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24 settembre 2021

Omobono Bocache, Domenico Romanelli e Pietro Pollidori: Lanciano nella cultura dell'antiquaria del Settecento e l'archeologia dell'antica Anxanum.



Omobono Bocache, Domenico Romanelli e Pietro Pollidori: Lanciano nella cultura dell'antiquaria del Settecento e l'archeologia dell'antica Anxanum.

di Angelo Iocco

Quello che presentiamo è un breve excursus nel mondo dell'antiquaria abruzzese Frentana, e dei numerosi falsi e notizie inventate spacciate come verità storiche, che hanno interessato una porzione dell'Abruzzo Citeriore, ossia la Frentania con Lanciano. Le notizie simpatiche e manipolate riguardanti le glorie patrie dell'antica romana Anxanum, capoluogo dei Frentani, iniziano leggendo la "Chronologia Urbis Anxani", pubblicata presso la Tipografia Facij di Chieti, dalla città fondata da Anxa compagno di Enea eroe troiano approdato in Italia, precisamente il 1 settembre 1180 a.C.; notizie che campeggia anche sul frontone della Casa di Conversazione comunale in piazza Plebiscito, alla vista di tutti; oppure della fonte di Longino il soldato romano nativo di Anxanum che trafisse il costato di Cristo in croce, per poi convertirsi, nato proprio nel luogo dove i Monaci dell'ordine Basiliano fonderanno il monastero di San Legonziano detto anche di San Longino, dove avverrà il celebre Miracolo eucaristico; per il magistrato Giacomo Fella nel suo libro, lì esisteva ai suoi tempi la traccia di una fonte romana rifatta da Caio Cassio Longino, poi sparita a testimonianza dell'antichità del sito.
C'è di più nelle falsificazioni, altre lapidi e iscrizioni vengono fuori nel '700 con gli studi dell'abate di Fossacesia Pietro Pollidori (morto nel 1748 ca.), più volte criticato da studiosi moderni, per suoi diplomi e lapidi falsificate e create ad hoc per confermare le sue tesi circa donazioni e possedimenti trattati nei 4 volumi manoscritti delle "Antichità Frentane"; ampiamente ripresi poi dal seguace fossacesiano Domenico Romanelli (1756-1819), che scrisse due volumi di "Scoverte Patrie di Antiche città distrutte dei Frentani", oltre a 3 volumi dell' "Antica Topografia Istorica del Regno di Napoli". Pollidori fa saltare fuori lapidi che battesimo il prestigio della città di Anxanum e dei suoi edifici monumentali, come terme, templi, così sorgono le lapidi del Tempio di Marte sotto l'attuale Cattedrale, del tempio di Bacco presso il piazzale del teatro Fenaroli, la lapide del tempio di Giunone Lucina sotto la chiesa di Santa Lucia al Borgo, la lapide del tempio di Giove Ottimo Massimo presso la chiesa di Santa Maria Nuova dei Padri Lateranensi, poi Santa Giovina, la lapide della divinità Pelina del tempio che doveva sorgere sotto la chiesa di San Biagio, e quant'altro. Materiale lapideo oggi perduto ovviamente, di cui Pollidori giulivo da notizia nei suoi libri delle Antichità, ricopiati paro paro, e accresciuti di nuove testimonianze dal "seguace ideale" Romanelli, che ebbe anche la grande fortuna di imbattersi nei manoscritti del grande storico e arcivescovo Antonio Ludovico Antinori aquilano (1704-1778), che nel 1745 era entrato in possesso dell'Arcidiocesi di Lanciano.


Innanzitutto occorre notare che siamo in un periodo in cui l'antiquaria e la ricerca storica dei documenti, diplomi, placet, bolle papali e vescovili, documenti notarili, era agli inizi della propria formazione, della propria autocoscienza, e spesso anche Antinori, non riuscendo a trovare lapidi o testimonianze visibili a occhio, perché distrutte dallo stesso Pollidori, o perché gli stessi falsi erano andati dispersi, o addirittura mai creati!, dovette insomma nelle sue ricerche richiamarsi a quanto scritto da Pollidori o da Fella circa le sue ricerche su Lanciano. Testimonianza ne è il libro "Antichità storico-critiche sacre e profane esaminate nella Regione dei Frentani" del 1790, che altro non è tuttavia che una enorme rielaborazione del Romanelli di appunti antinoriani non ancora pubblicati; infatti leggendo l'opera ci si rende conto chiaramente della differenze delle parti più critiche e più serie con note e fonti citate dal'Antinori, dalle varie aggiunte in nota, divagazioni allegre e spesso fuori tema, e aggiunte vere e proprie di capitoli su ipotesi circa la vita sociale, politica e religiosa degli antichi Frentani, e l'abbondanza di notizie fuori contesto e puramente celebrative circa la storia delle chiese di Lanciano, in particolar modo si veda il capitolo sulla Cattedrale della Madonna del Ponte e sulla leggenda dell'icona Mariana rinvenuta murata presso il ponte, notizia che verrà ripresa ampiamente da don Omobono Bocache (1745-1823) per le sue ricerche.


A proposito del Bocache, per introdurlo nell'articolo, si dirà che egli sia l'ultimo "grande ricercatore di antiquaria" della Lanciano del '700, poiché gli storici locali a venire, soprattutto nell'800, dai Maranca ai De Giorgio, dai Bellini ai Renzetti, non faranno altro che, fatte alcune eccezioni, confrontarsi coi manoscritti e le opere edite di questi tre storici maggiori (Antinori, Bocache, Pollidori), copiando pari pari, oppure aggiungendo loro osservazioni, e spesso non citando la fonte di provenienza, per appropriarsi insomma di notizie che gli autori originali non riuscirono a pubblicare in vita, non potendo ora protestare da morti. Questo era il clima culturale di una città che, un tempo sede di grandi Fiere e al centro dei traffici del Regno di Napoli, dopo esser stata gravata da tasse durante gli Spagnoli, privata dei feudi e dei diritti regi, finita sotto il giogo dei Marchesi d'Avalos del Vasto, si era abbandonata ai ricordi nostalgici del passato, all'antiquaria, a inventare e scrivere una storia nuova e gloriosa dei propri padri e dei propri monumenti, a mo' di magra consolazione.
Basti guardare un po' più in la verso la Majella, al paese di Guardiagrele, dove nell'800, quando c'era possibilità di fare ricerche archivistiche nel Comune o presso gli Archivi di Chieti, i baldanzosi studiosi locali si dedicavano ancora all'antiquaria e alla ricostruzione dei propri illustri natali, attingendo a una cronaca inventata di sana pianta dal francescano Niccolò Colagreco, seguito da Angelo De Luca, dal Vitacolonna, da Giuseppe Jezzi e da Filippo Ferrari canonico della Chiesa di Santa Maria Maggiore; dalla fondazione di Grele nell'84 d.C. durante il papato di Anacleto, alla venuta di san Francesco a Guardiagrele nel 1216, dalla Grele sede del gastaldo di Chieti durante i Longobardi, alla città dove le arti, i poeti e gli orefici proliferarono prima di Lorenzo Ghiberti, di Giotto, di Dante e Petrarca, eccovi un altro esempio di diletti della provincia.
Tornando a Lanciano, c'è un ulteriore problema che grava sulla ricerca locale...che ricerca non se ne fa, da anni! Tra gli ultimi a occuparsi di storia locale furono Florindo Carabba, Domenico Policella, Giovanni Nativio, Domenico Priori, Corrado Marciani, Luigi Russo e Vittorio Renzetti, a seguire Giacomo De Crecchio e Mario Salvitti. Recente e interessante anche un contributo sulle storie locali dell'Abruzzo di Cristina Ciccarelli, una delle poche ad essere andata in biblioteca a Lanciano a consultare i 14 volumi manoscritti della "Storia di Lanciano" del Bocache, o della Crhonologia Urbis Anxani del Fella.


Per il resto, solo "ipse dixit". Su Bocache nato a Lanciano nel 1745, continua ad aleggiare nel mistero: già Renzetti, ampio copiatore di notizie bocachiane e antinoriane per le sue ricerche lancianesi, sosteneva che non compariva tra i registri parrocchiali di Santa Maria Maggiore nella Civitanova dove nacque, perché essendo di una famiglia di sarti (i "buca aghi" da cui "Bucachi"), se ne era andato in giro per il mondo. E Marciani nei suoi articoli ha dimostrato che non era così, che si trasferì con i fratelli nel rione Lancianovecchio, per poi vestire gli abiti di francescano, e successivamente tornare in famiglia per cercare con lunghe difficoltà, di entrare nella rosa dei canonici della chiesa di Santa Maria Maggiore. Nel 1799 con l'invasione francese dell'Abruzzo, Bocache vide suo fratello Ermenegildo ucciso dai giacobini impazziti, e nei suoi libri cita anche un episodio di cannibalismo consumatosi nel chiostro di un convento lancianese. Forse esagerazione tipica dell'antiquaria locale? Enfasi e protagonismo nel voler stilare una storia di Lanciano? O effettivamente i francesi e i lancianesi antiborbonici si macchiarono di così atroci delitti in quei mesi di disordine?
E come entrò Bocache da confessor e poi canonico della chiesa del rione Civitanova, nell'interesse della storia locale? Sempre da Marciani sappiamo che Bocache trascrisse delle lettere di Antinori, scritte qualche anno prima della morte nel 1775 al canonico Silverio Cinerini, suo amico, disquisendo di alcune questioni sulla storia locale, come la data sulla trave di legno dell'arco maggiore della vecchia cattedrale, che di lì a poco verrà riedificata con soffitto a volta, affrescato da Giacinto Diano, o sulla statua venerata della Madonna del Ponte. Ma oltre ciò, Bocache sicuramente entrò in possesso di alcuni manoscritti inviati dall'Antinori al Cinerini, inerenti un regesto di pergamene della chiesa di Santa Maria Maggiore, che verrà rinvenuto dal Marciani, insieme ad altre pergamene originali, in un baule presso la soffitta della stessa chiesa di Lanciano. Bocache, interessato dall'antiquaria e dallo studio di Pergamene, e probabilmente anche da alcune copie e versioni alternative delle Antichità Frentane del Pollidori, morto nel 1748, molto probabilmente iniziò a maturare i suoi interessi per lo studio della città. Quel regesto dell'Antinori venne riutilizzato in parte nella trascrizione di altri documenti dell'Arcidiocesi di Lanciano, edito di recente dal compianto Michele Scioli come "Libro di memorie di Anton Ludovico Antinori".


Nel frattempo il fortunato abate Romanelli, entrando nelle grazie di alcuni signori di Napoli come i Caracciolo, dette alle stampe alcuni appunti antinoriani inerenti la storia di Lanciano dai Frentani sino al primo '700, ossia le famose "Antichità storico critiche dei Frentani", di recente ristampate in anastatica dalla Rivista Abruzzese di Lanciano, ovviamente infarcendole di sue osservazioni personali che, come riporta anche la Ciccarelli nelle tavole delle opere storiografiche abruzzesi da lei esaminate, compresi i capitoli di quelle del Fella, Pollidori, Romanelli e Bocache, certamente dovettero far urtare il Bocache.
Forse Bocache stava già attendendo a una memoria locale inerente i fatti francesi del 1799, volendo forse ricordare di come gli stesso prese parte alla sommossa, e di come il fratello morì trucidato, e l'offesa di uno storico locale più conosciuto di lui, che era riuscito a balzare agli onori della cronaca per aver pubblicato un'opera non completamente sua, plagiando l'arcivescovo Antinori, fece scattare in lui un qualcosa, l'istinto di dover rispondere con studi più approfonditi. Conscio della messe di materiale antinoriana e dei regesti della chiesa di Santa Maria Maggiore, Bocache preparò la sua riposta, ampliando i volumi manoscritti delle Memorie lancianesi, scrivendo un "Antiquadro storico di Lanciano", da contrapporre a Romanelli, dove spesso lo accusava e lo apostrofava come "scrittore giovane e ardito". Se Romanelli non si era accorto di lapidi e ritrovamenti importantissimi a detta del Bocache per la storia dell'antica Anxanum, il Bocache nei manoscritti si compiaceva di aver rinvenuto a volte per sua indicazione, in altri casi in circostanze fortuite, lapidi, monete, iscrizioni, tombe, ponti, ruderi di chiese e acquedotti, terme, sparsi per i quattro quartieri di Lanciano. Ecco che esce fuori da una casa di campagna una bilancia per pesi, ecco che esce fuori il tomolo ricostruito a disegno dal Bocache che serviva per i pesi della "curtis anteana" ossia della piazza Plebiscito, ecco le tracce della camera con muro romano dell'antico ponte restaurato sotto l'imperatore Diocleziano nel III secolo, ecco che lui riconosce l'antica fattura della statua della Madonna del 789 d.C. che fu messa sul merlo del ponte antico, dove poi sorgerà la cappellina, che oggi corrisponderebbe alla cappella del Sacramento della Cattedrale settecentesca, e che fungeva da collegamento con la demolita chiesa dell'Annunziata, affiancante il primo oratorio sul ponte, ecco che esce fuori la iscrizione di restauro in epoca normanna del ponte sotto l'imperatore Lotario, ecc., ecc.


Insomma con Bocache ci fu una vera e propria caccia al reperto archeologico di Anxanum, addirittura riconobbe l'acquedotto della località Marcianese che dalla Majella captava le acque che scendevano per l'attuale viale Cappuccini e andavano a immettersi nella latrina del sobborgo dei Funai, per poi scendere al torrente Malvò fino all'attuale piazza Garibaldi (ricavata per colata del fiume a fine '800), un tempo luogo di scolo di queste acque fino al ponte di Lamaccio. L'episodio della statua della Madonna nascosta in epoca bizantina, presso l'arco del ponte romano, e poi fortuitamente rinvenuta dopo il terremoto nel 1088 proprio quando si stava procedendo alla riparazione del ponte, è proprio un'originalità dello stesso Bocache, tanto che nemmeno Fella e Pollidori erano riusciti a trovare così tanta fantasia per spiegare la venerazione così forti a Lanciano per questa Madonna, le cui fattezze della statua presso la nicchia d'altare maggiore non risalgono, come giustamente osservò anche Antinori, alla metà del XV secolo. O la statua venne rifatta in quell'epoca, o la venerazione iniziò a sorgere proprio in quel periodo, come testimonia anche un atto testamentario di Antonio Di Buccio della Taranta, che lascia tutti suoi risparmi all'istituzione della Cappella della Santa Casa del Ponte per l'edificazione di una chiesa più grande.
Il resto sono solo agiografie e invenzioni campanilistiche, come alcuni professori dell'Università "G. D'Annunzio" di Chieti hanno sostenuto, esaminando di persona, essendo esperti del mestiere, le poche lapidi superstiti del Bocache che erano state murate in villa De Riseis a Lanciano in via del Mare, poi acquistata da Di Fonzo, lo stesso proprietario della famosa lapide del collegio dei Nocchieri dell'antica Aterno poi Pescara. Dopo la morte del Bocache infatti le lapidi era finite ai Santacroce, poi ai De Giorgio, per terminare il loro viaggio nel villino tardo ottocentesco dei De Riseis. Interessante sarebbe da notare, in un saggio di antropologia locale, l'interesse così forte di questa città e di questi storici sul ponte ancora oggi attribuito, dopo gli scavi della Soprintendenza Archeologica di Chieti negli anni '90, all'epoca romana dell'imperatore Diocleziano.
Il mistero continua a infittirsi, perché a proposito di questo ponte, si parla di testine romane rinvenute negli anni '10 durante il riempimento (e le versioni di chi la rinvenne parla di scavo sotterraneo) del burrone del fosso Pietroso, per realizzare l'attacco del Nuovo Corso poi Corso Trento e Trieste alla Piazza, per poi finire la salita al Campo della Fiera; la testina in questione è una ritraente un uomo, anche di rozza fattura, forse locale, che poco ha a che fare con i busti e le teste oggi conservatesi che celebrano l'imperatore Diocleziano, cui fu immediatamente attribuita. Lo stesso racconto del passaggio da un proprietario all'altro, della rivelazione in punto di morte ai parenti dello scopritore, hanno un che di avventuroso, curioso soprattutto capire perché si è sostenuto e si continua a sostenere che questa testa si trovi nel Museo archeologico nazionale di Chieti, quando in realtà non c'è! Né è menzionata, come detto, nel catalogo della Fondazione "Federico Zeri".
Infine sul ponte si fa riferimento alla lapide rinvenuta dal bravo archeologo don Omobono Bocache, che annuncia la sua scoperta, riportando il testo: DN DIOCL IOV AUG / SPQ ANX DNMQ EIUS / PONTEM FC; dove l'imperatore Massimiano della famosa diarchia non viene menzionato, sicché Bocache supponeva che fosse stato riedificato nel 285, giustappunto un anno prima della famosa diarchia costituita. E in più per avvalorare una volta per tutte la sua versione, riporta un'ulteriore lapide sul ponte, rifatto un'altra volta quando erano imperatori Diocleziano e Massimiano! Il caso curioso di sovrapposizione architettonica di vari ponti dal 1300 al 1500, visibile anche ad occhio nudo, passando sotto l'arco maggiore dal parco pubblico, o dentro l'auditorium ex pescheria, dove è possibile accedere anche alle fondamenta della chiesa dell'Annunziata, deve aver generato dal 1600, con Fella, Pollidori e Romanelli poi, un vasto interesse, al punto da creare una gloriosa storia sulla sua edificazione, peccato che così tanto interesse non abbia riguardato gli antichi templi, che pur forse dovevano esserci nella città di Anxanum, essendo capoluogo dei Frentani; ma gli scarsi ritrovamenti hanno fatto supporre al Romanelli perfino che il nucleo antico doveva trovarsi, non dove oggi sorge il centro antico di Lanciano, ma nella località Santa Giusta, dove pur venne rinvenuta una lapide. Da lì infatti a suo dire giunse la lapide famosa, rinvenuta dal Belmonte che era murata prima nell'atrio porticato della cattedrale in piazza, e poi presso la torre campanaria, danneggiata dal bombardamento del 1944, e murata attualmente sul muro della rampa di scale del palazzo comunale; ma se essa fu incastonata in una lapide più grande, come si vede, con tanto di iscrizione latina che ricorda che fu rinvenuta dall'umanista lancianese Oliviero da Lanciano al tempo di Ferdinando d'Aragona, a testimonianza e gloria della municipalità lancianese (dato che la lapide attesta i decurioni della municipalità di Anxanum, ossia una sorta di consiglio di amministrazione comunale dell'epoca), allora come mai Romanelli sostenne nelle sue ricerche che la lapide fu ritrovata a Santa Giusta di Lanciano?


E come spiegarsi poi la questione riguardante la critica di Theodor Mommsen alle lapidi di Bocache, considerate subito false (e come ribadito anche oggi, esse false o quasi tutte lo sono!) durante la sua stesura del CIL? Florindo Carabba e Luigi Renzetti parlando invece di una corrispondenza con Mommsen avuta da Bisaccia dove ci si pronunciava sulle lapidi di Bocache, testimoniando come Mommsen non venne mai a Lanciano, e che dunque tale opinione si basa non su quella del celebre filologo e storico, ma su un'altra! Occorre dunque, come già si augurava il compianto Florindo Carabba, realizzare una nuova analisi delle lapidi del Bocache della collezione Di Fonzo, e studiare una volta per tutte le carte dei manoscritti, che furono in parte impaginate male, cioè pagine trattanti un determinato argomento, che saltano da un volume all'altro, perché attaccate male quando furono riunite; l'indicizzazione in biblioteca comunale era stata avviata dal Marciani, ma alla sua morte, ci lavorò Carabba, non completando però la riordinazione delle carte.
Una questione insomma ancora aperta sui vari misteri e falsità gravitanti i reperti dell'antica Anxanum! Terminiamo la sequenza di dubbi che da noi sorgono circa l’affidabilità di certi lavori e sulla nebulosità del caro don Omobono, evidenziando di come siano stati effettuati errori anche nel posizionale la lapide commemorativa nel quartiere della Civitanova, posta sul palazzo in via Garibaldi, quando lui nacque, come riportano gli atti, nel territorio di competenza della parrocchia di Santa Maria Maggiore, tra via Umberto I e via salita Madrigale.