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31 ottobre 2026

Antichi Giornali e Riviste d’Abruzzo: l’Album Pittorico Letterario Abruzzese di Chieti (1859-1860).

I costumi popolari di Ortona, incis., Raffaele Del Ponte - color Filippo Marino
Antichi Giornali e Riviste d’Abruzzo: l’Album Pittorico Letterario Abruzzese di Chieti (1859-1860)

di Angelo Iocco

L’Album Pittorico e Letterario Abruzzese fu fondato da Francesco Vicoli di Chieti nel 1859. L’intenzione era quella di riportare in Abruzzo quel sentimento per la ricerca delle memorie patrie, avviato già con Pasquale De Virgilii sempre a Chieti nel 1836, quando fondò il Giornale Abruzzese di lettere, scienze ed arti, in seguito trasferito a Napoli per problemi con l’Intendenza di Chieti circa le visioni politiche del De Virgilii. Il titolo inoltre faceva riferimento al celebre Poliorama pittoresco di Napoli, su cui diversi abruzzesi scrissero di argomenti vari, dalle proposte di prosciugamento del Fucino, fino alle antiche memorie archeologiche di Alba Fucens e ai monumenti antichi di Aquila, ai Templi romani di Chieti, e ai personaggi illustri quali Giuseppe Vergilj e Raffaele Liberatore di Lanciano, solo per citare alcuni saggi L’Album pittorico ebbe 

19 ottobre 2026

Cenni di Storia sulla Canzone popolare abruzzese, dall’800 a Guido Albanese. Parte prima.

Cenni di Storia sulla Canzone popolare abruzzese, dall’800 a Guido Albanese - Parte prima

di Angelo Iocco

Introduzione

Questo scritto non si propone di essere uno studio completo e soddisfacente della Canzone abruzzese, quanto piuttosto uno strumento per fornire un solco da seguire, e anche volendo modificare con nuovi documenti e scoperte, per far comprendere cosa sia stata e cosa sia, e quanto rimane della Canzone abruzzese. Sembra strano che noi che ci accingiamo a scrivere questo articoletto, data la nostra giovane età, allo stato attuale rimaniamo sconcertati dallo stato di grave ignoranza che incombe sulla Storia della musica della Nostra Regione. Stato di ignoranza che dilaga dalle nostre piccole province al resto d’Italia circa lo stato della conoscenza dei nostri Cori, dei nostri cavalli di battaglia in gran parte estratti dai libretti delle storiche Maggiolate di Ortona o dalle Settembrate di Pescara, o dalle arie popolari rielaborate da valenti maestri di Coro. Molti di questi allo stato attuale sono caduti nel dimenticatoio; non risulta un programma “unificato” da parte della Regione di valorizzazione del patrimonio canoro locale, soprattutto quello folkloristico, ovvero le canzoni d’autore, che poi sì sono divenute di tradizione popolare, ma hanno avuto una data di composizione, dei compositori, e in uno specifico contesto. Tutto ciò attualmente, salvo alcuni valenti studiosi che si muovono nelle biblioteche, piuttosto che alla ricerca di like e commenti facili nel marasma di internet e dei social, non viene considerato. Ci si sarà chiesti magari come nacque la celebre Vola vola vola, chi furono questi nebulosi Luigi Dommarco e Guido Albanese che la scrissero, e perché, in che contesto, per quale gara canora? Di certo la canzone avrà una certa età, guarda caso nel 2022 compie cent’anni dalla nascita, e di certo moli l’avranno scoperta per la triste imitazione fattane da Maurizio Crozza per sbeffeggiare Antonio Razzi, fornendo de facto un’altra ennesima immagine sfigurata e falsa di un Abruzzo ignorante, contadinesco, dove il tempo sembra non esistere, dove tutti ballano, dove c’è il gusto e il compiacimento meravigliato dell’intellettuale per quel folklore ignoto, che però folklore non è, sono quattro stracci cuciti alla buona, per dare parvenza di un costume tipico arrangiato alla meno peggio, preconfezionato per darlo in pasto al pubblico ignorante pagante, per solleticare i suoi appetiti preconcetti!

Terminando questa introduzione, invitando chi di dovere a studiare, così come chi intenda fare una seria ricerca sugli aspetti poco conosciuti dell’Abruzzo, come ad esempio una ricostruzione della storia musicale regionale per quanto riguarda l’attività svolta dalla fine dell’800 alla fine del ‘900, noi speriamo che questo articoletto riesca ad essere di gradimento, e a fornire utili ragguagli per seguire una pista. Non siamo ancora riusciti a capire il perché di tanto lassismo, generato e ampliato soprattutto negli ultimi tempi da internet, con articoli copincollati “male” (sic) da testi di studi, e puntualmente e pecorecciamente ricopiati da altri siti e social, twittati da un link ad un altro, senza nemmeno sapere di cosa tratti, o quali errori possano contenere. Ma abbiamo capito che spesso e purtroppo, alcuni soggetti, che si definiscono cultori della musica e delle tradizioni abruzzesi, per mettersi in mostra davanti al solito pubblico di ammiratori e ammiratrici, anche a pagamento, furbescamente si appropriano, e si sono appropriati della paternità di canzoni, o hanno modificato, per estendere il campo dell’indagine, tradizioni popolari, racconti e storie, senza citare la fonte o la paternità, con scopo di cucire i loro personali spettacolini da orchestrina, e passare un evento in allegria, nella beata ignoranza, generando danno per sé stessi, per chi li ascolta, e soprattutto per le emittenti tv che vanno a riprenderli, e che poi li presentano, anche nei giornali, come esperi della materia, invitando a seguire il loro metodo! Come si fa a seguire persone che parlando di folklore, e che non sanno nemmeno scrivere una nota sul pentagramma? Vanno considerati semplicemente come “cantastorie del web”, e come tali vanno trattati. Poi chi desidera seguirli, faccia pure, ma che sia dato a Cesare quel che è di Cesare, ossia che si dia la giusta importanza a chi compie studi con fatica, ricerca, con sacrifici personali, che sia data a costoro la giusta risonanza, e il giusto riconoscimento per gli sforzi profusi, al posto di concentrarsi tutti come “le pecore al pascolo” di dannunziana memoria, nel seguire i pifferai da web che si sbracciano con sonelli, sonaglietti e versi “taglia-cuci” ulteriormente copiati da altri poeti d’Abruzzo, come se loro pretendessero un riconoscimento per aver creato qualcosa di originale, solo perché troppo furbi nell’aver scovato qualche antologia di versi di difficile consultazione in qualche biblioteca di un paesino d’Abruzzo (cosa ancora grave la scarsa conoscenza da parte degli abruzzesi dei loro stessi poeti, De Titta e Della Porta a parte…forse), soltanto per scarsezza di conoscenza da parte del grande pubblico…abruzzese…e figurarsi fuori Regione! E come, ci è stato raccontato, arrossiscono di rabbia quando qualcuno in pubblico li smaschera, chiedendo loro di citare la fonte di provenienza, come nel caso dei troppi plagiatori de L’arta cchiù prelibbate di Sigismondi, o A la fiera di Lanciane dell’Albanese, che spesso ci è capitato di notare in siti  pubblicazioni in dischi e audiocassetta con la dicitura “canto popolare”, ovvero “anonimo”.

Lo studio nostro, benché incompleto, e ce ne scusiamo, si è basato sulla conoscenza del materiale, sulle interviste e le conversazioni con varie personalità della materia quali Francesco Paolo Santacroce, Vincenzo e Camillo Coccione, Luciano Flamminio, gli eredi di Pierino Liberati, Mimmo Sciascia, Filippo Marino, Luigi Di Tullio, Concezio Leonzi, Carlo Mantini, Pasquale De Rosa e tanti altri. Molti ex maestri e compositori di canzoni corali che hanno visto la gloria negli anni ’70 e ’90 con la direzione dei Cori, la partecipazione a varie gare di canto come il Vernaprile di Teramo, La Settembrata, le Feste dei Cori a Ortona e Lanciano, la Festa dell’Uva di Atri ecc, possiedono degli archivi di musica preziosissimi con riviste, pubblicazioni, audiocassette, nastri registrati ormai introvabili, di cui non esistono copie. Sarebbe auspicabile che si istituisse un Comitato Regionale per la salvaguardia di questo materiale, e un Museo e Centro di documentazione specializzato pe la raccolta d’archivio, come nel caso del folklore presso il Museo Genti d’Abruzzo di Pescara, l’archivio don Nicola Jobbi a Cerqueto di Fano Adriano, l’Archivio “Antonio Di Jorio” di Atri, l’archivio G. Albanese di Ortona, il Museo archivio Coccione di Poggiofiorito, e altri che al momento ci sfuggono. Ma manca un Ente regionale, che garantisca la continuità di questo materiale, cartaceo e audiovisivo, che sia messo a disposizione degli studiosi regolarmente, e non in base alle esigenze e ai momenti liberi dell’anziano compositore, o della locale Pro-loco. Trattasi di materiale canoro del Nostro Abruzzo, quel “nostro Abruzzo” tanto sbandierato da politica e associazioni varie, e i soliti chitarrai del web, con una pretesa rivendicazione di un orgoglio senza volto, senza contorni e “solidità” ben definita. Ma vabbè, basta che lo si dice, che lo si grida, e i precordi della goduria vibrano!

Questo materiale, e molto materiale, come ci è stato detto, raccolto da vari direttori di Coro, o per ignoranza, o per lassismo, o per sciaguratezza, è andato disperso, o rischia di andare disperso un domani, quando non ci sarà più un continuatore della ricerca, quando questi poveri Maestri che tanto hanno fatto per accresce e il patrimonio Canoro d’Abruzzo con nuovi canti e nuovi cori, moriranno. Muore un anziano, chiude una biblioteca! E quanti aneddoti, che spesso non sono scritti suo libri, ma si tramandano oralmente, andranno dimenticati per sempre circa il nostro argomento! Ma per ora pare che questo discorso sia da rimandare, chissà, a data da destinarsi. Per ora ci tocca, in alcuni casi, stare a sentire orchestrine metal che cercano di “contemporaneizzare” le canzoni abruzzesi con oscene riproposizioni in chiave rock di Lu piante de le fojje, o continuare a falsificare e plagiare autori proponendo la canzone A core a core di Di Loreto e Liberati con la dicitura “canto anonimo rielaborato da me!”

Non è nostra intenzione offrire un quadro sconfortate o disfattista, ma anzi, chiamare in causa chi ama la vera Musica Abruzzese, a fare la sua parte, a divulgarla fornendo notizie esatte, e a smascherare gli impostori che copiano o plagiano, e che ledono il buon nome del nostro, quello vero, Abruzzo!

28 settembre 2026

Diego Stefanelli, Cesare De Lollis tra filologia romanza e letterature comparate.


Diego Stefanelli, Cesare De Lollis tra filologia romanza e letterature comparate.

Cesare De Lollis (Casalincontrada, 13 settembre 1863 – Casalincontrada, 25 aprile 1928) fu uno dei più importanti filologi romanzi italiani fra Otto e Novecento. Formatosi all’interno della scuola storica, visse in prima persona la crisi culturale e metodologica di inizio secolo, mettendo in discussione il metodo dei maestri e avvicinandosi all’estetica crociana. La sua concezione della filologia romanza lo portò a uscire dai confini del Medioevo e a inoltrarsi nella Modernità, con uno sguardo intrinsecamente comparato alle tradizioni letterarie dei paesi romanzi (Italia, Francia e Spagna in particolare). Il volume offre un’approfondita indagine sui più importanti campi di studio del filologo abruzzese, rintracciando continuità e discontinuità di un percorso critico complesso e variegato.

Dedica

Guido Cucchiai

Presentazione

11 settembre 2026

Reginella campagnola.


Spartito musicale e testo

Reginella campagnola è una celebre canzone italiana composta nel 1938 da Eldo Di Lazzaro (con testo scritto insieme a Bruno Cherubini). Sebbene sia nata come un brano d'autore moderno, il suo ritmo travolgente a tempo di polka l'ha trasformata nel tempo in un pilastro del patrimonio popolare abruzzese e della musica folk italiana, immancabile nelle feste di paese e nei balli contadini.
Il testo racconta in modo allegro e spensierato la giornata di una giovane contadina dell'"Abruzzo d'or" che va in città a vendere i suoi prodotti con un asinello, per poi tornare felice al suo borgo di montagna la sera.
A livello internazionale, il brano ottenne un successo clamoroso: fu tradotto in inglese con il titolo The Woodpecker Song e interpretato da grandi icone della musica mondiale come Glenn Miller.



5 settembre 2026

Costantino Felice, Un mezzogiorno particolare. Storia dell’Abruzzo: contro i luoghi comuni e le retoriche identitarie, 2025.

Scheda libro

Una regione molto diversa dalle visioni
stereotipate: non l’Abruzzo agropastorale
inchiodato alle sue arcaiche tradizioni e rudi
selvatichezze, bensì un Abruzzo
intraprendente e attivo, pienamente inserito
in quel Sud operoso che il nuovo
meridionalismo da decenni va disvelando.

Nel corso dei secoli una pervadente montuosità ha indotto le «genti d’Abruzzo» a declinare la loro storia nel difficile rapporto tra quadri ambientali e azione umana. Ma in che misura l’imponente geografia dei luoghi e le dinamiche economico-sociali che ne sono conseguite hanno forgiato il carattere degli abitanti, condizionandone scelte e comportamenti? Se ne può desumere una specifica identità regionale? L’immagine dell’Abruzzo tuttora prevalente – nell’opinione corrente ma anche in ambienti colti (o che tali si ritengono) – continua a essere quella dello slogan «forte e gentile»: un Abruzzo oleografico e di maniera, privo di sostanziali riscontri nella concretezza del divenire storico. È difficile trovare un’altra regione d’Italia così ridondante di stereotipi e luoghi comuni le cui stilizzazioni artisticamente più riuscite ed efficaci – ma le sedimentazioni culturali sono di lungo periodo – possono riassumersi nel «pastore» dannunziano e nel «cafone» siloniano. Il libro si sviluppa dunque su due piani: da un lato, nella pars destruens, si procede a uno smontaggio degli idola di matrice antropologica e letteraria (o anche geografica) – da Guinizzelli e Boccaccio fino a D’Annunzio e Silone – sui quali si fondano le mistificanti retoriche sull’«abruzzesità»; dall’altro, nella pars construens, attraverso rapide sintesi, frutto di decenni di studio e varie pubblicazioni, viene ricostruito, con ricchezza di documentazione e rigore scientifico, un profilo dell’Abruzzo che è altro – un «Mezzogiorno particolare» – rispetto a quello «in idea» delle trasfigurazioni mitologiche. Ne viene fuori non un Abruzzo sordamente inchiodato alle sue arcaiche tradizioni e rudi selvatichezze, bensì un Abruzzo intraprendente e dinamico, parte integrante di quel Mezzogiorno operoso che il nuovo meridionalismo sta progressivamente mettendo in luce, anche attraverso i suoi mutamenti economici e sociali. L’approccio dell’autore è di tipo interdisciplinare, nutrendosi costantemente di un serrato confronto con il dibattito che sul controverso tema dell’identità continua ad animare la storiografia e le scienze sociali.


Costantino Felice, già docente di Storia economica presso l’Università D’Annunzio di Pescara, si occupa del Mezzogiorno, con particolare riguardo all’Abruzzo e al Molise. Ha curato il volume L’Abruzzo della «Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi» (Einaudi, 2000). È autore, fra l’altro, di Il Sud tra mercati e contesto (FrancoAngeli, 1995, 1996) e Dal borgo al mondo (Laterza, 2001); per i tipi della Donzelli ha di recente pubblicato: Mezzogiorno tra identità e storia. Catastrofi, retoriche, luoghi comuni (2017); Dalla Maiella alle Alpi. Guerra e Resistenza in Abruzzo (2014, 2022); Una storia esemplare. Fucino: bonifica, riforma agraria, distretto agroindustriale (2023).


Da: Donzelli editore


3 settembre 2026

Silvia Curulli, Tra Paesaggi Sacri e Vie Pastorali: Un’indagine sul Patrimonio Culturale dell’Abruzzo e le potenzialità del coinvolgimento comunitario per la sua Tutela e Valorizzazione, 2025.


L'Abruzzo, con il suo territorio unico e la lunga tradizione di pratiche agro-pastorali, offre un contesto ideale per studiare l'interazione tra uomo e ambiente, mettendo in relazione beni culturali materiali e immateriali. Questa tesi esplora due elementi distintivi del patrimonio culturale abruzzese, analizzando i luoghi di culto rupestri e il fenomeno della transumanza. L'indagine si concentra sull'evoluzione storica e sociale degli eremi rupestri, evidenziandone la funzione spirituale e simbolica, nonché il legame con l'eremitismo. In parallelo, viene analizzata la tradizione millenaria della transumanza, esaminando il ruolo dei tratturi come corridoi culturali e vie di scambio economico e sociale. Successivamente, la tesi delinea il quadro delle problematiche di conservazione, con un'analisi dei rischi ambientali e socio-economici che minacciano questi patrimoni.

Seraphici viri s. Francisci Asisiatis vitae duae auctore Tommaso da Celano - Due vite dell'Uomo Serafico San Francesco d'Assisi, dell'autore Tommaso da Celano.

27 agosto 2026

Abruzzo: Tradizioni Oggi. Intervento della Prof.ssa Lia Giancristofaro.

Abruzzo: Tradizioni Oggi. Intervento della Prof.ssa Lia Giancristofaro
Da: Coro Folkloristico "La Figlia di Jorio"

Abruzzo: Tradizioni Oggi. Intervento della Dott.ssa Adriana Gandolfi.


***
Il complesso del cafone è un'espressione di carattere sociologico e antropologico utilizzata per descrivere il sentimento di inferiorità, vergogna o imbarazzo che alcune persone o intere comunità provano nei confronti delle proprie origini rurali, provinciali o popolari. 

Pillole d'Abruzzo sulla transumanza con l'antropologa Adriana Gandolfi.



Foto della Transumanza. 
Collezione dell'antropologa Adriana Gandolfi.







Archivio Adriana Gandolfi

Pillole d'Abruzzo, di Giovanni D'Addario.

'Mmidia Abruzzese: Tradizione e Rito contro il Malocchio.


Il folklore popolare italiano è ricco di credenze e riti legati alla protezione contro le influenze negative. Tra queste, la tradizione de "La 'Mmidia" (o "Lu Malucchie") in Abruzzo occupa un posto di particolare rilievo, rappresentando non solo una superstizione, ma un vero e proprio elemento identitario della cultura contadina e pastorale della regione.

La 'Mmidia, termine dialettale per "Invidia", è considerata la causa principale del Malocchio, o "Lucchiatura" (italianizzato come occhiatura). Sebbene l'etimologia del termine occhiatura rimandi semplicemente all'atto di guardare intensamente, in Abruzzo e in altre regioni del Centro-Sud Italia esso assume un significato magico-terapeutico: l'atto con cui una persona, spesso involontariamente, proietta un'energia negativa su un'altra, causandole malessere. Secondo le antiche tradizioni popolari abruzzesi, il Malocchio non è necessariamente un maleficio lanciato con cattiveria consapevole. Spesso, l'invidia o persino un eccessivo complimento, uno sguardo troppo intenso, o una lode esagerata possono innescare la lucchiatura. I sintomi di chi è colpito da questo influsso sono tradizionalmente riconducibili a un malessere generale, che non trova spiegazione medica: un forte mal di testa, stanchezza improvvisa, irritabilità o una sensazione di oppressione. Questi malesseri vengono interpretati come la prova tangibile dell'energia sottratta o deviata dalla persona invidiosa.

Per liberare l'individuo colpito dall'influsso maligno, si ricorre a specifici rituali di magia terapeutica, noti come "togliere lu malucchie" (togliere il malocchio) o, per estensione, "Smammidia" (sciogliere la 'mmidia). Questi riti sono custoditi gelosamente e tramandati oralmente, spesso di generazione in generazione, seguendo regole ben precise che ne garantiscono l'efficacia. La figura centrale è di solito una donna anziana, la fattucchiera o magara del paese, depositaria della formula segreta. Il rituale è quasi sempre un sincretismo di elementi cristiani e pagani. Un metodo comune prevede l'uso di acqua e olio: l'acqua viene posta in una scodella e l'olio, versato a gocce mentre si recita la formula segreta, reagisce in modo specifico. Il modo in cui le gocce di olio si allargano o si uniscono sull'acqua indicherebbe se l'individuo è effettivamente affetto dal Malocchio e, una volta sciolto l'olio, l'influsso è considerato annullato.

Un elemento distintivo di questa tradizione in diverse zone d'Abruzzo è il legame con la notte di Natale. La tradizione vuole che le formule per togliere lu malucchie (o per trasmettere il potere di farlo) vengano recitate o imparate il 25 dicembre a mezzanotte. Questo momento, sacro e potente, segna un passaggio rituale che conferisce o rafforza il potere di "sciogliere" l'invidia e il Malocchio per l'anno a venire. Oggi, sebbene la vita moderna abbia allentato la presa di molte credenze popolari, la tradizione de "La 'Mmidia" persiste, specialmente nelle aree più interne della regione, come un affascinante retaggio di un passato in cui la magia e la fede erano inestricabilmente legate alla vita quotidiana e alla salute.

Giorgia Silverii, Lanciano

Da: https://radiciculturali.it/cultural-assets/la-mmidia-abruzzese-tradizione-e-rito-contro-il-malocchio


Il malocchio e la jettatura sono credenze popolari profondamente radicate, basate sull’idea che determinate persone, oggetti, animali o situazioni possano esercitare un’influenza negativa e nefasta su altri, sia volontariamente che involontariamente. Alla base di questa superstizione vi è il potere attribuito all’occhio, considerato un centro da cui può emanare un influsso distruttivo e maleaugurante. Come spiega Alfonso M. Di Nola, “A base della credenza è il potere attribuito all’occhio, come centro dal quale può emanare un influsso distruttivo e maleaugurante”. Da questa concezione deriva il termine iettatura, ossia l’azione dell’"occhio che getta" il male.

Questa credenza è diffusa in numerose culture, sia antiche che moderne, ed è riuscita a sopravvivere nei secoli nonostante l’evoluzione storica e scientifica. Secondo la tradizione, lo sguardo malevolo di una persona può influenzare negativamente chi lo riceve, causando disgrazie o malesseri. Chi è colpito dal malocchio manifesta sintomi ricorrenti: un senso di malessere fisico e mentale, accompagnato da stanchezza, mal di testa, agitazione e difficoltà ad addormentarsi, con un riposo disturbato che può sfociare in nausea e vomito. Le cause principali del malocchio sono sentimenti negativi come invidia, rabbia e gelosia nei confronti della vittima, ma anche una bugia, un complimento falso o un'ammirazione ipocrita da parte di una persona poco fidata possono bastare a scatenarne gli effetti.

Il rito del malocchio nella tradizione vastese

A Vasto, per verificare la presenza del malocchio e allontanarlo, si ricorre a un antico rituale eseguito dalla magara (o Mmahàre). Il rito prevede l’uso di un piatto contenente due dita d’acqua, con una forbice aperta sul fondo. La magara impone quindi le mani sulla fronte della persona colpita e, tracciando una croce con i pollici, recita la formula magica:

Malucchie malucchiate,

du ucchie t’anne aducchiate,

tre Sende t’anne aiutate:

Padre, Fijje e Spirte Sande.

Lu Malucchie puzza ji ‘rrète

E nin puzza ij cchù annènde.

Nnome de Patre,

Fijje e Spirte Sande

Dopo la preghiera, la magara versa due gocce di olio d’oliva nell’acqua. La forma che prenderanno nell’acqua rivelerà la presenza del malocchio e l’identità di chi lo ha gettato: se si forma un’unica macchia, il responsabile è un uomo; se invece le gocce si suddividono in più figure, è una donna. Se le gocce rimangono integre, significa che il malocchio è stato annullato e non ha più effetto.

Aurora Celenza, Vasto

Da: https://radiciculturali.it/cultural-assets/il-malocchio