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30 marzo 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna.


Il Gruppo folkloristico di Orsogna in sfilata a Firenze nel 1930

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Parte IV – I Canti di Orsogna

di Angelo Iocco

La cittadina di Orsogna è da considerarsi tra i paesi abruzzesi, dove la vocalità e la tradizione della canzone abruzzese si conserva con freschezza e rispetto della tradizione. Centro devoto a Maria, per la presenza della tradizionale Sagra dei Talami, che affonda le radici a quei riti propiziatori popolari, e alle rappresentazioni Sacre bibliche del XVI secolo introdotte dai Padri Paolotti nella distrutta chiesa della Madonna del Rifugio, Orsogna sin dai primi saggi studiosi del canto e delle tradizioni abruzzesi, apparsi nel secondo Ottocento, è stata al centro dell’attenzione, risaltando per i suoi abiti tradizionali variopinti, per i magnifici gioielli, per le “sciacquajje d’ore” (gli orecchini pendenti), e specialmente per il canto.

Orsogna, la Fonte con il faccione disegnato da Taddeo Salvini, prima della guerra. Donne in abito tipico.


Non oscure sono anche le testimonianze registrate, ad esempio dall’Istituto Luce, quando negli anni ’20 il Cav. Vincenzo Melocchi di Pizzoferrato andava con la Teatina film andava riprendendo ciò che di meglio si conservava in Abruzzo[1]. Tra questi, Orosgna appare in una rappresentazione del matrimonio abruzzese, con la sfilata di un corteo dalla Torre Di Bene, e con un successivo ballo della saltarella. In un alto filmato sonoro si esegue il canto popolare Mo ve’…mo va’…, in un altro ancora dal titolo Vespro abruzzese, appare il Convento dell’Annunziata di Orsogna, meta di pellegrinaggi il giorno dell’Annunciazione a Maria e il Lunedì in albis, in un altro ancora, muto, la Sagra dei Talami. I canti della tradizione orsognese che avremo modo di vedere, attingono a fonti comuni, e sono oggi abbastanza noti in tutto Abruzzo. Ma è il timbro vocale, e la tonalità tipica ascendente delle popolazioni affacciata sull’Adriatico che rendono queste esecuzioni uniche. Essi sono il citato Mo ve…mo va…, La jerve a lu cannete, Maria Nicola, Ti li so’ ditte, Tutte le funtanelle, e infine il cosiddetto inno orsognese: Aria marine, aria di muntagne (Bbone Ursogne).

Questi canti costituiscono il repertorio della Corale “La figlia di Jorio” di Orsogna, la prima corale folkloristica abruzzese a essere ufficialmente nata all’alba delle Maggiolate abruzzesi di Ortona. La sua storia è stata tracciata da Plinio Silverii (1926-2002) nel suo volumetto Orsogna in costume, tip. Brandolini 1981. Il Coro nasce nel ’20, precedentemente si pensava fosse nato nel 1929 insieme alla Corale di Poggiofiorito, tanto che ci fu anche un’importante manifestazione al teatro comunale nel 1979 per festeggiare i 50 anni. Pare che la prima esibizione fu in una festa paesana di S. Antonio di Padova a contrada La Roma di Casoli, poi immediatamente la Corale prese il volo per le manifestazioni, alla Settimana abruzzese di Pescara del 1923, a Firenze nel 1930, nello stesso anno a Roma al Quirinale insieme a un Talamo realizzato per le nozze del Principe Umberto II, a Napoli in piazza Plebiscito, al Museo Belliniano di Catania, alla Rassegna dei Cori di Roma a piazza Siena nel 1938 per la visita di Hitler, al Vittoriale di Gardone Riviera nel 1950. Nella commemorazione del 1979 vi tenne al teatro un convegno con i proff. Ernesto Giammarco, Benito Lanci, Giuseppino Mincione, Franco Potenza, Padre Donato (Giuseppe) Di Pasquale OFM, successivamente si rappresenta una commedia di Plinio Silverii, e infine il canto orsognese Bbone Ursogne.

2 marzo 2025

VASTO 1992 “QUEI …RAGAZZI DEGLI ANNI ‘60” STORICO EVENTO MUSICALE.

BT 74: Angelo Frasca, Franco Scopa, Nicola Mascia, Fulvio De Notaris, Michele Berardini, Franco Ventrella.

THE SANDWICHES: Italo Miscione, Fernando Coletti, Fernando Brai, Lino Molino.

I GADA”: Valerio De Risio, Giancarlo Vicini, Claudio Lanza, Patrizio D'Ercole.

I 5 DI STASERA: Nando Imbornone, Gianni Oliva, Fran­co Feola, Bartolo Bruno, Rolando Di Nardo. 

 I NUOVI PRINCIPI: Nicola e Mimmo Cicchini, Cesare Sallese, Alfredo Di Totto, Antonio Belfiore

GLI SQUALI : Antonio Celenza, Stefano Cianciosi, Claudio Stanisci, Fabio Valentini, Erminio Fabrizio, Ni­cola Soria

ENZO CIANCIO, voce del complesso The SPIDERS

I RAGMA: Gianfranco D'Onofrio, Peppino Forte, Carlo Sorgente, Giovanni Zaami.

I DANDIES: Michele Spadaccini, Tonino Cirulli, Lino Galante, Gigiotto Smargiassi, Maurizio Ciarlini, Cenzino Ventrella, Sergio De Guglielmo.


ll 24 e 25 luglio 1992 ebbe luogo a Vasto un evento musicale che rimase nel cuore di molti.

Dopo circa 30 anni tornarono sul palco all’Arena alla Grazie i gruppi musicali locali degli anni ’60: quelle band che d’estate allietavano le serate al Dancing da Mimì, alla Ciucculella e alla Pinetina; e che d’inverno animavano le numerose feste studentesche, i veglioni e gli altri eventi.
Nei mesi scorsi casualmente ho ritrovato una registrazione di “QUEI…RAGAZZI DEGLI ANNI 60” su videocassetta e l’ho fatta riportare in digitale, ma mi sono accorto che mancava l’ultima parte. Ho chiesto aiuto ad Angelo Frasca che ha subito rintracciato nel suo vasto archivio una copia intera: a quel punto gli ho anche suggerito di metterlo in rete per far rivivere l’atmosfera di quelle due magiche serate a protagonisti e spettatori dell’epoca.
Il suggerimento è stato raccolto e così ci siamo divisi il lavoro: Angelo ha suddiviso il materiale in 9 video (un video per ogni gruppo) da mettere man mano in rete; io qui ho recuperato le due pagine del mio giornale VastoNotizie dove si trovano tutti i dettagli dello storico evento musicale. Buona visione e buona lettura.
Nicola D’Adamo   






Da: NoiVastesi


Brevi nozioni sulla vita e miracoli del venerabile Servo di Dio Padre Lodovico da Gildone M.O. del Sac. Giacinto Virgilio. Con Inno di P. Settimio Zimarino.

 

22 febbraio 2025

I Protomartiri. Trittico lirico di Mons. Aniello Calcara e musica di Padre Settimio Zimarino.

Padre Settimio Zimarino, "Alba matutina" per pianoforte.

M° Padre Settimio Zimarino o.f.m., Venti Litanie della Madonna a 2 e 3 voci.

Il canto popolare abruzzese nelle tradizioni di ieri e di oggi – Capitolo III – Come nacque la Canzone d’autore in Abruzzo.

Basilio Cascella, Il Suono e il sonno, 1893, Palazzo della Prefettura di Chieti



di Angelo Iocco

Introduzione

Vorrei iniziare questo articolo con la seguente frase, che sia di monito a chi ama l’Abruzzo e desidera valorizzarlo, a scapito di ridicoli e falsificatori festivals pseudo-salentini della canzone abruzzese, e chi mischia rock ‘n roll o ritmi scottish ai melodiosi ritmi dei canti del lavoro a responsorio di antica tradizione, a chi va infestando il web di articoli scriteriati, scorretti, che denunciano ignoranza sull’argomento, senza sapere minimamente nulla della cultura abruzzese.
Già Pasolini nel 1975 ricordava che “ la memoria si perde nell'oblio dell'etere televisivo“ (Scritti corsari ), oggi può perdersi nell'oblio della rete e nell'indifferenza.
Il secondo Ottocento in Abruzzo, così come in altre Regioni d’Italia, funge da spartiacque tra letteratura colta e borghese, e letteratura popolare. Lo stesso dicasi per la musica, di cui in Abruzzo con Gennaro Finamore nel 1886 si sviluppò un interesse etnoantropologico che iniziò a studiare gli aspetti della canzone popolare, insieme ai documenti dialettali delle novelle, delle poesie, delle filastrocche. Il Finamore si mosse sotto l’egida di studiosi che già si erano occupati di letteratura popolare abruzzese, come Giovanni Papanti ne Catalogo dei novellieri italiani in prosa raccolti e posseduti da Giovanni Papanti, aggiuntevi alcune novelle per la maggior parte inedite, Livorno, 1871, e in I parlari italiani in certaldo alla festa del V centenario di messer Giovanni Boccacci, Livorno, 1875.

9 febbraio 2025

Antonio Mezzanotte, Cepagatti nell'opera di Vivaldi.


CEPAGATTI NELL'OPERA DI VIVALDI
di Antonio Mezzanotte

Il 18 maggio 1735, alla vigilia della grande festa dell'Ascensione, venne messa in scena al Teatro San Samuele di Venezia (che ora non esiste più, al suo posto vi è una scuola) “la Griselda”, un dramma musicale in tre atti di Antonio Vivaldi su libretto di Carlo Goldoni, adattato da un precedente lavoro di Apostolo Zeno (tanto adattato su pressante impulso di Vivaldi che Goldoni scrisse di aver assassinato il libretto di Zeno). Quel che potrebbe avere un qualche interesse in più per noi abruzzesi è che l’opera venne dedicata a Federico Valignani, marchese di Cepagatti, il noto centro del pescarese feudo dei Valignani dalla metà del 1400 alla metà del 1700.
Che ci azzecca il nostro cepagattese (e che Valignani fosse cepagattese di nascita non lo afferma soltanto lo scrivente tapino, ma anche e soprattutto il registro dei battesimi della locale parrocchia di Santa Lucia) con due massimi esponenti della cultura europea del Settecento?
Federico Valignani è stato un grande personaggio del proprio tempo: fondò a Chieti la colonia arcadica Tegea (se ricordo bene in un vicolo lungo Corso Marrucino ci dev’essere ancora una epigrafe lapidea datata 1730, attestante un lavoro di risanamento edilizio promosso dal Valignani sul suo palazzo, sede della Tegea), fu intellettuale di vasti interessi e al contempo ricoprì incarichi a Napoli nell’amministrazione vicereale all’interno della Regia Camera di Sommaria (la Corte dei Conti dell'epoca, oggi diremmo che ne fu presidente laico di sezione, non togato).
Di ritorno da Vienna nel 1734 si fermò a Venezia o, meglio, gli venne suggerito di fermarsi a Venezia, poiché nel frattempo a Napoli si era insediato il nuovo re, Carlo di Borbone, al quale il Valignani non stava proprio simpatico: vi era il dubbio, infatti, ma a torto, che fosse un agente degli austriaci appena scacciati dall'Italia meridionale - per tale motivo, al rientro in patria, Federico Valignani si fece pure sei mesi di carcere nella piazzaforte di Pescara.
A Venezia ebbe rapporti di amicizia con il giurista Pietro Giannone (uno dei massimi esponenti del pensiero illuminista della nostra penisola, tanto eccellente da farsi gli ultimi dodici anni di vita nelle prigioni sabaude per aver difeso la propria libertà di pensiero) e, probabilmente, fu in occasione di quel primo soggiorno veneziano e nel vivace ambiente culturale della città lagunare che conobbe Antonio Vivaldi e il giovane Carlo Goldoni. In ogni caso, egli deve aver lasciato una buona impressione di sé, tanto che gli venne dedicata la successiva opera musicata dal Vivaldi, la "Griselda" appunto, che fu rappresentata nella primavera dell’anno seguente alla vigilia della fiera dell'Ascensione, che si svolgeva per quindici giorni subito dopo la cerimonia dello sposalizio della città con il mare (l'equivalente, per importanza e per dare un confronto, dell'odierna "prima" alla Scala di Milano alla vigilia di Sant'Ambrogio).
La dedica del libretto è a firma di Domenico Lalli, già impresario (ossia produttore) del Teatro San Samuele della famiglia Grimani ed editore dell’opera (cioè colui che, oltre a finanziarne la messa in esecuzione, aveva sborsato denari al tipografo Marino Rossetti - il miglior stampatore veneziano dell'epoca per drammi musicali - per diffondere in città le copie del manoscritto originale nei giorni precedenti la prima al teatro).
In realtà, il vero nome di Lalli era Sebastiano Biancardi, di origine napoletana, ma fu costretto a fuggire da Napoli dopo che venne accusato di furto. Trovò riparo prima a Roma, poi a Venezia, infine a Salisburgo e Vienna, dove fu preso a servizio dall'imperatore Carlo VI come poeta di corte. Così come il nostro Federico Valignani, anch'egli era componente dell'Arcadia. Goldoni lo definì un poeta geniale.
E la Griselda? Che aveva (e ha) quest'opera di così particolare per essere dedicata al marchese di Cepagatti? In primo luogo, è l'opera scritta perchè la parte principale venisse affidata ad Anna Girò (o Giraud), amica, confidente, cantante mezzosoprano favorita e un tantino di più da Vivaldi; è la prima collaborazione di Goldoni col "Prete Rosso", che all'inizio si fidava poco delle capacità del giovane commediografo (il compositore veneziano era stato ordinato sacerdote e aveva i capelli rossi, da qui il soprannome, non perché fosse antesignano di don Andrea Gallo buon'anima); è tratta dall'ultima delle 100 novelle del Decamerone di Boccaccio ed è, a saperla ben interpretare, la celebrazione della pazienza, dell'operosità, dell'amore, della nobilità d'animo di una donna del popolo che prevalgono infine sull'arroganza e sulla nobiltà di sangue.
Per esaltare la protagonista Vivaldi esibisce una partitura musicale che tocca i vertici dell'opera barocca, sebbene alla "prima" dovette accontentarsi di un'orchestra di soli archi messa a disposizione dal Teatro.
Naturalmente, fu un successo.

20 gennaio 2025

IL CANTO POPOLARE ABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – Stornelli Abruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano.

Pasquale Celommi, Donna e pescatore, coll. priv.

IL CANTO POPOLAREABRUZZESE NELLE TRADIZIONI DI IERI E DI OGGI – Capitolo II – StornelliAbruzzesi d’amore a confronto e l’Annunziata di Lanciano

di Angelo Iocco

Canti d’amore

Continuando nel nostro itinerario della Canzone popolare abruzzese, ci soffermiano ancora sugli Stornelli Abruzzesi e i canti d’amore. Essi sono serviti dispirazione nel Novecento a diversi poeti dialettali, come Cesare de Titta, Giulio Sigismondi, Modesto Della Porta, Luigi Dommarco e Luigi Brigiotti per descrivere le bellezze e le qualità della loro bella. Gli stornelli amorosi “fior di ciràsce” (fior di ciliegia) che venivano lanciati dagli spasimaneit alle fanciulle, sembrano quasi farci immergere in un quadro di Francesco Paolo Michetti o Pasquale Celommi. I contadini aspettavano le loro fanciulle al momnto dell’uscita dalla Messa, o durante il lavoro nei campi, o si recavano di note alla finestra per intornare una serenata. Il metron usato era quasi sempre il distico, soprattutto se c’era una risposta da parte della bella.

Questo modo di cantare servì di ispirazione a diversi poeti e musicisti per le canzoni delle Maggiolate, e citiamo Amore me di De Titta e Di Jorio, Brunettelle di Sigismondi e Melchiorre, Serenata spassose di Marcolongo e Di Jorio. Il ritmo giocoso e scherzoso era quello preferito. La ragazza viene paragonata a “nu purtuhalle” cioè un’arancia, ora al sole che illumine l’esistenza dell’innamorato, ora la bocca della bella amante è tutta di zucchero (vucciccia ‘nzuccherate”, e qui viene subito in mente la canzone Vuccuccia d’oro di De Titta e Di Jorio); oppure un altro element fisico protagonist dei messaggi amorosi sono gli occhi. Ricordiamo gli “ucchiuni nire” delle poesie detittiane, o anche I capelli neri della Caruline di De Titta e Di Jorio:

Sti capille Caruline,

Com’è bille, cuscì fine,

Tutte trecce, tutt’anielle

Tutte quènete fa ‘ncantà.

Segue articolo

9 gennaio 2025

Lu Jenche (il Giovenco) - Atto comico - satirico di Giulio Sigismondi.


Giulio Sigismondi - a 50 anni dalla morte (1966 - 2016) - Teatro 2 Pini di San Vito Chietino - 12 agosto 2016 
Attori: - Virgilio Sigismondi - Maria Di Clemente - Mario Cipriani - Mario Iavicoli - Nicola Iurisci - Nicola Firmani - Gaetano Testa - Carlo Alberto Simone.
Da: Luciano Flamminio - FamigliaSigismondi

Giulio Sigismondi, voce del Poeta e Canzoni Abruzzesi cantate da Aristide Sigismondi.


Giulio Sigismondi

Ceramica originale di Gabriele Orlandi, 1980

Giulio Sigismondi (Guardiagrele 1893, San Vito Chietino 1966) poeta e cantore abruzzese

Giulio Sigismondi nacque il 2 marzo 1893 a Guardiagrele (Ch) dai lancianesi ALfredo e Rosa De Ritis. Compì gli studi ginnasiali a Lanciano (Ch) ed ebbe come insegnante Ettore Allodoli. A soli sedici anni pubblicò, in copie manoscritte su quaderni scolastici, una raccolta di quarantadue poesie in lingua dal titolo Fiori primitivi, dedicata "agli amici sinceri".

Terminati gli studi liceali si iscrisse alla facoltà di medicina di Napoli. Dopo il bienno cambiò facoltà iscrivendosi a lettere.

La città partenopea lo formò artisticamente. Ebbe modo di conoscere e frequentare famosi artisti quali Salvatore Di Giacomo ed E.A.Mario (quest'ultimo gli musicò due testi poetici per canzoni in lingua): con loro seguiva la rinomata "Piedigrotta" (festival della canzone napoletana) assimilandone il gusto e la voglia di cantare.

Scrisse i primi testi letterari per canzoni, lavori teatrali, novelle e racconti. Collaborò alla redazione di periodici lancianesi, compose alcuni poemetti (dieci in tutto) che riunì in una raccolta dal titolo Tra le mentucce, che dedicò alla cara memoria della madre (morta giovane quando il poeta era appena sedicenne) che lui stesso dattiloscrisse e districuì agli amici.

Intorno agli anni venti iniziò la stagione poetica più felice. Scrisse i testi delle canzoni che hanno avuto maggior successo e che vedranno poi la realizzazione tipografica nel 1923 con il titolo di Canzune nustre e due lavori teatrali Passe l'angele e dice ammén e Lu Jenche editi in un unico volumetto.

Nell'aprile 1922, contrappose alla "Maggiolata" di Ortona (nata nel 1920) la "Festa delle canzoni" dove l'accoppiata Sigismondi-Gargarella risultò vincitrice per la categoria "professionisti" (cft. "L'Alba", n.4, 1922), con la canzone rimasta famosa Canzune nustre.

Nel giugno del 1927 convolò a nozze con la roccolana Teresa Grazia Amelia, essendosi stabilito a Rocca San Giovanni (Ch) per aver vinto un posto di Segretario comunale.

Nel dicembre del 1932 si trasferì a San Vito Chietino (Ch) dove fu chiamato a ricoprire il posto vacante di Segretario comunale.

A Rocca San Giovanni erano nate le due figlie Mirella e Perla; a San Vito Chietino, dopo dieci anni, nacque il terzogenito Virgilio.

A San Vito fu accolto con grande amicizia e simpatia ed il legame si rafforzò sempre più negli anni a seguire, fino alla morte avvenuta il 14 maggio 1966.

Nel 1961 a Giulio Sigismondi venne conferito il "Premio Cultura Città di Chieti" un significativo riconoscimento ufficiale per la sua attività letteraria.

Nel 1965, poco prima di morire, Guido Albanese scriveva, tra l'altro, al suo amico fraterno Giulio: «[...] dove sono andate a finire le belle Maggiolate ortonesi?». A quel pianto accorato si è unito il pianto di tutto l'Abruzzo, perchè nel volgere pochi mesi si assistette alla scomparsa di due uomini, tra i più illustri figli, che hanno contribuito, in maniera inconfutabile, all'affermarsi della "Maggiolata".

Ottaviano Giannangeli nella prefazione alla pubblicazione della raccolta Canzune nustre - Canti popolari abruzzesi di Giulio Sigismondi, edito a cura di Virgilio Sigismondi (figlio del poeta) scrive: Tra l'altro << Si potrebbe usare, per Sigismondi, la qualifica di cantore essenzialmente melico, quando si precisi però nel forgiare i versi per canzoni egli è sempre formalmente, letterariamente “impegnato” […] ogni canzone è l'episodio di una storia: e il risultato può essere un affresco folkloristico […] La sua dote precipua potrebbe ravvisarsi nella discrezione e nell'eleganza>> 

Aristide Sigismondi

Aristide Sigismondi

Fu vero ambasciatore del dialetto abruzzese negli Stati Uniti degli anni ’20 e 30′. Era nato a Lanciano nel 1882

Aristide, Francesco, Raffaele Sisigmondi nacque a Lanciano, strada del Popolo, il 20 settembre del 1882 da Alfredo (ventiquattrenne “impiegato” figlio di Francesco e Rosolina) e da Rosa De Ritis (ventunenne figlia di Antonio e Giulia Scopinaro). I genitori di Aristide si erano sposati il 29 gennaio del 1881. Il giovane Aristide decise di lasciare l’Abruzzo alla ricerca del “sogno americano”.

Giunse ad “Ellis Island” nel 1904 a bordo della “Prinz Oskar”. Giunto negli Stati Uniti fu assunto dalla “Bank Pitelli” con la quale lavorò fino al 1910. Ma la sua volontà era un’alta. Lasciò la Banca e mise su una compagnia amatoriale (con lui Giuseppe De Laurentis e Gennaro Amato) di “Vaudeville” (commedia leggere in cui alla prosa vengono alternate strofe cantate). Grandi successi furono “U Shoemaker” e “Gland to Meet You Paisan” che venivano cantati, con orgoglio, dai nostri emigranti. Fu sempre attento a proporre canzoni, storie ed aneddoti legati alla sua terra d’origine l’Abruzzo. Dotato di una ottima voce, era un baritono, incise numerose canzoni.

Ma erano le sue istrioniche e comiche esibizioni che lo resero il più famoso ed affermato “macchiettista” dell’epoca. Il suo personaggio di maggior fortuna fu “Frichino” ma anche “Don Peppe Rusacatore” ebbe un notevole apprezzamento da parte del pubblico. Con “Frichino” si esibì con la storica e famosa Radio “WMCA”. Fu un successo senza precedenti. Poi, dal 1934, fu ingaggiato dalla Radio “WOV” nella quale aveva un suo spazio fisso nel “Rabinovich Program” e successivamente ne realizzò uno tutto suo: “Buon Pranzo”.

Il suo “The Death of the Mulberry Street Feast” fu la più bella parodia sulla dura realtà della vita a “Little Italy”. Negli anni venti la sua canzone “No Beer, No Work” ebbe uno straordinario successo. Altre sua canzoni che poi divenivano spettacoli furono: “Lu mastu de festa ‘e Mulberry Stritto”; “’E cafuncelle d’ America”;” ‘e guaie ‘e Nicola”; “Nun te voglio Cuncette’”;” Lu Currede”; “Il Diavolo e l’Acqua Santa”; “Cartoline da Little Italy” e poi “A Figlia e Jorio”. Aristide Sigismondi si esibì un tutti i più importanti teatri d’America. Sposò Kate , siciliana di quindici anni più giovane di lui, che gli diede un unico figlio Aldo. Aristide Sigismondi morì a New York, dove aveva sempre vissuto, nel maggio del 1971.

A cura di Geremia Mancini – presidente onorario “Ambasciatori della fame”


Da: FamigliaSigismondi

4 gennaio 2025

Il Canto Popolare Abruzzese nelle tradizioni di ieri e di oggi – Capitolo 1: introduzione e stornelli.

Il Canto Popolare Abruzzese nelle tradizioni di ieri e di oggi - Capitolo 1: introduzione e stornelli.

di Angelo Iocco

Lo stato della canzone abruzzese

Ogni regione della nostra Italia ha un suo repertorio di canti tradizionali. L’Abruzzo possiede un particolare e affascinante corpus melodico, analizzato da diversi scrittori a partire dall’800, per quanto concerne le inchieste sul melos popolare. Ricordiamo Fedele Romani, Giuseppe Pitrè, Antonio De Nino, Gennaro Finamore, Raffaele Petrilli, Giovanni Papanti, Francesco D’Ovidio e Antonio Casetti, e poi ancora neo Novecento Giovanni Pansa, Luigi Anelli, Donatangelo Lupinetti, Ettore Montanaro, Francesco Verlengia, Emiliano Giancritofaro, Alan Lomax, Diego Carpitella, Giuseppe Profeta, Antonio Piovano, d. Nicola Jobbi e altri.

Il canto popolare rappresenta l’identità della propria terra. Per così dire, cristallizza diverse pratiche comuni consolidate e modificate nei secoli, un sostrato da intercettare, individuare verso dopo verso, quasi alla ricerca di una enciclopedia tribale del proprio paese, della propria contrada di appartenenza. Di questo si occuparono specialmente De Nino e Finamore, salvare dall’oblio attraverso la trascrizione, i canti e le storielle popolari, e poi nel Novecento con i moderni mezzi, registrare dalla viva voce di popolo le varie versioni, per tramandare un documento per la ricerca degli addetti ai lavori.

Copiosa è la selva di studi su queste tradizioni, e noi in questo breve scritto non possiamo che ripercorrere le tracce di tutti quei contributi, la maggior parte dei quali, è raccolta nella Bibliografia delle tradizioni popolari abruzzesi, a cura di Giuseppe Profeta ed Enrico Di Carlo, L’Aquila 2006. Al massimo possiamo azzardare qualche commento personale sullo stato del canto abruzzesi nei nostri giorni.

Segue...