24 marzo 2025
Basilio Cascella, Il Santuario di Casalbordino, 1896.
24 gennaio 2025
Elena Sangro (Vasto, 5 settembre 1897 – Roma, 26 gennaio 1969). L'attrice italiana dagli occhi fascinatori.

In I grandi artisti del cinema, n. 29, Milano, Gloriosa, 1926.
Elena Sangro
Maria Antonietta Bartoli Avveduti nasce a Vasto, in provincia di Chieti, il 5 settembre 1897, da una famiglia della borghesia locale, figlia dell’amministratore del duca Quarto di Belgioioso. Intraprende studi classici, ma li abbandona presto per difficoltà familiari. Tenta allora la carriera teatrale a Santa Cecilia, a Roma, dove frequenta i corsi di Virginia Marini, interpretando vari ruoli, tra cui Elisabetta ne La cena delle beffe e Raffaella in Patria di Sardou.
Nel 1917 viene segnalata al regista Guazzoni, ed esordisce nel cinema, giovanissima, protagonista di Fabiola (1918), e subito dopo nel personaggio di Erminia ne La Gerusalemme liberata (1918). Dopo queste esperienze, le scritture si susseguono ininterrottamente per un decennio, durante il quale interpreta una quarantina di film, con diverse case di produzione, dalla Cines alla Tiber Film, alla Fert. Nel 1922 ha un ruolo di spicco, anche di produttrice, con la Sangro Film, in Non c’è resurrezione senza morte, film patriottico realizzato grazie al Comitato pro-Montenegro presieduto da Gabriele D’Annunzio, basato sulle memorie del patriota montenegrino Vladimir Popovic. Nel 1924 è Poppea nel kolossal Quo vadis? di Georg Jacoby e Gabriellino D’Annunzio, poi interpreta i tre film della serie Maciste, diretti da Guido Brignone: Maciste imperatore (1924), Maciste all’inferno (1925) e Maciste nella gabbia dei leoni (1926). Nel 1927 è la protagonista di Addio Giovinezza di Augusto Genina, nel 1928 è in Boccaccesca di Alfredo De Antoni. Nel 1928 interpreta il suo ultimo film muto, Villa Falconieri di Richard Oswald, una produzione italo-tedesca.
D’Annunzio è un suo ammiratore e lei ne diventa musa e amante, con il nomignolo di “Ornella” ed è probabile che anche lo pseudonimo di Elena Sangro sia un conio del poeta. Il primo incontro avviene a Roma nel 1919, ma la relazione divampa nel 1927, quando, in occasione di un soggiorno di Elena al Vittoriale, il poeta compone il poemetto erotico Carmen Votivum, dedicandolo “Alla piacente”. Quest’opera, che avrebbe dovuto rimanere confidenziale, viene invece diffusa da D’Annunzio, provocando la reazione indignata dell’attrice e la rottura della relazione.
L’avvento del sonoro segna una cesura nella carriera dell’attrice, che cambia il nome in Lilia Flores, si ritira dal cinema e passa ad esibirsi come soprano in concerti e in trasmissioni radio. Sporadicamente continua a interpretare piccoli ruoli in film come Il re burlone (E. Guazzoni, 1936), L’abito nero da sposa (L. Zampa, 1945) ed Enrico Caruso. Leggenda di una voce (G. Gentilomo, 1951), fino a un cameo in 8 e 1/2 di Federico Fellini, il quale, in varie interviste, la ricorda in Maciste all’inferno, uno dei primi film visti da bambino.
Nell’immediato dopoguerra fonda una propria casa di produzione, la Stella d’Oro Film: tra il 1947 e il 1950, con lo pseudonimo maschile di Anton Bià, produce e dirige diversi documentari d’arte, tra cui Sogno d’amore (1947), Villa Adriana (1948) e Le Madonne di Raffaello (1950). In questa fase torna ad essere suo compagno di lavoro l’anziano Enrico Guazzoni (morirà nel 1949), per la cui regia la Stella d’Oro Film produce il documentario Villa d’Este (1947), il primo film interpretato da Gina Lollobrigida.
Nei primi anni ’60 alcune testimonianze la ricordano attiva nell’Associazione dei Pionieri del Cinema, di cui per un periodo è anche presidente.
Muore a Roma il 26 gennaio 1969.
Da: Ilcinemamuto.it
Da: Vasto Gallery27 dicembre 2024
Gabriele D'Annunzio, A l'Abbruzzise de Melane, Sonetto in dialetto.
biate a vu ca stete 'ncumpagnie
'nnanze a lu foche, a fa na passatelle!
J' cqua me more de malingunie.
Cqua me s'abbotte proprie li cujjune
Cante e cante, mannaggia la Majelle,
j' ne ne pozze cchiù nghi sti canzune
Lu sacce ca lu laure è bbone e bbelle.
ma 'nganne e 'n core tenghe na vulie
de laure cotte nghi li capitune.
Me so' stufate a ostriche e sardelle!
Ma putesse magnà la Mezzalune
sane sane, nghi quattre pipindune,
di li nostre, mannaggia la Majelle!
3 agosto 2024
Sulla terrazza di Santa Giusta a Lanciano con Gabriele D'Annunzio.
9 aprile 2024
#accaddeoggi 9 Aprile 1846 nasce a Ortona il musicista e compositore 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐜𝐨 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨 𝐓𝐨𝐬𝐭𝐢.







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23 febbraio 2024
Peppe Millanta, Scorci d'Abruzzo Ep.1 - Maddalena Ventura il grande miracolo della natura.
26 ottobre 2023
27 giugno 2023
Monteodorisio: Alfonso Suriani (1840-1905), presidente della Provincia e tra i promotori della Scuola Agraria di Scerni
25 aprile 2023
Antonio Di Jorio, SERENATA ABRUZZESE, versi Luigi Illuminati. NOTTURNINO, versi di Gabriele d'Annunzio, Archivio Di Jorio, Atri.
26 gennaio 2023
Storia di Pescara: Dalle origini a Gabriele D'Annunzio, 1998.
22 gennaio 2023
La casa natale di Gabriele D'Annunzio a Pescara.
7 gennaio 2023
La pirateria in Adriatico, da Strabone agli Uscocchi.
Jack Sparrow? Non andate nei Caraibi. I Pirati sono in Abruzzo e dominarono l’Adriatico. Sono gli “Uscocchi” amati anche da D’Annunzio
Le loro vicende si collocano all’interno delle grandi lotte per il potere tra l’Impero ottomano, la Repubblica di Venezia e l’Impero degli Asburgo. Quale sia la derivazione del loro nome rimane un mistero ancora insoluto, si sa solamente che menavano come fabbri! Vocabolari ed enciclopedie fanno discendere l’etimo dal serbo-croato uskok, “fuggiasco”, che nel tempo è servito per indicare anche i “profughi”, “migranti”, “predatori”, “assalitori”, “disertori”, “ribelli”, “guerrieri” e “pirati”. Erano cristiani e furono il primo baluardo contro l’avanzata turca.
Un po’ di confusione

Furono paragonati e confusi con gli aiduchi, che animarono la resistenza interna dell’Impero turco. La parola “aiduco” origina dall’arabo haydud, cioè “brigante”. Questa sorta di partigiani vivevano nei boschi e compivano le loro rapinose gesta lungo la Stambujol, la via imperiale che da Belgrado, passando per Nis e Sofia, conduceva a Istanbul. Gli Uscocchi, a differenza di questi, non battevano le strade e tanto meno vivevano nei boschi. Il loro territorio era l’Adriatico.
Pirateggiavano il mare con delle piccole barche, le ormanice. Erano lunghe dai 10 ai 13 metri e potevano contenere dalle 20 alle 30 persone. Lo scafo era rosso nella parte che emergeva e nero al di sotto della linea di galleggiamento a simboleggiare il sangue e la morte. Siccome non issavano bandiere col teschio e tibie incrociate in questo modo erano riconoscibili. Le loro forze navali si raggruppavano in “ceta”, una sorta di formazione militare, guidate da un vojvoda.
PIRATI E CORSARI
Volete conoscerne la differenza? No? Saltate questo paragrafo. Il termine Pirata indica l’attività dei marinai che depredano o affondano le altre navi in alto mare, sia nei porti, che sui fiumi. Il Corsaro, invece, era una persona al servizio di un governo. Cedeva a questi parte del bottino, ottenendo in cambio lo status di combattente. Lo stato gli consegnava una lettera (lettera di corsa) e la sua bandiera: insomma una sorta di patente. Protetto, in questo modo, poteva rapinare le navi mercantili nemiche e uccidere solo in combattimento. Alla fine della fiera, la differenza fondamentale tra pirati e corsari è che al momento della cattura i corsari erano considerati prigionieri di guerra e i pirati, invece, giustiziati là per là. Ma veniamo a tempi più recenti.
GLI USCOCCHI PIRATI ABRUZZESI

Siamo tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. I Balcani vedono l’occupazione degli Ottomani e molti cominciano a scappare. Alcuni arrivano in Dalmazia ed altri, attraversato l’Adriatico, si stabiliscono in Abruzzo e in Molise. Trovano rifugio a Lanciano, Santa Maria Imbaro e pure nel Teramano per cui, attenzione, nel sangue degli abruzzesi non scorre solo quello dei placidi pastori “che lascian gli stazzi e vanno verso il mare” ma anche quello di temibili pirati e non siamo ai Caraibi!
Dopo una ottantina d’anni di profitti i nostri uscocchi si posero sotto la protezione del duca d’Ossuna che conferì loro patenti per potersi aggirare liberamente nel Regno di Napoli. Da pirati erano diventati corsari con grande preoccupazione del confinante Stato Pontificio.
Pensate che il cognome Scocco risale al croato uskok, “transfuga” o meglio, “popolazione in fuga”. Scappando dai Turchi li ritroviamo soprattutto a Francavilla, Chieti e Penne. Considerando che esistono, in quei luoghi, molte famiglie distinte da questo cognome è lecito ritenere che diversi Uscocchi s’insediarono nell’entroterra e trovarono occupazione nell’agricoltura.
USCOCCHI E D’ANNUNZIO
Ma gli uscocchi li rivedremo, sempre pirati, in tempi più moderni. Dopo l’impresa di Fiume ad opera di D’Annunzio, la “Reggenza del Carnaro” dalle vedute alternative se la passava maluccio e di che cibarsi manco a parlarne. C’era il blocco navale e terrestre imposto a Fiume e la popolazione, quanto a fame ne aveva di che vendere.
Pirati all’opera

Il primo bastimento dirottato a Fiume dai novelli pirati fu il “Persia” nell’ottobre del 1919; portava un carico di armi destinato alla Russia. Il piroscafo, svuotato, fu restituito dietro riscatto di 12 milioni di lire rastrellate da alcuni imprenditori capeggiati dal senatore Borletti, proprietario della “Rinascente” e amico del Poeta.
Il cacciatorpediniere “Bertani” fece seguito al Persia e successivamente i mercantili “Baron Fejervary” battente bandiera ungherese, “Trapani” e “Cogne”. Quest’ultimo, dal nome salito tristemente agli onori della ribalta a causa di un ripugnante omicidio, era di proprietà della società di navigazione Ansaldo di Genova. Trasportava materiale il cui valore si aggirava sui 200 milioni di lire da consegnare in Argentina. Ci pensarono gli italici “uscocchi” a dirottarlo a Fiume nell’ottobre del 1920. Stavolta i pirati Fiumani restituirono anche il carico della nave non prima di aver ricevuto in cambio un cospicuo riscatto.
CURIOSITÀ

Nell’aprile del 1920 i nostri “prelevarono abusivamente” una cinquantina di cavalli da tiro del Regio Esercito. Le autorità militari italiane minacciarono di ricorrere a una pesante rappresaglia ottenendo, così, la restituzione degli animali. Oddio non proprio quelli: si videro recapitare altrettanti ronzini malandati e magrissimi buoni nemmeno per il brodo.
Non paghi i D’Annunziani uscocchi catturarono un generale italiano, Arturo Nigra, comandante della Quarantacinquesima divisione. Smaltita la brutta figura, l’esercito italiano riebbe indietro l’ufficiale ma solo dopo che costui ebbe rilasciato dichiarazioni di apprezzamento per i suoi rapitori e di ammirazione per D’Annunzio.
PIRATI GENTILUOMINI
I Fiumani requisivano per lo più materiali di proprietà del governo italiano. Restituivano o rifondevano attentamente quanto apparteneva ai privati. Vigilava sulla correttezza dell’ ”opera” il “dittatore ai viveri”, colonnello Vittorio Margonari responsabile dei servizi di commissariato e contabilità della Reggenza. Si autodefiniva, con ironia, “il ricettatore Margonari”. A partire dal gennaio 1921, terminata l’impresa fiumana e con il ritiro del “Grande Uscocco” D’Annunzio (così lo chiamavano i legionari) non si sentì più parlare di pirateria “made in Italy”.
PER TERMINARE
Alzate le vele corsari d’Abruzzo, issate il Jolly Roger e fate rotta qui la prossima settimana. Vi aspetto seduto su una cassa di Rum con una bottiglia in mano assieme ai corsari di questo giornale. All’arrembaggio e buon anno!!!
Da: espressione24.it
Per approfondimenti: Tremitiogeniusloci.it
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23 novembre 2022
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