25 febbraio 2026
Giuseppe Scalarini, "Istonio", da "Le mie Isole". Libro per la mostra a Vasto.
10 novembre 2025
Il pittore Camillo De Innocentiis di Chieti (1827-1919) e le sue opere.
Il pittore Camillo De Innocentiis di Chieti (1827-1919) e le sue opere.
di Angelo Iocco
Prospettiva
della piazza Mazzini di Orsogna dal viale Trento e Trieste. Primi del ‘900,
qualche anno dopo la realizzazione del dipinto di de Innocentiis
Nel 1847 espose un
gruppo di acquarelli con soggetti arabi[4].
Nel 1909 donò 5 lire
per l’obolo di S. Pietro raccolto dalla rivista La Civiltà cattolica[5]. Nel 1918 donava per lo stesso motivo, 10 lire[6].
Fu amico e
corrispondente del filosofo Bertrando Spaventa di Bomba[7].
Era amico dell’Avv.
Camillo De Attiliis[8]
e del sindaco e storico Cesare De Laurentiis. Il fratello di Camillo, Francesco
De Innocentiis, era membro della giunta comunale, nonché direttore della Cassa
di Risparmio di Chieti[9].
Il De Laurentiis nativo di Chieti (1865-1927) fu un politico e storico. Nato a Chieti e morto a Firenze (1865-1927). Instancabile, appassionato e acculturato ricercatore-storico della sua Chieti. Scrisse diversi “Quaderni” manoscritti, oggi conservati presso la Biblioteca Provinciale “A.C. De Meis”, densi di informazioni tuttora molto utili per gli studiosi. Il Consiglio Comunale di Chieti nel 1888 affidò a Cesare De Laurentiis il compito di riordinare le antiche scritture (dal 1461 al 1826) esistenti nell’archivio, riguardanti le vicende storiche della Città. Però, per cause non conosciute, antecedentemente al 1985, la busta n. 128 che conteneva gli atti più antichi, è andata dispersa. Dedicò la sua vita alla rivalutazione della sua Chieti ricoprendo più volte l’incarico di sindaco. Contribuì all’accoglienza di Gabriele d’Annunzio quando nel 1904 al Teatro Marrucino rappresentò la prima abruzzese de la Figlia di Jorio; ad organizzare la 1° Mostra dell’arte antica abruzzese tenutasi a Chieti nel 1905; ad accogliere ed ospitare il Re Vittorio Emanuele III° e la consorte, Regina Elena Petrovich, principessa di Montenegro, venuti a Chieti per l’inaugurazione della Mostra dell’arte antica abruzzese e, in concomitanza, all’inaugurazione della linea tranviaria che collegava la città alta con Chieti Scalo. È stato un grande personaggio di spicco per Chieti e profuse molte energie e beni personali per la valorizzazione della città, andrebbe ricordato di più.[10]
L’attività artista di
Camillo, fervente patriota e legato a quei sentimenti di acculturamento regionale,
voluti da Francesco Vicoli con la rivista Album pittorico letterario abruzzese
(1859-60), e prima di lui da Pasquale De Vergilii con la rivista Giornale
abruzzese di lettere, scienze e arti, ambedue riviste create sulla falsariga
delle napoletane Poliorama pittoresco e Napoli nobilissima, si concentra proprio
con alcuni disegni pubblicati nell’Album pittorico letterario[11].
Come avevamo detto all’inizio del capitolo, egli aveva studiato presso il
Palizzi, e quando aveva raggiunto la maturità, negli anni ’60 dell’800 egli
dava lezioni di disegno ai fratelli Francesco Paolo e Quintilio Michetti come privatisti, i quali studiavano anche presso i pittori Marchiani di Ortona,
residenti a Chieti, dove avevano impiantato la loro litografia[12],
apprendendo da loro quella grazia per il naturalismo, e quella ieraticità
candida verso la raffigurazione del sacro e dei santi, che successivamente il
Michetti modificherà e connoterà con accenti modernisti nei primi del
Novecento.
| Veduta di Orsogna, di Camillo De Innocentiis – olio su tela- collez. privata |
Purtroppo del De Innocentiis attualmente non resta granché, se non delle pitture di collezione privata. Tra di questi, per gentilezza di Marco Jajani che mi ha fornito una fotoriproduzione, figura una magnifica veduta di Orsogna in prospettiva dalla via del tratturo (attuale viale Trento e Trieste) in direzione della Piazza. Il dipinto fu realizzato negli anni ’80 dell’800, e lo dimostrano la presenza di casa Vozzo sull’attuale via L. Parladore, e la facciata della chiesa di S. Rocco sulla destra, frutto dei restauri voluti dall’ing. Filippo Santoleri orsognese. Qualche licenza poetica qua e là, ad esempio la veduta della Majella all’orizzonte del viale, appositamente spostata, altrimenti non visibile perché occultata dal torrione del castello Colonna, andato distrutto nel 1943-44, che tanto impressionò il Michetti per la sua tela de La figlia di Jorio, dipinta a Orsogna.
D. Ignazio De
Innocentiis di Orsogna, era zio del nostro Camillo.
Scrisse componimenti, insieme a Francesco Auriti di Guardiagrele, Raffaele de Novellis di Alanno, Antonio D’Orazio e Francesco Vicoli nella Raccolta di prose e poesie varie scritte nell’infausta circostanza della morte dell’Avv. D. Felice Scoperta[13], avvenuta a Chieti il 14 gennaio 1849, Chieti, tip. F. Vella, 1849.[14]
28 aprile 2025
Angelo Camillo De Meis (Bucchianico 1817 - Bologna 1891), Medico e patriota.
Angelo Camillo De Meis
Bucchianico (Chieti) 1817 - Bologna 1891
Opere principali: Nuovi elementi di fisiologia generale speculativa ed empirica (Napoli 1848-1849); Dopo la laurea. Vita e pensieri (Bologna 1868-1869); I tipi animali. Lezioni (Bologna 1872-1875); Il Sovrano. Saggio di filosofia politica con riferenza all’Italia (1868; a cura di B. Croce, Bari 1927).
Bibliografia: A. Del Vecchio Veneziani, La vita e l’opera di Angelo Camillo De Meis, Bologna, Zanichelli 1921; U. Russo, Studi sul De Meis e sulla cultura abruzzese tra Otto e Novecento, Pescara, Ed. Trimestre 1975; F. Tessitore, De Meis, Angelo Camillo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 38 (1990); L. Mammarella, Storia di un italiano. Angelo Camillo De Meis, Roma, D. Borgia 1991; R. Colapietra, Angelo Camillo De Meis politico “militante”, Napoli, Guida Editori 1993.
1 marzo 2025
Il Sodalizio degli Abruzzesi “San Camillo de’ Lellis” compie 80 anni.
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| Chiesa della Maddalena - Roma |
Il Sodalizio degli Abruzzesi "San Camillo de' Lellis" celebra nel 2025 ottant'anni con una messa presieduta dal cardinale Coccopalmerio sabato 1 marzo, a Roma, nella Chiesa di Santa Maria Maddalena
di Fausto D'Addario | 01 Marzo 2025 - laquilablog.it
Il Sodalizio degli Abruzzesi “San Camillo de’ Lellis” celebra nel 2025 ottant’anni con una messa presieduta dal cardinale Francesco Coccopalmerio sabato 1 marzo, a Roma, nella Chiesa di Santa Maria Maddalena, che accoglie i resti mortali di San Camillo. Il prelato, pur essendo nato a San Giuliano Milanese il 6 marzo 1938, ha però origini abruzzesi da parte di padre, originario di Scontrone (L’Aquila).
Il Sodalizio, fondato nel settembre 1943 durante i drammatici giorni della Seconda Guerra Mondiale, vide la luce per assistere i numerosi abruzzesi sfollati a Roma. Ancora oggi è un’associazione fra persone di fede cattolica che siano abruzzesi di nascita o di origine o che si sentano legati da speciali vincoli alla terra d’Abruzzo. Tra i principali scopi, il perfezionamento della vita cristiana degli associati, una particolare venerazione per i santi che hanno dato lustro alla terra d’Abruzzo e il compimento di opere spirituali e di carità a favore dei conterranei bisognosi. Il cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, ne è attualmente Alto Patrono.
Un gruppo di conterranei residenti nella capitale, tra cui l’avvocato Lucio Luciani, Raffaello Biordi e Alberto Sciolari, si riuniva in via Firenze presso lo studio dell’avvocato Lucio Luciani, originario di Ortona, per dar vita al “Comitato di Assistenza per gli Sfollati d’Abruzzo”. Figura centrale fu quella di un giovane sacerdote aquilano, Mons. Corradino Bafile, che all’epoca prestava servizio presso la Segreteria di Stato del Vaticano, che fece di tutto per procurare pasti, alloggi e lavoro ai suoi conterranei. Quando, dopo un paio di mesi di esistenza, il governo italiano sciolse tutti i Comitati regionali di assistenza ai profughi, Mons. Bafile si adoperò per porre il Comitato sotto la protezione “estera” dello Stato del Vaticano, costituendo la Conferenza S. Camillo de’ Lellis degli Abruzzesi. Così il santo di Bucchianico, eroe della carità, ne diventava patrono e la sede della Conferenza fu provvisoriamente fissata in un locale della Chiesa di Santa Maria in Via, (alle spalle della Galleria Alberto Sordi).
Il ’43 fu un anno molto difficile per l’Abruzzo, attraversato dalla Linea Gustav che stanziò per lunghi mesi lungo i fiumi Sangro ed Aventino; un varco fu aperto durante la battaglia di Ortona, definita da alcuni “la Stalingrado d’Italia”, ma la linea venne sfondata solo nel maggio di 1944. Quando il fronte si spostò a Nord, gli sfollati abruzzesi ebbero la possibilità di tornare in patria; ma non tutti lo fecero, sia perché nel frattempo alcuni avevano trovato lavoro a Roma, sia perché molte case e paesi in Abruzzo erano ridotti a semplici ruderi; insomma, la vasta colonia abruzzese presente a Roma aveva sempre bisogni e necessità d’ogni genere da soddisfare.
Fu così che si pensò all’opportunità di rendere più ampia e stabile l’attività della neonata Conferenza e si arriva al 4 febbraio 1945, data che segna la fondazione ufficiale del Pio Sodalizio degli Abruzzesi San Camillo de’ Lellis – sul modello di altri Pii Sodalizi che esistevano dai tempi della Roma dei Papi – con una cerimonia nell’Aula Capitolare dei Religiosi Ministri degli Infermi e una messa celebrata dal Cardinale Federico Tedeschini, primo Alto Patrono. Lo statuto fu redatto dal giurista e filosofo abruzzese Prof. Giuseppe Capograssi e approvato e il 1 marzo del 1945 fu approvato anche dal Vicariato di Roma. Il 3 marzo si procedette all’elezione delle cariche sociali e ne divenne Segretario Mons. Corradino Bafile. L’atto costitutivo veniva sottoscritto, primo fra tutti, dal Cardinale Tedeschini, da Mons. Bafile e da tutti gli abruzzesi presenti nell’aula. Fu sempre l’aquilano Bafile a delinare i tre obiettivi dell’associazione: rafforzare la fede tra i conterranei a Roma, sostenere i bisognosi e onorare i santi abruzzesi. Il nome di San Camillo, simbolo della carità abruzzese, rifletteva perfettamente quella vocazione assistenziale. Il 20 dicembre 1946 il Prefetto Generale dei Ministri degli Infermi (Camilliani) concedette al Pio Sodalizio l’Aggregazione Spirituale, ossia la partecipazione alle grazie ed ai privilegi dell’Ordine ed ai meriti delle buone opere compiute dai Religiosi.
Gli anni successivi videro uno spostamento della sede: prima in via della Scrofa n. 70, in tre piccole stanze al piano terreno dell’immobile di proprietà della Santa Sede e date in uso alla Società Antischiavista d’Italia, associazione di cui il Cardinale Tedeschini era protettore; poi nel 1956 il Sodalizio poté avere in affitto un vasto appartamento al secondo piano di un fabbricato in Via di Santa Maria dell’Anima, al n. 45 (dietro Piazza Navona), che il socio-fondatore Mons. Bosio Federici aveva lasciato in eredità al Seminario Diocesano de L’Aquila. Gli ampi locali ospitarono anche il “Centro Universitario Abruzzese” che si proponeva di assistere gli studenti abruzzesi iscritti nell’università di Roma.
29 ottobre 2023
Andrea Aceto, in arte Acetino, canzoni e doppiaggi in abruzzese.
26 ottobre 2023
I Marchiani di Ortona, Ignazio e Francesco Paolo, pittori del tardo classicismo abruzzese, con un appendice su Serafino Giannini e le sue pitture a San Valentino in Abruzzo Citeriore.
| Francesco Paolo Marchiani, Sacra Famiglia, chiesa madre di Villamagna. Altare di patronato famiglia De Palma |
Parliamo di un contesto
artistico in cui, specialmente nella provincia di Chieti, che nel pescarese (mi
riferisco a quella fascia che in quei tempi comprendeva nel chietino ancora i
paesi della Majella occidentali quali Serramonacesca, Bolognano, Abbateggio,
San Valentino), operava la bottega di Guardiagrele. Erano attivi soprattutto
l’anziano Nicola Ranieri con le sue pitture ridotte ormai a imitazioni di sé
stesso e delle sue tele antecedenti al 1799, quando i francesi, stando alle
cronache, distrussero il suo studio con le stampe dei Santi a cui si ispirava
per i quadri, e del suo fido discepolo Francesco Maria de Benedictis. Non c’è
chiesa maggiore o minore nei paesi d’Abruzzo del chietino e del pescarese,
almeno al sud del fiume Pescara, i di cui parroci o arciconfraternite non
avessero commissionato a Ranieri o de Benedictis una tela, un santino, un
trittico a un santo patrono, come nel caso della chiesa madre di Bucchianico.
Ma quale palese imitazione di un concetto artistico ormai cristallizzato nel
bozzetto! Quali stanche e solite ripetizioni in 3 o 4 quadri dello stesso tema,
magari per chiese a pochi km di distanza l’una dall’altra! I Marchiani in un
primo momento seppero dare una risposta a questa guazza. E lo vediamo con il
capostipite della scuola.
Ignazio Marchiani
nacque a Ortona alla fine del ‘700, studiò disegno e pittura, a Napoli,
tornando poi in città, dove ebbe varie commissioni per palazzi e chiese
ortonesi. Ebbe contatti anche con l’anziano Nicola Ranieri da Guardiagrele, che
gli dette alcuni rudimenti, e probabilmente anche qualche stampa da cui trarre
spunto. Ma le qualità delle opere dei due artisti sono assai differenti. In un
quaderno dell’Associazione Ortonese di Storia Patria del 2004 sugli uomini illustri
di Ortona, è riportato che Ignazio dipinse una veduta di Ortona dal colle di
San Vito, con le principali chiese e palazzi, e San Tommaso benedicente (1824),
collezione privata; nel 1832 dipinse per la chiesa della Madonna delle Grazie
una Madonna col Bambino. Anche se non firmati, di lui si riconoscono dei quadri
provenienti dalla demolita chiesa di San Domenico a Terravecchia, allestiti
oggi nella biblioteca diocesana che sorge al posto della chiesa.
| Ignazio Marchiani, veduta di Ortona e la processione di S. Tommaso, 1824 |
Ignazio si trasferì nei primi dell’800 a Chieti per insegnare disegno, ebbe vari allievi, tra cui Francesco Paolo Michetti, e fu lodato per il suo disegno preciso, la caratterizzazione corretta dei tratti anatomici, e l’originalità dell’uso del colore a tinte calde. Resta di lui anche un ritratto di Don Ludovico Del Giudice nella galleria degli Arcivescovi del palazzo vescovile a Chieti. La Madonna di Ortona è abbastanza statica, ma ha un candore nel viso, e nelle braccia del Bambino eretto sul ginocchio; l’accavallamento delle gambe della Vergine per mostrare il piede è una convenzione abbastanza usuale.
27 agosto 2023
Il convento di Sant'Antonio a San Buono.
3 giugno 2023
Domenico Vallarola da Penne, un pittore poco noto del Settecento.
24 marzo 2023
Arcidiocesi di Chieti e Vasto, Itinerari d'arte e della fede in Abruzzo. Giubileo 2000.
17 novembre 2022
Amelio Pezzetta: La Chiesa e la vita religiosa in Abruzzo durante Il Viceregno Spagnolo (1503-1707).
1. Stato, Chiesa e vita religiosa nel Regno di Napoli durante
il XVI secolo.
Il
dominio spagnolo dell’Italia Meridionale iniziò nel 1503 con Ferdinando il
Cattolico e si concluse il 7 luglio 1707 quando le truppe austriache entrarono a
Napoli e il Regno passò agli asburgici.
Durante
i due secoli di dominio, i monarchi spagnoli delegarono l’amministrazione del
Regno a un viceré, non favorirono lo sviluppo del paese, lo appesantirono con un’esosa
pressione fiscale e conservarono la sua natura di stato feudale. Nell’epoca in
considerazione i baroni vecchi e nuovi conservarono l’ampio potere
amministrativo-giudiziario di cui godevano e ampliarono i possedimenti feudali;
la chiesa rafforzò il suo potere e prestigio morale e politico; i
rappresentanti della borghesia iniziarono la loro ascesa acquisendo prestigio
nell’amministrazione civica, l’economia e le libere professioni; i ceti più
umili continuarono a vivere in generalizzate condizioni di asservimento e
d’indigenza.
Il
Regno di Napoli era uno stato vassallo della Chiesa che il papa assegnava a chi
assecondava i suoi piani di potere temporale e le sue finalità spirituali. Al
momento dell'investitura Ferdinando il Cattolico riconobbe lo stato di
vassallaggio con tutte le condizioni a esso connesse tra cui il versamento al
pontefice del censo annuale di 8000 once d’oro e l’omaggio della chinea. Ai
fini di conservazione del potere, per gli spagnoli l'alleanza con la Chiesa era
indispensabile nonostante la condizione di asservimento e il suo alto costo in
termini economici.
Nel
Regno di Napoli gli spagnoli assunsero nei confronti della Chiesa due
atteggiamenti: da un lato se ne servirono per rafforzare il potere; dall'altro
pur riconoscendole privilegi e diritti, non assecondarono tutte le sue pretese
e talvolta anziché respingerle frontalmente, le attaccarono di fianco. In
particolare gli spagnoli non si opposero alle pretese della Chiesa quando erano
enunciate nei concili o con le bolle, ma ostacolavano la loro attuazione se
contrastavano con gli interessi dello Stato. Un esempio in tal senso è
costituito dall'atteggiamento che assunsero nel 1568 con la pubblicazione della
bolla "In coena Domini" con
cui il papa Pio V voleva riaffermare il primato della chiesa e far presente che
le ingiuste imposizioni fiscali erano moralmente perseguibili. In realtà per i
suoi particolari contenuti era un chiaro tentativo di violazione dei diritti
sovrani di uno Stato laico e fu utilizzata per la difesa dei privilegi e interessi
clericali dalle autorità civili. Infatti, la bolla consentiva alle autorità
clericali di ricorrere all’arma della scomunica anche nei confronti degli
amministratori zelanti che volendo far applicare le norme statali in materia
tributaria minacciavano il patrimonio ecclesiastico. In particolare essa
minacciava di scomunica coloro che: appoggiavano gli eretici; sostenevano la
superiorità dei concili rispetto al sommo pontefice; imponevano nuove tasse al
clero o aumentavano quelle già esistenti senza l'approvazione della Camera
apostolica; violavano le immunità ecclesiastiche sulla base del principio che non si fondavano sul diritto divino; impedivano
agli ecclesiastici l'esercizio della loro giurisdizione anche contro i laici,
l'esecuzione dei rescritti di Roma e l'esazione delle tasse della Chiesa. Il
governo spagnolo, nel rispetto dell’atteggiamento politico verso la chiesa
precedentemente delineato, quando la bolla fu promulgata non si oppose, ma in
seguito cercò di ostacolarne la diffusione e conoscenza.
Tenuto
conto degli aspetti generali enunciati, il presente saggio prosegue con
l’esposizione sintetica di alcuni significativi aspetti del rapporto
Stato-Chiesa nel Regno di Napoli durante il XVI secolo.
Il
29 giugno 1529 il papa Clemente VII e il re Carlo V firmarono il trattato di
Barcellona in cui al sovrano spagnolo fu concesso il diritto di presentare i
vescovi di 24 diocesi di regio patronato del viceregno napoletano. L’accordo
prevedeva che nell’Italia Meridionale l’amministrazione diocesana potesse
essere affidata anche a presuli non indigeni e di conseguenza alcune di esse iniziarono
a essere rette da prelati d’origine spagnola.
Nel
1541 un decreto della Regia Camera della Sommaria[1] deliberò
che i chierici avevano diritto alle esenzioni fiscali sui seguenti beni stabili
e di consumo: 1) i territori ecclesiastici e gli animali utilizzati nel lavoro
agricolo o come cavalcatura dai chierici e i loro famigliari; 2) l'acquisto di generi
alimentari e capi d'abbigliamento. Nello stesso anno, un altro decreto fissò le
quantità massime di merci che i chierici potevano acquistare in franchigia: un
rotolo di carne giornaliero (circa 0,9 kg), 2,5 tomoli di grano l'anno (1250
kg), 30 rotoli di formaggio l'anno (circa 27 kg), 3 staia d'olio annui (circa
30,2 litri), due botti di vino annui (circa 1047 litri e 40 rotoli di carne da
salare annui (circa 36 kg)[2].
Le immunità fiscali furono elargite anche ai coloni delle chiese e agli oblati
che donavano beni ai monasteri, non ne riservavano per loro stessi e vi
andavano a vivere. Siccome i sacerdoti non pagavano le tasse, i vescovi che
favorivano le ordinazioni al di sopra delle necessità delle diocesi che
governavano, furono ritenuti dei benefattori. Molti ecclesiastici nel corso del
secolo grazie ai privilegi accumulati, incentivarono l'evasione fiscale e cercarono
di coinvolgere anche i laici nelle esenzioni da loro godute. Un esempio in tal
senso è rappresentato dalle donazioni fittizie di beni immobiliari che i laici
facevano agli ecclesiastici allo scopo di non pagare le tasse sul patrimonio.
Conseguenza dei fatti accennati è che aumentarono a dismisura gli ecclesiastici
nel Regno di Napoli, mentre si contrassero i beni passibili di tassazione e le
rendite dello Stato. Contro questo stato di cose le autorità civili cercarono
di limitare il numero delle ordinazioni, gli amministratori locali presero
numerose iniziative e inoltrarono numerosissimi ricorsi alle autorità centrali affinché
prendessero opportuni provvedimenti tendenti a limitare il fenomeno. Purtroppo
tutti i tentativi per porre rimedi alla situazione non portarono ai risultati
sperati, poiché l'azione del governo non fu molto decisa e di conseguenza gli abusi
continuarono a essere perpetrati.
Nel
XVI secolo i chierici del Regno di Napoli percepivano rendite molto diverse: la
congrua, i diritti di stola, le decime e i redditi censuari da terreni, da
fabbricati, beneficiali, da messe, ecc. Nonostante questi benefici e vari
provvedimenti favorevoli, molti chierici delle campagne dell’Italia Meridionale
non avevano un adeguato benessere economico e talvolta coltivavano i terreni in
loro possesso.
La
religione nel secolo è un aspetto importantissimo dell'attività statale e
amministrativa. I re di Spagna si considerarono ardui difensori del
cattolicesimo e in tutti le istituzioni statali dei loro domini fecero obbligarono
i funzionari a esercitarsi in pratiche di culto. Infatti, gli ufficiali
pubblici intervenivano in forza alle funzioni sacre, i giudici prima di entrare
in seduta ascoltavano la messa, i reggimenti avevano i loro cappellani, nelle
carceri dovevano esercitarsi pratiche di culto, la bestemmia era considerata un
reato e lo Stato ordinava che si facessero pubbliche preghiere. A livello
locale le Università[3]
possedevano il diritto di patronato di cappelle laicali e chiese, fornivano alle
chiese stesse indumenti sacri, cera ed ostie e pagavano al clero le messe
celebrate pro populo.
Con
una prammatica del 5 gennaio 1571 il viceré De Rivera ordinò ai parroci di
registrare tutti i battezzati in un libro e la parrocchia iniziò ad assolvere
anche a funzioni d'anagrafe civile[4].
26 ottobre 2022
Storie di streghe in Abruzzo.
Storie di streghe in Abruzzo
Seguono una serie di testimonianze raccolte sulla stregoneria in Abruzzo:
Antonio Anello n.1923 Atri (TE)
Una ragazza strega, una notte, andò a trovare il suo
fidanzato che, sentito il vento vicino al
letto, prese il coltello e colpì nell’aria e apparve la ragazza tutta nuda, nuda. Il ragazzo chiamò
il padre e la madre, la vestirono con dei panni di casa e la
riportarono a casa sua. Da quel giorno non tornò più strega perché con la
goccia di sangue dalla marcatura se ne era andata la virtù.
Leonello Di Nardo n.1928 Bucchianico (CH)
Mia cugina era nata la notte di Natale e, per questo,
dall’età di due anni, certe notti spariva; se la venivano a prendere le
streghe. Questo è successo, finchè non l’hanno marcata con un ago arroventato; è stata la levatrice a farlo, sotto
il piede sinistro, le fece uscire un
po’ di sangue; così la bambina perse quella virtù e non uscì più
la notte con quella compagnia. Allo stesso orario in cui spariva la bambina, spariva anche il cavallo
di un vicino di casa; forse serviva per portare lei.
Santina Astrologo n.1925 San Valentino (PE)
Una donna, tutte le mattine, ritrovava la tela tessuta: allora
per vedere se era qualche strega a tesserla, la notte appresso, prese
uno spiedo e lo arroventò nel fuoco.
Quando, a una certa ora ha sentito il telaio tessere, fece passare quel ferro
per un buco che era nel muro, giusto nella direzione della spola, così colpì la
mano della strega, la “marcò”; come è uscito un pò di sangue, apparve una bellissima
ragazza (perché prima era invisibile) che disse: “Povera veneziana, sono venuta tanto di lontano; chi mi
riporta alla Venezia mia?”
Maria Di Pompeo n.1960 Castel del monte (AQ)
Tutte le notti, una donna sentiva il telaio lavorare su e giù nella
stalla; il giorno appresso, mise un segno sulla tela e, quando la mattina dopo tornò a vedere, lo trovò cresciuta.
Raccontò il fatto al marito e fecero un buco nel muro per vedere chi era che
tesseva la notte. Andarono a dormire, ma, a un certo punto arriva una donna
che accende il lume, si siede e comincia a tessere. Allora, quelli prendono un ferro, lo arroventano e la
colpiscono sulla man, esce il sangue e questa si mette a dire: “Povera giovane
di Perugina, povera giovane di Perugina!”. Allora, la moglie e marito scendono
sotto e si fanno dire dove abitava e di chi era figlia e così la mattina dopo
la riportarono a casa sua: il padre per la contentezza che gli avevano
“salvato” la figlia, gli fece per regalo un sacchetto pieno di marenghi d’oro.
Raffaele D’Onofrio, n.1928 Vacri (CH)
Una bambina di sei, sette anni, veniva portata in giro la notte dagli stregoni perché era nata “vestita” (e la mamma la
“camicia” l’aveva conservata). Allora, la gente disse alla mamma che quando
sentiva la bambina strillare perché se la venivano a pigliar, lei con un ferro
arroventato la doveva “marcare” per farla uscire un po’ di sangue, così non ci
poteva andare più, perché perdeva quella virtù. La mamma così fece, però gli
stregoni per dispetto fecero ammalare la bambina e, per guarirla la dovettero
portare da diverse “magare”.
Pasquale Di Girolamo, n.1931 Carpineto Nora (PE)
Un pastore, in montagna era
sempre seguito da una gatta che gli andava dietro dietro; improvvisamente
appariva e spariva, gli miagolava, non si capiva che voleva; finché un giorno,
il pastore prese il coltello e le fece
uscire un po’ di sangue; allora, gli apparve la
fidanzata che lo ringraziò per avergli levato il “destino di strega”.
Ernestina Nelli, n.1905 Bomba (CH)
Una donna che conoscevo aveva una bambina che veniva sempre disturbata da qualche strega; in questo modo a questa poverina erano già morti tre o quattro figli. Allora, fece la veglia per nove notti vicino alla culla, finché entrò in casa una gatta (quella era la strega), la prese e la fece “nera di botte”, come si insanguinò ridiventò una persona, una donna normale (che pure conosceva, era dello stesso paese), questa se ne scappò fuori e così la bambina fu salva.
Testi tratti da:
- “Le superstizioni degli Abruzzesi” di Emiliano Giancristofaro
-Opuscolo informativo “Streghe: dramma, emozione, turbamento in un mondo che ci appartiene” di Franco Di Silverio.
https://www.academia.edu/3847567/Storie_di_streghe_in_Abruzzo?email_work_card=thumbnail








