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26 luglio 2026

La musica di Francesco Paolo Santacroce approda in Europa.

Significativa affermazione del compositore lancianese Francesco Paolo Santacroce (classe 1937). La sua composizione Nostalgia viene seguita e inclusa nel repertorio della celebre Orchestra da Camerata polacca “Camerata Vistula” e interpretata magistralmente dal solista Jerzy Lucasewicz.
“Questa composizione - egli dice - non si riferisce a una persona o cosa particolare, ma esprime il sentimento generale del passato su cui è costruita la nostra vita: malinconica percezione del tempo che scorre e si riduce sempre più, in cui il passato stesso diventa per questo necessariamente prezioso.”
Il prof. Santacroce si divide tra la filosofia e la musica:
“Le mie due attività parallele di professore di filosofia e musicista - egli dice simpaticamente - mi consentono un meraviglioso equilibrio tra il rigore del raziocinio e il colore dei sentimenti.”
Il suo curriculum è variegato. 
Come pianista ha tenuto numerosi concerti cameristici e operistici in Germania, Svizzera e in Italia, oltre che in Abruzzo, a Milano, Bari, Capri, Catanzaro, Bologna, Assisi, spesso nel repertorio del grande musical americano, con cantanti di fama internazionale, quali Kioto Tsukada, Kyoka Sakamoto e Oslavio Di Credico di Pescara, del quale è stato a lungo collaboratore. 
È stato maestro di Cori abruzzesi, come: S. Vito, Treglio, Castel Frentano, Lanciano (Università della Terza Età), e in particolare de “I Cantori di Ortona”, che ha diretto tra il 1986 e il 2000, con cui ha partecipato a varie trasmissioni televisive (ospite ad esempio nell’agosto 1999 alla puntata Uno mattina estate di Rai 1 con un concerto sulla figura di Francesco Paolo Tosti), e rassegne di Polifonia sacra in Italia e all’estero, oltreché nella stessa Ortona, nel segno dell’immortale Maggiolata abruzzese. 
Nel luglio 1993 su invito del M° Donato Renzetti di Lanciano, il prof. Santacroce ha rappresentato la Canzone abruzzese ai Corsi musicali internazionali estivi di Lanciano all’auditorium Diocleziano. 
Con il tenore Oslavio Di Credico ha fondato il Concorso internazionale di Canto lirico “Camillo De Nardis” e di Corno “Domenico Ceccarossi” in Orsogna (settembre 2001). 
Ha diretto l’opera Cavalleria rusticana di Mascagni al Teatro comunale di Orsogna (17 aprile 2001), e La serva padrona di Donizetti al teatro “Fenaroli” di Lanciano (19 settembre 2002). 
È autore di pregevoli canzoni abruzzesi, tra cui Vicin’a a la scianne su versi di Virgilio Sigismondi, figlio del celebre poeta Giulio, Nin mi fè murì su versi di Alessandro Dommarco, figlio del poeta Luigi, vincitrice del 1° premio “Abruzzo” alla XXXVIII Settembrata abruzzese di Pescara (1995); e infine Ugne cose su versi di Camillo Coccione, vincitrice del 1° premio al concorso del Vernaprile di Teramo del 2015.
Ha inciso il disco LP ‘O core ‘e Napule con tenore Sandro Di Martino (1983), e il cd Vola vola…dall’Abruzzo a Napoli con romanze tostiane e canoni classiche napoletane eseguite dal tenore Di Credico (2005). Ha interamente composto le musiche per l’operetta dialettale Lu fuculare, su parole di Italino Giancristofaro, rappresentata con grande successo, sotto la sua direzione orchestrale, al Teatro Fenaroli di Lanciano il 28-29 febbraio 2012 sotto l’egida dell’Accademia musicale “Frentania Opera Musica Insieme” (FOMI), rinverdendo una profonda passione per questo genere musicale molto amato nell’area lancianese. 
Già docente presso la Scuola civica musicale di Vasto e di filosofia e storia presso il Liceo classico di Ortona, il pof. Santacroce oltre all’attività di compositore e concertista, svolge opera di ricerca sul folklore abruzzese.

18 maggio 2026

Canti popolari d'Abruzzo - Il meglio della compilation-Video 2 di 2.



1 MO VE' MO VA' di anonimo, canzone seguita dalla Corale Tommaso Coccione 2 - PERANE ME' canzone della Corale "Cesare de Titta" di Perano 3 - J'ABBRUZZU (SO SJITU AJU GRAN SASSU) esegue il Coro della Portella 4 - L'ACQUABBELLE di Cesare de Titta e Guido Albanese 5 - MARIA NICOLE - Esibizione del Gruppo di Teramo "SANT'ANTONIO" 6 - LAMENTO DI UNA VEDOVA (Mare maje Scura maje) di anonimo, esegue la Corale Cesare de Titta di Perano 6 bis - PAESE BBELLE ME' scritto e musicato da Vincenzo Coccione di Poggiofiorito 7 - LA FIJA ME' di anonimo esegue la Corale De Titta di Perano 8 - LA CANZONE DE NONNE musica di Antonio Di Jorio, corale "G. Verdi" di Teramo 9 - SO ITE A FA LA JERVE A LU CANNETE canto di anonimo corale Tommaso Coccione 10 - L'AQUILA BELLA ME' canzone ufficiale dell'Aquila 11 - MARE NOSTRE di anonimo esegue la Corale Giuseppe Verdi di Teramo 12 - MARIA NICOLA canto popolare abruzzese di anonimo 13 - 99 (NOVANTANOVE) canto anonimo popolare aquilano 14 - VARIE CANZONI POPOLARI ABRUZZESI eseguite dal Coro "G. Albanese" di Frisa 15 - ME FA' TREMARE musica di A.Di Jorio esegue la Corale T. Coccione di Poggiofiorito 16 - VOLA VOLA VOLA di Guido Albanese e Luigi Dommarco 17 - LU SANT'ANTONIO brano popolare religioso in dialetto abruzzese, versione aquilana 18 - UASTE BBELLE TERRA D'EURE (di F.P. Votinelli) famosa canzone di Vasto
Da: Abruzzo 1998

13 settembre 2025

"Vola vola vola" primo classificato al 3° Festival de la Chanson Italienne di Parigi del 1953.

IL PRIMO POSTO DI "VOLA VOLA VOLA" al 3° FESTIVAL DE LA CHANSON ITALIENNE DI PARIGI DEL 1953
del prof.  Elso Simone Serpentini

Didascalie delle immagini: 
1. Locandina del Festival de la chanson Italienne del 1953, che si tenne a Parigi nella prestigiosa Salle Pleyel da venerdì 29 maggio a domenica 31 maggio. 
2. Tra le 60 canzoni italiane in gara la canzone abruzzese "Vola Vola Vola" di Dommarco e Albanese, venne cantata venerdì 29 maggio da Carla Boni e Gino Latilla (che erano sposati), con l'orchestra di Nello Segurini. Tra gli altri artisti che si esibirono quel giorno: Gabriele Vanorio, Giacomo Rondinella, Katyna Ranieri, Maria Paris, Mimì Ferrari, Nicla Di Bruno, Paolo Sardisco. Sabato 30 maggio si esibirono anche tra gli altri Laura Barbieri e Mimì Ferrari 
3. La Salle Pleyel, sala per concerti sinfonici sita nell'VIII'arrondissement di Parigi, in rue du Faubourg-Saint-Honoré, inaugurata nel 1927, oggi, interno. 
4. La Salle Pleyel oggi esterno. 
5. "Vola vola vola" si classificò prima tra le 60 canzoni in gara e venne replicata domenica 31 maggio. Venne poi incisa su disco con l'accompagnamento dell'orchestra del M° Cinico Angelini e su etichetta della Cetra. 
6. Esisteva già una canzonetta napoletana intitolata "Vola vola", napoletana, scritta da De Cristofaro e cantata dal baritono Pasquale Amato con accompagnamento di mandolino e pianoforte e incisa su disco con etichetta Società Italiana di Fonotipia- Milano.

26 marzo 2025

Fiabe abruzzesi e molisane, da Le Fiabe italiane raccolte e trascritte di Italo Calvino.



107. L'amore delle tre melagrane (Abruzzo) Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò sulla ricotta. Disse a sua madre: - Mammà, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. - Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi. Il figlio si mise in cammino. Cammina cammina, incontrò una donna: - Giovanotto, dove vai? - Eh sì, lo dirò proprio a te che sei donna! Cammina cammina, incontrò un vecchierello. - Giovanotto, dove vai? - A te sì che lo dirò, zi' vecchio, che ne saprai certo più di me. Cerco una donna bianca come il latte e rossa come il sangue. E il vecchierello: - Figlio mio, chi è bianca non è rossa e chi è rossa non è bianca. Però, tieni queste tre melagrane. Aprile e vedi cosa ne vien fuori. Ma fallo solo vicino alla fontana. Il giovane aperse una melagrana e saltò fuori una bellissima ragazza bianca come il latte e rossa come il sangue, che subito gridò: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Il figlio del Re prese l'acqua nel cavo della mano e gliela porse, ma non fece in tempo. La bella morì. Aperse un'altra melagrana e saltò fuori un'altra bella ragazza dicendo: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro. Le portò l'acqua ma era già morta. Aperse la terza melagrana e saltò fuori una ragazza più bella ancora delle altre due. Il giovane le gettò l'acqua in viso, e lei visse. Era ignuda come l'aveva fatta sua madre e il giovane le mise addosso il suo cappotto e le disse: - Arrampicati su questo albero, che io vado a prendere delle vesti per coprirti e la carrozza per portarti a Palazzo. La ragazza restò sull'albero, vicino alla fontana. A quella fontana, ogni giorno, andava a prender l'acqua la Brutta Saracina. Prendendo l'acqua con la conca, vide riflesso nell'acqua il viso della ragazza sull'albero. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E senza starci a pensar su, gettò la conca per terra e la mandò in cocci. Tornò a casa, e la padrona: - Brutta Saracina! Come ti permetti di tornare a casa senz'acqua e senza brocca! - Lei prese un'altra brocca e tornò alla fontana. Alla fontana rivide quell'immagine nell'acqua. "Ah! sono proprio bella!", si disse. E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella? E ributtò per terra la brocca. La padrona tornò a sgridarla, lei tornò alla fontana, ruppe ancora un'altra brocca, e la ragazza sull'albero che fin allora era stata a guardare, non poté più trattenere una risata. La Brutta Saracina alzò gli occhi e la vide. - Ah, voi siete? E m'avete fatto rompere tre brocche? Però siete bella davvero! Aspettate, che vi voglio pettinare. La ragazza non voleva scendere dall'albero, ma la Brutta Saracina insistette: - Lasciatevi pettinare che sarete ancor più bella. La fece scendere, le sciolse i capelli, vide che aveva in capo uno spillone. Prese lo spillone e glielo ficcò in un'orecchia. Alla ragazza cadde una goccia di sangue, e poi morì. Ma la goccia di sangue, appena toccata terra, si trasformò in una palombella, e la palombella volò via. La Brutta Saracina s'andò ad appollaiare sull'albero. Tornò il figlio del Re con la carrozza, e come la vide, disse: - Eri bianca come il latte e rossa come il sangue; come mai sei diventata così nera? E la Brutta Saracina rispose: È venuto fuori il sole, / M'ha cambiata di colore. E il figlio del Re: - Ma come mai hai cambiato voce? E lei: È venuto fuori il vento, / M'ha cambiato parlamento. E il figlio del Re: - Ma eri così bella e ora sei così brutta! E lei: È venuta anche la brezza, / M'ha cambiato la bellezza. Basta, lui la prese in carrozza e la portò a casa. Da quando la Brutta Saracina s'installò a Palazzo, come sposa del figlio del Re, la palombella tutte le mattine si posava sulla finestra della cucina e chiedeva al cuoco: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - diceva il cuoco. E la palombella: Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Il cuoco le diede un piatto di zuppetta e la palombella si diede una scrollatina e le cadevano penne d'oro. Poi volava via. La mattina dopo tornava: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina? - Mangia, beve e dorme, - rispondeva il cuoco. Zuppettella a me, / Penne d'oro a te. Lei si mangiava la zuppettella e il cuoco si prendeva le penne d'oro. Dopo un po' di tempo, il cuoco pensò di andare dal figlio del Re a dirgli tutto. Il figlio del Re stette a sentire e disse: - Domani che tornerà la palombella, acchiappala e portamela, che la voglio tenere con me. La Brutta Saracina, che di nascosto aveva sentito tutto, pensò che quella palombella non prometteva nulla di buono; e quando l'indomani tornò a posarsi sulla finestra della cucina, la Brutta Saracina fece più svelta del cuoco, la trafisse con uno spiedo e l'ammazzò. La palombella morì. Ma una goccia di sangue cadde nel giardino, e in quel punto nacque subito un albero di melograno. Quest'albero aveva la virtù che chi stava per morire, mangiava una delle sue melagrane e guariva. E c'era sempre una gran fila di gente che andava a chiedere alla Brutta Saracina la carità di una melagrana. Alla fine sull'albero ci rimase una sola melagrana, la più grossa di tutte, e la Brutta Saracina disse: - Questa me la voglio tenere per me. Venne una vecchia e le chiese: - Mi date quella melagrana? Ho mio marito che sta per morire. - Me ne resta solo una, e la voglio tenere per bellezza, - disse la Brutta Saracina, ma intervenne il figlio del Re a dire: - Poverina, suo marito muore, gliela dovete dare. E così la vecchia tornò a casa con la melagrana. Tornò a casa e trovò che suo marito era già morto. "Vuol dire che la melagrana la terrò per bellezza", si disse. Tutte le mattine, la vecchia andava alla Messa. E mentr'era alla Messa, dalla melagrana usciva la ragazza. Accendeva il fuoco, scopava la casa, faceva da cucina e preparava la tavola; e poi tornava dentro la melagrana. E la vecchia rincasando trovava tutto preparato e non capiva. Una mattina andò a confessarsi e raccontò tutto al confessore. Lui le disse: - Sapete cosa dovete fare? Domani fate finta d'andare alla Messa e invece nascondetevi in casa. Così vedrete chi è che vi fa da cucina. La vecchia, la mattina dopo, fece finta di chiudere la casa, e invece si nascose dietro la porta. La ragazza uscì dalla melagrana, e cominciò a far le pulizie e da cucina. La vecchia rincasò e la ragazza non fece a tempo e rientrare nella melagrana. - Da dove vieni? - le chiese la vecchia. E lei: - Sii benedetta, nonnina, non m'ammazzare, non m'ammazzare. - Non t'ammazzo, ma voglio sapere da dove vieni. - Io sto dentro alla melagrana... - e le raccontò la sua storia. La vecchia la vestì da contadina come era vestita anche lei (perché la ragazza era sempre nuda come mamma l'aveva fatta) e la domenica la portò con sé a Messa. Anche il figlio del Re era a Messa e la vide. "O Gesù! Quella mi pare la giovane che trovai alla fontana!", e il figlio del Re appostò la vecchia per strada. - Dimmi da dove è venuta quella giovane! - Non m'uccidere! - piagnucolò la vecchia. - Non aver paura. Voglio solo sapere da dove viene. - Viene dalla melagrana che voi mi deste. - Anche lei in una melagrana! - esclamò il figlio del Re, e chiese alla giovane: - Come mai eravate dentro una melagrana? - e lei gli raccontò tutto. Lui tornò a Palazzo insieme alla ragazza, e le fece raccontare di nuovo tutto davanti alla Brutta Saracina. - Hai sentito? - disse il figlio del Re alla Brutta Saracina, quando la ragazza ebbe finito il suo racconto. - Non voglio essere io a condannarti a morte. Condannati da te stessa. E la Brutta Saracina, visto che non c'era più scampo, disse: - Fammi fare una camicia di pece e bruciami in mezzo alla piazza. Così fu fatto. E il figlio del Re sposò la giovane.