107. L'amore delle tre melagrane (Abruzzo)
Un figlio di Re mangiava a tavola. Tagliando la ricotta, si ferì un dito e una goccia di sangue andò
sulla ricotta. Disse a sua madre: - Mammà, vorrei una donna bianca come il latte e rossa come il sangue.
- Eh, figlio mio, chi è bianca non è rossa, e chi è rossa non è bianca. Ma cerca pure se la trovi.
Il figlio si mise in cammino. Cammina cammina, incontrò una donna: - Giovanotto, dove vai?
- Eh sì, lo dirò proprio a te che sei donna!
Cammina cammina, incontrò un vecchierello. - Giovanotto, dove vai?
- A te sì che lo dirò, zi' vecchio, che ne saprai certo più di me. Cerco una donna bianca come il latte e
rossa come il sangue.
E il vecchierello: - Figlio mio, chi è bianca non è rossa e chi è rossa non è bianca. Però, tieni queste
tre melagrane. Aprile e vedi cosa ne vien fuori. Ma fallo solo vicino alla fontana.
Il giovane aperse una melagrana e saltò fuori una bellissima ragazza bianca come il latte e rossa come
il sangue, che subito gridò: Giovanottino dalle labbra d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro.
Il figlio del Re prese l'acqua nel cavo della mano e gliela porse, ma non fece in tempo. La bella morì.
Aperse un'altra melagrana e saltò fuori un'altra bella ragazza dicendo: Giovanottino dalle labbra
d'oro / Dammi da bere, se no io mi moro.
Le portò l'acqua ma era già morta.
Aperse la terza melagrana e saltò fuori una ragazza più bella ancora delle altre due. Il giovane le gettò
l'acqua in viso, e lei visse.
Era ignuda come l'aveva fatta sua madre e il giovane le mise addosso il suo cappotto e le disse: -
Arrampicati su questo albero, che io vado a prendere delle vesti per coprirti e la carrozza per portarti a
Palazzo.
La ragazza restò sull'albero, vicino alla fontana. A quella fontana, ogni giorno, andava a prender
l'acqua la Brutta Saracina. Prendendo l'acqua con la conca, vide riflesso nell'acqua il viso della ragazza
sull'albero.
E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella?
E senza starci a pensar su, gettò la conca per terra e la mandò in cocci. Tornò a casa, e la padrona: -
Brutta Saracina! Come ti permetti di tornare a casa senz'acqua e senza brocca! - Lei prese un'altra
brocca e tornò alla fontana. Alla fontana rivide quell'immagine nell'acqua. "Ah! sono proprio bella!", si
disse.
E dovrò io, che sono tanto bella, / Andar per acqua con la concherella?
E ributtò per terra la brocca. La padrona tornò a sgridarla, lei tornò alla fontana, ruppe ancora
un'altra brocca, e la ragazza sull'albero che fin allora era stata a guardare, non poté più trattenere una
risata.
La Brutta Saracina alzò gli occhi e la vide. - Ah, voi siete? E m'avete fatto rompere tre brocche? Però
siete bella davvero! Aspettate, che vi voglio pettinare.
La ragazza non voleva scendere dall'albero, ma la Brutta Saracina insistette: - Lasciatevi pettinare che
sarete ancor più bella.
La fece scendere, le sciolse i capelli, vide che aveva in capo uno spillone. Prese lo spillone e glielo
ficcò in un'orecchia. Alla ragazza cadde una goccia di sangue, e poi morì. Ma la goccia di sangue,
appena toccata terra, si trasformò in una palombella, e la palombella volò via.
La Brutta Saracina s'andò ad appollaiare sull'albero. Tornò il figlio del Re con la carrozza, e come la
vide, disse: - Eri bianca come il latte e rossa come il sangue; come mai sei diventata così nera?
E la Brutta Saracina rispose: È venuto fuori il sole, / M'ha cambiata di colore.
E il figlio del Re: - Ma come mai hai cambiato voce?
E lei: È venuto fuori il vento, / M'ha cambiato parlamento.
E il figlio del Re: - Ma eri così bella e ora sei così brutta!
E lei: È venuta anche la brezza, / M'ha cambiato la bellezza.
Basta, lui la prese in carrozza e la portò a casa.
Da quando la Brutta Saracina s'installò a Palazzo, come sposa del figlio del Re, la palombella tutte le
mattine si posava sulla finestra della cucina e chiedeva al cuoco: O cuoco, cuoco della mala cucina, /
Che fa il Re con la Brutta Saracina?
- Mangia, beve e dorme, - diceva il cuoco.
E la palombella: Zuppettella a me, / Penne d'oro a te.
Il cuoco le diede un piatto di zuppetta e la palombella si diede una scrollatina e le cadevano penne
d'oro. Poi volava via.
La mattina dopo tornava: O cuoco, cuoco della mala cucina, / Che fa il Re con la Brutta Saracina?
- Mangia, beve e dorme, - rispondeva il cuoco.
Zuppettella a me, / Penne d'oro a te.
Lei si mangiava la zuppettella e il cuoco si prendeva le penne d'oro.
Dopo un po' di tempo, il cuoco pensò di andare dal figlio del Re a dirgli tutto. Il figlio del Re stette a
sentire e disse: - Domani che tornerà la palombella, acchiappala e portamela, che la voglio tenere con
me.
La Brutta Saracina, che di nascosto aveva sentito tutto, pensò che quella palombella non prometteva
nulla di buono; e quando l'indomani tornò a posarsi sulla finestra della cucina, la Brutta Saracina fece
più svelta del cuoco, la trafisse con uno spiedo e l'ammazzò.
La palombella morì. Ma una goccia di sangue cadde nel giardino, e in quel punto nacque subito un
albero di melograno.
Quest'albero aveva la virtù che chi stava per morire, mangiava una delle sue melagrane e guariva. E
c'era sempre una gran fila di gente che andava a chiedere alla Brutta Saracina la carità di una melagrana.
Alla fine sull'albero ci rimase una sola melagrana, la più grossa di tutte, e la Brutta Saracina disse: -
Questa me la voglio tenere per me.
Venne una vecchia e le chiese: - Mi date quella melagrana? Ho mio marito che sta per morire.
- Me ne resta solo una, e la voglio tenere per bellezza, - disse la Brutta Saracina, ma intervenne il
figlio del Re a dire: - Poverina, suo marito muore, gliela dovete dare.
E così la vecchia tornò a casa con la melagrana. Tornò a casa e trovò che suo marito era già morto.
"Vuol dire che la melagrana la terrò per bellezza", si disse.
Tutte le mattine, la vecchia andava alla Messa. E mentr'era alla Messa, dalla melagrana usciva la
ragazza. Accendeva il fuoco, scopava la casa, faceva da cucina e preparava la tavola; e poi tornava
dentro la melagrana. E la vecchia rincasando trovava tutto preparato e non capiva.
Una mattina andò a confessarsi e raccontò tutto al confessore. Lui le disse: - Sapete cosa dovete
fare? Domani fate finta d'andare alla Messa e invece nascondetevi in casa. Così vedrete chi è che vi fa da
cucina.
La vecchia, la mattina dopo, fece finta di chiudere la casa, e invece si nascose dietro la porta. La
ragazza uscì dalla melagrana, e cominciò a far le pulizie e da cucina. La vecchia rincasò e la ragazza non
fece a tempo e rientrare nella melagrana.
- Da dove vieni? - le chiese la vecchia.
E lei: - Sii benedetta, nonnina, non m'ammazzare, non m'ammazzare.
- Non t'ammazzo, ma voglio sapere da dove vieni.
- Io sto dentro alla melagrana... - e le raccontò la sua storia.
La vecchia la vestì da contadina come era vestita anche lei (perché la ragazza era sempre nuda come
mamma l'aveva fatta) e la domenica la portò con sé a Messa. Anche il figlio del Re era a Messa e la vide.
"O Gesù! Quella mi pare la giovane che trovai alla fontana!", e il figlio del Re appostò la vecchia per
strada.
- Dimmi da dove è venuta quella giovane!
- Non m'uccidere! - piagnucolò la vecchia.
- Non aver paura. Voglio solo sapere da dove viene.
- Viene dalla melagrana che voi mi deste.
- Anche lei in una melagrana! - esclamò il figlio del Re, e chiese alla giovane: - Come mai eravate
dentro una melagrana? - e lei gli raccontò tutto.
Lui tornò a Palazzo insieme alla ragazza, e le fece raccontare di nuovo tutto davanti alla Brutta
Saracina. - Hai sentito? - disse il figlio del Re alla Brutta Saracina, quando la ragazza ebbe finito il suo
racconto. - Non voglio essere io a condannarti a morte. Condannati da te stessa.
E la Brutta Saracina, visto che non c'era più scampo, disse: - Fammi fare una camicia di pece e
bruciami in mezzo alla piazza.
Così fu fatto. E il figlio del Re sposò la giovane.
108. Giuseppe Ciufolo che se non zappava suonava lo zufolo (Abruzzo)
C'era un giovane che si chiamava Giuseppe Ciufolo, che quando non zappava suonava lo zufolo.
Zufolava e ballava per i campi per riposarsi della fatica della zappa, quando a un tratto, su un ciglio, vide
un morto lungo disteso, sotto una nuvola di mosche. Si tolse lo zufolo dalle labbra, s'avvicinò al
cadavere, cacciò le mosche, e lo coprì di frasche verdi. Tornò al posto dove aveva lasciato la zappa, e
vide che la zappa s'era messa a zappare da sé e gli aveva rivoltato la terra di mezzo campo. Giuseppe
Ciufolo da quel giorno fu lo zappatore più felice del mondo: zappava finché non era stanco, poi tirava
fuor di tasca lo zufolo, e la zappa si metteva a zappare da sé.
Ma Giuseppe Ciufolo lavorava per un patrigno, e questo patrigno non gli voleva bene e voleva
mandarlo via di casa. Prima diceva sempre che zappava bene ma troppo poco, ora si mise a dirgli che
zappava molto ma zappava male. Allora Giuseppe Ciufolo prese il suo zufolo e se ne andò.
Girò tutti i padroni, ma nessuno gli dava da lavorare. Finì per trovare un vecchio mendicante, e
chiese lavoro anche a lui, per carità, se no moriva di fame. - Vieni con me, - gli disse il mendicante, - ci
divideremo le elemosine.
Così Giuseppe Ciufolo prese ad andare col mendicante, e cantavano: Gesù Maria, Gesù Maria! /
Una pagnotta per la via.
Ma tutti facevano l'elemosina al vecchio, e a Giuseppe Ciufolo dicevano: - Così giovane vai
chiedendo elemosina? Perché non vai a lavorare?
- Da lavorare non ne trovo, - rispondeva Giuseppe Ciufolo.
- Lo dici tu. C'è il Re che ha tante terre incolte, e paga bene chi le lavora.
Giuseppe Ciufolo andò alle terre del Re, e portò con sé il vecchio che aveva sempre diviso con lui le
sue elemosine. Le terre del Re non erano mai state dissodate da nessuno; Giuseppe Ciufolo le zappò, le
seminò a grano, mondò il grano dalle cattive erbe, e poi lo mieté. E quand'era stanco di mietere suonava
lo zufolo, e quand'era stanco di suonare, cantava: Allegra falce, allegra falciglia / Perché il padrone mi
vuol dar sua figlia.
La Reginella, sentendo cantare, s'affacciò alla finestra: vide Giuseppe Ciufolo e se ne innamorò. Ma
lei era Reginella e lui zappatore; era impossibile che il Re acconsentisse alle nozze. Perciò decisero di
fuggire insieme.
Fuggirono in barca, di notte. Erano già al largo, quando Giuseppe Ciufolo si ricordò del mendicante.
Disse all'innamorata: - Bisogna aspettare il vecchio: divideva con me le sue elemosine. Non posso
lasciarlo così -. E in quel momento, videro il vecchio che veniva loro dietro. Camminava sulle acque del
mare come si cammina per terra, e quando ebbe raggiunto la barca, disse: - Eravamo intesi di dividerci
tutto quello che avremmo avuto, e io la roba mia l'ho sempre spartita con te. Ora tu hai la figlia del Re:
devi farne a metà con me, - e diede a Giuseppe Ciufolo un coltello perché tagliasse in due la sposa.
Giuseppe Ciufolo prese il coltello con mano tremante: - Hai ragione, - disse, - hai ragione, - e stava
già per tagliare in due la sposa quando il vecchio gli fermò la mano.
- Ferma: t'ho conosciuto per un uomo giusto. Sappi che io sono quel morto che tu hai ricoperto di
frasche verdi. Andate, e vivete sempre felici e contenti.
Il vecchio se ne andò camminando sul mare. La barca giunse a un'isola piena d'ogni ricchezza, con
un palazzo principesco che attendeva gli sposi.
109. La Bella Venezia (Abruzzo)
C'era una mamma e una figlia, che tenevano una locanda nobile, dove si fermavano il Re e i Principi
di passaggio. La locandiera si chiamava la Bella Venezia, e mentre i viaggiatori sedevano a tavola
attaccava discorso: - Da che paese venite?
- Da Milano.
- E ne avete vista una più bella di me, a Milano?
- No, bella più di voi non ho visto nessuna.
Poi si facevano i conti: - Sarebbero dieci scudi, ma voi datemene cinque, - diceva la Bella Venezia,
perché a ognuno che le diceva di non aver mai visto una più bella di lei, faceva pagare la metà.
- Da dove venite?
- Da Torino.
- E ce n'è qualcuna più bella di me, a Torino?
- No, più bella di voi non ne ho mai viste.
Poi, al momento di fare i conti: - Sarebbero sei scudi, ma voi datemene tre.
Un giorno, la locandiera stava chiedendo come al solito a un viaggiatore: - E l'avete mai vista, una
più bella di me? - quando per la sala passò sua figlia. E il viaggiatore rispose: - Sì che l'ho vista.
- E chi è?
- Vostra figlia, è.
Quella volta, la Bella Venezia, nel fare i conti: - Sarebbero otto scudi, - disse, - ma voi datemene
sedici.
La sera la padrona chiamò lo sguattero: - Va' in riva al mare, costruisci una capanna con solo una
finestrella piccola piccola, e chiudici dentro mia figlia.
Così la figlia della Bella Venezia stava rinchiusa notte e giorno in quella capanna in riva al mare,
sentiva il rumore delle onde ma non poteva veder nessuno, tranne lo sguattero che ogni giorno veniva a
portarle pane e acqua. Ma pur rinchiusa là dentro, la ragazza diventava ogni giorno più bella.
Un forestiero passando a cavallo sulla riva del mare vide quella capannina tutta chiusa e s'avvicinò.
Mise l'occhio al finestrino e vide nel buio quel viso di fanciulla, il più bello che avesse mai visto. Un po'
impaurito, spronò il cavallo e corse via.
Alla sera, si fermò alla locanda della Bella Venezia.
- Da che paese venite? - gli chiese la locandiera.
- Da Roma.
- Avete visto mai una più bella di me?
- Sì che l'ho vista, - disse il forestiero.
- E dove?
- Chiusa in una capanna in riva al mare.
- Ecco il conto: fa dieci scudi ma da voi ne voglio trenta.
La sera, la Bella Venezia chiese allo sguattero: - Senti, mi vuoi sposare?
Allo sguattero non pareva vero di poter sposare la padrona.
- Se mi vuoi sposare, devi prendere mia figlia, portarla nel bosco e ammazzarla. Se mi riporti i suoi
occhi e una bottiglia piena del suo sangue, io ti sposo.
Lo sguattero voleva sì sposarsi la padrona, ma d'ammazzare quella ragazza bella e buona non se la
sentiva. Allora portò la ragazza nel bosco e l'abbandonò, e per portare gli occhi e il sangue alla Bella
Venezia, ammazzò un agnellino che è sangue innocente. E la padrona lo sposò.
La ragazza, sola nel bosco, pianse, gridò, ma nessuno la sentiva. Verso sera vide laggiù un lumino:
s'avvicinò, sentì parlare molta gente, e piena di paura si nascose dietro un albero. Era un luogo roccioso
e deserto, e dodici ladroni s'erano fermati davanti a una pietra bianca. Uno di loro disse: - Apriti,
deserto! - e la pietra bianca s'aperse come un uscio e dentro c'era illuminato come un gran palazzo. I
dodici ladroni entrarono e l'ultimo disse: - Chiuditi, deserto! - e la pietra si richiuse alle sue spalle. La
ragazza nascosta dietro l'albero stette ad aspettare. Dopo un po' una voce di dentro disse: - Apriti,
deserto! -. La porta s'aperse, e i dodici ladroni uscirono in fila, fino all'ultimo che disse: - Chiuditi,
deserto!
Quando i ladroni si furono allontanati, la ragazza andò alla pietra bianca e disse: - Apriti, deserto! - e
le si aprì la porta illuminata. Entrò e disse: - Chiuditi, deserto!
Dentro c'era una tavola apparecchiata per dodici, con dodici piatti, dodici pani e dodici bottiglie di
vino. E in cucina c'era uno spiedo con dodici polli da arrostire. La ragazza fece pulizia dappertutto,
rifece i dodici letti, fece arrostire i dodici polli. E siccome aveva fame mangiò un'ala ad ogni pollo,
rosicchiò un cantuccio d'ogni pane, e bevve un dito di vino da ogni bottiglia. Quando sentì che
tornavano i ladroni, si nascose sotto un letto. I dodici banditi, a trovar tutto pulito, i letti rifatti, i polli
arrostiti, non sapevano cosa pensare. Poi videro che a ogni pollo mancava un'ala, a ogni pane un
cantuccio, a ogni bottiglia un dito di vino, e dissero: - Qui dev'essere entrato qualcuno -. E decisero che
l'indomani uno di loro sarebbe rimasto a far la guardia.
Restò il più piccolo dei ladroni, ma si mise a far la guardia fuori, e intanto la ragazza uscì di sotto al
letto, rassettò tutto, mangiò le dodici ali di pollo, i dodici cantucci di pane e bevve le dodici dita di vino.
- Non sei buono a niente! - disse il capo quando tornando vide che la casa era stata di nuovo visitata,
e mise di guardia un altro. Ma anche questo rimase fuor dalla porta, mentre la ragazza era dentro, e così,
dandosi dello stupido ogni volta, tutti i ladroni provarono a far la guardia per undici giorni di seguito, e
non scoprirono la ragazza.
Il dodicesimo giorno, volle montar di guardia il capo; e invece di starsene fuori, rimase dentro, e vide
la ragazza uscir di sotto al letto. L'agguantò per un braccio: - Non aver paura, - le disse, - giacché ci sei,
stacci. Ti tratteremo come una sorellina.
Così la ragazza restò coi ladroni e faceva loro tutti i servizi, e loro le portavano ogni sera gioielli,
monete d'oro, anelli e orecchini.
Il più piccolo dei ladroni amava vestirsi da gran signore per fare le sue rapine, e fermarsi alle meglio
locande. Così una sera andò a mangiare dalla Bella Venezia.
- Da dove venite? - gli chiese la locandiera.
- Dal fondo del bosco, - disse il ladrone.
- E avete mai visto una più bella di me?
- Sì che l'ho vista, - disse il ladrone.
- E chi è?
- È una ragazza che abbiamo con noi.
Così la Bella Venezia capì che sua figlia era ancora viva.
Alla locanda veniva ogni giorno a chieder l'elemosina una vecchia, e questa vecchia era una strega. La
Bella Venezia le promise metà delle sue ricchezze se riusciva a trovare sua figlia e ad ammazzarla.
Un giorno la ragazza, mentre i ladroni erano via, stava cantando alla finestra, quando passò una
vecchia che disse: - Vendo spille! Vendo spille! Bella ragazza, mi fai salire? Ti faccio vedere uno spillone
per il capo che è una meraviglia.
La fece salire, e la vecchia, con l'aria di mostrarle come le stava bene uno spillone nei capelli, glielo
ficcò nel cranio. La ragazza morì.
Quando tornarono i ladroni e la trovarono morta, scoppiarono tutti in lagrime, pur col cuore peloso
che avevano. Scelsero un grande albero dal tronco cavo e la seppellirono nel tronco.
Il figlio del Re andava a caccia. Sentì i cani abbaiare, li raggiunse; erano tutti a raspare con le zampe
sul tronco di un albero. Il figlio del Re ci guardò dentro e trovò una bellissima ragazza morta.
- Se tu fossi viva, ti sposerei, - le disse il figlio del Re, - ma anche morta non posso staccarmi da te -.
Suonò il corno, radunò i suoi cacciatori, e la fece portare a palazzo reale. La fece chiudere in una stanza,
senza che la Regina sua madre ne sapesse nulla, e passava la giornata in quella stanza, a contemplare la
bella morta.
La madre, insospettita, entrò nella stanza all'improvviso. - Ah! È per questo che non volevi uscire!
Ma è morta! Che te ne fai?
- Morta o non morta, non so vivere lontano da lei!
- Almeno falla pettinare! - disse la Regina, e fece chiamare il Real Parrucchiere. Il Real Parrucchiere
cominciò a pettinarla, e gli si ruppe il pettine. Prese un altro pettine e gli si ruppe anche quello. Così,
uno dopo l'altro, ruppe sette pettini. - Ma cos'ha in testa questa ragazza? - chiese il Real Parrucchiere. -
Voglio guardarci -. E toccò una capocchia di spillone. Tirò piano piano, e man mano che tirava lo
spillone, la giovane ripigliava i colori, e aperse gli occhi, sospirò, respirò, disse: - Oh! - e s'alzò in piedi.
Si fecero le nozze. Tavolate anche per le vie. Chi voleva mangiare mangiò e chi non voleva non
mangiò.
Ah Signore! / Una gallina a ogni peccatore! / A me che sono peccatoraccio, / Una gallina e un
gallinaccio!
110. Il tignoso (Abruzzo)
Un Re non aveva figli e n'era triste. In preda a questa tristezza, cavalcava per un bosco quando
incontrò un signore su un cavallo bianco.
- Perché tanta tristezza, Maestà? - chiese il cavaliere.
- Non ho figli, - disse il Re, - e il mio Regno si perderà.
- Se volete avere un figlio, - disse il cavaliere, - firmate con me un contratto: che quando questo figlio
avrà quindici anni, voi verrete qui nel bosco con lui e me lo darete.
- Pur d'averlo, - disse il Re, - firmerei qualsiasi patto, - e così il patto fu firmato, e il figlio nacque.
Era un bambino coi capelli d'oro e una croce d'oro in petto. Crebbe di giorno in giorno, sia in
statura sia in sapienza. Prima dei quindici anni aveva già finito tutti gli studi, ed era esperto nell'arte delle
armi. Quando mancavano tre giorni al compiersi dei quindici anni, il Re si rinchiuse nelle sue stanze e
prese a piangere. La Regina non sapeva darsi ragione di quel pianto, finché il Re non le raccontò del
contratto che stava per scadere, e allora pianse anch'essa senza potersi più frenare. Il figlio vedeva i
genitori in lagrime, senza capire, e il padre disse: - Figliolo, ora ti porterò nel bosco, e ti consegnerò al
tuo padrino, che ha sancito con un patto la tua nascita.
Così padre e figlio taciturni cavalcarono nel bosco. S'udì un altro scalpiccio di zoccoli; era il signore
sul suo bianco cavallo. Il giovane passò al suo fianco, e, senza dir parola, il padre piangendo si voltò e
tornò indietro. Il giovane continuò a cavalcare a fianco del signore sconosciuto, per luoghi del bosco
mai prima percorsi. Finché non giunsero a un immenso palazzo, e il signore disse: - Figlioccio, qui
dentro abiterai e sarai padrone. Tre cose sole ti proibisco: d'aprire questa finestrella, d'aprire
quest'armadio, e di scendere nelle scuderie.
Il padrino a mezzanotte usciva sul suo cavallo bianco, e non tornava che all'alba. Il figlioccio dopo
tre notti, quando restò solo, fu preso dalla curiosità d'aprire la finestrella proibita. L'aperse: fuori della
finestra c'era fuoco e fiamme, perché era la finestra dell'Inferno. Il giovane guardò nell'Inferno per
vedere se trovava qualcuno che conoscesse: e riconobbe la sua nonna. Anche la nonna lo riconobbe e
gli gridò di là in fondo: - Nipote, nipote mio! Chi t'ha portato qua?
E il giovane rispose: - Il mio padrino!
- No, nipote mio, - disse la nonna, - quello non è il tuo padrino: è il Demonio. Scappa, nipote. Devi
aprire l'armadio, prendere con te un setaccio, un sapone, un pettine. Poi scendi nelle scuderie e
ritroverai il tuo cavallo. Fuggi, e quando il Demonio t'inseguirà, tu getta quei tre oggetti. Passerai il
fiume Giordano, e allora non potrà più raggiungerti.
Dopo un minuto, già il giovane fuggiva sul suo cavallo chiamato Rafanello. Quando il padrino tornò
e non trovò né lui né il cavallo, né gli oggetti nell'armadio, se la prese con le anime dannate e fece un
inferno nell'Inferno. Poi cominciò l'inseguimento del fuggiasco. Il cavallo bianco del padrino correva
cento volte più veloce di Rafanello, e l'avrebbe certo raggiunto, ma il figlioccio buttò a terra il pettine e
il pettine si trasformò in un bosco così fitto che il padrino dovette penare un bel pezzo per districarsi.
Quando si fu districato e riprese l'inseguimento, il figlioccio si lasciò quasi raggiungere e poi buttò il
setaccio: il setaccio si trasformò in una palude, da cui il padrino non riuscì a tirarsi fuori che a stento,
dopo molto sguazzare. L'aveva quasi raggiunto per la terza volta, quando il figlioccio buttò il sapone: e
il sapone si trasformò in una montagna scivolosa, che da ogni parte il cavallo bianco puntasse gli
zoccoli, erano più i passi che faceva indietro di quelli che faceva avanti. Intanto, il figlioccio era giunto
sulla riva del fiume Giordano, e spronò Rafanello a buttarsi giù nella corrente. Rafanello a nuoto lo
trasportò all'altra riva, e intanto il padrino che aveva valicato la montagna, non potendolo raggiungere
perché era già nelle acque del Giordano, si sfogava facendo scoppiare tuoni, fulmini, vento, pioggia e
grandine. Ma già il giovane risaliva sull'altra riva e cavalcava verso la nobile città di Portogallo.
A Portogallo, per non farsi riconoscere, il giovane pensò di nascondere i suoi capelli d'oro, e comprò
da un macellaio una vescica di bue. Se la mise in testa, e così sembrava che fosse tignoso. Legò
Rafanello in un prato, e nessuno poteva avvicinarsi a rubarlo, perché il cavallo, essendo stato nelle
scuderie del Demonio, aveva imparato a mangiare i cristiani.
Con la vescica in testa, il giovane passeggiava davanti al palazzo del Re. Lo vide il giardiniere e,
saputo che cercava lavoro, lo prese per garzone. La moglie del giardiniere, quando il marito lo condusse
a casa, cominciò a litigare perché non voleva in casa un tignoso. Il marito, per farla contenta, lo mandò
a stare in una capanna di legno lì vicino, e gli disse che non doveva più mettere piede in casa sua.
La notte, il giovane uscì zitto zitto dalla capanna e andò a slegare Rafanello. Si rivestì d'un abito
rosso da Re, si tolse la vescica dal capo e la sua capigliatura d'oro splendette sotto la luna. A cavallo di
Rafanello, si mise a fare gli esercizi per il giardino reale, saltando le siepi e le vasche, e faceva prove di
destrezza come quella di gettare per aria tre anelli risplendenti che portava al dito medio, all'anulare e
all'indice, dono di sua madre, e riprenderli sulla punta della spada.
Intanto, la figlia del Re di Portogallo stava affacciata alla finestra a guardare il giardino sotto la luna; e
vide questo giovane cavaliere coi capelli d'oro, vestito di rosso, fare tutti quegli esercizi. "Chi può
essere? Com'è potuto entrare nel giardino? - si disse. - Voglio guardare da che parte esce". Così lo vide,
prima dell'alba, uscire da un cancello, che dava sul prato dove teneva legato il cavallo. Stette ancora in
attesa, ma poco dopo vide entrare dallo stesso cancello il tignoso, garzone del giardiniere, e chiuse la
finestra per non essere veduta.
La notte dopo si mise alla finestra ad aspettare. E vide il tignoso che usciva dalla capanna e dal
cancello, e dopo poco entrò il cavaliere dai capelli d'oro, tutto vestito di bianco stavolta, che riprese a
fare i suoi esercizi. Prima dell'alba uscì, e dopo poco ritornò il tignoso. La Reginella cominciò a
sospettare che il tignoso avesse qualcosa a che fare col cavaliere.
La terza notte, successero tutte le stesse cose; solo che il cavaliere era vestito di nero. La Reginella si
disse: "Il tignoso e il cavaliere sono la stessa persona".
L'indomani ella scese in giardino e disse al tignoso che le portasse dei fiori. Il tignoso fece tre
mazzolini: uno più grande, uno così così e uno più piccolo; li mise in un cestino e glieli portò. Il
mazzolino più grande era infilato nell'anello del dito medio, il mazzolino così così era infilato nell'anello
dell'anulare, e il mazzolino piccolo nell'anello del mignolo. La Reginella riconobbe gli anelli e gli restituì
il cestino pieno di doppie d'oro.
Il tignoso riportò il cestino al giardiniere con le doppie e tutto. Il giardiniere cominciò a litigare con
la moglie. - Vedi? - le diceva. - Tu non vuoi che metta piede in casa nostra e la Reginella lo chiama nelle
sue stanze e gli riempie il cestino di doppie d'oro!
L'indomani, la Reginella volle che il tignoso le portasse degli aranci. Il tignoso gliene portò tre: uno
maturo, uno così così e uno acerbo e la Reginella li mise in tavola. Il Re disse: - Perché portate in tavola
gli aranci acerbi?
- Li ha portati il tignoso, - disse la Reginella.
- Sentiamo questo tignoso, fatelo salire, - disse il Re, e, quando il tignoso fu condotto al suo cospetto,
gli chiese perché aveva colto quei tre aranci a quel modo.
Rispose il tignoso: - Maestà, voi avete tre figlie, una è da sposare, l'altra così così, e l'ultima può
aspettare ancora.
- È giusto, - disse il Re e proclamò un bando: Tutti coloro che pretendono la mano della mia figlia
maggiore passino in rivista e chi avrà da lei il suo fazzoletto sarà il prescelto.
Ci fu una gran parata sotto le finestre reali. Prima passarono tutti i figli di famiglie regnanti, poi tutti i
baroni, poi tutti i cavalieri, poi l'artiglieria e poi i fanti. Ultimo degli ultimi, veniva il tignoso. E la
Reginella diede il fazzoletto a lui.
Quando seppe che la figlia aveva scelto il tignoso, il Re la cacciò di casa. Lei se ne andò a stare nella
capanna del tignoso. Il tignoso le cedette il suo letto e lui s'accomodò in un giaciglio accanto al fuoco,
perché - disse - un tignoso non può avvicinarsi alla figlia del Re. "Allora, è un tignoso davvero, - pensò
la Reginella. - Mamma mia, cos'ho fatto!" Ed era già pentita.
Venne una guerra fra il Re di Portogallo e il Re di Spagna e tutti andarono a combattere. Dissero al
tignoso: - Tutti vanno alla guerra e tu che ti sei preso la figlia del Re non ci vai? - E avevano già
combinato di dargli un cavallo zoppo per farlo morire in battaglia. Il tignoso prese il cavallo zoppo,
andò al prato dov'era legato Rafanello, si vestì tutto di rosso, mise una corazza che gli aveva regalato
suo padre, e a cavallo di Rafanello andò alla guerra. Il Re di Portogallo si trovava attorniato da nemici:
arrivò il cavaliere vestito di rosso, disperse i nemici e gli salvò la vita. In campo, nessun nemico gli si
poteva avvicinare: menava fendenti a dritta e a manca e il suo cavallo metteva paura a ogni altra bestia.
Così, quel giorno la battaglia fu vinta.
La figlia del Re andava ogni sera a palazzo a sentire le nuove della guerra. E le raccontarono di quel
cavaliere vestito di rosso, con i capelli tutti d'oro, che aveva salvato la vita al Re e fatto vincere la
battaglia. Lei pensò: "È il mio cavaliere, quello che vedevo la notte in giardino! E io sono andata a
prendermi il tignoso!" Tornò tristemente alla sua capanna e trovò il tignoso addormentato accanto al
fuoco, tutto rincantucciato nel suo vecchio mantello. La Reginella non poté trattenere le lagrime.
All'alba, il tignoso s'alzò, prese il cavallo zoppo e andò alla guerra. Ma prima, come al solito, passò
dal prato a cambiare il cavallo zoppo con Rafanello e i suoi stracci con un vestito bianco e con la
corazza e a togliersi la vescica di bue dai suoi capelli d'oro. Anche quel giorno, la battaglia fu vinta per
l'intervento del cavaliere vestito di bianco.
La figlia del Re, sentendo la sera queste nuove notizie, e ritrovando il tignoso a dormire accanto al
fuoco, si disperava sempre più della sua mala sorte.
Il terzo giorno, il cavaliere coi capelli d'oro si presentò in campo vestito tutto di nero. Stavolta c'era
in campo il Re di Spagna in persona coi suoi sette figli maschi. E il cavaliere coi capelli d'oro si mise
solo contro tutti e sette. Ne ammazzò uno, ne ammazzò due, alla fine restò vincitore su tutti, ma il
settimo prima di morire lo ferì con la spada al braccio destro. Alla fine della battaglia il Re di Portogallo
voleva che fosse medicato, ma già il cavaliere era scomparso, come le altre sere.
La figlia del Re quando seppe che il cavaliere coi capelli d'oro era stato ferito ne provò un gran
dolore, perché era sempre innamorata di quello sconosciuto. E tornò a casa più amareggiata che mai
contro il tignoso, e si mise a guardarlo con disprezzo, mentre stava rannicchiato accanto al fuoco. Così
guardandolo, s'accorse che il mantello sbottonato lasciava intravedere un braccio fasciato, che sotto il
mantello c'era un prezioso vestito di velluto nero, e che lì sotto alla vescica di bue spuntava una ciocca
di capelli d'oro.
Il giovane, ferito, non s'era potuto cambiare come le altre sere e s'era buttato là, mezzo morto dalla
fatica.
La figlia del Re soffocò un grido di sorpresa e gioia e apprensione insieme, e, silenziosa per non
risvegliarlo, uscì dalla capanna e corse da suo padre: - Venite a vedere chi ha vinto le battaglie per voi!
Venite a vedere!
Il Re con dietro tutta la Corte si recò alla capanna di legno. - Sì, è lui! - disse il Re riconoscendo nel
finto tignoso il cavaliere. Lo svegliarono e volevano portarlo in trionfo, ma la figlia del Re aveva
chiamato il cerusico a medicargli la ferita. Il Re voleva celebrare all'istante le nozze, ma il giovane disse:
- Prima devo andarlo a dire a mio padre e a mia madre perché anch'io sono figlio di Re.
Il padre e la madre vennero e ritrovarono il figlio che credevano morto, e tutti si sedettero insieme al
banchetto di nozze.
111. Il Re selvatico (Abruzzo)
Un Re aveva tre figlie: due né belle né brutte, e la minore bella davvero. Quando veniva qualcuno a
chiedere la mano della maggiore s'innamorava della minore: così non se ne sposava nessuna. Le due più
grandi fecero una congiura contro la più piccola; dissero al padre che avevano fatto un sogno tutt'e due:
che la loro sorella sarebbe scappata di casa con un soldato semplice. Il Re cominciò a temere che quel
sogno fosse una profezia, e che la figlia minore finisse per portare il disonore alla sua casa. Chiamò un
generale e gli ordinò di portare la ragazza a passeggio nel bosco del Re selvatico e poi d'ucciderla con
un colpo di spada.
Così passeggiarono per il bosco del Re selvatico, la ragazza e il generale. - Be', - disse a un certo
punto la ragazza, - ora torniamo a casa.
Il generale disse: - No, Altezza, mi dispiace, ho l'ordine di ammazzarvi qui.
- E perché mi volete ammazzare, a me innocente?
- Ordine del Re, - disse il generale, e sguainò la spada. Ma vedendosi davanti quella povera ragazza
spaurita, gli venne pietà e le portò via la veste per bagnarla del sangue di un agnello e riportarla al Re
come prova.
La ragazza restò sola a piangere nel bosco, piena di paura del Re selvatico, che viveva in quel bosco e
mangiava tutti quelli che trovava. Quando ebbe pianto per un po', s'asciugò gli occhi e si addormentò
nel cavo di un albero.
Al mattino, il vecchio Re selvatico, andando a caccia, inseguiva un cervo ferito. E invece di trovare il
cervo, trovò la giovinetta addormentata. Vista la sua bellezza, la svegliò: - Vuoi venire con me? Non
aver paura, - le disse. La ragazza acconsentì e seguì il Re selvatico alla sua casa in mezzo al bosco,
dov'egli viveva triste e tutto solo, cacciando e senza veder anima viva. La ragazza prese a fargli le
faccende di casa e il vecchio selvatico s'affezionò a lei come a una figlia.
La mattina, appena alzata, ella si faceva le trecce alla finestra, e sul davanzale veniva a posarsi un
pappagallo e le diceva: Invano le trecce belle ti fai, / Dal Re selvatico mangiata sarai.
A sentire queste parole la ragazza si mise a piangere. Il Re selvatico tornando dalla caccia, la vide
triste e le chiese: - Che hai? - E la ragazza gli disse di quel che le aveva detto il pappagallo.
- Sai cosa devi rispondergli? - disse il Re selvatico: Pappagallo pappagallo, / Delle tue penne ho da
fare un ventaglio, / Della tua carne ho da fare un boccone, / Sarò la sposa del tuo padrone.
Quando l'indomani ella disse queste parole, il pappagallo per il dispetto si scosse tanto nelle sue
penne che volò via mezzo spennato. Il pappagallo apparteneva a un Re di quei dintorni, che vedendolo
tornare spennacchiato, domandò ai servitori: - Chi è che mi sta spennando il pappagallo?
I servitori risposero: - Ogni mattina vola verso la casa del Re selvatico, e torna così spiumato.
Quel Re disse: - Domattina gli terrò dietro, così vedrò cosa succede.
Difatti, la mattina dopo, cavalcando per il bosco, seguì il volo del pappagallo e arrivò sotto la finestra
dove una ragazza bella come mai ne aveva viste si stava pettinando. Il pappagallo si posò sul davanzale e
cantò: Invano le trecce belle ti fai, / Dal Re selvatico mangiata sarai.
E la ragazza gli rispondeva: Pappagallo pappagallo, / Delle tue penne ho da fare un ventaglio, /
Della tua carne ho da fare un boccone, / Sarò la sposa del tuo padrone.
E il pappagallo si scuoteva via tutte le penne.
Allora quel Re si presentò al Re selvatico e gli chiese la ragazza in sposa. Il Re selvatico gliela
concesse volentieri, sebbene fosse addolorato di non averla più con sé. Lei lo ringraziò e gli disse addio,
e lo lasciò là solo in mezzo al bosco.
Al banchetto di nozze venne anche il Re padre della sposa, e chiese perdono alla figlia del male che
le aveva fatto per istigazione delle cattive sorelle.
E il pappagallo? Volò via e non se ne seppe più nulla.
112. Mandorlinfiore (Abruzzo)
C'era una moglie e un marito, e stava per nascergli un bambino. Il padre andò alla porta, a vedere chi
passava per via, perché il primo che sarebbe passato, così sarebbe diventato il figlio.
Passarono delle donne cattive, e il padre gridò alla moglie: - Non farlo nascere ora, non farlo nascere
ora!
Passarono dei ladri e il padre ancora gridò: - Non farlo nascere ora! Non farlo nascere ora!
Poi passò il Re e in quel momento nacque il bambino; ed era un maschio. Allora padre, madre,
nonna e zie si misero a gridare: - È nato il Re, è nato il Re!
Il Re udì e volle entrare in casa. Domandò, e gli spiegarono ogni cosa. Allora il Re disse che il
bambino voleva prenderselo con sé e allevarlo lui. Il padre e la madre lo benedissero e glielo diedero.
Per strada il Re ci ripensò. "Perché devo allevare uno che non s'augurerà altro che la mia morte?"
Trasse un coltello, lo piantò in gola al bambino e lo lasciò in mezzo a un campo di mandorli in fiore.
Il giorno dopo, passarono di là due mercanti. Trovarono il bambino ancora vivo, gli fasciarono la
ferita e uno d'essi lo portò a casa a sua moglie. Erano marito e moglie ricchi e senza figli e presero a
volergli molto bene. Lo chiamarono Mandorlinfiore.
Mandorlinfiore crebbe bello e svelto. Quando, inaspettatamente, al mercante nacque un figlio suo.
Un giorno, questo figlio era già un ragazzetto, giocando con Mandorlinfiore prese a litigare e gli diede
del bastardo. Mandorlinfiore andò a lagnarsene con la madre, e così apprese la verità sul suo
ritrovamento. Allora volle andarsene da casa e inutili furono le insistenze del mercante e della moglie.
Cammina cammina, arrivò alla città del Re che l'aveva ferito e abbandonato. Il Re, senza riconoscerlo,
vedendo un giovane così istruito, lo pigliò per segretario.
Il Re aveva una figlia bella come il sole, chiamata Belfiore, e il giovane se ne innamorò. Quando il
padre s'accorse che la figlia faceva all'amore con il segretario, siccome gli seccava di restar senza
segretario, preferì mandare la figlia ospite da un altro Re suo fratello. Mandorlinfiore per il dispiacere
s'ammalò, e il Re andando a visitarlo a letto, vide la cicatrice che egli aveva al collo. Si ricordò del
bambino che egli aveva accoltellato, e domandò al segretario dove fosse nato. - Sono stato trovato in un
campo di mandorli in fiori, - disse il giovane.
Allora il Re pensò di farlo morire. Gli disse che doveva portare una lettera a quell'altro Re suo
fratello, e Mandorlinfiore partì. La lettera diceva che il giovane doveva essere subito impiccato. Ma
Belfiore, avvertita dell'arrivo dell'innamorato, lo aspettava, e lo fece entrare di nascosto da una porticina
segreta. Quando furono soli, Belfiore voleva leggere la lettera che il padre mandava allo zio, ma
Mandorlinfiore non volle perché aveva promesso di darla in mano al destinatario. Ma quando il giovane
s'addormentò, Belfiore gli prese la lettera e la lesse. Così scoperse l'agguato teso dal padre, e insieme
cercarono il modo di farsene beffa. Sostituirono la lettera con un'altra in cui si diceva che il giovane
doveva essere sposato immediatamente a Belfiore, e Mandorlinfiore tornò fuori per la porticina segreta,
andò a comprarsi abiti principeschi e una carrozza dorata e così ritornò a portare la lettera. Lo zio
chiamò la nipote, e le disse che per ordine di suo padre doveva darle marito; e Belfiore fece finta di
cascare dalle nuvole. Si fecero le nozze; e quando il Re lo seppe, gli prese tanta rabbia che morì.
113. Le tre Regine cieche (Abruzzo)
C'erano tre figli di Re, ma il Re era morto e la Regina pure. Era la balia che faceva andar avanti la
casa. I tre figli di Re volevano prender moglie e avevano tre ritratti di tre che gli piacevano.
Dissero agli ambasciatori: - Girate il mondo. Se trovate tre che somigliano ai ritratti, portatele qua
che le sposiamo -. Gli ambasciatori girarono il mondo senza trovar niente. Finalmente videro le tre
figlie di un pescatore, che solo loro somigliavano ai ritratti. Le fecero vestire da regine e presentare ai tre
figli di Re. Si piacquero e andarono a nozze.
Scoppiò una guerra. I tre figli di Re partirono e lasciarono la balia a capo della casa. Ma la balia, con
quelle tre regine per casa, non poteva più fare e disfare come prima. Così disse a un ministro
d'ammazzarle, e per contrassegno portarle le tre paia di occhi. Il ministro disse alle Regine: - Oggi fa bel
tempo davvero, andiamo a spasso -. Si misero in carrozza e la carrozza non si fermò se non appiedi a
una montagna. Scesero le tre Regine e poi il ministro. Il ministro cavò fuori una spada, e sospirando
disse: - Ho l'onore di dirvi che vi uccido, e riporterò le tre paia d'occhi alla balia -. Le tre Regine
risposero: - No, guardi, non ci uccida: piuttosto ci lasci qui in questa montagna. Per gli occhi, adesso
glieli diamo noi.
Si cavarono gli occhi e li consegnarono al ministro, che piangeva. Quando i tre figli di Re tornarono
e chiesero delle tre Regine, la balia disse che erano morte per disgrazia. I tre vedovi giurarono di non
prendere più moglie.
Le tre Regine cieche dentro una spelonca, mangiavano erbe e radici. Aspettavano tutte e tre d'essere
madri e una notte, tutte e tre insieme, diedero alla luce ognuna un bel bambino maschio. Erbe e radici
era il loro cibo ed erbe e radici quello dei bambini. Quando non ci furono più erbe né radici, per non
morir di fame tirarono a sorte: a chi toccava, il suo bambino lo mangiavano. Toccò alla maggiore e il
suo bambino fu mangiato. Poi toccò al bambino della seconda sorella. La sorella minore visto che
ormai toccava a lei, se lo prese in braccio e scappò via a tentoni.
Trovò un'altra grotta, e un posto con molte erbe. Così il bambino si fece grande, andava a caccia con
uno schioppo di canna e portava alla mamma da mangiare. Poi ritrovò le altre due cieche e le riportò
dalla mamma nella grotta.
Un giorno un figlio di Re che era suo padre andando a caccia lo incontrò in un bosco. Disse il figlio
del Re: - Vieni con me.
E il ragazzo: - Vado a dirlo alla mamma -. La mamma disse di sì e il ragazzo andò.
La balia quando lo vide gli fece un po' di feste ma dentro di sé arricciò il naso. Il ragazzo nelle armi
era il più bravo e coraggioso del Regno. La balia pensò di fargli proporre qualche prova perché non
tornasse più. C'era stata molto tempo prima una parente, Reginella, rubata dalle fate. Disse la balia ai tre
figli di Re: - Potrebbe andare questo giovane a ritrovare la parente -. E i tre figli di Re gliel'ordinarono.
Il giovane andò prima alla grotta dalle cieche a consigliarsi; poi si mise in via. In un deserto c'era un
palazzo bianco e nero. S'avvicinò: e una voce lamentosa lo chiamava: - Vedi io dove sto? Vedi? E voltati!
- Il giovane rispose: - No. Se mi volto, mi trasformo in un albero, - ed entrò nel palazzo bianco e nero.
In una sala c'erano tre candele gialle accese. Il giovane le spense con un soffio: cessò l'incantesimo e
d'un tratto si ritrovò nel palazzo dei tre figli di Re, con la bellissima Reginella parente, con la madre e
con le zie che avevano ritrovato gli occhi. Il giovane sposò la Reginella. A tavola ognuno raccontava una
storia. Le tre Regine raccontarono la loro e la balia tremava, tremava tanto che per scaldarla le fecero
una camicia di pece e la arrostirono.
114. Gobba, zoppa e collotorto (Abruzzo)
C'era un Re che faceva quattro passi. Guardava la gente, le rondini, le case, ed era contento. Passò
una vecchietta, che andava per i fatti suoi, una vecchietta proprio a modo, solo che zoppicava un poco
da una gamba, ed era anche un po' gobba, e in più aveva il collo torto. Il Re la guardò e disse: - Gobba,
zoppa e collotorto! Ah, ah, ah! - e le scoppiò a ridere in faccia.
Quella vecchietta era una fata. Fissò il Re negli occhi e disse: - Ridi, ridi, ne riparleremo domani.
E il Re scoppiò in un'altra risata: - Ah, ah, ah!
Questo Re aveva tre figlie, tre belle ragazze. L'indomani le chiamò per andare a spasso insieme. Si
presentò la figlia maggiore. E aveva la gobba. - La gobba? - disse il Re. - E come t'è venuta?
- Ma, - disse la figlia, - la cameriera non m'ha rifatto bene il letto, così stanotte m'è venuto tanto di
gobba.
Il Re cominciò a passeggiare su e giù per la sala; si sentiva nervoso.
Fece chiamare la seconda figlia, e questa si presentò col collo torto. - Cos'è questa storia? - disse il
Re, - che c'entra adesso il collo torto?
- Sai, - rispose la seconda figlia, - la cameriera pettinandomi m'ha tirato un capello... E io sono
rimasta così col collo torto.
- E questa? - fece il Re vedendo la terza figlia che s'avanzava zoppicando, - e questa perché zoppica,
adesso?
- Ero andata in giardino, - disse la terza figlia, - e la cameriera ha colto un fior di gelsomino e me l'ha
tirato. M'è cascato su un piede e son rimasta zoppa.
- Ma chi è questa cameriera! - gridò il Re. - Che venga in mia presenza!
Fu chiamata la cameriera: venne davanti al Re afferrata e trascinata dalle guardie, perché - diceva - si
vergognava di farsi vedere: era gobba, zoppa e torta nel collo. Era la vecchietta del giorno prima! Il Re
la riconobbe subito, e gridò: - Fatele una camicia di pece!
La vecchietta si fece piccina, piccina, la sua testa diventò aguzza come un chiodo. C'era un buchino
nel muro e la vecchietta ci si ficcò dentro, passò dall'altra parte e sparì, lasciando lì solo la gobba, il collo
torto e il piede zoppo.
115. Occhio-in-fronte (Abruzzo)
C'erano due frati che andavano in questua. Per le montagne gli si fece scuro. Da una caverna usciva
un po' di luce.
- Padrone di casa, - chiamarono, - ci date ricetto per stanotte?
- Entrate, - disse una voce, e fece rimbombare la montagna.
I frati entrarono: vicino al fuoco c'era un gigante con un occhio in fronte, che disse: - Favorite, qua
non ci manca niente.
Spostò un macigno che non sarebbero bastate cento persone e chiuse la porta alle spalle dei frati,
tutti tremanti.
- Io ho cento pecore, - disse Occhio-in-fronte, - ma l'anno è lungo e devo risparmiare. Dunque, chi
mi devo mangiare per primo? Fratino o Fratone? Tirate a sorte.
I due frati buttarono le dita per tirare a sorte: e toccò a Fratone. Occhio-in-fronte lo infilò allo
spiedo e lo mise a rosolare sulla brace; e girando lo spiedo, canterellava: - Stasera Fratò, domani Fratì,
stasera Fratò, domani Fratì!
Fratino si tormentava tra il dolore per la fine del compagno e il pensiero di come scampare lui alla
stessa sorte. Quando fu cotto Fratone, Occhio-in-fronte cominciò a mangiarlo, e ne diede una coscia
anche a Fratino, che l'assaggiasse anche lui. Fratino fece finta di mangiare, ma si buttava la carne dietro
le spalle.
Spolpate per bene le ossa di Fratone, Occhio-in-fronte si buttò sulla paglia. Fratino si rannicchiò
accanto al fuoco e fece finta di dormire anche lui. Quando sentì Occhio-in-fronte grufolare come un
maiale, preso lo spiedo, ne arroventò la punta finché non divenne rossa e zihhh! gliela ficcò nell'unico
occhio.
Il gigante accecato balzò in piedi urlando e muoveva le mani dappertutto per acchiappare Fratino.
Ma Fratino si ficcò in mezzo alle cento pecore. Occhio-in-fronte cominciò a tastare tutte le pecore a
una a una, ma Fratino si spostava in mezzo al gregge e Occhio-in-fronte non lo acchiappava mai. Allora
disse: - Ci penso io, quando sarà giorno!
Fratino allora, senza far rumore, prese il montone, lo scorticò, e la pelle del montone se la mise
addosso. Appena si fece giorno, Occhio-in-fronte levò il macigno dalla bocca della caverna, e si mise
piantato con una gamba di qua e una di là per tastare tutto quel che usciva e lasciar passare le pecore ma
non Fratino. Chiamò per primo il montone, e venne avanti Fratino camminando sulle mani e sui piedi,
dondolando il campanaccio. Occhio-in-fronte lo carezzò sul dorso e disse: - Tu vai pure, - e passò a
tastare le pecore che uscivano una per una. Così Fratino fu libero e corse via, contento e beato.
Ma uscite che furono tutte le pecore, Occhio-in-fronte si mise a frugare per la caverna e gli capitò
sotto le mani il montone scuoiato. Capì che quello che aveva creduto il montone era Fratino camuffato
e uscì dalla caverna per inseguirlo. Andò avanti alla cieca, annusando l'aria, e quando sentì d'essergli
vicino, gridò: - Fratino, me l'hai fatta! Sei più in gamba di me! Tieni quest'anello, come segno che m'hai
vinto! E gli buttò un anello. Fratino lo raccolse e se lo mise al dito. Ma era un anello fatato: una volta
che l'ebbe al dito, Fratino cercava di scappare via da Occhio-in-fronte e invece scappava
avvicinandoglisi. Più cercava di scappare, più gli veniva vicino. Cercò di togliersi l'anello dal dito, ma
l'anello non usciva più. Ormai era quasi nelle mani di Occhio-in-fronte: allora si tagliò il dito con
l'anello e glielo scaraventò sul muso: e sull'istante fu libero e poté scappare.
Occhio-in-fronte aperse la bocca e inghiottì il dito di Fratino: - Almeno t'ho assaggiato! - disse.
116. La finta nonna (Abruzzo)
Una mamma doveva setacciare la farina. Mandò la sua bambina dalla nonna, perché le prestasse il
setaccio. La bambina preparò il panierino con la merenda: ciambelle e pan coll'olio; e si mise in strada.
Arrivò al fiume Giordano.
- Fiume Giordano, mi fai passare?
- Sì, se mi dài le tue ciambelle.
Il fiume Giordano era ghiotto di ciambelle che si divertiva a far girare nei suoi mulinelli.
La bambina buttò le ciambelle nel fiume, e il fiume abbassò le acque e la fece passare.
La bambina arrivò alla Porta Rastrello.
- Porta Rastrello, mi fai passare?
- Sì, se mi dài il tuo pan coll'olio.
La Porta Rastrello era ghiotta di pan coll'olio perché aveva i cardini arrugginiti e il pan coll'olio glieli
ungeva.
La bambina diede il pan coll'olio alla porta e la porta si aperse e la lasciò passare.
Arrivò alla casa della nonna, ma l'uscio era chiuso.
- Nonna, nonna, vienimi ad aprire.
- Sono a letto malata. Entra dalla finestra.
- Non ci arrivo.
- Entra dalla gattaiola.
- Non ci passo.
- Allora aspetta -. Calò una fune e la tirò su dalla finestra. La stanza era buia. A letto c'era l'Orca, non
la nonna, perché la nonna se l'era mangiata l'Orca, tutta intera dalla testa ai piedi, tranne i denti che li
aveva messi a cuocere in un pentolino, e le orecchie che le aveva messe a friggere in una padella.
- Nonna, la mamma vuole il setaccio.
- Ora è tardi. Te lo darò domani. Vieni a letto.
- Nonna ho fame, prima voglio cena.
- Mangia i fagioletti che cuociono nel pentolino.
Nel pentolino c'erano i denti. La bambina rimestò col cucchiaio e disse: - Nonna, sono troppo duri.
- Allora mangia le frittelle che sono nella padella.
Nella padella c'erano le orecchie. La bambina le toccò con la forchetta e disse: - Nonna, non sono
croccanti.
- Allora vieni a letto. Mangerai domani.
La bambina entrò in letto, vicino alla nonna. Le toccò una mano e disse: - Perché hai le mani così
pelose, nonna?
- Per i troppi anelli che portavo alle dita.
Le toccò il petto. - Perché hai il petto così peloso, nonna?
- Per le troppe collane che portavo al collo.
Le toccò i fianchi. - Perché hai i fianchi così pelosi, nonna?
- Perché portavo il busto troppo stretto.
Le toccò la coda e pensò che, pelosa o non pelosa, la nonna di coda non ne aveva mai avuta. Quella
doveva essere l'Orca, non la nonna. Allora disse: - Nonna, non posso addormentarmi se prima non
vado a fare un bisognino.
La nonna disse: - Va' a farlo nella stalla, ti calo io per la botola e poi ti tiro su.
La legò con la fune, e la calò nella stalla. La bambina appena fu giù si slegò, e alla fune legò una
capra.
- Hai finito? - disse la nonna.
- Aspetta un momentino -. Finì di legare la capra. - Ecco, ho finito, tirami su.
L'Orca tira, tira, e la bambina si mette a gridare: - Orca pelosa! Orca pelosa! - Apre la stalla e scappa
via. L'Orca tira e viene su la capra. Salta dal letto e corre dietro alla bambina.
Alla Porta Rastrello, l'Orca gridò da lontano: - Porta Rastrello, non farla passare!
Ma la Porta Rastrello disse: - Sì, che la faccio passare, perché m'ha dato il pan coll'olio.
Al fiume Giordano l'Orca gridò: - Fiume Giordano, non farla passare!
Ma il fiume Giordano disse: - Sì che la faccio passare, perché m'ha dato le ciambelle.
Quando l'Orca volle passare, il fiume Giordano non abbassò le sue acque e l'Orca fu trascinata via.
Sulla riva la bambina le faceva gli sberleffi.
117. L'arte di Franceschiello (Abruzzo)
Una mamma aveva un figlio solo, Franceschiello, e voleva che imparasse qualche arte. E il figlio
rispondeva: - Voi trovatemi il maestro e io imparerò l'arte -. La mamma per maestro gli trovò un
fabbroferraio.
Franceschiello andò a lavorare dal fabbroferraio e gli successe di darsi una martellata su una mano.
Tornò dalla mamma. - Mamma, trovatemi un altro maestro, ché quest'arte non fa per me.
La mamma gli cercò un altro maestro e trovò un ciabattino. Franceschiello lavorò dal ciabattino e gli
successe che si diede la lesina in una mano. Tornò dalla madre: - Mamma, trovatemi un altro maestro,
ché neanche quest'arte fa per me.
Gli rispose la madre: - Figlio mio, mi restano solo dieci ducati. Se tu impari l'arte va bene, se no non
so più che farti.
- Se è così, mamma, - disse Franceschiello, - è meglio che tu mi dia questi dieci ducati e io me ne
vada per il mondo a vedere se imparo un'arte per conto mio.
La madre gli diede i dieci ducati e Franceschiello si mise in cammino. Strada facendo in mezzo a un
bosco, sbucano fuori quattro armati e gridano: - Faccia a terra!
E Franceschiello: - Faccia a terra come?
E quelli: - Faccia a terra!
E Franceschiello: - Fatemi vedere voi come mi devo mettere.
Il capo dei briganti pensò: "Questo è uno più duro di noi. Se lo pigliassimo nella nostra compagnia?"
E gli chiese: - Giovanotto, ci verresti insieme a noi?
- Che arte m'insegnate? - disse Franceschiello.
- La nostra arte, - disse il capo-brigante, - è l'arte onorata. Andiamo incontro alla gente, e se non ci
vogliono dare i quattrini li stendiamo morti. Poi mangiamo, beviamo e andiamo a spasso.
E Franceschiello si mise a batter le strade con la compagnia. Dopo un anno, il capo morì, e fu fatto
capo Franceschiello. Un giorno comandò a tutta la compagnia d'andare in giro e restò solo a guardia del
bottino. Gli venne un'idea: "Con tutti i quattrini che c'è qui, potrei caricarmi un mulo, andarmene e non
farmi più vedere". E così fece.
Arrivò a casa di sua madre e bussò: - Mamma, apritemi! - La madre aprì e si trovò davanti il figlio
che teneva un mulo per la cavezza, e subito si mise a scaricare sacchi di quattrini.
- Ma che arte hai imparato? - gli chiese subito la madre.
- L'arte onorata, mamma, un'arte buona. Si mangia, si beve e si va a spasso.
La madre, che non se n'intendeva, credette che fosse un'arte buona e non gli domandò più niente.
Bisogna sapere che essa aveva per compare l'Arciprete. L'indomani andò a trovare quest'Arciprete e gli
disse: - Compare, sai, è tornato il comparuccio tuo!
- E allora, - disse il compare, - l'ha imparata un'arte?
- Sì, - fece la madre, - ha imparato l'arte onorata: si mangia, si beve e si va a spasso. E ha guadagnato
un mulo di quattrini.
- Ah sì, - fece l'Arciprete, che la sapeva lunga, - be', fammelo rivedere, che gli voglio un po' parlare...
Franceschiello andò a trovarlo. - Allora, comparuccio, è vero che hai imparato una buona arte?
- Signorsì.
- Be', se è vero che l'hai imparata buona, dobbiamo fare una scommessa.
- E che scommessa?
- Io ho dodici pastori e venti cani. Se tu riesci a portarmi via un castrato dalla mandria, ti do cento
ducati.
E Franceschiello: - Compare, se hai dodici pastori e i cani, come vuoi che faccia? Mah, che volete
che vi dica? Proviamo.
Si vestì da monaco e andò dai pastori. - Ve', pastori, tenete i cani, sono un povero sacerdote.
I pastori legarono i cani. - Vieni, vieni, zi' monaco, vienti a scaldare con noialtri.
Franceschiello si sedette accanto al fuoco coi pastori, trasse di tasca un pezzo di pane e si mise a
mangiare. Poi si sfilò da tracolla una fiaschetta e fece finta di bere (fece solo finta, perché era vino
coll'oppio). Disse un pastore: - Alla buonora, zi' monaco, mangi e bevi e non inviti nessuno?
- Padrone! - disse Franceschiello. - A me basta un sorso -. E gli porse la fiaschetta. Bevve il pastore,
bevvero pure gli altri e quand'ebbero bevuto cominciò a prenderli il sonno. - Proprio ora che volevamo
discorrere un po' con lo zi' monaco, a voialtri vi piglia sonno! - disse l'unico che era rimasto sveglio; non
aveva ancora finito di dirlo, che prese sonno anche a lui, e s'abbatté a dormire.
Quando Franceschiello vide che dormivano della grossa tutti e dodici, li spogliò uno per uno e li
rivestì tutti da monaci. Prese il castrato più grosso, e andò via. A casa, uccise il castrato e lo fece arrosto;
e una coscia la mandò all'Arciprete.
Quando i pastori si svegliarono e si videro vestiti da monaci, capirono subito d'esser stati derubati. -
E ora, - dissero, - come andremo a dirlo al padrone?
- Vacci tu, - disse uno. - Vacci tu, - disse l'altro. Ma nessuno ci voleva andare. Allora decisero
d'andarci tutti e dodici insieme. Bussarono. S'affacciò la serva e disse: - Sor padrone, c'è pieno di
monaci che vogliono entrare!
E l'Arciprete: - Stamattina ho l'uffizio; digli che se ne vadano.
- Aprite, aprite! - gridarono i pastori. E finalmente entrarono tutti quanti.
Quando l'Arciprete vide i suoi pastori vestiti da monaci capì che doveva esser un tiro di
Franceschiello e disse fra sé: "Allora è vero che ha imparato l'arte!" Lo mandò a chiamare e gli diede i
cento ducati.
- Ora però, compare, - gli disse, - datemi la rivincita. Scommettiamo duecento ducati. C'è una chiesa
in campagna, della nostra parrocchia. Se riesci a prendere una qualsiasi cosa da quella chiesa, vinci. Ti
do otto giorni di tempo.
- Va bene, - disse Franceschiello.
L'Arciprete mandò a chiamare il romito che stava a quella chiesa, e gli disse: - Ve', sta' attento; verrà
uno a portar via qualcosa in chiesa. Fa' la guardia di giorno e di notte.
Il romito rispose: - Non dubitare, sor padrone! Armami bene, e ci penso io.
Franceschiello lasciò passare sette giorni e sette notti. All'ultima sera cominciò ad avvicinarsi alla
chiesa, e si nascose dietro un angolo. Il romito, che, poveretto, erano sette giorni e sette notti che non
dormiva s'affacciò alla porta e si mise a dire: - Per sette notti non è venuto. Stanotte è l'ultima. Son
suonate le sei e non s'è visto. Segno che non si fida di venire. Mah! Andrò a fare i miei bisogni e poi me
ne andrò a dormire.
Uscì per fare i suoi bisogni, e Franceschiello, che aveva sentito tutto, svelto come un gatto, si cacciò
dentro la chiesa. Rientrò il romito, sbarrò le porte, e poi, morto di sonno com'era, si buttò giù in mezzo
alla chiesa e s'addormentò. Franceschiello allora prese tutte le statue della chiesa e gliele mise intorno;
vicino ai piedi gli mise un sacco; poi si vestì da prete, salì sull'altare e cominciò a predicare: - Romito che
stai in questa chiesa, è tempo che tu sia salvato!
Il romito non si svegliava.
- Romito che stai in questa chiesa, ora è tempo che tu sia salvato!
Il romito si svegliò e si vide intorno tutti quei santi. - Santità, - disse, - Santità! lasciate che vi preghi!
cosa devo fare?
E Franceschiello: - Entra nel sacco, ché or è tempo che tu sia salvato!
Il povero romito si cacciò nel sacco. Franceschiello scese dall'altare, si mise il sacco in spalle e via.
Andò a casa dell'Arciprete e gli buttò il sacco in mezzo alla stanza. Il romito da dentro fece: - Ih!
- Compare, ecco! Guardate cos'ho portato via dalla chiesa.
L'Arciprete aperse il sacco e si trovò faccia a faccia col romito.
- Compare Franceschiello, - disse l'Arciprete, - eccoti duecento ducati. Vedo che l'arte l'hai imparata
bene. È meglio che siamo amici, se no metterai nel sacco pure me.
118. Pesce lucente (Abruzzo)
C'era un buon vecchio, cui erano morti i figli e non sapeva come campare, lui e sua moglie, anch'essa
vecchia e malandata. Andava tutti i giorni a far legna nel bosco, e vendeva la fascina per comprare il
pane, se no non mangiava.
Un giorno mentre andava pel bosco lamentandosi, gli si fece incontro un signore dalla lunga barba, e
gli disse: - So tutte le tue pene, e voglio aiutarti. Ecco una borsa con cento ducati.
Il vecchio prese la borsa e svenne. Quando si riebbe, quel signore era scomparso. Il vecchio tornò a
casa e nascose i cento ducati sotto un mucchio di letame, senza dir niente alla moglie. - Se li do a lei,
finiscono presto... - E continuò ad andare nel bosco l'indomani come prima.
La sera dopo, trovò la tavola ben imbandita. - Come hai fatto a comprare tutta questa roba? - chiese,
già in allarme.
- Ho venduto il letame, - disse la moglie.
- Sciagurata! C'erano cento ducati nascosti!
L'indomani, il vecchio andava per il bosco sospirando più di prima. E incontrò di nuovo quel signore
dalla lunga barba. - So della tua sfortuna, - disse il signore. - Pazienza: ecco qui altri cento ducati.
Stavolta il vecchio li nascose sotto un mucchio di cenere. La moglie il giorno dopo vendette la cenere
e imbandì tavola. Il vecchio quando tornò e seppe, non mangiò neanche un boccone: andò a letto
strappandosi i capelli.
Al bosco, l'indomani, stava piangendo, quando tornò quel signore. - Stavolta non ti darò più danaro.
Tieni queste ventiquattro rane, vendile, e col ricavato comprati un pesce, il più grosso che riuscirai ad
avere.
Il vecchio vendette le ranocchie e comprò un pesce. La notte s'accorse che luccicava: mandava una
gran luce che si spandeva tutt'intorno. A tenerlo in mano, era come tenere una lanterna. La sera lo
appese fuor dalla finestra perché stesse al fresco. Era una notte buia, di burrasca. I pescatori che erano
al largo non trovavano la via del ritorno tra le onde. Videro la luce a quella finestra, remarono
dirigendosi verso la luce, e si salvarono. Diedero al vecchio metà della loro pesca e fecero con lui il
patto che se avesse appeso quel pesce alla finestra ogni notte, avrebbero sempre diviso con lui la pesca
della notte. E così fecero, e quel buon vecchio non conobbe più miseria.
119. La Borea e il Favonio (Molise)
Una volta alla Borea venne voglia di prender marito. Andò dal Favonio e gli disse: - Don Favonio,
vuoi essere il mio sposo?
Il Favonio era un tipo attaccato ai quattrini e le donne non gli andavano a genio. Così, senza tanti
complimenti, le disse: - No, Donna Borea, perché non hai neanche un soldo di dote.
La Borea, punta sul vivo, si mise a soffiare con tutte le sue forze, senza fermarsi un minuto, col
rischio di farsi scoppiare i polmoni. Soffiò per tre giorni e tre notti di seguito, e per tre giorni e tre notti
nevicò fitto fitto: tutta la campagna, i monti e i villaggi si coprirono di neve.
Quando la Borea ebbe finito di stendere il suo argento intorno, disse al Favonio: - Eccoti la mia
dote, tu che dicevi che non ne ho! Ti basta? - e andò a riposarsi della fatica di quei tre giorni passati a
soffiare.
Il Favonio non si fece né in qua né in là; scrollò le spalle, e si mise a soffiare lui. Soffiò per tre giorni
e tre notti, e per tre giorni e tre notti la campagna, i monti e i villaggi restarono sotto un fiato caldo che
sciolse fin l'ultimo fiocco di neve.
La Borea, dopo che si fu riposata per bene, si svegliò, e vide che della sua dote non restava più nulla.
Corse dal Favonio: - Dov'è andata tutta la tua dote, Donna Borea? - la canzonò il Favonio. - Allora, mi
vuoi ancora per marito?
La Borea gli voltò le spalle: - No, Don Favonio, non vorrei mai essere tua sposa, perché in un giorno
sei capace di mandarmi in fumo tutta la dote.
120. Il sorcio di palazzo e il sorcio d'orto (Molise)
Un sorcio, mentre stava rosicando una forma di cacio in dispensa, si prese un così brutto spavento
dal gatto di casa che, senza saper neanche lui come, si ritrovò in mezzo all'orto.
Si nascose sotto una pianta d'insalata e cominciò a pensare. Pensa e ripensa si ricordò che la
buonanima di suo padre gli aveva parlato una volta d'un suo compare sorcio campagnolo, che abitava
nell'orto sotto un fico. E gira e rigira, trovò la tana ed entrò.
Il compare di suo padre era morto anche lui, ma c'era il figlio. Fecero conoscenza, e il sorcio
campagnolo si profuse in tante cerimonie, che il sorcio di palazzo per due giorni si scordò la dispensa, il
cacio e il gatto.
Ma il terzo giorno, dei torsoli di rapa non poteva più sentire neanche l'odore, e disse: - Compare, è
ora che ti tolga l'incomodo.
- E perché mai, compare? Trattieniti almeno un altro giorno.
- No, compare, m'aspettano a casa.
- E chi t'aspetta?
- Uno zio... Anzi, ti faccio una proposta: vieni tu ad accompagnarmi. Facciamo colazione insieme e
torni indietro.
Il sorcio campagnolo, che non stava nella pelle di vedere la casa d'un topo di palazzo, accettò. E
s'avviarono.
Fuor dall'orto, s'arrampicarono per un pergolato ed entrarono per il finestrino della dispensa.
- Che galanteria di casa! - fece il sorcio campagnolo. - E che buon odore!
- Scendi giù, compare, non far cerimonie: fa' come fossi in casa tua.
- Grazie, compare. Sai, io non son pratico e posso perdere la via del ritorno. È meglio che rimanga
qui sul davanzale...
- Allora aspetta, - fece il sorcio di palazzo, e scese solo.
Mentre s'avvicinava a un pezzo di lardo, il gatto, che stava appostato, gli saltò addosso e l'afferrò.
- Zizì... zizì... - strillava il poverino.
Al sorcio di campagna venne il batticuore e pensò: "Cosa dice? Zì... zì... Allora è questo, lo zio!
Bell'accoglienza gli ha preparato! Se a lui che è suo nipote lo riceve così, figuriamoci cosa farebbe a me,
che non mi conosce neppure, se gli capitassi davanti!"
E con un salto ritornò nell'orto.
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