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19 ottobre 2026

Cenni di Storia sulla Canzone popolare abruzzese, dall’800 a Guido Albanese. Parte prima.

Cenni di Storia sulla Canzone popolare abruzzese, dall’800 a Guido Albanese - Parte prima

di Angelo Iocco

Introduzione

Questo scritto non si propone di essere uno studio completo e soddisfacente della Canzone abruzzese, quanto piuttosto uno strumento per fornire un solco da seguire, e anche volendo modificare con nuovi documenti e scoperte, per far comprendere cosa sia stata e cosa sia, e quanto rimane della Canzone abruzzese. Sembra strano che noi che ci accingiamo a scrivere questo articoletto, data la nostra giovane età, allo stato attuale rimaniamo sconcertati dallo stato di grave ignoranza che incombe sulla Storia della musica della Nostra Regione. Stato di ignoranza che dilaga dalle nostre piccole province al resto d’Italia circa lo stato della conoscenza dei nostri Cori, dei nostri cavalli di battaglia in gran parte estratti dai libretti delle storiche Maggiolate di Ortona o dalle Settembrate di Pescara, o dalle arie popolari rielaborate da valenti maestri di Coro. Molti di questi allo stato attuale sono caduti nel dimenticatoio; non risulta un programma “unificato” da parte della Regione di valorizzazione del patrimonio canoro locale, soprattutto quello folkloristico, ovvero le canzoni d’autore, che poi sì sono divenute di tradizione popolare, ma hanno avuto una data di composizione, dei compositori, e in uno specifico contesto. Tutto ciò attualmente, salvo alcuni valenti studiosi che si muovono nelle biblioteche, piuttosto che alla ricerca di like e commenti facili nel marasma di internet e dei social, non viene considerato. Ci si sarà chiesti magari come nacque la celebre Vola vola vola, chi furono questi nebulosi Luigi Dommarco e Guido Albanese che la scrissero, e perché, in che contesto, per quale gara canora? Di certo la canzone avrà una certa età, guarda caso nel 2022 compie cent’anni dalla nascita, e di certo moli l’avranno scoperta per la triste imitazione fattane da Maurizio Crozza per sbeffeggiare Antonio Razzi, fornendo de facto un’altra ennesima immagine sfigurata e falsa di un Abruzzo ignorante, contadinesco, dove il tempo sembra non esistere, dove tutti ballano, dove c’è il gusto e il compiacimento meravigliato dell’intellettuale per quel folklore ignoto, che però folklore non è, sono quattro stracci cuciti alla buona, per dare parvenza di un costume tipico arrangiato alla meno peggio, preconfezionato per darlo in pasto al pubblico ignorante pagante, per solleticare i suoi appetiti preconcetti!

Terminando questa introduzione, invitando chi di dovere a studiare, così come chi intenda fare una seria ricerca sugli aspetti poco conosciuti dell’Abruzzo, come ad esempio una ricostruzione della storia musicale regionale per quanto riguarda l’attività svolta dalla fine dell’800 alla fine del ‘900, noi speriamo che questo articoletto riesca ad essere di gradimento, e a fornire utili ragguagli per seguire una pista. Non siamo ancora riusciti a capire il perché di tanto lassismo, generato e ampliato soprattutto negli ultimi tempi da internet, con articoli copincollati “male” (sic) da testi di studi, e puntualmente e pecorecciamente ricopiati da altri siti e social, twittati da un link ad un altro, senza nemmeno sapere di cosa tratti, o quali errori possano contenere. Ma abbiamo capito che spesso e purtroppo, alcuni soggetti, che si definiscono cultori della musica e delle tradizioni abruzzesi, per mettersi in mostra davanti al solito pubblico di ammiratori e ammiratrici, anche a pagamento, furbescamente si appropriano, e si sono appropriati della paternità di canzoni, o hanno modificato, per estendere il campo dell’indagine, tradizioni popolari, racconti e storie, senza citare la fonte o la paternità, con scopo di cucire i loro personali spettacolini da orchestrina, e passare un evento in allegria, nella beata ignoranza, generando danno per sé stessi, per chi li ascolta, e soprattutto per le emittenti tv che vanno a riprenderli, e che poi li presentano, anche nei giornali, come esperi della materia, invitando a seguire il loro metodo! Come si fa a seguire persone che parlando di folklore, e che non sanno nemmeno scrivere una nota sul pentagramma? Vanno considerati semplicemente come “cantastorie del web”, e come tali vanno trattati. Poi chi desidera seguirli, faccia pure, ma che sia dato a Cesare quel che è di Cesare, ossia che si dia la giusta importanza a chi compie studi con fatica, ricerca, con sacrifici personali, che sia data a costoro la giusta risonanza, e il giusto riconoscimento per gli sforzi profusi, al posto di concentrarsi tutti come “le pecore al pascolo” di dannunziana memoria, nel seguire i pifferai da web che si sbracciano con sonelli, sonaglietti e versi “taglia-cuci” ulteriormente copiati da altri poeti d’Abruzzo, come se loro pretendessero un riconoscimento per aver creato qualcosa di originale, solo perché troppo furbi nell’aver scovato qualche antologia di versi di difficile consultazione in qualche biblioteca di un paesino d’Abruzzo (cosa ancora grave la scarsa conoscenza da parte degli abruzzesi dei loro stessi poeti, De Titta e Della Porta a parte…forse), soltanto per scarsezza di conoscenza da parte del grande pubblico…abruzzese…e figurarsi fuori Regione! E come, ci è stato raccontato, arrossiscono di rabbia quando qualcuno in pubblico li smaschera, chiedendo loro di citare la fonte di provenienza, come nel caso dei troppi plagiatori de L’arta cchiù prelibbate di Sigismondi, o A la fiera di Lanciane dell’Albanese, che spesso ci è capitato di notare in siti  pubblicazioni in dischi e audiocassetta con la dicitura “canto popolare”, ovvero “anonimo”.

Lo studio nostro, benché incompleto, e ce ne scusiamo, si è basato sulla conoscenza del materiale, sulle interviste e le conversazioni con varie personalità della materia quali Francesco Paolo Santacroce, Vincenzo e Camillo Coccione, Luciano Flamminio, gli eredi di Pierino Liberati, Mimmo Sciascia, Filippo Marino, Luigi Di Tullio, Concezio Leonzi, Carlo Mantini, Pasquale De Rosa e tanti altri. Molti ex maestri e compositori di canzoni corali che hanno visto la gloria negli anni ’70 e ’90 con la direzione dei Cori, la partecipazione a varie gare di canto come il Vernaprile di Teramo, La Settembrata, le Feste dei Cori a Ortona e Lanciano, la Festa dell’Uva di Atri ecc, possiedono degli archivi di musica preziosissimi con riviste, pubblicazioni, audiocassette, nastri registrati ormai introvabili, di cui non esistono copie. Sarebbe auspicabile che si istituisse un Comitato Regionale per la salvaguardia di questo materiale, e un Museo e Centro di documentazione specializzato pe la raccolta d’archivio, come nel caso del folklore presso il Museo Genti d’Abruzzo di Pescara, l’archivio don Nicola Jobbi a Cerqueto di Fano Adriano, l’Archivio “Antonio Di Jorio” di Atri, l’archivio G. Albanese di Ortona, il Museo archivio Coccione di Poggiofiorito, e altri che al momento ci sfuggono. Ma manca un Ente regionale, che garantisca la continuità di questo materiale, cartaceo e audiovisivo, che sia messo a disposizione degli studiosi regolarmente, e non in base alle esigenze e ai momenti liberi dell’anziano compositore, o della locale Pro-loco. Trattasi di materiale canoro del Nostro Abruzzo, quel “nostro Abruzzo” tanto sbandierato da politica e associazioni varie, e i soliti chitarrai del web, con una pretesa rivendicazione di un orgoglio senza volto, senza contorni e “solidità” ben definita. Ma vabbè, basta che lo si dice, che lo si grida, e i precordi della goduria vibrano!

Questo materiale, e molto materiale, come ci è stato detto, raccolto da vari direttori di Coro, o per ignoranza, o per lassismo, o per sciaguratezza, è andato disperso, o rischia di andare disperso un domani, quando non ci sarà più un continuatore della ricerca, quando questi poveri Maestri che tanto hanno fatto per accresce e il patrimonio Canoro d’Abruzzo con nuovi canti e nuovi cori, moriranno. Muore un anziano, chiude una biblioteca! E quanti aneddoti, che spesso non sono scritti suo libri, ma si tramandano oralmente, andranno dimenticati per sempre circa il nostro argomento! Ma per ora pare che questo discorso sia da rimandare, chissà, a data da destinarsi. Per ora ci tocca, in alcuni casi, stare a sentire orchestrine metal che cercano di “contemporaneizzare” le canzoni abruzzesi con oscene riproposizioni in chiave rock di Lu piante de le fojje, o continuare a falsificare e plagiare autori proponendo la canzone A core a core di Di Loreto e Liberati con la dicitura “canto anonimo rielaborato da me!”

Non è nostra intenzione offrire un quadro sconfortate o disfattista, ma anzi, chiamare in causa chi ama la vera Musica Abruzzese, a fare la sua parte, a divulgarla fornendo notizie esatte, e a smascherare gli impostori che copiano o plagiano, e che ledono il buon nome del nostro, quello vero, Abruzzo!

1 - Distinzione tra canzone popolare e Canzone d’autore, cosa sono le armonizzazioni e le loro differenze

L’ignoranza, nel senso di chi ignora e di chi manipola arbitrariamente sapendo di errare, che ammorba il contesto della canzone abruzzese è ben evidente; da una parte ci sono buoni studiosi che pubblicano libri e saggi di studi (un bel compendio recente che ci riguarda è “Il folk revival in Abruzzo” di Domenico Di Virgilio, Gianfranco Miscia, Gianluca Tarquinio, su Il Saggiatore, 2017); dall’altra gli improvvisatori, i piazzisti che davanti a un pubblico ignorante a teatro o in piazza, raccontano qualsiasi balla immaginabile. E purtroppo constatiamo, almeno in terra Frentana, che i piazzisti si sono sparpagliati anche nelle rievocazioni di importanti fatti storici per cui tanto oggi ci si batte il petto.

Oggi il revival del folklore in Abruzzo è cosa buona e giusta, purché si faccia con criterio e con giusto rigore, e in modo che chiunque organizzatore di eventi, anche se non sia uno storico stampato, abbia almeno un minimo di coscienza e di rispetto verso ciò di cui si va trattando. La musica abruzzese è bella sì, ma nel revival non deve essere un impasto indigesto di tutto e niente, dove qualunque sviolinata, qualunque chitarrata, qualunque imbastardimento melodico con l’organetto per modernizzare un De Titta o un Di Jorio va bene eccome, per stuzzicare il gusto del pubblico pagante. Questo non è rispetto per la tradizione musicale, è autentica prostituzione. Prostituzione che genera ignoranza e che invoglia le giovani generazioni, o a rifiutare con disgusto e indifferenza (roba da vecchi insomma), o a perseguire questi pifferai incantatori nei loro errori, e anzi a cambiare arbitrariamente con nuove armonizzazioni aliene le melodie già perfette così come sono dei pentagrammi, sempre per il gusto quasi impellente di modernizzare, attualizzare. Certamente si può fare qualche eccezione alla regola, purché queste persone ci dimostrino di essere del tenore di un Ennio Vetuschi con i suoi Canti popolari d’Abruzzo, 1955, o un Giuseppe Di Pasquale che riarmonizzò famosi canti abruzzesi tradizionali! Altrimenti si taccia!!

Altra questione, di cui ci dispiace constatare in Abruzzo, almeno da quel che ci è parso, è che nella nostra regione non si è formata pienamente un senso di autocoscienza del proprio patrimonio canoro, come a Napoli, con la “canzone napoletana”. Non vogliamo dire che gli abruzzesi rifiutino le melodie di “Vola vola vola” o “Tutte le funtanelle”, ma non sanno spesso, come già accennato, chi ne furono gli autori, perché furono composte, in che contesto? Basti vedere come è stato (non) festeggiato il centesimo compleanno della canzone-inno d’Abruzzo di Albanese e Dommarco, una mostra filatelica….un coro che ha cantato a Pescara…e basta! Perché Luigi Dommarco, Luigi Illuminati, Cesare de Titta, Ottaviano Giannangeli, Giuseppe Di Pasquale, Antonio Di Jorio, Evandro Marcolongo, Luigi Brigiotti in Abruzzo e fuori Abruzzo debbono essere per forza degli “illustri sconosciuti”, mentre tutti conosceranno Salvatore di Giacomo, Libero Bovio, E.A. Mario, Ferdinando Russo, Ernesto Murolo? E non sanno che anche gli abruzzesi, specialmente Giulio Sigismondi e Antonio Di Jorio collaborarono con questi autori napoletani, prima che in Abruzzo nascessero le Piedigrotte, poi Maggiolate, dove rappresentare le loro canzoni! Ma la colpa di chi è? Degli abruzzesi, delle istituzioni che non valorizzano, se non minimamente e per intimi circoli, questi grandi poeti nostrani.

Eppure abbiamo materiale di repertorio capace, nella nostra terra, di tener testa a “Core ‘ngrato” o a “Era de maggio”, abbiamo melodie abruzzesi ricche di spirito e passione, che se ben eseguite, escono dalla rete e dallo stereotipo che purtroppo si è creato sulla canzone abruzzese, cioè che da dopo le Maggiolate, non sia più in grado di garantire passione e sentimento, che sia solamente una specie di saltarella ripetitiva con temi assai consueti e ultra-sfruttati e ripetuti, come l’amore, l’incontro alla fontana, la descrizione dell’innamorata, il saltarello, il ballo della vendemmia.

Sarebbe bello anche che oggi in Abruzzo ci fosse una conciliazione tra studiosi di canto popolare abruzzese, ossia di tradizione orale e non d’autore, e canto d’autore scritto occasionalmente per delle rassegne di Cori. Nella maggior parte, tra gli studiosi che oggi conosciamo della materia, l’uno fa alla guerra all’altro, stupidamente e distruttivamente, e lanciando sassi e parole infuocate dalle loro provinciali torrette d’avorio, contribuiscono costoro a rovinare il nome dell’Abruzzo, e a non diffondere presso il mondo, la nostra cultura.

La linea di demarcazione tra questi due generi di canzoni in Abruzzo, no desideriamo toglierla, o assottigliarla come possibile. Si rimprovera ai Cori nati negli anni ’20, indubbiamente spinti dagli Enti Dopolavoristi di Regime, indubbiamente nati per il canto e per i poeti, ma anche per rispondere a quel sentimento fascista di autocoscienza e di glorificazione delle tradizioni di un popolo, spesso per pura retorica che per fini veri, di aver creato una “finta” tradizione canora abruzzese. Che i poeti scrivevano canzoni non per tramandare la tradizione canora orale dei contadini e delle lavandaie, ma per desiderio proprio, creando una sorta di falso. E che dire allora della canzone tradizionale napoletana? Di “O sole mio?”. Tutti la cantano, eppure è d’autore! Dobbiamo cancellarla dalla memoria dei puristi della tradizione orale?

In questo lavoro vogliamo soffermarci sulla musica abruzzese di ambito “popolare” sviluppatasi dalla metà dell’800 sino alla fine del ‘900. In un altro lavoro che vorremo pubblicare su questo blog, tratteremo della storia musicale abruzzese, dai primi documenti medievali del XIII sec., sino al 1700. Basta considerare che i Cori nati nei primi del ‘900, molto hanno attinto dal popolo. Possiedono tutti dei coreuti, che eseguono gli assoli o i duetti, e gli elementi (da un minimo di 15 a un massimo di 30 o anche 50 elementi) cantano insieme. Così come le belle garzoncelle e pastorelle ritratte negli idilliaci dipinti di Michetti o Celommi. Come ricorda il M° Francesco Paolo Santacroce, direttore per vent’anni del Coro “Cantori di Ortona”, e direttore di vari altri Cori del chietino, tra cui quelli di San Vito, di Treglio, di Lanciano e Castelfrentano, la canzone popolare abruzzese è caratterizzata dalla presenza a due voci, ossia un duetto o un assolo per le strofe, e per i ritornelli ogni elemento del coro canta. Ma ci sono anche assoli, in alcuni casi, come nel “Lamento della vedova” di Scanno, oppure il canto a quattro voci, o anche il canto in cui tutto il coro esegue il pezzo, come in “Paese me” di Antonio Di Jorio.

2 – Un caso particolare: “Il Lamento della vedova” di Scanno

Interessante è l’articolo pubblicato sul giornale online “La Piazza di Scanno”, che citiamo. Alcune integrazioni sono nostre. L’articolo originale è consultabile qui: https://www.lapiazzadiscanno.it/news/2017/settembre/sapev92.asp
Dal Giambattista Basile. “Archivio di letteratura popolare”. Napoli 15 Luglio 1883 Vincenzo Simoncelli (1860-1917), professore universitario a Camerino, Pavia e Roma e deputato al Parlamento , ebbe molto a cuore il patrimonio storico-artistico della sua Terra (era natio di Sora ) collaborando, nella veste di redattore, fin dal primo numero con il Giambattista Basile. Archivio di Letteratura Popolare edito dal 1883 fino ai primi del 900 a Napoli. Il periodico fu diretto da Luigi Molinaro Del Chiaro (1850-1940), napoletano e studioso di tradizioni popolari delle regioni meridionali d’Italia . Alle pp. 54-55 del primo fascicolo egli rese pubblico “Il pianto della vedova di Scanno” a lui fatto conoscere da Giovanni Graziani di Villetta Barrea. Sul fascicolo n° 10 dello stesso anno, Antonio De Nino, celebre storico e demologo abruzzese, comunicava al direttore che il pianto si componeva di 17 strofe anziché 9 e che, intorno al 1830, era stato scritto da Sebastiano Mascetta di Colledimacine (Chieti). Questa versione è citata anche da Gennaro Finamore in un suo articolo sulla “Rivista Abruzzese di lettere, scienze e arti” di Teramo. Il Simoncelli fa precedere la trascrizione del testo da pochissime righe nelle quali si sofferma sul costume di Scanno che, da sempre, ha attirato l’attenzione degli studiosi e dei viaggiatori italiani e stranieri. Nelle prime quattro strofe la donna esprime tutta la sua disperazione per la scomparsa del marito e per il suo nuovo stato sociale che la costringe alla più completa solitudine materiale e morale. Prima, infatti, poteva contare su una piccola abitazione, ora invece è priva di qualsiasi riparo e soprattutto, di cibo per sé e per i figli che, di notte, implorano, ma invano, il pane. A nulla è valso il ricorrere alla pietà “de ju cumpare”, il testimone di matrimonio che, per consuetudine, in caso di morte del coniuge era tenuto a soccorrere la vedova. Alla strofa settima ella si paragona, vivente il marito, ad un’orsa opulenta mentre, dopo la sua scomparsa, è diventata “secca secca” e nessuno, neppure più un cane, si accorge del suo dramma e si rivolge a lei con dolcezza. Il pianto termina con la speranza che possa presto trovare un altro compagno, non importa se brutto come uno sterpo. Si riporta, la visione in copia, del testo originale del Simoncelli e della nota di Antonio De Nino. Purtroppo della versione raccolta da Mascetta, resta solo il testo, ma non lo spartito. A quei tempi non era ancora nato un senso pieno di conservazione delle melodie; non tutti sapevano scrivere sul pentagramma, e un vero lavoro di folklore lo faranno solo qualche anno più tardi Francesco Paolo Tosti e Ettore Montanaro. Possiamo ipotizzare che il lamento trenodico fosse simile alla versione Scannese, che Lomax registrerà dalla bocca del menestrello Giuseppillo Gavita.






Scura maie, viene pubblicata per la prima volta, in trascrizione testuale, nel 1992 nell’edizione critica, curata da Giorgio Morelli, dell’opera di Romualdo Parente (1737-1831) e definita come “esempio di lamento funebre: espressione di un’antica costumanza che doveva essere stata, tra i nostri progenitori, più che un uso , un rito”. ( Morelli G. “Zu matrimonio azz’uso e La Figlianna e Il Lamento della vedova a lui attribuibile. 1992.) “L’origine del Lamento Scannese , da tutti detto antichissimo e ritenuto come prezioso documento di letteratura popolare, deve farsi risalire al celebre scrittore Romualdo Parente nato e morto a Scanno ( 1735-1831) ; il quale – a detta dei locali- benché capacissimo di comporne anche uno migliore, volle importare il testo ( se non l’usanza) da Roccavalleoscura poi detta Roccapia, sotto il piano delle Cinquemiglia  poco ad oriente della stessa Scanno. E’ dunque un “canto funebre” delle zona Peligna sovrastante Sulmona: una testimonianza etnicamente interessante”. ( D.A. Lupinetti, Tradizioni socio-letterarie-melodiche dell’Abruzzo, in «  Rivista Abruzzese », XXXVI ( 1983), n°3, pp. 94-96). Vi è chi ritiene che , Scura maje, sia un canto popolare tipico della costa abruzzese meridionale, proveniente dall'altra sponda adriatica, che si è diffuso in Abruzzo con le migrazioni di popolazioni slave dal secolo XV in poi (G. Vettori - Il folk italiano. Canti e ballate popolari).

Infatti un’altra versione, più breve del canto, che noi conosciamo, è “Mare maje”, proveniente dal vastese. Fu trascritta da Luigi Anelli, poeta, storico e tipografo di Vasto. Nota anche con il titolo “La pechera spirdiute” (La pecorella smarrita, proprio a causa della morte del “montone”, il marito), fu eseguita da Antonietta D'Angelantonio, con il coro folkloristico di Vasto, la Corale “Schola Cantorum Histonium”, nel 1968, diretto dal maestro Antonio Zaccardi. La melodia della canzone è quella che oggi conosciamo di più, anche perché il brano fu armonizzato da vari altri maestri, in primis Ennio Vetuschi (1924-2021), e poi da Giuseppe Di Pasquale (1932-1998). Sulla questione della presunta “vastesità” della canzone, si è espresso Luigi Di Tullio nel suo contributo “Il ritorno della Vedova. Per una riappropriazione di una memoria vastese”, in Giornate di studi musicali abruzzesi. Atti del Convegno 2017-2018, ediz. Carabba, 2021. Di Tullio ricostruisce dapprima il modo in cui, dalla trascrizione di Anelli, con sole 3 strofe rispetto alle 17 della versione scannese, il canto fu elaborato e registrato da Zaccardi, e di come poi Vetuschi lo usò per la sua pubblicazione dei Canti popolari Abruzzesi con la Corale “Giuseppe Verdi” di Teramo. Inoltre fa notare come Vasto, essendo sulla costa, nei secoli fu influenzata dalla presenza slava e schiavona, e di come le prime strofe “Mare maje, scura maje, tu si muorte, e i che ffacce” ecc., siano simili alla celebre canzonetta di tradizione orientale “Maramao perché sei morto? Pane e vin non ti mancavan” ecc. queste melodie dice Di Tullio, sono note con delle differenze anche nei paesi slavi del Molise, come Acquaviva Collecroce, San Felice del Molise; in sostanza c’erano contatti forti culturali tra l’Abruzzo e gli Schiavoni, e certamente la canzone del Pianto della vedova era nota forse secoli prima dell’effettiva trascrizione ottocentesca ora nell’area di Scanno e Colledimacine, ora a Vasto. (vedi Vasto Gallery - Filippo Marino).

Torniamo alla tradizione di Scanno.

Il testo attribuibile a Romualdo Parente, si compone di 15 quartine con ritornello. Le 15 quartine furono pubblicate, verosimilmente utilizzando la stessa fonte, da Estella  Canziani con una trascrizione scorretta, in “ Through the Apennines and the lands of the Abruzzi, landscape and peasant life. W.Heffer & Sons Ltd, Cambridge, 1928”. Il testo raccolto da D.A. Lupinetti a Scanno nel 1952, dalla viva voce di “Giuseppille”, al secolo Giuseppe Gavita (1891-1978), si componeva di 9 quartine con ritornello, analogamente a quanto raccolto , sempre a Scanno, da Giovanni Graziani di Villetta Barrea a metà del diciannovesimo secolo e pubblicato dal Simoncelli nel 1883 sul Giovambattista Basile. Archivio di letteratura popolare. Il 5 dicembre del 1954 l’etno-musicologo americano Alan Lomax registrò a Scanno, tredici canti tra cui Scura Maje, sempre cantata da Giuseppille che si componeva di 10 quartine più il ritornello. (Da: The Alan Lomax Collection-Italian treasury- Abruzzo). Le concordanze tra i vari Lamenti oggi conosciuti, inducono a ritenere la loro comune dipendenza da un unico testo che potrebbe essere quello attribuibile a Romualdo Parente. (La fonte documentaria di questa ipotesi sarebbe il manoscritto Del Fattore, attualmente di proprietà di Francesco Del Fattore, nel quale è presente , assieme a Zu matrimonio azz’uso e la Figlianna , attribuibili sicuramente a Romualdo Parente, un terzo testo dialettale scannese , Scura maje - Povera me - Morelli G. “Zu matrimonio azz’uso e La Figlianna - Il Lamento della vedova a lui attribuibile. 1992. ). Con la Scura Maje Romualdo Parente sembrerebbe avere voluto completare la trilogia del ciclo della vita dell’uomo: nascita ,matrimonio, morte, servendosi del dialetto scannese, che con lui entra per la prima volta, a pieno diritto, nella letteratura popolare.

C’è infine un’altra ipotesi fatta da Giorgio Morelli nella sua edizione delle opere di Romualdo Parente, lui pensa che questa canzone fosse utilizzata nei lazzi carnevaleschi, in cui ancora oggi, e nei primi del ‘900, come ci hanno raccontato, in diverse comunità della regione ci si travestiva da donna per apparire più burleschi. Già nella seconda strofa di questa canzone: “So na pechera spirdiute, lu muntone m’ha lassate”, ecc., indurrebbe al riso, a significati allusivi alla sessualità, e dunque Morelli ha immaginato le scene carnascialesche di una figura che impersonava la vedova che non ha più da mangiare, e che si trascina per le strade e le porte, chiedendo del cibo…e immaginiamo il là di questa scena, il pensiero libidinoso che deve far scaturire negli astanti, una donna che è in cerca di piacevoli avventure per un po’ di pane, dopo che il marito è morto. Non a caso si è rilevato di come questa canzone dai cori improvvisati, a volte dopo la 17sima strofa, fosse continuata con altre strofe con contenuti osceni e allusivi. Una costante che è continuata sino ad oggi, basti pensare alle “continuazioni” di strofe che fa Roberto Mancinoni del gruppo folk “Lu Cantastorie” di Lanciano con la canzone Lu riflatore (di Giulio Sigismondi e Antonio Di Jorio, pubblicata con testo di sole 3 strofe), allungata sino a 10 strofe, oppure con la canzone popolare Occhio di vetro e gamba di gesso, che oggi spesso sentiamo eseguire nelle “compagnie” delle feste di Sant’Antonio abate o nelle osterie, dove gustosamente cambiano il testo, facendo combaciare parolacce rima per rima con la figura orripilante, ma ben prestante, della prostituta decantata. Tornando a noi, Morelli immagina che Parente si fosse voluto divertire con una sceneggiata simpatica, proprio come nei due poemetti sul matrimonio alla scannese, che nell’andamento melodico è assai differente da quello vastese, di derivazione slava. La canzone, nella versione zaccardiana o vetuschiana che dir si voglia, fu ripresa da Nino Rota per l’assolo di Mariangela Melato “Amara me’”, nel film di Lina Wertmuller: Film d’amore e d’anarchia, ovvero Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza. Anche se il contesto è del tutto diverso dalla filologia della canzone qui presente, notiamo come il riferimento alla prostituzione, collegandolo con l’ipotesi morelliana, sia sempre quello!

 3 – I primi armonizzatori e i trascrittori delle Canzoni abruzzesi nell’800 e i loro continuatori

Tra le prime arie abruzzesi “ricostruite”, abbiamo quelle alla zampogna. Edward Lear, che scrisse il suo Book of nonsense, nel 1843 compì un viaggio nell’Italia, e da Roma preferì seguire le orme, di altri viaggiatori del Grand Tour, spingendosi negli Abruzzi. Erano stati già illustrati nella corografia, nella descrizione dei monumenti delle maggiori città. Ma Lear fece di più, innanzitutto, cosa lodevole per un forestiero, si documentò con notevole precisione circa gli usi e i costumi dei locali, sulle vicende storiche delle città, attingendo alle fonti pubblicate, rappresentò portali e rosini di chiese e palazzi, e infine trascrisse delle arie degli zampognari, che riporta in appendice al suo volume del Viaggio illustrato in Italia.

Il primo brano è noto come “Aria dei pifferi”, suonato dai pifferai a Roma per l’Immacolata, nel santuari mariani. Lear riporta che ha sentito queste melodie tra gli Abruzzi e la Terra di Lavoro ossia l’area di Frosinone, e le ha trascritte. Naturalmente queste arie non sappiamo se fossero del tutto originarie dell’Abruzzo, o se provenivano da altri territori, e sono giunte per tradizione in Abruzzo, chissà quanto tempo fa! La zampogna non è uno strumento che vuole lo spartito, è umile, lo zampognaro a memoria tramandava i canti, e liberamente poteva alternare l’andamento ritmico, la ripetizione di un ritornello. Lear scrisse quel che trovò, sicuramente il prodotto di una “enciclopedia tribale” di tradizioni tramandate da secoli nelle aree montane del centro-sud Italia.

Basti pensare alla celebre Novena dell’Immacolata, che si suona anche in Abruzzo dallo zampognaro e dal ciaramellaro, noi conosciamo la versione dialettale del chietino, trascritta da padre Donatangelo Lupinetti da Castilenti (1909-2000); ma il tema della calendarizzazione della Natività di Gesù, dall’Angelo che appare a Maria sino al giubilo dei pastori alla gotta, è presente nelle novene di molte aree del sud Italia!

La seconda melodia riportata da Lear, è “Quanto sei bella Rondinella”, trascritta in Cittaducale, all’epoca nell’Abruzzo; la terza melodia è una “carnevalata” ascoltata nella piazza Obelisco in Tagliacozzo, dove si festeggiava, come ricorda Giovanni Pansa nei suoi studi, un festoso Carnevale.; il quarto e ultimo pezzo, molto breve, è un ritornello continuo e corale dei pellegrini al passo di Anversa degli Abruzzi, nelle gole del Sagittario.

Veniamo ora a un brano d’autore, il mov. III della “Serenata del montanaro” tratto dall’opera Il viaggio di Aroldo in Italia (1834) di Hector Berlioz, una piccola sinfonia fantastica di 45 min, in 5 movimenti, ispirata alla celebre opera di Lord George Byron. La serenata, che spesso molti ignorano, è ispirata alle arie dei pifferi abruzzesi, un montanaro fa la corte alla sua bella, che le risponde con assoli delicati. I critici si sono sbizzarriti nell’individuare la probabile matrice melodica che ispirò Berlioz, fatto sta che è difficile distingue la “rielaborazione” personale dell’autore dalla versione “originale” popolare. Originale è una parola grossa, perché presuppone un testo scritto, codificato entro precisi schemi e limiti, con un testo ufficiale, ma come sappiamo nel lavoro della filologia, questo approccio ai canti popolari abruzzesi è difficile, esistono diversi testimonia, molte varianti. E per questo resta complesso stabilire quale fu la matrice che ispirò il Berlioz nella composizione della sua serenata del III movimento, anche perché Berlioz traspose la musica in partiture per viola e violino, strumento sconosciuto all’epoca nel repertorio popolare abruzzese, i canti popolari si eseguivano liberamente, senza accompagnamento musicale, qualche strumento a percussione ci fu, a seguire vennero gli strumenti della banda, e poi negli anni ’30 la fisarmonica, o organetto. Resta indubbia l’ispirazione colta di questi compositori dalla viva voce del popolo. Brahma non avrebbe composto le sue rapsodie ungheresi senza l’aiuto dei girovaghi cantori zingari provenienti dai Balcani! Così nel nostro campo abruzzese, vediamo il Mahler, nel III movimento della 1° Sinfonia “Il Titano”, usare degli inseriti del “Lamento della vedova scannese”. Il movimento illustra il funerale degli animali al Cacciatore; il movimento inizia con un ritmo solenne e funebre, che altro non è che una rielaborazione in tonalità discendente, anziché ascendente, della melodia del “Fra Martino campanaro”. Mentre i bambini canterebbero giocosamente, innalzando il tono: “Suoni tu! Suoni tu!”, qui la campana suona per altri motivi, più lugubri e tristi, sembra accompagnare mesta il feretro nella foresta, insieme agli animali gementi. Dopo un’elaborazione di oboi e clarinetti sulle ultime note del “Fra Martino”,  gli oboi riprendono il motivo della Vedova piangente abruzzese, esattamente dal ritornello della “vulgata vastese”, anziché quella scannese, sembra di sentire il pianto “Mare maje, mare maje, scura maje, scura maje, mo m’accide, mo m’accide ‘ngoll’a tte!”. il compositore aquilano Camillo Berardi nel comunicarci questa curiosità, che ringraziamo assai, ipotizza che il Mahler avesse sentito questo motivo popolare del Pianto della vedova, e trovandolo di vero effetto, lo rielaborò per il suo funerale del Titano.

Antonio Bini si occupò di riportare il testo in un’armonizzazione per la zampogna, come doveva essere ab origine.

Anne MacDonell ecc

Lei come Lear, raccolse dei canti popolari, nella sua opera cita dei Canti del mandriano nell’area di Leonessa, ossia pecorari che si trasformavano in poeti e suonatori, che sapevano con grande umanità eseguire delle arie con una bella voce. Un intero capitolo dell’operetta è dedicato ai canti raccolti, raggruppando canti popolari e anche canti d’autore, come il madrigalista Serafino aquilano, vissuto nel ‘500, o il poeta vastese Gabriele Rossetti, vissuto nell’800. La stessa MacDonell ha affermato la sua difficoltà nel riprodurre per iscritto i canti, perché li ascoltava all’improvviso, queste ariette erano improvvisate alla libera, alla buona dalle contadine e dai lavoratori nei campi, venivano interrotti bruscamente per varie situazioni, oppure nei secoli hanno subito variazioni, hanno subito variazioni per diversi motivi, o per spostamento di un determinato gruppo di cantori in un’altra provincia, e da qui ne sono hate contaminazioni che a fatica si potrebbero distinguere caso per caso, e risolvere. Il tentativo di ricostruire un testo originale, una matrice, è arduo, se non impossibile!

Ecco cosa scrive:

"Quanno nascesti tu, nacqui pur ijo; Nacquero li destini tra de noi".

Ancora:

"Vijate chi te da lu prime vasce, Vijat'a chela cos' addové trace! Questo se cand'a tte, dolg-i-amor mije: Ca l'ombre che ffaje tu, quella so jije"

 Ma non solo la dolcezza dell'amore è argomento prediletto: "Vaj'a ll'infernu, spenzieratamende; Trov' nu vecchiu, ch'era stat'amande, E jji me jj'accosto, ssecretamende; Ji'isse: - Bhon vecchiu mé, che ppene fati? - Ji cambo mejje mo', quand' er' amande. Le pene de ll'infernu non zo gniende A cquelle che ppate tu, pover'amande".

 Ed ecco una canzone d'amore che un vecchio rivolge a una ragazza: "L'amore de li vecchi Mo te l acconte com e va; Nu fasce de rame de ficura, Fa lu fume e lu foc' nin fa". Questo è il ritornello della maggior parte di tali canti. Ho a s colta to "II canto d ella partenz a d el pastore" e m olto più s pess o qu ello de "Il ritorno d el pastore", a Pes cocosta n zo, a Sca n n o ed a ltrove.

A seguire riporta gli spartiti riscostruiti delle varie canzoni, soprattutto La partenza del pastore, e l’Appennesella, ovvero Ritorno del pastore

"Eccomi bella mia, son rivenuto. Le tue bellezze mi hanno richiamato Ora che a te vicino sono tornato Fedele a te s arò all infinito. Quando nascesti tu, fior di bellezza, Il sole ti donò il suo splendore; La luna ti donò la sua chiarezza, Cupido t'insegnò a far l'amore. Quanto sei cara, fior di Diana! Tieni la bellezza della luna; porti i capelli alla fuggiana. Il cuor mio per te si consuma. Bella, che delle belle regina sei, L'unico oggetto dei pensieri miei Fiore di ruta, Il mio cuore innamorato ti saluta"

Canto del lavoro

Ji meta meta e la faggijja mète, Ca la patrona ha ma da di la fjjje. Ni l a prum èss', e nni' m m i li vo' d aje Tutto lu grane je vijje scippaje"

 

Stornello d’amore

"Fióre de lemón e ffióre de lemone, La pan a cum m attute nghe la fam e, E le vedeille me va 'm brecissione. O bella, bella de la cicia custte, Puortem'a bbéve, ca me sè remboste; E d d a'm m e l acque, ne m m e d a' lu vine: Damme 'na rama de truzzemarine. Truzzemarina, vatten'a la Rocche; Va vvid e la bella m ì s'è vviv o m orte. se è vvive, bacittel'armlui'; Se è mmorte, facettel' ass eppelli ''

 

Invocazione della madre alla Madonna per il figlio malato

"Vieci, Madonna, vestite de Bianchi, purteje lu suonne e lìveje lu piante; viece, Madonna, vestite de rosce, purteje lu suonne, e liveje la tosce; viece, Madonna, vestite de nire, purteje lu suonne, e lìveje Ie pene ecc.

 

Anche Domenico Lanci ha registrato questo canto

Vincenzo Coccione, Giuseppe Di Pasquale e Antonio Piovano hanno registrato nelle aree contadine tra il chietino e il pescarese, la canzone “La mamma e la fijje”

 

Canti Tostiani

Il Tosti musicò “Marechiare” su versi del napoletano celebre Salvatore Di Giacomo

“Povera Maria!” pianto funebre sulla morte della fanciulla, che ora è da piangere nella tomba

“Dal petto il cor m’hai tolto”

“Mamma mamma, lasciami andare”, motivo popolare dell’area chietina “Mamma mamma voglio andare al convento”

“L’amor mio partì soldato”

“Tu nel tuo letto a far sogni d’oro”

“Mi dicon tutti quanti montagnola”

“Dammi un riccio dei capelli”

“Fanciullo, appena ti parlai d’amore”

 

I Canti della Terra d’Abruzzo di Ettore Montanaro, editi in cd dal Centro Istituto Nazionale Tostiano di Ortona.


3 – Come nacque la Canzone d’Abruzzo, le origini della Maggiolata di Ortona

 

1° MAGGIOLATA (PRIMA PIEDIGROTTA ABRUZZESE) – 3 MAGGIO 1920

L’Acquabbelle di Cesare de Titta – Guido Albanese

Lu piante de le fojje di Cesare de Titta – Guido Albanese

La canzone de li cetrune di Cesare de Titta – Guido Albanese

Caruline di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio

Vuccuccia d’ore di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio

La canzone de l’amore di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio

La nnazzecarelle di Cesare de Titta – Settimio Zimarino (come Ezio Marino)

St’amore di Cesare De Titta – Settimio Zimarino

L’amore me’ di Cesare de Titta – Settimio Zimarino

 

2° MAGGIOLATA – 2 MAGGIO 1921

Ere na vote di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio

La sartinelle di Luigi Dommarco – Guido Albanese

Core me’ di Guido Albanese

Li ceràsce di Cesare de Titta – Guido Albanese

Come ti stiè ‘ssulà di Alfredo Luciani – Francesco Alpestri

Nen c-‘abbadà di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio

La serenate di Cesare de Titta – Guido Albanese

Renelelle di Cesare de Titta – Settimio Simarino (come Ezio Marino)

 

PARENTESI 1° FESTA DELLE CANZONI DEL SETTEMBRE LANCIANESE, 8 SETTEMBRE 1921

Copiate le canzoni dalla 1 e 2 maggiolata di Ortona

 

PARENTESI FESTA DELLE CANZONI CASTELLINE DEL 1921 E 1922

PARENTESI FESTA SETTIMANA ABRUZZESE PESCARA 1922

 

3° MAGGIOLATA – 8 MAGGIO 1922

Vola vola vola di Luigi Dommarco – Guido Albanese

Lassateme durmì! di Luigi e Camillo Renzetti

Sturnellate de magge di Pier Andrea Brasile

Mare nostre di Luigi Illuminati – Antonio Di Jorio

A cor’a ccore di Eduardo Di Loreto – Pierino Liberati

Povere ggirasole! di Giulio Sigismondi – Guido Albanese

M’ha ditte ca scì di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta

Stella di Luigi Illuminati – Antonio Di Jorio

 

 

4° MAGGIOLATA – 7 MAGGIO 1923

La Maggiajole di Luigi Dommarco – Guido Albanese

La partenze de li pecurèle di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco

‘Mbaradìse di Nino Saraceni – Ettore Montanaro

Ssà nèe di Cesare de Titta – Settimio Zimarino

Tonna tonna di Eduardo Di Loreto – Pierino Liberati

Lu ritorne de lu marinare di Nicola Farinelli – Tommaso De Francesco

Quanta sì belle! di Antonio Ambrosini – Carlo Massangioli

Vola canzone di Eduardo Di Loreto – Vito Olivieri

Lu carre nove di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco

La palummella pirdute di Giulio Sigismondi – Guido Albanese

Affàccite tisore di Nino Saraceni, Attilio Fuggetta

A la villegne di Oberdan Merciaro – N. Cama

Terra d’Oro – La smarroccature (primo quadro)  di Luigi Dommarco – Guido Albanese

COMMENTO

 

5° MAGGIOLATA – 5 MAGGIO 1924

Paisanelle di Luigi Dommarco – Guido Albanese

La tele de l’amore di Nino Saraceni – Ettore Montanaro

Rusine di Antonio Ambrosini – A. Ricchiuti

Care amore di Eduardo Di Loreto – Vito Olivieri

L’uttema canzone di Luigi Dommarco – Guido Albanese

L’amore quande cante di Antonio Ambrosini – Carlo Massangioli

Lu prim’amore di Luigi Dommarco – Cristo Sorrentino

Lu niducce di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta

 

COMMENTO

 

6° MAGGIOLATA – 4 MAGGIO 1925

Nisciune è come te di Luigi Dommarco – Guido Albanese

Quande tu piesse di Cesare de Titta – Settimio Zimarino

Ciel’e mmare di Luigi Illuminati – Antonio Di Jorio

Pe’ na vuccuccia rosce di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco

Da lu colle a la marine di Nino Saraceni – Ettore Montanaro

Canzone d’atre tiempe di Eugenio Cirese

Santa Marije di Eduardo Di Loreto – Pierino Liberati

Serenatella stunate di Evandro Marcolongo(come C. M. D’Evrano), Antonio Di Jorio

Genta nostre di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta

Lu Currede di Eduardo Di Loreto – Vito Olivieri

Cuncè, quanta sì belle di Antonio Ambrosini – Carlo Massangioli

Palummella d’ore di Luigi Dommarco – Giuseppe Paparella

Quande cale lu sole di Vittorio Clemente – M. Siciliani

L’Amore cante di Oberdan Merciaro – A. Ricchiuti

‘Na succiarelle pi’ stu core di Nino Saraceni – Ettore Montanaro

Catarine di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio

Terra d’Ore – Quand’arvè le prime rose (secondo quadro) di Luigi Dommarco – Guido Albanese

 

COMMENTO

 

7° MAGGIOLATA – 3 MAGGIO 1926

Matalène di Vincenzo Ranalli – Camillo De Nardis

Lu vèsce di Luigi Dommarco – O. Ranalli

Se tu ti spuosi a mme di Luigi Dommarco – Guido Albanese

Passione di Cesare de Titta – Settimio Zimarino (come Ezio Marino)

La semene di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco

‘Mmezz’allare di Nino Saraceni – Ettore Montanaro

La partenze di Cesare de Titta – Guido Albanese

La ciardeniere di Cesare de Titta – Ettore Montanaro

Senza mamma di Giulio Sigismondi – Arturo Colizzi

A.BI.CI di Eduardo Di Loreto – Viti Olivieri

Vasce e cirasce di Nino Saraceni – A. Ricchiuti

Si vvu minì nghe mme di Luigi e Camillo Renzetti

Lu ndruvarelle di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta

Saltarelle di Ottorino Lazzarini – S. Puca

Marinaresche di Nicola Farinelli – Giuseppe Paparella

Ucchiune bille di Antonio Ambrosini – Carlo Massangioli

Ssa risatelle! di Oberdan Merciaro – Stefano “Fanuccio” Fiorentino

Aria di notte di Eugenio Cirese

Terra d’Ore – La vellegne (terzo e ultimo quadro) di Luigi Dommarco – Guido Albanese

 

 

8° MAGGIOLATA  - 2 MAGGIO 1927

Senza core di Luigi Dommarco – Guido Albanese

La dodde di Luigi Dommarco – Arturo De Cecco

Lu ruanelle di Cesare de Titta – Ettore Montanaro

A lu tempe di lu ‘rane di Oberdan Merciaro – Francesco Tancredi

La mostre di L. Cordomma (Luigi Dommarco) – A. Ricchiuti

Vijète a cchi ti spose di Luigi Dommarco – Guido Albanese

Lu starucce di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta

Funiculà funiculì di Antonio Ambrosini – Attilio Fuggetta

Foot-ball di Antonio Ambrosini – Giuseppe Paparella

Na marinarelle di Oberdan Merciaro – Tommaso De Francesco

Me vulesse fa’ tissute di Ottorino Lazzarini – R. Recchia

Giuvine di Vincenzo Libertini – A. Bartoletti

 

 

9° MAGGIOLATA – 7 maggio 1928

Urtona belle di Luigi Dommarco – L. Di San Marco (Guido Albanese)

Li sturnelle de la prumesse di Oberdan Merciaro – Ettore Montanaro

Nen cante cchiù di Luigi Dommarco – Ottorino Ranalli

‘N cim’a a la Majelle di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco

Se Ddi’ vo’ di Cesare de Titta – Guido Albanese

Lu mare fa feste di Nino Saraceni – Francesco Tancredi

Famme na fatture di Nicola Farinelli – Vito Olivieri

Lu core de la femmine di Luigi Dommarco – Guido Albanese

La vattiture de lu line di Oberdan Merciaro – Ettore Montanaro

Aria di Natale di Guido Albanese

 

 

10° MAGGIOLATA – 26 MAGGIO 1929

‘Nnammuratella me’ di Luigi Dommarco – Guido Albanese

Lu nide di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco

Ninna nanne di Cesare de Titta – Settimio Zimarino (come Ezio Marino)

Lu pentimente di Luigi Dommarco – Ottorino Ranalli

Zurre zurre di Nino Saraceni – Francesco Tancredi

Che splindore te’ sta scianne di Nino Saraceni – Ettore Montanaro

Madonna che passione di Guido Albanese

Nen te marite cchiù di A. Tattoni, Attilio Fuggetta

Stu paesette me’ di Eduardo Di Loreto – Pierino Liberati

Nin ti pozze vedè di Nicola Farinelli – Olindo Jannucci

A lu mole di Cesare Fagiani – Vito Olivieri

Ci po’ venì di Oberdan Merciaro – Vito Olivieri

Donne alla fonte (Danze delle conche) elaborazione di Camillo De Nardis

Lu piante de le fojje (1920)

La smarroccature – Terra d’ore (1923).

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