donna e pescatore, coll. priv.

IL CANTO POPOLAREABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – StornelliAbruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano

di Angelo Iocco

Canti d’amore

Continuando nel nostro itinerario della Canzone popolare abruzzese, ci soffermiano ancora sugli Stornelli Abruzzesi e i canti d’amore. Essi sono serviti dispirazione nel Novecento a diversi poeti dialettali, come Cesare de Titta, Giulio Sigismondi, Modesto Della Porta, Luigi Dommarco e Luigi Brigiotti per descrivere le bellezze e le qualità della loro bella. Gli stornelli amorosi “fior di ciràsce” (fior di ciliegia) che venivano lanciati dagli spasimaneit alle fanciulle, sembrano quasi farci immergere in un quadro di Francesco Paolo Michetti o Pasquale Celommi. I contadini aspettavano le loro fanciulle al momnto dell’uscita dalla Messa, o durante il lavoro nei campi, o si recavano di note alla finestra per intornare una serenata. Il metron usato era quasi sempre il distico, soprattutto se c’era una risposta da parte della bella.

Questo modo di cantare servì di ispirazione a diversi poeti e musicisti per le canzoni delle Maggiolate, e citiamo Amore me di De Titta e Di Jorio, Brunettelle di Sigismondi e Melchiorre, Serenata spassose di Marcolongo e Di Jorio. Il ritmo giocoso e scherzoso era quello preferito. La ragazza viene paragonata a “nu purtuhalle” cioè un’arancia, ora al sole che illumine l’esistenza dell’innamorato, ora la bocca della bella amante è tutta di zucchero (vucciccia ‘nzuccherate”, e qui viene subito in mente la canzone Vuccuccia d’oro di De Titta e Di Jorio); oppure un altro element fisico protagonist dei messaggi amorosi sono gli occhi. Ricordiamo gli “ucchiuni nire” delle poesie detittiane, o anche I capelli neri della Caruline di De Titta e Di Jorio:

Sti capille Caruline,

Com’è bille, cuscì fine,

Tutte trecce, tutt’anielle

Tutte quènete fa ‘ncantà.

Segue articolo

9 gennaio 2025

Lu Jenche (il Giovenco) - Atto comico - satirico di Giulio Sigismondi.


Giulio Sigismondi - a 50 anni dalla morte (1966 - 2016) - Teatro 2 Pini di San Vito Chietino - 12 agosto 2016 
Attori: - Virgilio Sigismondi - Maria Di Clemente - Mario Cipriani - Mario Iavicoli - Nicola Iurisci - Nicola Firmani - Gaetano Testa - Carlo Alberto Simone.
Da: Luciano Flamminio - FamigliaSigismondi

Giulio Sigismondi, voce del Poeta e Canzoni Abruzzesi cantate da Aristide Sigismondi.


Giulio Sigismondi

Ceramica originale di Gabriele Orlandi, 1980

Giulio Sigismondi (Guardiagrele 1893, San Vito Chietino 1966) poeta e cantore abruzzese

Giulio Sigismondi nacque il 2 marzo 1893 a Guardiagrele (Ch) dai lancianesi ALfredo e Rosa De Ritis. Compì gli studi ginnasiali a Lanciano (Ch) ed ebbe come insegnante Ettore Allodoli. A soli sedici anni pubblicò, in copie manoscritte su quaderni scolastici, una raccolta di quarantadue poesie in lingua dal titolo Fiori primitivi, dedicata "agli amici sinceri".

Terminati gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di medicina di Napoli. Dopo il bienno cambiò facoltà iscrivendosi a lettere.

La città partenopea lo formò artisticamente. Ebbe modo di conoscere e frequentare famosi artisti quali Salvatore Di Giacomo ed E.A.Mario (quest'ultimo gli musicò due testi poetici per canzoni in lingua): con loro seguiva la rinomata "Piedigrotta" (festival della canzone napoletana) assimilandone il gusto e la voglia di cantare.

Scrisse i primi testi letterari per canzoni, lavori teatrali, novelle e racconti. Collaborò alla redazione di periodici lancianesi, compose alcuni poemetti (dieci in tutto) che riunì in una raccolta dal titolo Tra le mentucce, che dedicò alla cara memoria della madre (morta giovane quando il poeta era appena sedicenne) che lui stesso dattiloscrisse e districuì agli amici.

Intorno agli anni venti iniziò la stagione poetica più felice. Scrisse i testi delle canzoni che hanno avuto maggior successo e che vedranno poi la realizzazione tipografica nel 1923 con il titolo di Canzune nustre e due lavori teatrali Passe l'angele e dice ammén e Lu Jenche editi in un unico volumetto.

Nell'aprile 1922, contrappose alla "Maggiolata" di Ortona (nata nel 1920) la "Festa delle canzoni" dove l'accoppiata Sigismondi-Gargarella risultò vincitrice per la categoria "professionisti" (cft. "L'Alba", n.4, 1922), con la canzone rimasta famosa Canzune nustre.

Nel giugno del 1927 convolò a nozze con la roccolana Teresa Grazia Amelia, essendosi stabilito a Rocca San Giovanni (Ch) per aver vinto un posto di Segretario comunale.

Nel dicembre del 1932 si trasferì a San Vito Chietino (Ch) dove fu chiamato a ricoprire il posto vacante di Segretario comunale.

A Rocca San Giovanni erano nate le due figlie Mirella e Perla; a San Vito Chietino, dopo dieci anni, nacque il terzogenito Virgilio.

A San Vito fu accolto con grande amicizia e simpatia ed il legame si rafforzò sempre più negli anni a seguire, fino alla morte avvenuta il 14 maggio 1966.

Nel 1961 a Giulio Sigismondi venne conferito il "Premio Cultura Città di Chieti" un significativo riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria.

Nel 1965, poco prima di morire, Guido Albanese scriveva, tra l'altro, al suo amico fraterno Giulio: «[...] dove sono andate a finire le belle Maggiolate ortonesi?». A quel pianto accorato si è unito il pianto di tutto l'Abruzzo, perchè nel volgere pochi mesi si assistette alla scomparsa di due uomini, tra i più illustri figli, che hanno contribuito, in maniera inconfutabile, all'affermarsi della "Maggiolata".

Ottaviano Giannangeli nella prefazione alla pubblicazione della raccolta Canzune nustre - Canti popolari abruzzesi di Giulio Sigismondi, edito a cura di Virgilio Sigismondi (figlio del poeta) scrive: Tra l'altro << Si potrebbe usare, per Sigismondi, la qualifica di cantore essenzialmente melico, quando si precisi però nel forgiare i versi per canzoni egli è sempre formalmente, letterariamente “impegnato” […] ogni canzone è l'episodio di una storia: e il risultato può essere un affresco folkloristico […] La sua dote precipua potrebbe ravvisarsi nella discrezione e nell'eleganza>> 

Aristide Sigismondi

Aristide Sigismondi

Fu vero ambasciatore del dialetto abruzzese negli Stati Uniti degli anni ’20 e 30′. Era nato a Lanciano nel 1882

Aristide, Francesco, Raffaele Sisigmondi nacque a Lanciano, strada del Popolo, il 20 settembre del 1882 da Alfredo (ventiquattrenne “impiegato” figlio di Francesco e Rosolina) e da Rosa De Ritis (ventunenne figlia di Antonio e Giulia Scopinaro). I genitori di Aristide si erano sposati il 29 gennaio del 1881. Il giovane Aristide decise di lasciare l’Abruzzo alla ricerca del “sogno americano”.

Giunse ad “Ellis Island” nel 1904 a bordo della “Prinz Oskar”. Giunto negli Stati Uniti fu assunto dalla “Bank Pitelli” con la quale lavorò fino al 1910. Ma la sua volontà era un’alta. Lasciò la Banca e mise su una compagnia amatoriale (con lui Giuseppe De Laurentis e Gennaro Amato) di “Vaudeville” (commedia leggere in cui alla prosa vengono alternate strofe cantate). Grandi successi furono “U Shoemaker” e “Gland to Meet You Paisan” che venivano cantati, con orgoglio, dai nostri emigranti. Fu sempre attento a proporre canzoni, storie ed aneddoti legati alla sua terra d’origine l’Abruzzo. Dotato di una ottima voce, era un baritono, incise numerose canzoni.

Ma erano le sue istrioniche e comiche esibizioni che lo resero il più famoso ed affermato “macchiettista” dell’epoca. Il suo personaggio di maggior fortuna fu “Frichino” ma anche “Don Peppe Rusacatore” ebbe un notevole apprezzamento da parte del pubblico. Con “Frichino” si esibì con la storica e famosa Radio “WMCA”. Fu un successo senza precedenti. Poi, dal 1934, fu ingaggiato dalla Radio “WOV” nella quale aveva un suo spazio fisso nel “Rabinovich Program” e successivamente ne realizzò uno tutto suo: “Buon Pranzo”.

Il suo “The Death of the Mulberry Street Feast” fu la più bella parodia sulla dura realtà della vita a “Little Italy”. Negli anni venti la sua canzone “No Beer, No Work” ebbe uno straordinario successo. Altre sua canzoni che poi divenivano spettacoli furono: “Lu mastu de festa ‘e Mulberry Stritto”; “’E cafuncelle d’ America”;” ‘e guaie ‘e Nicola”; “Nun te voglio Cuncette’”;” Lu Currede”; “Il Diavolo e l’Acqua Santa”; “Cartoline da Little Italy” e poi “A Figlia e Jorio”. Aristide Sigismondi si esibì un tutti i più importanti teatri d’America. Sposò Kate , siciliana di quindici anni più giovane di lui, che gli diede un unico figlio Aldo. Aristide Sigismondi morì a New York, dove aveva sempre vissuto, nel maggio del 1971.

A cura di Geremia Mancini – presidente onorario “Ambasciatori della fame”


Da: FamigliaSigismondi

4 gennaio 2025

Il Canto Popolare Abruzzese nelle tradizioni di ieri e di oggi – Capitolo 1: introduzione e stornelli.

Il Canto Popolare Abruzzese nelle tradizioni di ieri e di oggi - Capitolo 1: introduzione e stornelli.

di Angelo Iocco

Lo stato della canzone abruzzese

Ogni regione della nostra Italia ha un suo repertorio di canti tradizionali. L’Abruzzo possiede un particolare e affascinante corpus melodico, analizzato da diversi scrittori a partire dall’800, per quanto concerne le inchieste sul melos popolare. Ricordiamo Fedele Romani, Giuseppe Pitrè, Antonio De Nino, Gennaro Finamore, Raffaele Petrilli, Giovanni Papanti, Francesco D’Ovidio e Antonio Casetti, e poi ancora neo Novecento Giovanni Pansa, Luigi Anelli, Donatangelo Lupinetti, Ettore Montanaro, Francesco Verlengia, Emiliano Giancritofaro, Alan Lomax, Diego Carpitella, Giuseppe Profeta, Antonio Piovano, d. Nicola Jobbi e altri.

Il canto popolare rappresenta l’identità della propria terra. Per così dire, cristallizza diverse pratiche comuni consolidate e modificate nei secoli, un sostrato da intercettare, individuare verso dopo verso, quasi alla ricerca di una enciclopedia tribale del proprio paese, della propria contrada di appartenenza. Di questo si occuparono specialmente De Nino e Finamore, salvare dall’oblio attraverso la trascrizione, i canti e le storielle popolari, e poi nel Novecento con i moderni mezzi, registrare dalla viva voce di popolo le varie versioni, per tramandare un documento per la ricerca degli addetti ai lavori.

Copiosa è la selva di studi su queste tradizioni, e noi in questo breve scritto non possiamo che ripercorrere le tracce di tutti quei contributi, la maggior parte dei quali, è raccolta nella Bibliografia delle tradizioni popolari abruzzesi, a cura di Giuseppe Profeta ed Enrico Di Carlo, L’Aquila 2006. Al massimo possiamo azzardare qualche commento personale sullo stato del canto abruzzesi nei nostri giorni.

Segue...

21 dicembre 2024

Elisabetta Mancinelli, Le tradizioni popolari in Abruzzo.

 

                    Le tradizioni popolari in Abruzzo 

di Elisabetta Mancinelli

L’etimologia del termine “folklore” deriva dall'unione di due parole di antica origine sassone: “folk” popolo e “lore” sapere, sapere del popolo.

Lo studio e l’interpretazione delle tradizioni popolari in Abruzzo sono  iniziati ad opera di studiosi che ne avevano intuito l’importanza molto tempo prima che Gramsci  così definisse il  folclore: “non  una bizzarria, una stranezza, una cosa ridicola ma una cosa molto seria.                            
Finora il folclore è stato studiato prevalentemente come elemento pittoresco, occorrerebbe studiarlo invece come concezione del mondo e della vita”.          
Uno dei padri delle tradizioni popolari si deve ritenere il medico siciliano Giuseppe Pitrè che iniziò il lavoro di raccolta, studio ed interpretazione del folclore con la creazione della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane.
Egli uscì dai confini della sua isola e si relazionò con altri studiosi tra cui l’eminente antropologo Gennaro Finamore (Gessopalena 1836-1923) che per primo sistemò organicamente la cultura popolare abruzzese; anch’egli medico, proprio dall’esercizio della sua professione ebbe il primo impulso a raccogliere i documenti della vita popolare della nostra regione. I suoi due volumi  "Curiosità e credenze" costituiscono  il  corpus più completo delle tradizioni regionali: materiale relativo a credenze, consuetudini, superstizioni, norme di medicina popolare. Suo contemporaneo e altro studioso del folclore abruzzese fu Antonio De Nino (Pratola Peligna 1832-  1907) che si dedicò agli studi demiologici e linguistici  contenuti nella sua raccolta “Tradizioni popolari abruzzesi” che fu definita letteraria in contrapposizione a quella dello scientifico Finamore. Un saggio di questa tipologia di studi è il racconto “La gallina nera” ispirato alla credenza popolare secondo cui la cresta della gallina nera guarisce dal mal di testa.  Anche il sulmonese Giovanni Pansa  (1865-1929) legò il suo nome ad importanti ricerche relative a superstizioni  e miti abruzzesi. I suoi due volumi “Miti e leggende e superstizioni d’Abruzzo” sono ritenuti fondamentali per gli studi etnografici regionali. Il Pansa si è dedicato nello specifico al culto delle grotte, delle pietre miracolose e alle usanze devozionali nei pellegrinaggi in particolare agli ‘strofinamenti rituali nei confronti dei quali lo studioso mostra uno spirito interpretativo all'avanguardia ritenendo queste antiche pratiche, ancora esercitate in qualche santuario, finalizzate ad ottenere un contatto completo con la divinità dalla quale ci si aspetta di ricevere guarigioni e grazie.

Domenico Ciampoli (Atessa 1852-Roma 1926) narratore e saggista fu un fecondo scrittore di fiabe e racconti in stile verista ispirati alla tradizione folcloristica abruzzese e, anche se non fu un vero e proprio studioso, trascrisse  leggende e credenze della vita popolare del proprio tempo. Nella sua raccolta “Fiabe abruzzesi” descrive il mondo agropastorale, le celebrazioni votive del mese di maggio in onore della Madonna e le consuetudini  magico-sacrali legate al matrimonio.
 
           



CREDENZE POPOLARI, RITI E PRATICHE MAGICHE 
Dalle ricerche e dagli studi compiuti da questi padri del folklore e delle tradizioni popolari sono venuti alla luce  tutta una serie di documenti riguardanti  i  riti di magia, le superstizioni e le terapie naturali dei tempi passati. Tante erano le pratiche magiche  che avevano lo scopo di scongiurare gli eventi da ogni influsso negativo proveniente dal soprannaturale. Queste riguardavano tutti gli aspetti e le tappe della vita umana secondo un ritmo cadenzato del tempo: la nascita, il fidanzamento, il matrimonio, la morte.

Numerose erano le credenze popolari che accompagnavano la nascita di un bimbo e i suoi primi anni di vita, si tratta in genere di una serie di precauzioni miranti a tenere lontano i mali, da quelli reali a quelli “magici”. La necessità di protezione da quanto può provocare danno anche da un’occhiata invidiosa, causa di malocchio, si spiega con il fatto che la venuta dei figli era considerato segno della benevolenza divina in Abruzzo come in tutto il centro Sud. Antiche usanze al riguardo erano il divieto di baciare il bambino prima del battesimo e quella di appendere alla camicina del neonato cornetti,  oggetti d’oro e d’argento a forma di cuore. Molti erano gli scongiuri per i mali dell’infanzia dalle forme di incantesimo per la verminara e il Fuoco di Sant'Antonio ai riti per la propiziazione del buon afflusso del latte materno con il ricorso all'acqua “terapeutica” di alcune fontane considerate miracolose, dedicate alla Madonna a Santa Scolastica e Santa Eufemia. Riguardo il fidanzamento e gli usi nuziali vi erano  norme particolari  nella scelta della sposa, la richiesta ai genitori, il trasporto della dote, il canto della partenza, il pianto rituale della madre per il distacco dalla figlia.
Ma un momento importante era rappresentato dal trasporto della dote nuziale: venivano scritti veri e propri contratti tra i genitori degli sposi nel corso di lunghe riunioni alla presenza di testimoni. Il trasporto avveniva il un lungo corteo di carri addobbati  in cui la biancheria veniva esposta in modo che tutti  ne potessero ammirare merletti e ricami. In alcuni paesi vi era l’usanza di seguire gli sposi in corteo dopo il rito religioso e creare barriere di nastri colorati con cui  i partecipanti sbarravano il cammino al seguito nuziale che potevano venire tagliati dallo sposo solo dopo il pagamento di un metaforico pedaggio in dolci, confetti e denaro. La festa  comportava la partecipazione di tutto il paese e le più antiche costumanze vogliono che il banchetto nuziale considerato un vero e proprio  rito di aggregazione, si tenesse a casa della sposa e durasse molte ore. Esso era rallegrato da canti e brindisi che inneggiavano alla bellezze della sposa, auguravano ricchezza e abbondanza soprattutto di figli e tessevano complimenti per il cibo e il vino.  Le usanze legate alla morte secondo arcaiche tradizioni comportavano tutta una serie di rituali dopo la constatazione del decesso. I familiari del defunto interrompevano il lavoro, non dovevano pulire la casa e stare in silenzio. Al trapassato venivano fatti indossare gli abiti migliori, le mani gli venivano giunte sul petto e gli si metteva una moneta in bocca o  in tasca che gli doveva servire perché si potesse  pagare  il tragitto verso l’aldilà. La bara veniva corredata di tutti quegli oggetti che furono in vita cari all'estinto, cappello, pipa, bastone, attrezzi per la barba. Largamente in uso era il pranzo funebre, chiamato “consolo” preparato da parenti ed amici della famiglia  dell’estinto a scopo consolatorio.
 
   Terapie naturali dei nostri nonni

Gli  abruzzesi  per  secoli  per  curarsi  hanno  ricorso  alla  cosiddetta  “farmacia  del buon  Dio” cioè  alle  erbe e  ad  altri  prodotti  naturali.
Si  trattava di  ricette molto diffuse  tra  il  popolo e  alla  portata di tutti a base di sambuco, rosmarino, salvia, menta, camomilla, vino  che venivano usati come  veri e propri  medicamenti. Per ogni malattia c’erano almeno cinque erbe a curarla.
L’acqua  del  fiore  di sambuco era  considerata  un rinfrescante, l’infuso di rosmarino misto a vino  fermentato  era usato per purificare  le  gengive  e profumare l’alito,  il  succo  delle  rose  veniva  ritenuto  un ottimo aperitivo, mentre quello delle  viole  un  efficace  purgativo. I  distillati di  fiori  di  sambuco,  di  finocchi  e  di  salvia  servivano   per  lenire   il  male  agli  occhi,  mentre   il mal  d’orecchi  si  curava  con  succo  di  zucca   unito  ad   olio. Per  far  maturare  i  foruncoli  si  usava un miscuglio di farina di miglio, mentre l’impasto di farina di fave serviva a curare le piaghe. Per lenire gli arrossamenti dei lattanti si spalmava olio d’oliva talvolta  mescolato con cipria. Il male alle ginocchia si curava applicando stoppa imbevuta di vino nero. Il singhiozzo si debellava sorseggiando lentamente uno sciroppo di papaveri misto ad orzo, il succo di ciclamino serviva invece ad arrestare un’emorragia nasale, infine le piume di pioppo, raccolte a suo tempo, sostituivano il cotone idrofilo.

  

Saponi e detersivi di un tempo
Le casalinghe di un tempo portavano a lavare lenzuola, federe e tovaglie al fiume le sbattevano contro i sassi e poi le stendevano al sole sui prati finché non acquistavano il candore ed il profumo caratteristico del bucato di un tempo. Il sapone per lavare la biancheria si ricavava da lunghi e pazienti procedimenti. Si mettevano , in un sacco appeso ad un chiodo della cucina o del fondaco,  cenere , legna e calce miste ad acqua che si aggiungeva di tanto in tanto.
Il liquido che da esso gocciolava ,che aveva forti proprietà detergenti, veniva raccolto in un recipiente  e poi , mescolato ad olio d’oliva di scarto ed a grassi di maiale, veniva fatto bollire fino ad ottenerne un miscuglio pastoso e sodo. Una volta  raffreddato veniva tagliato in pezzi di sapone. La liscivia veniva ricavata dalla decantazione della cenere di legna  nell'acqua bollente e poi usata  in dosi misurate per mettere in ammollo la biancheria sporca. Un altro lavoro che richiedeva fatica e pazienza alle massaie di un tempo era la lucidatura dei recipienti di rame: conche, pentole, tegami, bracieri e scaldini. Specialmente in prossimità delle feste le donne di casa toglievano a questi recipienti la patina scura strofinandoli con sabbia bagnata e poi con aceto e sale risciacquando alla fine con acqua e sapone. La sabbia, il sale e l’aceto erano usati quotidianamente dopo ogni pasto nel lavaggio di pentole e posate  per farle tornare nitide e terse.