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12 marzo 2025

Maurizio Ciccarone, LUIGI NASCI.


LUIGI NASCI
di Maurizio Ciccarone

Luigi Nasci nacque a Vasto il 31 Marzo 1854 da Carlo, fervido patriota e Tenente della guardia nazionale nel 1860, e Maria Antonia Cardone, figlia del Barone Luigi Cardone, energico combattente delle battaglie contro i Borbone nella fortezza di Pescara nel 1799 e ad Antrodoco contro gli Austriaci nel 1821 a capo delle milizie vastesi. Primo di cinque figli egli ebbe quattro sorelle: Anna che sposerà Alfonso Spataro, da loro nascerà Giuseppe Spataro, Ernestina che sposerà Tommaso Berardi di Ortona, Beniamina che sposera Beniamino dei conti Mayo e Rosa che, sposata con Alfonso Cauli, andò ad abitare in un bel palazzetto, rimasto intatto, a Policorvo una frazione di Carpineto Sinello, in aperta campagna, dove per vari mesi era difficile andare e venire; qui stremata dalle gravidanze ed isolata da parenti ed amici, morì quasi pazza; sorte non migliore fu quella del marito, che messosi in affari, fondò una società elettrica Zecca-Cauli&C. con Odoardo Zecca ed Angelo Biondi; in tale società entrarono successivamente altri soci tra cui i De Cecco; la Zecca Cauli &C., costruì a Fara San Martino varie centrali elettriche in corrispondenza di alcuni salti del fiume Verde poi altre centrali in altri comuni, alcune delle quali tuttora esistenti, fu anche incoraggiato in tale attività dall’onorevole Francesco Ciccarone e dal cugino Emilio Giampietro. Essendo successivamente venuto in causa con il socio ed essendosi purtroppo il processo risolto a suo sfavore, fu costretto a rivendere parte del suo ingente patrimonio. Morì a Roma. Un giorno passeggiando e rimuginando, come continuamente faceva, sulle sue disavventure finanziarie, non si accorse dell’arrivo di un tram che lo investì.


La famiglia Nasci, di origine calabrese e più precisamente, il nonno Giuseppe, ingegnere, essendo stato incaricato dal governo di redigere il catasto di Vasto, si era qui trasferita dalla Calabria durante il periodo murattiano, prendendo residenza in un’abitazione posta tra via Lago e corso Dante. In seguito, attratto dalla bellezza del luogo e dalla dolcezza del clima, egli decideva di stabilirvisi. Era allora Vasto un centro attrattivo, contava in quel periodo e, più precisamente nel 1809, 7.859 abitanti, continuerà a crescere fino a raggiungere quasi 12.000 al momento dell’annessione nel 1861. Già da più di due secoli famiglie milanesi, veneziane e genovesi, si erano qui trasferiti praticando il commercio, mettendo su attività artigiane, come cristallerie, coltellerie e stamperie. Alcune di queste attività assursero a grande vivacità, specialmente per quanto riguarda il commercio; da Vasto partivano navi che trasportavano olio, grano, vino ed il pregiato aceto bianco di Vasto che, arrivato a Venezia, veniva di lì trasportato a Vienna ed a tutto il Nord-europa; per quanto riguarda la fabbricazione di coltellerie e lame, queste attività si andarono via via concentrando verso Campobasso e soprattutto a Frosolone, dove tale attività continua tuttora. I figli di tali famiglie si uniranno in matrimonio con persone del luogo, finendo così col confondersi con la popolazione locale e vastesizzandosi. Col passare del tempo, giungeranno anche famiglie abruzzesi e del contiguo Molise come i Rulli provenienti da Monteroduni ed i de Benedictis originari di Guglionesi per quanto riguarda il Molise, poi i Ciccarone di Scerni, i Cardone di Atessa, i d’Ettorre di Chieti, i baroni Anelli di Salle e sempre del Pescarese i de Pompeys, originari di Torre dei Passeri, poi i Trecco ed i De Nardis di Barete nell’Aquilano, i Pantini di Bergamo, venuti a Vasto per il restauro del campanile di San Giuseppe (non so se allora ancora dedicata a Sant’Agostino) ed addirittura, provenienti dalla Svezia i Cordella, qui giunti, come ingegneri della ferrovia, quando tale importante infrastruttura arrivò qui da noi; essi italianizzeranno poi il cognome Cordell in Cordella.


La storia completa del TOSON D'ORO.

La storia completa del TOSON D'ORO
di Giuseppe Catania


TOSON D'ORO
Ordine cavalleresco dinastico (o di collana)

II "Tosone d'Oro", ordine cavalleresco dinastico (o di collana), venne fondato,nel 1429 da Filippo II il Buono, Duca di Borgogna, in occasione delle sue nozze con l'Infanta Isabella di Portogallo. Nel 1431 il Duca ne stabili l'ordinamento ed il numero dei Cavalieri che vi potevano accedere,solo 31, quale ricompensa della fedeltà dei vassalli alla corte di Borgogna. Per il suo carattere fastoso l'Ordine del "Toson d'Oro" divenne uno dei più importanti d'Europa.
I cavalieri che ne venivano investiti, indossavano il mantello e tocco rosso e l'insegna che consisteva in un collare d'oro da cui pendeva il "vello" in oro smaltato (a ricordo dell'impresa degli Argonauti). Dalla Corte di Borgogna,dopo
l'abdicazione di Carlo V, al conferimento dell'Ordine del "Toson d'Oro" successero gli Asburgo di Spagna fino all'avvento al trono di Filippo V di Borbone (1701), che determinò la sdoppiamento dell'Ordine che venne distribuito sia dai re di Spagna che dagli Asburgo della Casa Imperiale d'Austria. L'Ordine del "Toson d'Oro" tenne il suo ultimo capitolo, per la verifica delle regole di vita e di comportamento, nel 1555 a Bruges. La consegna del "Toson d'Oro" da parte di Cesare Michelangelo D'Avalos a Fabrizio Colonna, avvenne quale riconoscimento dei servigi che la famiglia romana rese alla corte di Napoli. Fabrizio Colonna era Gran Contestabile del Regno, nipote del Cardinale Carlo. La cerimonia avvenne, con grande sfarzo alle ore 12 di domenica 24 ottobre 1723, e la festa durò fino al 2 novembre.


LABORIOSI PREPARATIVI DELLA SFARZOSA CERIMONIA
I preparativi della sfarzosa cerimonia della consegna del “Toson d'Oro” al Principe Colonna, richiamarono a Vasto una grande nobiltà. Già con dispaccio del 23 novembre 1722 il Marchese Cesare Michelangelo D'Avalos era stato informato che il Re Carlo VI d'Asburgo lo aveva designato e delegato per conferire la collana del "Toson d'Oro" al principe Fabrizio Colonna. Durante il mese precedente al 23 novembre 1723 cominciarono a giungere nel Vasto i primi notabili. II 14 ottobre arrivò il Vescovo di Trivento Mariconda, scortato da quattro staffieri in abbigliamenti sfarzosi. Il 19 ottobre venne Grazio Guidotti,Capitano della Grascia (addetto ai rifornimenti viveri) con due funzionari annonari. Poi giunse anche il Cavallerizzo Maggiore del principe Colonna, Filippo Maffei, per comunicare che il nobile romano era giunto al feudo di Atessa, insieme alla moglie Principessa Caterina Salviati, con il suo seguito. Il 20 ottobre arrivò il Marchese Castiglioni, Segretario del Re, mentre il Marchese del Vasto inviò il suo segretario, Don Felice da Cune, ad Atessa per comunicare al Connestabile i preparativi. Il 22 ottobre giunsero il Barone Lassano, il Marchese di Villa Major figlio del preside di Chieti, ed il Vescovo di Isernia Leone. Il 23 ottobre Guglielmo Amblingh, Barone di S.Ancino, con un seguito di 370 uomini di truppa, incontrò in una tenuta di San Berardino, presso Scemi,il corteo del Principe Colonna che era giunto alle ore 9.30. Qui, infatti, il Marchese Cesare Michelangelo D'Avalos, perché “amava la caccia, fece riserbare vari suoi boschi per questo divertimento, alcuni dei quali cinse di mura, ed adornò di stradoni e di casini. Uno de' più deliziosi era d'appresso al suo feudo di Scerni a 6 miglia distante dal Vasto che aveva in mezzo un diritto e vago stradone per tre miglia”. Qui, in mezzo ai padiglioni turcheschi ricchi di bordure d'oro, incontrò con gran gala il Connestabile Colonna allorché venne nel Vasto per ricevere da lui, secondo l'ordine dell'Imperatore, il Toson d'Oro. (Domenico Romanelli - SCOVERTE PATRIE- Tomo I, pagg.296-98-Napoli MDCCCV). Il Marchese D'Avalos era accompagnato dalla Moglie, Ippolita D'Avalos figlia di Giovanni di Troia. Entrambi viaggiavano su di una "stoffiglia a specchi" con traino a sei, scortata da quattro paggi a cavallo con portamantelli di velluto cremisi trinati d'oro. Seguivano a Cavallo i Baroni d'Abruzzo e di Puglia Capitanata, mentre su di una carrozza trainata da sei cavalli erano il Conte di Villamuriel e il Marchese di Villa Major, cavalieri di Camerata del Marchese.
Su tre carrozze viaggiavano le damigelle della Marchesa con alcuni gentiluomini, mentre un gran numero di nobili e titolati del Vasto a cavallo chiudevano il corteo che era annunziato da due Alfieri, due Trombe, quattro staffieri a piedi e 12 a cavallo in livrea, un Gentiluomo di Camera e un gran numero di lacchè. Il seguito del Connestabile Colonna era costituito dai cavalieri di Camerata Marchese Maccheroni e Barone Mantica, dal Maestro di Camera Cavaliere della Chiaia; dal Maestro di Camera della Principessa,Cavaliere Pieri; dal Cavallerizzo del Cardinale Carlo Colonna, Conte Scotti, dal Cavallerizzo del Principe Colonna, Don Filippo Maffei; dal Gentiluomo Don Francesco Montani di Spoleto; da due damigelle e due paggi della Principessa; due avvocati; il medico e il cameriere personale; due corni da caccia; otto staffieri e quattro famigli con tre calessi, due lettighe e dodici muli per il trasporto dei bagagli. A pochi metri dal padiglione centrale, preannunziato dal suono dei corni, in località San Berardino, comparve il principe Colonna che subito abbracciò il Marchese del Vasto,dopo che furono entrambi smontati da cavallo. Eguale caloroso saluto si rivolsero le consorti dei due principi. Nella grandissima tenda, dove venne ricomposta la scena della vittoriosa battaglia di Pavia,con gli stessi trofei conquistati all'Imperatore Francesco I, vennero serviti "frutti agghiacciati, sorbetti, cioccolata et altri confettioni,vino di diversi paesi lontani, a soddisfatione di tutti, sì quelli che accompagnavano il Sig. Connestabile,come di q.lli di S.A." Dopo il rinfresco i due cortei, i cui cavalli erano 186, giunsero in vista della città del Vasto, e subito, dall'Aragona, vennero sparate "replicate salve di mortaletti, codette e cannoni."
A Porta Castello, dove erano in evidenza i guiderdoni dell'Imperatore, del Connestabile e del Marchese del Vasto, e nel corpo di guardia 8 ufficiali di città, vennero consegnate al Principe Colonna, dal Mastrogiurato Giulio Anelli Barone di Brittoli e Carpineto, le chiavi della Città del Vasto,mentre il sindaco Dionisio Piccirilli pronunciava un'orazione di saluto. A piedi,con la scorta di quattro compagnie di soldati che inneggiavano ed esplodevano salve di archibugi, lungo la "Corsea" si giunse al Palazzo del Marchese del Vasto. Saliti ai piani superiori a ricevere gli ospiti erano i Vescovi di Isernia e Trivento, mentre fuori echeggiavano le salve di quindici colpi di cannone. Seguiva un'accademia musicale con l'intervento di tutti i Capitoli religiosi secolari e regolari, nonché di cavalieri venuti da altre località a riverire i principi. La cena venne servita nel piano riservato alla Marchesa del Vasto ed in ultimo venne versato un "prelibato vino Tokaj”.

LA CERIMONIA DI CONSEGNA DEL "TOSON D'ORO"
 Gran fermento a Palazzo d'Avalos la mattina del 24 ottobre 1723. Il Principe Colonna attendeva nelle sue stanze, dove alle ore 10,30 venne a "bussare il Marchese Castiglioni che prelevò il candidato e, tra uno stuolo di cortigiani, lo condusse all'anticamera delle Udienze. Il Marchese D'Avalos qui stava seduto in trono in abito da cerimonia recando le insegne imperiali. Fece cenno di introdurre il Principe Colonna. Allora il Segretario Regio , Giovan Battista Cantiglioni, lesse in latino il diploma del Re di Spagna con il quale si incaricava il Marchese D'Avalos di conferire al Gran Connestabile del Regno l'Ordine del Toson d'Oro.
 Il Principe Patrizio Colonna, dopo aver dichiarato obbedienza alle regole ed allo Statuto dell 'Ordine, prestò il giuramento di rito. Fece allora ingresso nell'aula il Conte di Villamuriel che prese la spada d'onore e la porse al Marchese D'Avalos per ordinare Cavaliere l'insignito dell'ordine del Toson d'Oro. Il Principe Colonna, restando in ginocchio giurò sul proprio onore e ricevette la collana d'oro dal Marchese D’Avalos. Entrambi si abbracciarono scambiandosi complimenti reciproci e, scortati dal Segretario Regio, raggiunsero le dame, i cavalieri e la nobiltà in sosta nelle sale attigue. Poi, nella sala di San Pietro, nel cui altare era un quadro di S.Andrea, protettore dell'Ordine del Toson d'Oro, all'ingresso del corteo venne intonato il Te Deum dal Capitolo di S. Maria Maggiore presieduto dal Vescovo di Trivento in abiti pontificali. Fuori, intanto, rintoccavano le campane di tutte le chiese ed echeggiavano le salve dell'artiglieria del Castello e delle archibugiate della truppa radunata nelle piazze. Venne Celebrata una Messa breve a conclusione della quale venne distribuito cibo di ogni sorta al popolo e due fontane artificiali antistanti il Palazzo D'Avalos per molte ore versarono vino bianco e rosso.

VINCOLI DI PARENTELA TRA I D'AVALOS E I COLONNA 
Solenne e sfarzosa fu la cerimonia di consegna del "Toson d'Oro" da parte del Marchese del Vasto, Cesare Michelangelo D’Avalos per incarico ricevuto dall'Imperatore Carlo VI, al Principe Fabrizio Colonna,Gran Connestabile onorario del Regno di Napoli, nipote del Cardinale Carlo Colonna, eminente componente del Sacro Collegio. Il Marchese del Vasto,Don Cesare Michelangelo,si fregiava, per successione delle insegne dell'ordine del Toson d'Oro e vantava vincoli di parentela con la potente storica famiglia romana dei Colonna. Infatti, già nel 1527, il valoroso generale Fabrizio Colonna, avo di questo, insieme al fratello Prospero, passava dalla parte del re di Napoli Ferdinando II; per rinsaldare l'atto di riconciliazione col re aragonese,concesse in sposa la figlia Vittoria,donna di cultura,famosa poetessa e gloria d'Italia, a Ferdinando Francesco D'Avalos, figlio di Alfonso, Marchese di Pescara. Questi si era distinto nella difesa contro i francesi di Carlo VIII e,nel 1525 fece prigioniero il re Francesco I a Pavia meritandosi il titolo di "Achille dell'Armata Cesarea". Nel 1536 Alfonso D'Avalos successe a Ferdinando Francesco, col titolo di Marchese di Pescara e II Marchese del Vasto,Gran Camerario del Regno, Principe di Monteodorisio e Cavaliere del 'Toson d'Oro", Generale della Fanteria Imperiale di Carlo V. Nel 1538 si trovò impegnato nello scontro navale con gli ammiragli di Francia, Filippo e Andrea Doria venuti in soccorso all'armata del generale Lautrec accampata sotto Napoli. Alfonso D'Avalos venne fatto prigioniero insieme ad Ascanio e Camillo Colonna e furono poi riscattati con ingente somma di denaro. Alfonso, con la moglie Maria, e Ascanio Colonna, con la moglie Giovanna d'Aragona, entrambe le donne nipoti del re Ferdinando, parteciparono alle nozze di Alessandro dei Medici duca di Firenze, sposo a Margherita d'Austria. Indubbiamente,Carlo VI, nel conferire l'incarico al Marchese Don Cesare Michelangelo D'Avalos del Vasto di consegnare al Principe Fabrizio Colonna,le insegne dell'Ordine del “Toson d'Oro”,volle, non solo riconoscere la fedeltà dei due esponenti delle nobili famiglie che annoveravano valorosi condottieri,bensì anche riconfermare la sua autorità imperiale nei confronti dei suoi sudditi.

TRA BATTUTE DI CACCIA E FESTEGGIAMENTI A VASTO IL SOGGIORNO DEL PRINCIPE COLONNA
Sfarzo e magnificenza caratterizzarono il soggiorno del principe Patrizio Colonna, ospite del Marchese Cesare Michelangelo d'Avalos, il cui palazzo era ogni sera illuminato da centinaia di torce di cera fino al consumo. Fuori la gente era deliziata da festeggiamenti ed attrazioni, tra cui l'albero della cuccagna, canti e vino a volontà, con fuochi di artificio. Il 25 ottobre il cattivo tempo costrinse tutti a stare dentro il Palazzo. La mattina venne così impiegata nello scambio di doni fra la principessa Colonna e la marchesa D'Avalos. Nel pomeriggio con le carrozze si andò a visitare il Palazzo della Penna dóve vennero donati 8 cavalli al Connestabile Colonna il quale a sua volta contraccambiò donando al Cavallerizzo del marchese del Vasto un anello di diamanti con due rubini e al maestro di stalla 10 doppie. Venne compiuta una visita alla villa del Marchese in località Frutteto e poi al ritorno, dal balcone del Palazzo a Vasto, tutti si affacciarono per assistere allo spettacolo pirotecnico; poi scesero a teatro per la rappresentazione de "II trionfo di Bacco" in dialetto napoletano. L'indomani, sotto una pioggerella leggera ma insistente,ci si avviò all'imbarco alla Marina su di un brigantino a 36 remi, ma, a causa del vento impetuoso,venne stabilito di effettuare il viaggio per raggiungere la tenuta della Bufalara e partecipare ad una battuta di caccia. La nobile comitiva prese posto su cinque mute a sei, due lettighe e 12 calessi. Seguivano altri cittadini e invitati su quaranta carrozze e 400 cavalli. Le dame,i prelati e i quattro Cavalieri di Camerata giunti alla Bufalara,presero posto su di una grande carrozza per assistere alla battuta di caccia che però non fu propizia: a causa delle avverse condizioni atmosferiche la selvaggina fu costretta a rifugiarsi nel bosco fitto, a Montebello. Solo vennero presi 10 caprioli, 3 cinghiali, una lepre e due volpi. Fu allestito il padiglione per il pranzo su 60 tavole per il seguito regale, mentre gli altri,in numero di circa 527 tra cacciatori e gente accorsa,si accamparono nei pressi. Il Connestabile regalò al Marchese un fucile con canna spagnuola; al marchese di Castiglione un cavallo riccamente bardato. Ma in seguito una improvvisa pioggia torrenziale sconvolse la comitiva e guastò i costumi e le acconciature. Il maltempo durò anche la giornata del 27 ottobre cosicché vennero scambiati doni. La mattina del giorno 28 ancora convenevoli e donativi tra gli ospiti di palazzo D'Avalos e, nel pomeriggio in visita al palazzo di Santa Lucia dove la sera in quel teatro venne rappresentata la famosa Tragedia "Merope" di Scipione Maffei. Il giorno successivo il Connestabile Colonna si recò al giardino marchesale di Villa Canale e poi al Palazzo della Penna. Nel pomeriggio si recò a far visita ai frati osservanti del convento di S.Onofrio. A sera tutti parteciparono ad una accademia teologica e politica tra recite di componimenti classici. La notte venne, purtroppo, guastata da un furto sacrilego nella chiesa di Santa Maria Maggiore, ad opera di ignoti ladri a danno dei prelati Don Francesco Spadaro e Don Diego Persichetti i quali perdettero alcuni effetti personali, e della chiesa:il "bottino fu di 100 ducati. Il 30 ottobre, nonostante il freddo,verso mezzogiorno il principe Colonna e la consorte si recarono nuovamente a Palazzo della Penna e poi, nel pomeriggio a San Lorenzo nella villa marchesale. Il 31 ottobre il corteo regale si mosse per una nuova battuta di caccia, passando per il giardinetto. Prima di sera i due Principi con le rispettive consorti, su di una berlina con seguito di 4 carrozze si recarono a visitare il convento delle monache di Santa Chiara. Nei pressi del carcere,in via Santa Maria Maggiore,vennero liberati 27 detenuti per reati penali (gli altri detenuti per reati civili erano stati scarcerati il giorno 24 ottobre). Il giorno 1° novembre, dopo aver ascoltato la Messa nella chiesa di San Francesco di Paola, altra battuta di caccia nella tenuta marchesale di San Berardino di Scerni,con scambio di doni. Per il giorno della partenza dei principi Colonna giunsero il 2 novembre due brigantini per imbarcare gli illustri ospiti e condurli fino a San Vito. Ma il mare in tempesta non consenti l'attracco. Via terra,salutati da ripetute scariche di cannoni, accompagnato per lungo tratto dal Marchese d'Avalos col seguito, il Connestabile si diresse alla volta di Roma,traghettando sul Sangro,toccando poi Lanciano per visitare la chiesa della Madonna del Ponte e il Miracolo Eucaristico. Sostò un giorno per visitare le reliquie custodite nella chiesa degli Agostiniani e il Monastero delle monache. A Francavilla al Mare le insegne del Marchese D'Avalos salutarono quelle del Principe Colonna la cui visita ebbe numerosi ed attenti cronisti quali,in particolare Orazio Guidotti, Capitano della Grascia degli Abruzzi, funzionario addetto al vettovagliamento, che annotò scrupolosamente i dettagli della visita e della sosta a Vasto del Connestabile Fabrizio Colonna.

La Marsica nel Novecento. Trasformazione, marginalità e sperimentazione.

11 marzo 2025

Sulla pesca del Fucino.

Sulla pesca nel Fucino.
Le barche maggiori o caporali con fino a venti pescatori, sono utilizzate per la pesca detta invernale, effettuata da ottobre a aprile, che consiste nel raccogliere il pesce chiuso entro recinti realizzati a circa mezzo miglio dalla riva con palizzate e paratie costituite da fascine, i cosiddetti mucchi.
Nello spazio circoscritto dalle palizzate si immergevano le fascine fino al raggiungimento della superficie del lago. Dopo un periodo di tempo da uno a due anni durante il quale i pesci depositavano le uova nelle fascine entro il recinto, questo veniva chiuso tutt'intorno con dei teli legati con funi alla struttura lignea del recinto.
I pescatori quindi estraevano le fascine con bastoni terminanti a uncino e pescavano il pesce rimasto chiuso entro il telo.
Il pesce viene quindi pesato nelle "stanghe", cioè nelle stazioni doganali, dove ne viene trattenuto un terzo, destinato ai detentori dello ius piscandi .
Le stanghe erano poste in tutti i centri principali che si affacciavano sul Fucino; partendo dalla sponda occidentale del lago, Luco, Avezzano, Caruscino, Paterno, Celano, Venere, Ortucchio e Trasacco. A Luco la stanga era posta tra via Virgilio (la rùa del dr. Loide Di Gianfilippo), e la rùa della Mola, ed è ancora visibile.

(Lopez, 1992 - Piccioni,1999)

“Trattato della educazione di un principe”, da Saggi di morale del signor di Chanteresme, divisi in tomi quattro, e trasportati dal francese dal Padre Alessandro Pompeo Berti della Congregazione della Madre di Dio.




10 marzo 2025

Il Toson d’Oro o Il Fiore dei Tesori (Trismosin Salomon).


Lo Splender Solis di Salomon Trismosin è uno dei più celebri trattati della letteratura ermetica, sia per il prestigio dell'autore, ritenuto, come precìsa la stampa dell'Aureum Vellus (Rorschach, 1598), precettore di Paracelso, sia per le 22 splendide illustrazioni famose nell'iconologia alchemica per il loro simbolismo e per il loro valore artistico. L'opera figura negli schedari delle biblioteche europee anche sotto il titolo La Toyson d'Or ou La Fleur des Thresors, pubblicato a Parigi nel 1612, titolo che differisce da quello dei manoscritti tedeschi in quanto riprende quello di tutta la raccolta (Aureum Vellus) in cui figura lo Splender Solis.

La serie di immagini che accompagna il testo del Trismosin, spesso adoperate come illustrazioni e frontespizi dì testi ermetici, è una delle più preziose dell'Europa Occidentale. Si può supporre che all'origine questo trattato, come altri testi alchemìci, fosse composto da sole immagini, che per il loro numero, 21 + 1, potrebbero essere avvicinate e confrontate con quelle di Abramo l'ebreo descritte da Fla-mel, e con i 22 arcani maggiori del Libro di Toth (Tarocchi).

Anna Maria Partini, dopo un ampio studio introduttivo che precisa le caratteristiche alchemiche dell'opera inquadrandola nel suo tempo e annotandola con ampi riferimenti storico-critici, tenta di chiarire il motivo per cui il traduttore francese abbia mutato il titolo da Splender Solis in La Toyson d'Or, ed evidenzia i collegamenti tra il mito di Gìasone e l'Alchimia, penetrando altresì il simbolismo velato nei colori e negli emblemi dell'Ordine cavalieresco del Toson d'Oro, estendendo l'indagine a quegli alchimisti (Mennens, Creiling, Fictuld, Canseliet, ecc.) che hanno posto in risalto il carattere ermetico dell'Ordine borgognone.

9 marzo 2025

Cesare Michelangelo d'Avalos, in: Teatro eroico, e politico de' governi de' vicerè del regno di Napoli dal tempo del re Ferdinando il Cattolico fino al presente. Nel quale si narrano i fatti più illustri, e singolari, accaduti nella città, e Regno di Napoli nel corso di due secoli ... di Domenico Antonio Parrino, 1692.

Fra’ Ludovico Riccelli ovvero Beato Ludovico da Gildone, un francescano molisano a Orsogna.

Ritratto del B. Ludovico opera di Nicola Ranieri

FRA’ LUDOVICO RICCELLI ovvero BEATO LUDOVICO DA GILDONE, un francescano molisano a Orsogna

di Angelo Iocco

In un testo dattiloscritto inedito di Vincenzo Simeoni di Orsogna sulla Storia del Convento della Santissima Annunziata di Orsogna, leggiamo queste belle pagine di un umile frate sepolto nell’antica chiesetta. Entrando in questo umile luogo di preghiera, vediamo all’altezza della cappella della Madonna degli Angeli (ex Sant’Antonio), una umile sepoltura con l’iscrizione del Santo, e di recente è stata ivi ricollocata l’immagine del Ven. Ludovico dipinta post mortem dal pittore Nicola Ranieri di Guardiagrele (1749-1851), da cui fu tratta anche un’incisione per un santino.

Altre sepolture di uomini illustri sono quella del Fr. Diego Giampaolo da Gamberale, morto nel 1959, e quelle degli uomini illustri che procurarono la nascita del Ritiro: il Ven. fr’ Francesco da Caramanico, il fr. Bernardino da Penne.


Lo storico P. Marcellino Cervone da Lanciano scrisse nel 1891 fra tutti i Santi Religiosi del secolo XVIII nella nostra Provincia Serafica Abruzzese, nessuno uguagliò il Ven. Ludovico, specie per gli strepitosi miracoli operati dopo la sua preziosissima morte, attestati dal Notato nel numero complessivo di 98. Questa bella  figura che tanto illustrò il Ritiro di Orsogna, nacque al 10 novembre 1712 da Giovanni Riccelli e Viola Massimi contadini, il giorno dopo fu battezzato col nome di Antonio. L’anno precedente erano avvenuti due fatti importanti: la morte di un altro eroe francescano, P. Bonaventura da Potenza, e la solenne condanna emessa da Clemente XI contro le famose porposizioni dell’eretico Giansenio (Cornelius Jansen, vescovo di Ypres).

Antonio fu cresimato nel 1721 dal Cardinale Orsini, divenuto poi Papa con il nome di Benedetto XIII. Presto dimostrò una grande religiosità, non ottenuta dal duro lavoro dei capi che esercitò con grande impegno sino all’età di 17 anni. Infatti nel mese di maggio del 1730 egli espresse il desiderio di farsi religioso, ma invece di rivolgersi al locale Monastero degli Agostiniani, con grande dolore della mamma che l’avrebbe voluto vicino a sé, si recò al Convento dei Frati Minori di Foggia. Senonché il suo desiderio non fu esaudito, in quanto la sua povertà non gli permetteva di acquistarsi l’abito, secondo la religiosa consuetudine vigente allora.

7 marzo 2025

Pasquale Celommi, La Profuga, 1919.

Pasquale Celommi, La Profuga, 1919, olio su tela, cm 95x67, collezione privata.


Pasquale Celommi (Montepagano, 1851 - Roseto degli Abruzzi, 1928)
La Profuga, 1919
Olio su tela, cm 95x67
Collezione privata.

6 marzo 2025

Lucia Servadio (1900-2006) è stata la prima donna medico ebrea d’Italia laureata in chirurgia e ostetricia, visse per alcuni anni a Vasto dove il marito Nino Bedarida era primario.

Matrimonio Lucia Servadio, Vittorio Nino Bedarida, Torino 1923. 

Voci della memoria: Un’ebrea italiana nel Novecento italiano


Abstract
La legislazione razziale del 1938 spezzò molte vite, dando inizio a quel processo di discriminazione legalizzata che raggiunse poi il suo culmine nelle deportazioni nazifasciste del 1943. Con l’applicazione delle leggi razziali gli ebrei venivano allontanati da tutti i settori pubblici e privati, cancellando la loro presenza nella vita nazionale italiana. Tra questi emarginati ci furono anche molte donne, scienziate, professoresse, intellettuali, la cui vita e storia rimane ancora poco conosciuta. Un libro pubblicato da Raffaela Simili, Sotto falso nome. Scienziate italiane ebree (1938-1945) nel 2010, è l’unico ad oggi che raccoglie, seppur schematicamente e sinteticamente, le storie di alcune di queste donne ed il contributo che diedero alla scienza, alla medicina e alla cultura italiana. Tra queste donne ancora invisibili figura, come illustrerò in questo scritto, Lucia Bedarida Servadio (1900-2006), prima donna in Italia ad essersi laureata nel 1922 in Medicina a soli 22 anni nonché prima donna ebrea ed italiana a lavorare sin dal 1939 in un Paese musulmano come il Marocco.

Introduzione
Lucia Bedarida Servadio fu una donna unica, estremamente moderna per gli anni in cui visse. La sua lunghissima vita ha attraversato l’intero novecento, passando attraverso due guerre mondiali, la discriminazione prima e la deportazione nazifascista dopo, l’esilio e l’uccisione della madre e della nonna ad Auschwitz. Lucia non si diede mai per vinta, dedicando tutta la sua vita ad aiutare gli altri ed i più bisognosi, come nel caso delle donne beduine e arabe del Marocco, paese che l’accolse quando fu costretta a scappare dall’Italia nel 1939. Lucia nacque ad Ancona nel 1900 da una famiglia della media borghesia ebraica di origine sefardita1, la famiglia era completamente integrata alla città, sin dai tempi dell’emancipazione ebraica. Come la maggior parte degli ebrei italiani, i Servadio erano ferventi patrioti e nazionalisti2. Non a caso, proprio in onore di uno dei fautori del nascente Stato italiano, Camillo Benso conte di Cavour, il nonno di Lucia chiamerà suo figlio, padre di Lucia: Cavour, e la figlia (zia di Lucia): Italia. Dare questi nomi nazionalistici era molto comune tra gli ebrei in quegli anni, che grazie allo Statuto Albertino, potevano ora sentirsi liberi ed essere legalmente de facto cittadini a tutti gli effetti del nuovo Stato unitario.
Lucia non conobbe i propri nonni paterni, che morirono quando il padre era ancora giovane, pertanto non ci sono testimonianze a riguardo. Si sa però che il padre e la zia furono cresciuti da una zia paterna e da suo marito, i quali continuarono ad instillare nei due giovani ragazzi quegli stessi valori patriottici che avevano distinto i loro defunti genitori. Una volta cresciuto, Cavour divenne un uomo d’affari e nel 1899 sposò la torinese Gemma Vitale. Gemma era nata a Torino nel 1878 da una famiglia della buona borghesia ebraica. Figlia di Giuseppe (Pippo) Vitale e di Sara (Nina) Levi Vitale, ebbe un’infanzia ed adolescenza tranquilla, privilegiata. Non c’è notizia su quali studi abbia fatto esattamente, ma, come ricorda la nipote Mirella Bedarida Shapiro,
Era una donna colta. Sapeva leggere molto bene, e leggeva in continuazione un po’ di tutto. Parlava un perfetto italiano (cosa non comune all’epoca in quanto anche nelle classi agiate era consuetudine parlare il dialetto, specie in casa, con le domestiche o al mercato) e francese. Prese lezioni anche di lingua inglese. Era una brava pianista, amava in particolare suonare Brahms e Chopin, ed organizzava spesso a casa serate musicali. Amava anche dipingere, in particolare tele ad olio, un po’ alla macchiaiola. (Bedarida Shapiro, 2010)
Una grande dame, come scriverà nella sua autobiografia la scrittrice giornalista Gaia Servadio, altra nipote di Gemma: “Che si annoiava vivere ad Ancona, che paragonata alla sua Torino savoiarda e francesizzante era una cittadina di provincia e gretta. Portava cappelli molto eleganti, ventagli e guanti; con nonno Cavour andavano in carrozza e, quand’erano in campagna, in calesse” (Servadio, 2014: 28).
Gemma ebbe cinque figli: la primogenita Lucia e a seguire quattro maschi: Luciano, Lucio, Luxardo, Luchino. Tutti i nomi dei figli avevano la stessa iniziale, ossia la lettera L, incipit della parola luce, a simboleggiare e rimarcare il coinvolgimento ma anche la speranza di Cavour e Gemma verso gli ideali di giustizia e libertà che gli ebrei italiani, una volta emancipati, avevano ricevuto e interiorizzato a partire dalla metà del XIX secolo. Come testimonia Lucia nei suoi scritti e da ciò che emerge dalle lunghe conversazioni che ebbi nel corso degli anni con Mirella Bedarida Shapiro, una delle sue tre figlie e depositaria di tutti i documenti riguardanti la madre, l’infanzia di Lucia fu bella, agiata e senza preoccupazioni. Come lei dirà in una delle sue ultime conferenze americane ad inizio degli anni ‘90:
Risiedevamo ad Ancona, ma la mamma era torinese, quindi molto frequenti erano le nostre visite ai nonni materni che risiedevano a Torino. Anzi essendo noi numerosi e le cinque nascite susseguitesi a brevissima distanza di tempo, la casa dei nonni rappresentava un sollievo per mia madre oberata da tanta rapida prolificità, ed un rifugio per quello che di noi rappresentava qualche problema. Difficoltà scolastiche, malattie etc. Rivedo un soggiorno di mesi a Torino perché affetta da tosse convulsa separatami dai miei fratellini per paura di contagio. Non dovevo avere più di cinque anni perché non andavo ancora a scuola. Rivedo le frequenti e prolungate sedute al Gasometro con il nonno e le più divertenti gite in funicolare a Superga, perché respirare il gas e l’aria di montagna erano le sole cose conosciute. Suprema gioia le merende al Valentino. Qualche visita al Museo di Storia Naturale e a quello Egiziano, con scarso interesse da parte mia, tanto che a mio desiderio, non sono più andata a visitarli nei miei soggiorni torinesi. (Bedarida Servadio: 1990)
Lucia frequentò la scuola pubblica come tutti i fratelli conducendo una vita borghese, rallegrata da frequenti gite in campagna, nella quale non mancavano lezioni di pianoforte e lo studio della lingua francese. Decisiva nella sua formazione fu la presenza amorevole del padre, che si prese cura di tutti i bisogni dei figli, dallo studio alle attività sportive. Un padre che, come soleva dire sempre Lucia, “in un’epoca in cui le femmine erano relegate in casa a ricamare, a suonare il piano e ad aspettare un marito”, decise che la sua unica figlia femmina dovesse continuare gli studi, dando così anche un buon esempio ai suoi quattro fratelli più piccoli.
Lucia si diplomò giovanissima, a soli sedici anni, pare infatti fosse molto intelligente e bravissima a scuola. Ciononostante, come lei scrisse in una lettera indirizzata all’amica Laura Malvano, non riusciva a capire la scelta di suo padre e perché lei dovesse continuare gli studi, visto che nessuna delle sue amiche lo faceva.: “Ero molto immatura, avevo 17 anni e non vedevo gli studi e la laurea in funzione di un mio futuro. Problema che non mi preoccupava, perché non ne avevo” (Bedarida Servadio, 1990). La sua vita era quella di una ragazza della buona borghesia, simile a quella di molte altre sue coetanee appartenenti allo stesso stato sociale. L’essere ebrea rappresentava infatti un surplus che non modificava i tratti fondamentali della quotidianità di Lucia, del tutto simile a quella delle sue amiche cattoliche. La sua era una famiglia completamente integrata, laica, dove l’ebraismo non si manifestava oltre la pratica di alcuni aspetti formali del culto. Sua mamma Gemma e sua nonna Sara (Nina) Vitale erano state: “Ebree tradizionali di stile italiano. Non c’era cibo kosher a casa, ma nessuno mangiava maiale. Andavano in sinagoga solo per le feste principali. Entrambe leggevano le preghiere in ebraico, probabilmente senza capire cosa stessero leggendo, visto che non sapevano la lingua ebraica” (Bedarida Shapiro, 2010).
Questo aspetto della laicità della maggior parte degli ebrei italiani è riscontrabile in molte autobiografie, memorie ed anche testimonianze di ebrei italiani nati nel primo novecento.3 Dan Vittorio Segre ad esempio, ricordando i suoi familiari li descrive allo stesso modo. Ebrei:
Ferocemente fedeli a casa Savoia per via di quello Statuto Albertino che nel 1848 aveva sancito l’uguaglianza degli ebrei con il resto dei piemontesi. In trent’anni avevano scordato, assieme alle ansie e alle passioni politiche collegate alla creazione dell’Italia, i valori e la fede ancestrali. Solo rimaneva l’osservanza formale e saltuaria dei riti: già i miei nonni ignoravano l’ebraico che nella generazione precedente quasi tutti gli ebrei piemontesi leggevano e scrivevano ancora più o meno correntemente. Solo mia nonna paterna usava leggere mattina e pomeriggio le preghiere di rito, in forma accorciata e senza capirne il significato. Per settanta anni aveva recitato in ebraico anche la benedizione mattutina con cui si ringrazia l’Eterno di “avermi fatto nascere uomo”. (Segre, 1985: 39)
In una intervista rilasciata a Marcello Pezzetti nel 1995, la dottoressa Luciana Nissim Momigliano4 definirà i suoi rapporti con l’ebraismo durante la sua infanzia ed adolescenza, come limitati e sporadici:
Forse circolava in casa qualche parola di giudeo piemontese, ad esempio la cameriera si chiamava chaverta. Però la mia famiglia era completamente assimilata. Mio papà aveva fatto la Grande Guerra, mio zio era morto capitano di artiglieria in Guerra. C’era questa piccola debolezza di essere ebrei, che non si capiva bene che cosa fosse. Tutti sapevano a Biella chi fossero gli ebrei, ma l’appartenenza religiosa non sembra fosse importante per la comunità. A Biella c’era una piccola sinagoga che veniva aperta solo per le grandi ricorrenze. Nessuno a Biella praticava la Kasherut, non c’era una macelleria rituale; ma a casa nostra non entrava il maiale. Non osservavamo il sabato, facevamo però il Seder a Pasqua e a Rosh Ha Shana, e a Kippur andavamo tutti assieme in sinagoga. (Chiappano, 2010: 21)
Ero una bambina come tante altre, scriverà nel suo libro autobiografico Liliana Segre: “Di famiglia ebraica laica ed agnostica: non avevo ricevuto alcun insegnamento religioso a casa. Non avevo mai sentito parlare di ebraismo” (Segre, 2011: 17). Le stesse parole più o meno sono presenti nelle memorie di Carla Pekelis:
Quand’ero bambina, essere ebrea non significava niente. Era più una questione di cose che non si potevano fare di quello che si poteva fare. Non c’era in famiglia nessuna osservanza dei rituali o delle feste. La mia era una famiglia completamente agnostica. I miei genitori facevano del loro agnosticismo, un punto di grande orgoglio, come per la maggior parte a quell’epoca degli italiani, dove il motto era ancora “libera Chiesa in un libero Stato. (Pekelis, 2005: 6)
Fino alla Pubblicazione della Difesa della Razza5 (1938), scriverà Primo Levi nella sua autobiografia Il Sistema Periodico, pubblicato nel 1975:
Non mi era importato molto di essere ebreo: dentro di me, e nei contatti con i miei amici cristiani, avevo sempre considerato la mia origine come un fatto pressoché trascurabile ma curioso, una piccola anomalia allegra, come chi abbia il naso storto o le lentiggini, un ebreo è uno che a Natale non fa l’albero, che non dovrebbe mangiare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha imparato un po’ di ebraico a tredici anni e poi lo ha dimenticato. (Levi, 1975: 37)
Come osserva Amos Luzzatto, Primo Levi era: “Un ebreo fortemente italianizzato… che ha incontrato il mondo ebraico e la sua stessa ebraicità proprio all’interno di quella tragedia (la Shoah e la sua prigionia ad Auschwitz). È là che lui ha conosciuto quel ricchissimo mondo ebraico dell’Europa orientale, ricco per tradizioni, per cultura, per creatività ebraica, proprio nel momento che stava venendo distrutto” (Luzzatto, 2006: XI). L’interesse di Levi per l’ebraismo era più di ordine culturale ed intellettuale che religioso. Pur avendo una grande cultura biblica, come lo dimostrano diversi passi dei suoi scritti, basti pensare alla rivisitazione dello Shema’ Israel (tr. Ascolta Israel, una delle preghiere ebraiche quotidiane più importanti) nell’introduzione a Se questo é un uomo (Levi, 1958: 9), questa era per lui meno importante e lo incuriosiva meno. Fu il suo universo concentrazionario a fare di lui uno scrittore culturalmente ebreo, in particolare quando venne a contatto con quella cultura (ebraica askenazita dell’Europa orientale) che Levi “scoprii con meraviglia che loro erano ebrei a tempo pieno, mentre io ero appena un ebreo anagrafico o di complemento. Era stato l’antisemitisimo a segnare diversamente i miei correligionari, di là e di qua. In Italia, l’istituzione del pogrom non é mai stata conosciuta, né il fattore linguistico ha mai rappresentato un diaframma” (Goria, 1982: 5).
Gli ebrei italiani quindi, e tra questi i più grandi scrittori ebrei del novecento italiano, come il già citato Primo Levi, ma anche Carlo levi, Natalia Ginzburg e Giorgio Bassani, come Lucia annoterà in uno dei suoi diari:
Politicamente e culturalmente erano completamente integrati alla vita degli altri italiani. Religiosamente formavano un gruppo a parte, non eccessivamente fervente e rispettoso di tutte le pratiche ed impegni igienici culinari imposti dalla tradizione, anche se rispettosi ed ubbidienti alla Torah, i cui comandamenti stabiliscono i principi fondamentali della morale della vita ebraica: io e i miei fratelli abbiamo frequentato scuole pubbliche dalle classi primarie alle universitarie e mai abbiamo sentito ne sofferto una parola ed un gesto di scherno e d’insofferenza perché eravamo ebrei. I nostri amici e quelli dei nostri genitori erano indifferentemente ebrei e non ebrei e la scelta era dettata dalle nostre simpatie ed interessi in comune.(Bedarida Servadio, 1993)
È significativa la definizione di Lucia sugli ebrei italiani, specialmente per quanto riguarda l’uso del termine integrazione piuttosto di assimilazione. Per anni, diversi storici hanno descritto gli ebrei italiani come un gruppo completamente assimilato allo Stato italiano, specialmente nel periodo che va dall’Emancipazione alle Leggi Razziali del 1938. Il motivo di questa erronea definizione è dato da una visione del gruppo ebraico alquanto riduttiva e limitata per lo più alla sola analisi del contributo che gli ebrei italiani diedero al Risorgimento italiano, alla loro attiva partecipazione alla vita pubblica, sociale, politica e culturale italiana sin dalla loro emancipazione. L’ebraismo italiano, specie in quegli anni (metà 1800 inizio primo novecento), ha invece più nuances e sfaccettature. Pertanto, la chiave di lettura dovrebbe essere un’altra e diversi studi, specie quelli che riguardano l’aspetto identitario e i concetti assimilazionistici andrebbero ulteriormente approfonditi e chiariti. In primis, il termine stesso di assimilazione. Per assimilazione intendo un processo nel quale un gruppo minoritario, nel nostro caso quello ebraico, viene assorbito o (anche volontariamente) si fa assorbire da un gruppo maggioritario, rinunciando così completamente alla propria identità, sia religiosa che culturale. Questo non si può dire del gruppo ebraico italiano, che sarebbe più corretto definire come integrato, piuttosto che assimilato (Bettin, 2007).
Uso il termine integrazione per indicare un processo di adattamento, di accettazione dell’altro, un voler adattarsi ai valori etici e sociali della società circostante ma sempre continuando a mantenere la propria identità, o perlomeno una parte di essa. Certamente, se la si guarda solo dal punto di vista religioso, la storia ebraica italiana, specie nel periodo post emancipatorio, potrebbe essere vista come assimilatoria, ma la realtà come ho scritto è molto più complessa. Se da una parte, come scrive Attilio Milano, “L’ingresso degli ebrei in una vita italiana completamente parificata ebbe un’influenza decisiva nella formazione di un nuovo tipo di ebreo, nel quale andavano sempre più affievolendosi sia qualche sua atavica caratteristica personale sia i suoi rapporti con i fratelli di fede” (Milano, 1963: 371). E’ anche vero che dall’altra si assiste, in particolare nel primo novecento, ad una rinascita dell’ebraismo italiano, come testimonia la creazione di numerosi circoli culturali ebraici, associazioni, movimenti giovanili, l’organizzazione di congressi, il cui fine era quello di mantenere vivo l’ebraismo nella forma di una identità particolare. Nota bene Mario Toscano quando afferma che gli ebrei “Pur mantenendo a lungo relazioni sociali “interne”, acquisivano (grazie all’emancipazione ricevuta) come base della propria identità la nascente tradizione dello stato unitario” (Toscano, 2003: 48).
Ma è importante sottolineare che l’identità nazionale era una “aggiunta” alla loro identità ebraica, affievolitasi negli anni, ma mai persa completamente. Gli ebrei italiani hanno sempre mantenuto un filo diretto con la loro ebraicità. Non hanno mai smesso di sentirsi ebrei, o rinunciato ad esserlo (salvo alcune eccezioni), nemmeno nei periodi più bui dell’ebraismo italiano.6 La paura dell’assimilazione rappresentò sempre un tema sentito all’interno del gruppo ebraico, la questione veniva dibattuta molto sui giornali ebraici dell’epoca, specialmente dopo l’ottenuta emancipazione. Proprio la tanto desiderata emancipazione, infatti, rappresentava, specie per i più osservanti, un serio problema. L’apertura dei ghetti aveva portato ad una mobilitazione ebraica verso altri quartieri cittadini ed anche città diverse, allontanando fisicamente molti ebrei dalla comunità di appartenenza, con il risultato che molte sinagoghe a malapena raggiungevano il quorum per officiare i vari riti. Ciononostante bisogna tener conto che questo allontanamento dalle pratiche religiose era dato da un processo di secolarizzazione in atto in tutta la società italiana. Nel nascente Stato italiano liberale, laico, non c’era posto per la religione e qualora vi fosse stato questo era solo marginale. Altri erano i valori, in primo luogo quello di Patria, che gli ebrei italiani come il resto della popolazione accettò e fece suo, come testimonia la loro intensa partecipazione nelle varie guerre d’indipendenza prima, e mondiali dopo. Ciononostante, pur acquisendo questi nuovi valori e tradizioni, tanto da definirsi sempre, come si legge in molte memorie dell’epoca, italiani ebrei, piuttosto che ebrei italiani, mettendo quindi la loro appartenenza alla nazione italica prima della loro ebraicità (cosa non casuale ma che indica quanto contasse per loro l’appartenenza alla società italiana prima ancora che alla loro comunità religiosa), non rinunciarono mai a sentirsi ebrei. I fermenti culturali ebraici italiani del primo novecento ne sono la prova, in quanto indice di un qualcosa e di un desiderio di mantenere e vivere queste tradizioni ancestrali, come nel caso dei campeggi ebraici, creati da Angelo Da Fano nel 1922, con l’intento di far vivere ai giovani ebrei italiani un’atmosfera completamente ebraica e sionistica (Bettin, 2005: 332). Lucia non partecipò mai a questi campeggi, né tantomeno fece parte di una di queste associazioni giovanili, in quanto assorbita completamente dalla sua vita di studentessa di medicina, dal lavoro e dalla famiglia. Cionostante era a conoscenza del nascente movimento sionistico italiano e ne era anche attratta, come si legge in una lettera mandata alla famiglia di Enzo Sereni il 13 marzo 1946, dopo aver saputo della morte di quest’ultimo a Dachau: “Ricordo Enzo Sereni nella primavera del 1922 sulle rovine del Tuscolo, aprire la mente di noi amici, imbevuti del fascismo della civiltà e della cultura romana, alla conoscenza dell’ebraismo e del sionismo. Compresi allora quanto quell’essere eletto avrebbe potuto dare all’umanità e deploro che la sua energia sia stata così crudelmente e prematuramente stroncata” (Bedarida Servadio, 1946).
Solamente durante gli anni universitari Lucia sentì parlare di Sionismo: “Da qualche compagno di corso, ho sentito parlare di Sionismo, di Theodor Herzl, di necessità di un focolare ebraico dove potessero trovare rifugio i perseguitati dei paesi dell’Europa orientale (Bedarida Servadio, 1993).
La visione che Lucia aveva in quegli anni del Sionismo rispecchiava il pensiero di molti ebrei italiani, che concepivano il movimento più per un certo tipo di ebreo, quello appunto perseguitato, che per loro. Il Sionismo era visto più in chiave filantropica che ideologica. Ciò spiega perché molti ebrei italiani durante il primo ventennio del novecento non aderirono al movimento sionista, pur riconoscendone l’importanza ed il valore. Lucia, non si sentiva allora una perseguitata, né tantomeno discriminata: “In Italia non c’era antisemitismo, neppure nei primi anni del governo fascista. Mussolini anzi aveva assunto un’attitudine di protezione verso i giovani ebrei del paese (diciamo nell’insieme). Anche aprendo loro l’accesso agli studi universitari, in condizioni anzi di favore rispetto agli studenti italiani e facendo anche dichiarazioni a favore degli israeliti - come si chiamavano allora gli ebrei” (Bedarida Servadio, 1993). Questo però accadeva nel 1920-1922, prima che il Fascismo adottasse la sua politica razziale discriminatoria e poi persecutoria. Come scriverà Lucia in uno dei suoi diari:
La vita degli italiani ebrei durante il primo quarto del ventesimo secolo, non presentava nulla di rilievo. I pochi ebrei che c’erano in Italia, si sentivano cittadini a pieno diritto, e, secondo i loro meriti e le loro conoscenze, potevano aspirare posizioni di alto livello in ogni campo di attività e di funzione. Nel 1922 nella Facoltà di Medicina di Torino, c’erano diversi professori ebrei, e tutti trovavano la cosa normale, perché si trattava di persone che avevano raggiunto per i loro meriti i posti che degnamente ricoprivano. (Bedarida Servadio, 1993)
Ciononostante, sebbene l’istruzione sia sempre stata un fattore preponderante nella vita ebraica, anche quando gli ebrei erano relegati nei ghetti7, e diverse fossero le donne ebree istruite e laureate, solo poche di loro riuscirono a fare carriera universitaria e a diventare professore ordinario o ad occupare posizioni di rilievo. Probabilmente questo era dovuto alla tipologia stessa del mondo accademico italiano abbastanza chiuso nei confronti delle donne e con pochi margini per chi di loro volesse fare carriera universitaria. Inoltre, bisogna tenere anche in considerazione il periodo storico: “in quegli anni, non era “comune” che una ragazza di buona famiglia lavorasse, o che andasse a vivere da sola in una grande città per studiare” (Bedarida Servadio, 1990). Ciò spiega perché Lucia fu mandata a studiare a Torino, dove vivevano i nonni materni. Inizialmente Lucia non sapeva cosa avrebbe studiato o a quale facoltà iscriversi, come lei scrisse in uno dei suoi diari: era stata una studentessa liceale brillante, con ottimi risultati in tutte le materie, pertanto ogni professore cercava di convincerla a proseguire la disciplina del suo insegnamento. Suo padre avrebbe voluto che lei si iscrivesse alla facoltà di Ingegneria, così lei avrebbe potuto, una volta finita l’università, aiutarlo nel suo lavoro. Lucia però decise di iscriversi a Medicina. Il motivo di questa scelta, come lei stessa dirà più volte nel corso della sua vita, fu dovuto a una “chiamata” e da una “rivelazione”. Una chiamata, giustificata da lei come una missione, dove avrebbe potuto aiutare gli altri e sentirsi utile. Influenzata e colpita dalle storie che sua madre, che era stata infermiera volontaria all’ospedale militare durante la prima Guerra mondiale, le raccontava sin da adolescente, decise che anche lei avrebbe dato il suo contributo: “Ho sentito come una rivelazione che lo studio della medicina era la strada su cui dovevo mettermi” (Fincato, 2007: 29). Una scelta che, a distanza di quasi 70 anni, Lucia non rimpianse mai, anzi, come disse nell’ultima intervista che rilasciò nel 2006:
Debbo dire che non mi sono mai pentita di aver studiato medicina e di aver lavorato come medico, anzi, ancora oggi affermo che, se ci fosse una vita futura ed io ritrovassi tutte le mie facoltà di corpo ed intelletto, tornerei alla medicina. Questo richiamo che io ho sentito, quest’influenza sullo spirito femminile di curare chi soffre, deve essere stato forte in quel momento perché tante giovani vite venivano spezzate e molte altre erano sottoposte a sofferenze incredibili. (Fincato, 2007: 29)
La conferma che aveva scelto la strada giusta le fu data sin dalle prime lezioni che tenne nel laboratorio di anatomia dell’Università di Torino, dove durante un esame istologico al microscopio capì ulteriormente l’importanza della ricerca medica. Inoltre, Lucia credeva fortemente che in quanto donna, anzi, proprio l’essere donna, le avrebbe dato la possibilità di essere un ottimo medico. In una lettera di tributo scritta per onorare la memoria della sua collega ed amica Gemma Barzilai8 si legge: “Le donne hanno sempre avuto una marcia in più, e un istinto naturale per aiutare i loro uomini, padre, figli, mariti, nonostante le difficoltà e gli orrori della Guerra (Bedarida Servadio). Pertanto, studiare medicina e diventare medico fu per Lucia una scelta normale.
I. Gli anni universitari
Il primo anno universitario a Torino fu molto difficile per Lucia. La rattristava molto essersi allontanata dai propri genitori, fratelli, amici e città natale: “Si era in piena Guerra, annata scolastica 1916-1917, le frequenze ai corsi erano scarsissime perché i giovani erano al servizio militare. Tristezza e preoccupazione in casa perché due fratelli di mamma erano al fronte, uno anche in aviazione, allora agli albori, e, quanto mai rischiosa. Io seguivo i corsi regolarmente, studiavo ma non ero felice e mi consolavo mangiando una grande quantità di paste, che mi hanno fatto guadagnare rapidamente molti, troppi chili” (Bedarida Servadio, 1990).
Per questo, una volta tornata a casa dalle vacanze estive, Lucia comunicò ai propri genitori che non voleva più studiare a Torino. L’ambiente era troppo rigido e triste per lei. Il padre capì il punto di vista della giovane figlia e anche per una serie di altre circostanze (scosse di terremoto avvenute nell’Anconetano nel 1917, disfatta di Caporetto, che porto’ un’affluenza di profughi verso il centro sud, compresa Ancona, causando molti disagi ai locali), decise di trasferire tutta la famiglia a Roma dove Lucia avrebbe potuto continuare i suoi studi universitari.
Nel settembre del 1917, Lucia si iscrisse al secondo anno di medicina all’Università di Roma, dove già erano iscritte 13 donne. Pur essendo l’iscrizione universitaria femminile non comune in quegli anni, Lucia ricorda di non essere mai stata discriminata in quanto donna: “La frequentazione femminile ai corsi, era vista ed accettata come cosa normale dai professori, assistenti e studenti maschi. Non siamo mai state escluse dalle lezioni, laboratori o turni in ospedale. Tutti noi avevamo gli stessi obblighi e doveri. Vivevamo in perfetto cameratismo ed amicizia, senza gelosia o animosità, diventando anche amici e frequentandoci dopo i corsi” (Bedarida Servadio, 1990).
I suoi anni universitari romani furono belli, spensierati. Il 17 luglio del 1922 a soli 22 anni e giorno del suo compleanno, Lucia si laureò a pieni voti con lode, diventando la più giovane dottoressa italiana. Dopo la sua laurea Lucia voleva andare a Londra per specializzarsi in Chirurgia infantile, che in quegli anni non si studiava ancora in Italia. Il padre però glielo proibì, suggerendole che avrebbe dovuto pensare a sposarsi. Lucia invece, decise di prendersi una vacanza ed andò a Torino per un po’ di tempo dai nonni materni, dove durante una visita in un ospedale torinese conobbe quello che sarebbe diventato poi il suo compagno di una vita, il dottor Nino Vittorio Bedarida, che sposò alla Sinagoga di Roma il 12 Aprile del 1923. I due giovani sposi si trasferirono presto a Torino dove Nino lavorava come medico chirurgo all’Ospedale San Giovanni. Ed è proprio a Torino che inizia la terza fase torinese della vita di Lucia, ricordata da lei stessa come:
La più bella e la più lieta, rallegrata dalla nascita di due delle mie tre figliuole. Vivevamo essenzialmente nell’ambiente ebraico torinese; sono entrata come 45 cugina nella famiglia, di cui facevano parte molti membri che sono stati i promotori e gli iniziatori dell’industria Torinese. Mio suocero per il ferro smaltato, i Tedeschi per i cavi elettrici. Quasi tutti intelligenti, attivi, colti e più che benestanti. Di conseguenza belle case, bei vestiti, frequenti e festose riunioni familiari per celebrare qualche lieto evento, quali nascite, matrimoni, bar mitzvah, opere, concerti, teatro. (Bedarida Servadio, 1990)
In quegli anni Lucia non lavorava ancora per conto suo come medico, bensì aiutava il marito nella sua pratica di chirurgo e nella sua attività scientifica, passando molte ore in laboratorio ed in biblioteca: “Era lui, e non io, che doveva riuscire nella carriera e quindi io lo aiutavo negli esperimenti di laboratorio, nelle ricerche in biblioteca, nell’esecuzione degli atti chirurgici” (Fincato, 2007: 30). Cionostante, pur avendo una vita molto piena e già due figlie, Paola nata nel 1924 e Mirella nel 1927, Lucia decide di continuare i suoi studi e di specializzarsi in radiologia a Roma, dove vivrà per circa un anno, lasciando temporaneamente il marito e le figlie. Lucia si considerò sempre molto privilegiata per questo. Come dirà più volte, l’appoggio del marito e della famiglia le fu fondamentale per proseguire i suoi studi. Come si evince dai suoi scritti e dalle informazioni raccolte, Lucia era molto legata alla sua famiglia di origine, ma anche a quella del marito:
La mia vita era divisa tra la mia famiglia, quella di mia madre che rimasta vedova nel 1924 si era trasferita a Torino con i due figli più giovani che non avevano ancora finito gli studi, mentre i due maggiori vi risiedevano e vi lavoravano già, e la mamma di mio marito, che aveva fatto della sua casa un centro di incontri familiari ed a ragione ci reclamava. Pertanto, avevamo una riunione settimanale di cui facevano parte diverse amiche. I temi di conversazione non erano dei più elevati ne’ molto interessanti, non si parlava di politica. (Bedarida Servadio, 1990)
E’ curioso come dai vari scritti, pur essendo passati molti anni, i ricordi di Lucia per quanto riguarda le persone ed i fatti avvenuti siano chiari e freschi, mentre per quanto riguarda la città di Torino questi siano sbiaditi, forse perché, come lei scrisse, non amava particolarmente quella città che le dava “L’impressione di essere triste, grigia, senza entusiasmi, forse perché ero nata e cresciuta sul mare ed avevo trascorso gli anni della mia formazione medica nell’atmosfera luminosa ed esaltante di Roma. Pertanto, ho vissuto lietamente a Torino solo con la famiglia e gli amici, per la famiglia e gli amici” (Bedarida Servadio, 1990).

II. Vasto
Nell’estate del 1930, Lucia si trasferisce con le due figlie ed il marito a Vasto in Abruzzo, dove a Nino era stato offerto il posto di chirurgo primario all’Ospedale Civile dal professor Paolucci in persona, allora clinico chirurgo a Bologna ed anche capo del Partito Nazionalista italiano, abruzzese di origine e politicamente molto influente nella zona. “Paolucci pregò Nino di prendere quel primariato, perché voleva dare al paese un elemento di valore” (Bedarida Servadio, 1992). Per Nino questa era un’ottima opportunità, in quanto grazie a questo nuovo lavoro ed all’appoggio di Paolucci avrebbe potuto in futuro avere la possibilità di diventare primario in una città più importante. In quegli anni non c’era ancora sentore di quello che sarebbe successo in seguito agli ebrei, ossia nessun ebreo italiano avrebbe mai pensato di essere deportato e sterminato dai nazifascisti alcuni anni dopo. Nonostante alcune avvisaglie precedenti alle leggi razziali del 1938, come articoli antisemiti sui maggiori quotidiani italiani, il verificarsi di alcuni episodi squadristi, ed a mio avviso, i Patti Lateranensi del 1929 che riconoscevano il Cattolicesimo come unica religione di Stato, discriminando quindi tutte le altre religioni, gli ebrei italiani si consideravano al sicuro e, seppur molti fossero antifascisti, mai avrebbero pensato che Mussolini e sopratutto casa Savoia potessero arrivare a tanto. Per questo le leggi razziali furono per gli ebrei italiani uno shock tremendo, un colpo improvviso, inatteso e doloroso, in quanto si sentirono in primis traditi da quello Stato che consideravano il loro e per il quale tanto avevano fatto, assieme agli altri italiani, per contribuire a crearlo. A Vasto i Bedarida erano gli unici ebrei. “Siamo stati accolti bene”, scriverà Lucia, “Da una parte della popolazione, meno da un’altra parte che ci consideravano “foresti” in quanto provenienti dal Nord Italia”. Una diffidenza data, quindi, dalla diversa provenienza geografica ma non perché la famiglia non fosse cattolica. “Il nostro non partecipare alle cerimonie religiose cattoliche è stato naturalmente notato, ma noi non avevamo nessuna ragione per nascondere la nostra appartenenza alla religione ebraica. Abbiamo fatto conoscenze, amicizie, contatti con i medici dei paesi vicini che hanno subito avuto stima e simpatia per Nino e che hanno cominciato a portare i loro pazienti bisognosi di interventi chirurgici” (Bedarida Servadio, 1992).
Questi rapporti con gli abitanti del paese, le dinamiche di diffidenza iniziale e di accettazione completa poi, la possiamo trovare anche in Cristo si e’ fermato ad Eboli (1945) di Carlo Levi, che scrisse questo suo diario quando, come antifascista, fu mandato al confino a Gagliano nel 1935. Anche in questa autobiografia, come in altre sopra citate, si capisce che l’essere ebreo non era affatto un problema o un fattore discriminante. Lo stesso Levi nel suo diario non fa mai menzione della sua fede mosaica o di avere avuto dei problemi con gli abitanti del villaggio. Si può affermare che uno dei motivi fosse dovuto anche a una certa ignoranza riguardo all’ebraismo e a chi fossero gli ebrei, specie in un mondo contadino del sud Italia, dove sin dai tempi dell’inquisizione non esistevano più comunità ebraiche, ma sopratutto alla tipologia stessa dell’ebraismo italiano. A differenza degli ebrei provenienti dall’Europa dell’est, la maggior parte degli ebrei italiani erano in quegli anni laici e, contrariamente agli ebrei ortodossi osservanti, non vestivano in modo diverso e non parlavano Yiddish. Non c’era nessun segno che li distinguesse dal resto della popolazione non ebraica. Di conseguenza, venivano visti e più che altro accolti, come fu nel caso di Lucia e Nino, tranquillamente.
Contrariamente alle tesi di alcuni storici che vedono le leggi razziali del 1938 come la continuazione di una discriminazione e di un antisemitismo che sarebbe sempre stato presente nella società italiana9 sin dall’emancipazione stessa, la maggior parte degli italiani in quegli anni non era antisemita o, perlomeno, non vedeva l’ebreo come l’altro. I rapporti tra cattolici e gentili erano paritari ed amichevoli. Tutte le fonti a disposizione, testimonianze, memorie ed autobiografie scritte da ebrei vissuti nel primo ventennio del novecento, lo confermano. Diverso invece è il discorso per quanto riguarda lo Stato e la posizione della Chiesa cattolica, dove è possibile rilevare tendenze anti-semite in diversi giornali cattolici sin da metà ottocento10. Sull’antisemitismo di matrice cattolica e di stereotipi verso gli ebrei nell’Italia liberale e negli anni del fascismo, ci sono molti studi, un po’ meno invece per quanto concerne le relazioni sociali tra ebrei ed il resto della popolazione italiana. Le uniche fonti che si hanno sono i diari scritti o testimonianze rilasciate nel corso degli anni di ebrei nati e cresciuti nel primo novecento. L’uso della memoria come fonte storica è stata sempre messa in discussione da parte di alcuni storici (Nidan Orvieto, 2005) in quanto mancherebbe di una certa imparzialità, ossia il ricordo riportato negli anni potrebbe essere rivisto ed adattato (magari inconsciamente) al discorso presente e solamente a ciò che si vuole ricordare o credere, manipolando quindi una certa realtà.
Se da una parte, dal punto di vista storico scientifico, può essere vero, ossia il ricordo rivissuto può lasciare posto ad una certa soggettività e rivisitazione dei fatti realmente accaduti, è anche vero che non si può negare l’importanza e l’uso che si può fare di questo materiale per una maggiore comprensione della nostra ricerca. Nel caso di Lucia, per esempio, i suoi diari, lettere e documenti (questi ancora inediti) sono le uniche informazioni che si hanno a disposizione. Alcune cose scritte da lei possono essere confutate o meno attraverso ricerche archivistiche, come ho fatto in questo studio, ma è vero anche che ciò che lei ha scritto era la sua vita o visione di questa, compresi i rapporti che ebbe con le persone, le istituzioni fasciste e i vari governi. La vita di ogni persona è soggettiva ed unica, ma è anche vero che attraverso lo studio di una vita, quindi di una microstoria, si può capire molto, completando così una ricerca squisitamente oggettiva e scientifica che a volte lascia poco spazio alla considerazione dei rapporti interpersonali, focalizzandosi prevalentemente sui rapporti istituzionali, sulle politiche governative o meno, quindi su una macrostoria, e non tenendo abbastanza conto del fatto che la macro viene capita maggiormente se si prende anche in maggiore considerazione la micro. In questo caso, l’esperienza della gente comune e la realtà della vita quotidiana.
Sin dalla metà degli anni ottanta ad oggi c’è stata una rivisitazione storiografica ma anche politica dell’antisemitismo nel ventennio fascista, sull’origine del razzismo nell’Italia fascista, sul mito degli “Italiani brava gente”11, sul non riconoscimento collettivo italiano della sua adesione al fascismo e nazifascismo e di conseguenza a tutto ciò che questo ha comportato (Levis Sullam, 2015). Studi importanti che hanno contribuito ed arricchito la storia dell’ebraismo italiano. Ciononostante, le “voci” di ebrei che hanno vissuto il contesto storico preso in esame sono ancora poco considerate, o perlomeno si ha l’impressione che non lo siano abbastanza. Non tenendo quindi in dovuta considerazione che l’esperienza dei singoli, attraverso l’uso di interviste, lettere, diari e memorie, può anche dare il senso della realtà dell’epoca. Per quanto non si debba generalizzare, in quanto ogni autobiografia e memoria è unica, si possono riscontrare in quasi tutte le autobiografie ed interviste12 degli aspetti in comune dati dalle storiche vicende che queste persone hanno condiviso, dall’intrecciarsi delle loro vite sia come legami familiari che amichevoli, dallo stesso tipo di educazione (se appartenenti alla stessa classe sociale) ed anche dai rapporti che hanno avuto con la popolazione non ebraica (Bettin, 2010). Come molti studi hanno dimostrato, c’erano ebrei fascisti ma anche antifascisti (Sarfatti, 2000), ed il loro aderire o meno a certi partiti era dato più dalla loro condizione socioeconomica che dall’appartenenza o meno all’ebraismo. L’atteggiamento degli ebrei fu in tutto e per tutto simile a quello degli altri italiani: “In taluni casi di consenso e adesione convinta, in altri di partecipazione per necessità, opportunismo e quieto vivere, in altri ancora di opposizione. In Italia non esisteva una questione ebraica e l’antisemitismo, nei primi quindici anni del regime mussoliniano, era rimasto confinato all’interno di cerchie ristrette di intellettuali e gruppi di pressione di interesse” (Avagliano e Palmieri, 2011: XIV-XV).
Ed è proprio per quieto vivere che i coniugi Bedarida si iscrissero al Fascio, cosa che era in quel tempo (fino a che non fu reso obbligatoro nel 1938) auspicabile se si voleva continuare a lavorare. Una volta iscritto al Fascio, Nino, che era stato decorato e capitano medico durante la Prima Guerra Mondiale, (dove si arruolò volontariamente) fu subito nominato Maggiore Medico della Milizia, Lucia invece fu nominata segretaria del Fascio Femminile. Come segretaria del Fascio Femminile, Lucia si propose l’obbiettivo di dare a questo un nuovo slancio, nel coinvolgere le donne locali in svariate attività; nell’organizzare raduni femminili, come quello a Roma per l’esibizione davanti al Duce di donne abruzzesi nei loro costumi tradizionali; nell’accogliere le varie personalità fasciste in visita al paese di Vasto o nell’ospitare a casa propria l’amante, con madre a seguito, di Starace, allora segretario del partito fascista. Lucia iniziò, inoltre, a lavorare con il marito in ospedale come assistente in sala operatoria e come radiologa. L’ospedale era vecchio, scomodo, ma le suore (che allora lavoravano come infermiere nell’ospedale) erano simpatiche ed accoglienti. Nino diventò anche medico delle Ferrovie con il gran vantaggio di poter viaggiare, anche con la famiglia, gratis. Così i Bedarida tra il 1930 ed il 1939 andarono spesso a Torino ed in giro per l’Italia, specie a Bologna dove Nino insegnava Patologia Chirurgica all’università. A Torino nasce nel 1933 anche la terza figlia, Adria. Lucia era felice di viaggiare, di andare a convegni e ritornare a Torino per vedere la famiglia e fare un tuffo di vita intellettuale, e prendere contatto con i vecchi amici. Rifornirsi di vestiario o andare o tornare dalle vacanze sui monti, dato che vivevano al mare.
figlie a Vasto 1935
Nel frattempo i Bedarida si erano trasferiti a Pescara, anche se continuavano a lavorare a Vasto per permettere alle figlie di studiare al Liceo. Nel 1938 però la loro vita venne completamente sconvolta:
La comparsa delle leggi razziali, sono state un fulmine a ciel sereno, assai meno per gli antifascisti tra cui si trovavano molti ebrei. La macchina amministrativa era stata messa subito in movimento ed eseguita pedissequamente, per cui, nel corso di due mesi la mia famiglia, mio marito chirurgo, io medico, tre figliole rispettivamente di 14, 11 e cinque anni, ci siamo trovati mio marito fuori dall’ospedale di cui era primario, quindi nell’impossibilità di eseguire interventi chirurgici; io potevo ancora fare visite a domicilio e fare prescrizioni mediche. Le ragazze fuori dalla scuola, e, poiché vivevamo in un centro dove eravamo la sola famiglia ebrea, non esistevano scuole ebraiche, quindi impossibilitate a studiare. Non potevo avere più un aiuto domestico in casa, cosa che da sempre ero abituata ad avere. Esclusi da club e centri culturali, ci avevano ritirato tutte le tessere, anche se mio marito era stato inizialmente discriminato, termine e condizione creata per quanti si erano resi benemeriti durante la prima guerra mondiale. Il quadro che do di noi può rendere facilmente che subbuglio psicologico queste leggi, anche se non ancora cariche di minaccia hanno portato nella nostra famiglia. (Bedarida Servadio, 1993)
I Bedarida però ricevettero anche solidarietà ed aiuto dagli abitanti del posto. Quando le furono richieste le dimissioni da segretaria del Fascio Femminile, tutte le donne che avevano collaborato con lei si dimisero in massa con una lettera piena di elogi per il buon lavoro che aveva fatto, mentre il Comandante della Milizia fascista, loro buon conoscente, li aiutò ad esportare diverse apparecchiature mediche ed anche del denaro che consentirà ai coniugi Bedarida di poter esercitare la loro professione in un altro paese. Cionostante, come scriverà Lucia in un suo breve articolo, Reflections on an Italian Jewish Life, si sentiva rifiutata, sola, infelice (Bedarida Servadio, 2002: 354). Non riusciva infatti a capacitarsi del perché un piccolo nucleo familiare che si era fatto benvolere, che non nuotava certo nella ricchezza, che aveva curato e salvato tante persone subiva tutto questo, chiedendosi come il rapporto con la comunità potesse passare dalla stima e benevolenza all’odio ed al disprezzo: “Qual è il substrato di questo fenomeno? Razziale, religioso, sociale, economico?” (Bedarida Servadio, 1993). Domande e preoccupazioni che si ponevano tutti gli ebrei italiani, come traspare in molte lettere da loro scritte ed indirizzate a Mussolini ed anche al re Vittorio Emanuele III all’enunciazione della legislazione razziale antiebraica (Nidan Orvieto, 2005). “Per quanto prevedessi il peggio, non avrei creduto che in Italia, nella nostra Italia, cui ci legano tanti vincoli di cultura, di vita e di affetto, potesse così facilmente svilupparsi un antisemitismo a carattere razzista, ormai designato come teoria ufficiale del regime” (Cividalli, 2016),così scriverà nei suoi diari Gualtiero Cividalli, immigrato nella Palestina del Mandato Britannico nel 1939. Una delle conseguenze delle leggi razziali fu infatti l’immigrazione di diversi ebrei Italiani, non sono nella Palestina del Mandato Britannico, ma in tutto il mondo o perlomeno, per essere esatti, nei Paesi (pochi) che li vollero accogliere dopo il 1938 e all’inizio della seconda Guerra Mondiale. Secondo i dati del Dipartimento per la demografia e razza del Ministero dell’Interno, tra il 1938 ed il 28 ottobre 1941, furono 5966 gli ebrei italiani che lasciarono l’Italia (De Felice, 1961: 367). Tra questi, i coniugi Bedarida. Immigrare però non era cosa semplice, pur avendo disponibilità economiche era molto difficile ottenere un visto di emigrazione. Dopo avere cercato in tutti i consolati stranieri di Roma, i Bedarida riuscirono ad avere una promessa di visto dal Console dell’Ecuador, ottenuta grazie al regalo di una forte somma di denaro. Mirella, figlia di Lucia, ricorda ancora quei giorni : “Di grande agitazione in famiglia, si partiva finalmente, e per l’Ecuador, venti giorni di piroscafo. Che bellezza per noi bambine. Bauli da riempire, biglietti sul piroscafo già prenotati” (Bedarida Shapiro, 2010). Promessa però che non fu mai mantenuta dal Console che all’ultimo momento gli rinnegò il visto. Ricominciava pertanto per Lucia e famiglia un altro calvario. Lucia, ha sempre ricordato quei giorni come di grande preoccupazione e disperazione, in quanto non sapevano più a chi rivolgersi. Fortunatamente però un ex studente del marito, il dottor Shakin, le scrisse per dirle che forse a Tangeri ci sarebbe stata per lei e Nino una possibilità di lavoro. In quegli anni Tangeri era una zona internazionale, amministrata da sette nazioni13, tra cui l’Italia, ed era considerata un posto sicuro per i profughi che scappavano dall’Europa nazista. I rifugiati venivano assistiti dall’American Joint Distribution Committee (JDC), un’organizzazione ebraico-americana che sin dal 1938 aveva aperto un ufficio in città per aiutarli sia economicamente che burocraticamente ad inserirsi. Oltre al JDC erano attive in tutto il Marocco (sia francese che spagnolo), anche altre organizzazioni ebraiche come l’Alliance Israelite Universelle (AIU) the World Jewish Congress (WJC) and the American Jewish Committee (AJC). A Tangeri ogni nazione aveva la propria scuola ed ospedale. L’Italia aveva un suo ospedale, sin dal 1929. L’ospedale italiano non era molto grande, aveva solo 35 posti letto ed era gestito inizialmente da cinque suore della Congregazione Francescana del Cuore Immacolato di Maria. Vicino all’ospedale c’era anche una Scuola Italiana, elementare e di prima media, aperta nel 1927-28, a cui si era aggiunto nel 1929 anche l’Istituto Tecnico e nel 1930 il Liceo Scientifico. Tangeri, pertanto, poteva essere una buona opportunità per i Bedarida, dove non solo avrebbero potuto continuare a lavorare come medici, visto che non c’era bisogno di nessun visto e le lauree italiane venivano riconosciute, ma anche continuare a dare un’educazione italiana alle loro figlie. Nel 1939, Nino partì da solo per vedere quali fossero le possibilità di lavoro reale, e se avesse potuto aprire una piccola clinica privata. Nel frattempo Lucia, rimasta in Italia, si sarebbe preoccupata di vendere i due appartamenti che avevano e con i soldi comprare tutta l’attrezzatura medica chirurgica, compresi i permessi di esportazione. Non era facile, anzi era difficilissimo oltre che vietato per gli ebrei, esportare molti beni propri, specie denaro. In questo, però, Lucia fu aiutata da alcuni gerarchi fascisti che erano stati suoi pazienti e che le permisero di esportare tutto l’equipaggiamento medico per avviare una clinica chirurgica a Tangeri. Lucia, quindi, raggiunse il marito a Tangeri per aiutarlo ad avviare la clinica, mentre le tre figlie dovevano provvisoriamente stare con la mamma e la nonna di Lucia a Pescara. Dopo aver messo su la clinica ed affittato un appartamento per le famiglia, Lucia tornò in Italia per prendere le figlie e portarle a Tangeri. Rimase bloccata però in Italia perché nel frattempo era scoppiata la Guerra ed il suo volo di ritorno a Tangeri per il 10 giugno era stato cancellato. Il 18 ottobre 1940, dopo varie peripezie, Lucia riuscì a partire con le tre figlie con un aereo per Tangeri via Roma-Madrid. Certa di poter tornare presto in Italia, Lucia affittò l’appartamento di Pescara a degli amici, con l’idea che avrebbe ritrovato tutte le sue cose, mobili, tappeti e argenteria dopo pochi anni. Ma non fu così. In Italia nel frattempo erano rimaste la nonna e la mamma di Lucia, che si rifiutarono di partire, nonostante l’insistenza della figlia ed il permesso di espatrio che Lucia, attraverso i suoi conoscenti fascisti, era riuscita ad ottenere per la madre.