Cenni di Storia sulla Canzone popolare abruzzese, dall’800 a Guido Albanese - Parte prima
di Angelo Iocco
Introduzione
Questo scritto non si propone di essere uno studio completo e
soddisfacente della Canzone abruzzese, quanto piuttosto uno strumento per
fornire un solco da seguire, e anche volendo modificare con nuovi documenti e
scoperte, per far comprendere cosa sia stata e cosa sia, e quanto rimane della
Canzone abruzzese. Sembra strano che noi che ci accingiamo a scrivere questo
articoletto, data la nostra giovane età, allo stato attuale rimaniamo
sconcertati dallo stato di grave ignoranza che incombe sulla Storia della
musica della Nostra Regione. Stato di ignoranza che dilaga dalle nostre piccole
province al resto d’Italia circa lo stato della conoscenza dei nostri Cori, dei
nostri cavalli di battaglia in gran parte estratti dai libretti delle storiche
Maggiolate di Ortona o dalle Settembrate di Pescara, o dalle arie popolari
rielaborate da valenti maestri di Coro. Molti di questi allo stato attuale sono
caduti nel dimenticatoio; non risulta un programma “unificato” da parte della
Regione di valorizzazione del patrimonio canoro locale, soprattutto quello
folkloristico, ovvero le canzoni d’autore, che poi sì sono divenute di
tradizione popolare, ma hanno avuto una data di composizione, dei compositori,
e in uno specifico contesto. Tutto ciò attualmente, salvo alcuni valenti
studiosi che si muovono nelle biblioteche, piuttosto che alla ricerca di like e
commenti facili nel marasma di internet e dei social, non viene considerato. Ci
si sarà chiesti magari come nacque la celebre Vola vola vola, chi furono
questi nebulosi Luigi Dommarco e Guido Albanese che la scrissero, e perché, in
che contesto, per quale gara canora? Di certo la canzone avrà una certa età,
guarda caso nel 2022 compie cent’anni dalla nascita, e di certo moli l’avranno
scoperta per la triste imitazione fattane da Maurizio Crozza per sbeffeggiare
Antonio Razzi, fornendo de facto un’altra ennesima immagine sfigurata e falsa
di un Abruzzo ignorante, contadinesco, dove il tempo sembra non esistere, dove
tutti ballano, dove c’è il gusto e il compiacimento meravigliato
dell’intellettuale per quel folklore ignoto, che però folklore non è, sono
quattro stracci cuciti alla buona, per dare parvenza di un costume tipico
arrangiato alla meno peggio, preconfezionato per darlo in pasto al pubblico
ignorante pagante, per solleticare i suoi appetiti preconcetti!
Terminando questa introduzione, invitando chi di dovere a studiare, così
come chi intenda fare una seria ricerca sugli aspetti poco conosciuti
dell’Abruzzo, come ad esempio una ricostruzione della storia musicale regionale
per quanto riguarda l’attività svolta dalla fine dell’800 alla fine del ‘900,
noi speriamo che questo articoletto riesca ad essere di gradimento, e a fornire
utili ragguagli per seguire una pista. Non siamo ancora riusciti a capire il
perché di tanto lassismo, generato e ampliato soprattutto negli ultimi tempi da
internet, con articoli copincollati “male” (sic) da testi di studi, e
puntualmente e pecorecciamente ricopiati da altri siti e social, twittati da un
link ad un altro, senza nemmeno sapere di cosa tratti, o quali errori possano
contenere. Ma abbiamo capito che spesso e purtroppo, alcuni soggetti, che si
definiscono cultori della musica e delle tradizioni abruzzesi, per mettersi in
mostra davanti al solito pubblico di ammiratori e ammiratrici, anche a
pagamento, furbescamente si appropriano, e si sono appropriati della paternità
di canzoni, o hanno modificato, per estendere il campo dell’indagine,
tradizioni popolari, racconti e storie, senza citare la fonte o la paternità,
con scopo di cucire i loro personali spettacolini da orchestrina, e passare un
evento in allegria, nella beata ignoranza, generando danno per sé stessi, per
chi li ascolta, e soprattutto per le emittenti tv che vanno a riprenderli, e
che poi li presentano, anche nei giornali, come esperi della materia, invitando
a seguire il loro metodo! Come si fa a seguire persone che parlando di
folklore, e che non sanno nemmeno scrivere una nota sul pentagramma? Vanno
considerati semplicemente come “cantastorie del web”, e come tali vanno trattati.
Poi chi desidera seguirli, faccia pure, ma che sia dato a Cesare quel che è di
Cesare, ossia che si dia la giusta importanza a chi compie studi con fatica,
ricerca, con sacrifici personali, che sia data a costoro la giusta risonanza, e
il giusto riconoscimento per gli sforzi profusi, al posto di concentrarsi tutti
come “le pecore al pascolo” di dannunziana memoria, nel seguire i pifferai da
web che si sbracciano con sonelli, sonaglietti e versi “taglia-cuci”
ulteriormente copiati da altri poeti d’Abruzzo, come se loro pretendessero un
riconoscimento per aver creato qualcosa di originale, solo perché troppo furbi
nell’aver scovato qualche antologia di versi di difficile consultazione in
qualche biblioteca di un paesino d’Abruzzo (cosa ancora grave la scarsa
conoscenza da parte degli abruzzesi dei loro stessi poeti, De Titta e Della
Porta a parte…forse), soltanto per scarsezza di conoscenza da parte del grande
pubblico…abruzzese…e figurarsi fuori Regione! E come, ci è stato raccontato,
arrossiscono di rabbia quando qualcuno in pubblico li smaschera, chiedendo loro
di citare la fonte di provenienza, come nel caso dei troppi plagiatori de L’arta
cchiù prelibbate di Sigismondi, o A la fiera di Lanciane
dell’Albanese, che spesso ci è capitato di notare in siti pubblicazioni in dischi e audiocassetta con
la dicitura “canto popolare”, ovvero “anonimo”.
Lo studio nostro, benché incompleto, e ce ne scusiamo, si è basato sulla
conoscenza del materiale, sulle interviste e le conversazioni con varie
personalità della materia quali Francesco Paolo Santacroce, Vincenzo e Camillo
Coccione, Luciano Flamminio, gli eredi di Pierino Liberati, Mimmo Sciascia,
Filippo Marino, Luigi Di Tullio, Concezio Leonzi, Carlo Mantini, Pasquale De
Rosa e tanti altri. Molti ex maestri e compositori di canzoni corali che hanno
visto la gloria negli anni ’70 e ’90 con la direzione dei Cori, la
partecipazione a varie gare di canto come il Vernaprile di Teramo, La
Settembrata, le Feste dei Cori a Ortona e Lanciano, la Festa dell’Uva di Atri ecc,
possiedono degli archivi di musica preziosissimi con riviste, pubblicazioni,
audiocassette, nastri registrati ormai introvabili, di cui non esistono copie.
Sarebbe auspicabile che si istituisse un Comitato Regionale per la salvaguardia
di questo materiale, e un Museo e Centro di documentazione specializzato pe la
raccolta d’archivio, come nel caso del folklore presso il Museo Genti d’Abruzzo
di Pescara, l’archivio don Nicola Jobbi a Cerqueto di Fano Adriano, l’Archivio
“Antonio Di Jorio” di Atri, l’archivio G. Albanese di Ortona, il Museo archivio
Coccione di Poggiofiorito, e altri che al momento ci sfuggono. Ma manca un Ente
regionale, che garantisca la continuità di questo materiale, cartaceo e
audiovisivo, che sia messo a disposizione degli studiosi regolarmente, e non in
base alle esigenze e ai momenti liberi dell’anziano compositore, o della locale
Pro-loco. Trattasi di materiale canoro del Nostro Abruzzo, quel “nostro
Abruzzo” tanto sbandierato da politica e associazioni varie, e i soliti
chitarrai del web, con una pretesa rivendicazione di un orgoglio senza volto,
senza contorni e “solidità” ben definita. Ma vabbè, basta che lo si dice, che
lo si grida, e i precordi della goduria vibrano!
Questo materiale, e molto materiale, come ci è stato detto, raccolto da
vari direttori di Coro, o per ignoranza, o per lassismo, o per sciaguratezza, è
andato disperso, o rischia di andare disperso un domani, quando non ci sarà più
un continuatore della ricerca, quando questi poveri Maestri che tanto hanno
fatto per accresce e il patrimonio Canoro d’Abruzzo con nuovi canti e nuovi
cori, moriranno. Muore un anziano, chiude una biblioteca! E quanti aneddoti,
che spesso non sono scritti suo libri, ma si tramandano oralmente, andranno
dimenticati per sempre circa il nostro argomento! Ma per ora pare che questo
discorso sia da rimandare, chissà, a data da destinarsi. Per ora ci tocca, in
alcuni casi, stare a sentire orchestrine metal che cercano di
“contemporaneizzare” le canzoni abruzzesi con oscene riproposizioni in chiave
rock di Lu piante de le fojje, o continuare a falsificare e plagiare
autori proponendo la canzone A core a core di Di Loreto e Liberati con
la dicitura “canto anonimo rielaborato da me!”
Non è nostra intenzione offrire un quadro sconfortate o disfattista, ma anzi, chiamare in causa chi ama la vera Musica Abruzzese, a fare la sua parte, a divulgarla fornendo notizie esatte, e a smascherare gli impostori che copiano o plagiano, e che ledono il buon nome del nostro, quello vero, Abruzzo!
1 - Distinzione tra canzone popolare e Canzone d’autore, cosa sono le armonizzazioni e le loro differenze
L’ignoranza, nel senso di chi ignora e di chi manipola arbitrariamente
sapendo di errare, che ammorba il contesto della canzone abruzzese è ben
evidente; da una parte ci sono buoni studiosi che pubblicano libri e saggi di
studi (un bel compendio recente che ci riguarda è “Il folk revival in Abruzzo”
di Domenico Di Virgilio, Gianfranco Miscia, Gianluca Tarquinio, su Il
Saggiatore, 2017); dall’altra gli improvvisatori, i piazzisti che davanti a un
pubblico ignorante a teatro o in piazza, raccontano qualsiasi balla
immaginabile. E purtroppo constatiamo, almeno in terra Frentana, che i
piazzisti si sono sparpagliati anche nelle rievocazioni di importanti fatti
storici per cui tanto oggi ci si batte il petto.
Oggi il revival del folklore in Abruzzo è cosa buona e giusta, purché si
faccia con criterio e con giusto rigore, e in modo che chiunque organizzatore
di eventi, anche se non sia uno storico stampato, abbia almeno un minimo di
coscienza e di rispetto verso ciò di cui si va trattando. La musica abruzzese è
bella sì, ma nel revival non deve essere un impasto indigesto di tutto e
niente, dove qualunque sviolinata, qualunque chitarrata, qualunque
imbastardimento melodico con l’organetto per modernizzare un De Titta o un Di
Jorio va bene eccome, per stuzzicare il gusto del pubblico pagante. Questo non
è rispetto per la tradizione musicale, è autentica prostituzione. Prostituzione
che genera ignoranza e che invoglia le giovani generazioni, o a rifiutare con
disgusto e indifferenza (roba da vecchi insomma), o a perseguire questi
pifferai incantatori nei loro errori, e anzi a cambiare arbitrariamente con
nuove armonizzazioni aliene le melodie già perfette così come sono dei pentagrammi,
sempre per il gusto quasi impellente di modernizzare, attualizzare. Certamente
si può fare qualche eccezione alla regola, purché queste persone ci dimostrino
di essere del tenore di un Ennio Vetuschi con i suoi Canti popolari d’Abruzzo,
1955, o un Giuseppe Di Pasquale che riarmonizzò famosi canti abruzzesi
tradizionali! Altrimenti si taccia!!
Altra questione, di cui ci dispiace constatare in Abruzzo, almeno da
quel che ci è parso, è che nella nostra regione non si è formata pienamente un
senso di autocoscienza del proprio patrimonio canoro, come a Napoli, con la
“canzone napoletana”. Non vogliamo dire che gli abruzzesi rifiutino le melodie
di “Vola vola vola” o “Tutte le funtanelle”, ma non sanno spesso, come già
accennato, chi ne furono gli autori, perché furono composte, in che contesto?
Basti vedere come è stato (non) festeggiato il centesimo compleanno della
canzone-inno d’Abruzzo di Albanese e Dommarco, una mostra filatelica….un coro
che ha cantato a Pescara…e basta! Perché Luigi Dommarco, Luigi Illuminati,
Cesare de Titta, Ottaviano Giannangeli, Giuseppe Di Pasquale, Antonio Di Jorio,
Evandro Marcolongo, Luigi Brigiotti in Abruzzo e fuori Abruzzo debbono essere
per forza degli “illustri sconosciuti”, mentre tutti conosceranno Salvatore di Giacomo, Libero Bovio, E.A. Mario, Ferdinando Russo, Ernesto
Murolo?
E non sanno che anche gli abruzzesi, specialmente Giulio Sigismondi e Antonio
Di Jorio collaborarono con questi autori napoletani, prima che in Abruzzo
nascessero le Piedigrotte, poi Maggiolate, dove rappresentare le loro canzoni!
Ma la colpa di chi è? Degli abruzzesi, delle istituzioni che non valorizzano,
se non minimamente e per intimi circoli, questi grandi poeti nostrani.
Eppure abbiamo materiale di repertorio capace, nella
nostra terra, di tener testa a “Core ‘ngrato” o a “Era de maggio”, abbiamo
melodie abruzzesi ricche di spirito e passione, che se ben eseguite, escono
dalla rete e dallo stereotipo che purtroppo si è creato sulla canzone
abruzzese, cioè che da dopo le Maggiolate, non sia più in grado di garantire
passione e sentimento, che sia solamente una specie di saltarella ripetitiva con
temi assai consueti e ultra-sfruttati e ripetuti, come l’amore, l’incontro alla
fontana, la descrizione dell’innamorata, il saltarello, il ballo della
vendemmia.
Sarebbe bello anche che oggi in Abruzzo ci fosse una
conciliazione tra studiosi di canto popolare abruzzese, ossia di tradizione
orale e non d’autore, e canto d’autore scritto occasionalmente per delle
rassegne di Cori. Nella maggior parte, tra gli studiosi che oggi conosciamo
della materia, l’uno fa alla guerra all’altro, stupidamente e distruttivamente,
e lanciando sassi e parole infuocate dalle loro provinciali torrette d’avorio,
contribuiscono costoro a rovinare il nome dell’Abruzzo, e a non diffondere
presso il mondo, la nostra cultura.
La linea di demarcazione tra questi due generi di canzoni in Abruzzo, no
desideriamo toglierla, o assottigliarla come possibile. Si rimprovera ai Cori
nati negli anni ’20, indubbiamente spinti dagli Enti Dopolavoristi di Regime,
indubbiamente nati per il canto e per i poeti, ma anche per rispondere a quel
sentimento fascista di autocoscienza e di glorificazione delle tradizioni di un
popolo, spesso per pura retorica che per fini veri, di aver creato una “finta”
tradizione canora abruzzese. Che i poeti scrivevano canzoni non per tramandare
la tradizione canora orale dei contadini e delle lavandaie, ma per desiderio
proprio, creando una sorta di falso. E che dire allora della canzone
tradizionale napoletana? Di “O sole mio?”. Tutti la cantano, eppure è d’autore!
Dobbiamo cancellarla dalla memoria dei puristi della tradizione orale?
In questo lavoro vogliamo soffermarci sulla musica abruzzese di ambito
“popolare” sviluppatasi dalla metà dell’800 sino alla fine del ‘900. In un
altro lavoro che vorremo pubblicare su questo blog, tratteremo della storia
musicale abruzzese, dai primi documenti medievali del XIII sec., sino al 1700.
Basta considerare che i Cori nati nei primi del ‘900, molto hanno attinto dal
popolo. Possiedono tutti dei coreuti, che eseguono gli assoli o i duetti, e gli
elementi (da un minimo di 15 a un massimo di 30 o anche 50 elementi) cantano
insieme. Così come le belle garzoncelle e pastorelle ritratte negli idilliaci
dipinti di Michetti o Celommi. Come ricorda il M° Francesco Paolo Santacroce,
direttore per vent’anni del Coro “Cantori di Ortona”, e direttore di vari altri
Cori del chietino, tra cui quelli di San Vito, di Treglio, di Lanciano e
Castelfrentano, la canzone popolare abruzzese è caratterizzata dalla presenza a
due voci, ossia un duetto o un assolo per le strofe, e per i ritornelli ogni elemento
del coro canta. Ma ci sono anche assoli, in alcuni casi, come nel “Lamento
della vedova” di Scanno, oppure il canto a quattro voci, o anche il canto in
cui tutto il coro esegue il pezzo, come in “Paese me” di Antonio Di Jorio.
2 – Un caso particolare: “Il Lamento della vedova” di Scanno
|
Scura maie,
viene pubblicata per la prima volta, in trascrizione testuale, nel 1992
nell’edizione critica, curata da Giorgio Morelli, dell’opera di
Romualdo Parente (1737-1831) e definita come “esempio di lamento
funebre: espressione di un’antica costumanza che doveva essere stata, tra i
nostri progenitori, più che un uso , un rito”. ( Morelli G.
“Zu matrimonio azz’uso e La Figlianna e Il Lamento della vedova a lui
attribuibile. 1992.) “L’origine del Lamento Scannese , da tutti
detto antichissimo e ritenuto come prezioso documento di letteratura
popolare, deve farsi risalire al celebre scrittore Romualdo Parente nato e
morto a Scanno ( 1735-1831) ; il quale – a detta dei locali- benché
capacissimo di comporne anche uno migliore, volle importare il testo ( se non
l’usanza) da Roccavalleoscura poi detta Roccapia, sotto il piano delle
Cinquemiglia poco ad oriente della stessa Scanno. E’ dunque un “canto
funebre” delle zona Peligna sovrastante Sulmona: una testimonianza etnicamente
interessante”. ( D.A. Lupinetti, Tradizioni
socio-letterarie-melodiche dell’Abruzzo, in « Rivista Abruzzese »,
XXXVI ( 1983), n°3, pp. 94-96). Vi è chi ritiene che , Scura
maje, sia un canto popolare tipico della costa abruzzese meridionale,
proveniente dall'altra sponda adriatica, che si è diffuso in Abruzzo con le
migrazioni di popolazioni slave dal secolo XV in poi (G. Vettori - Il
folk italiano. Canti e ballate popolari). Infatti un’altra versione, più breve del canto, che noi conosciamo, è “Mare maje”, proveniente dal vastese. Fu trascritta da Luigi Anelli, poeta, storico e tipografo di Vasto. Nota anche con il titolo “La pechera spirdiute” (La pecorella smarrita, proprio a causa della morte del “montone”, il marito), fu eseguita da Antonietta D'Angelantonio, con il coro folkloristico di Vasto, la Corale “Schola Cantorum Histonium”, nel 1968, diretto dal maestro Antonio Zaccardi. La melodia della canzone è quella che oggi conosciamo di più, anche perché il brano fu armonizzato da vari altri maestri, in primis Ennio Vetuschi (1924-2021), e poi da Giuseppe Di Pasquale (1932-1998). Sulla questione della presunta “vastesità” della canzone, si è espresso Luigi Di Tullio nel suo contributo “Il ritorno della Vedova. Per una riappropriazione di una memoria vastese”, in Giornate di studi musicali abruzzesi. Atti del Convegno 2017-2018, ediz. Carabba, 2021. Di Tullio ricostruisce dapprima il modo in cui, dalla trascrizione di Anelli, con sole 3 strofe rispetto alle 17 della versione scannese, il canto fu elaborato e registrato da Zaccardi, e di come poi Vetuschi lo usò per la sua pubblicazione dei Canti popolari Abruzzesi con la Corale “Giuseppe Verdi” di Teramo. Inoltre fa notare come Vasto, essendo sulla costa, nei secoli fu influenzata dalla presenza slava e schiavona, e di come le prime strofe “Mare maje, scura maje, tu si muorte, e i che ffacce” ecc., siano simili alla celebre canzonetta di tradizione orientale “Maramao perché sei morto? Pane e vin non ti mancavan” ecc. queste melodie dice Di Tullio, sono note con delle differenze anche nei paesi slavi del Molise, come Acquaviva Collecroce, San Felice del Molise; in sostanza c’erano contatti forti culturali tra l’Abruzzo e gli Schiavoni, e certamente la canzone del Pianto della vedova era nota forse secoli prima dell’effettiva trascrizione ottocentesca ora nell’area di Scanno e Colledimacine, ora a Vasto. (vedi Vasto Gallery - Filippo Marino). Torniamo alla tradizione di Scanno. Il testo attribuibile a Romualdo Parente, si compone
di 15 quartine con ritornello. Le 15 quartine furono pubblicate,
verosimilmente utilizzando la stessa fonte, da Estella Canziani con una
trascrizione scorretta, in “ Through the Apennines and the lands of
the Abruzzi, landscape and peasant life. W.Heffer & Sons Ltd,
Cambridge, 1928”. Il testo raccolto da D.A. Lupinetti a Scanno
nel 1952, dalla viva voce di “Giuseppille”, al secolo Giuseppe
Gavita (1891-1978), si componeva di 9 quartine con ritornello, analogamente
a quanto raccolto , sempre a Scanno, da Giovanni Graziani di Villetta Barrea
a metà del diciannovesimo secolo e pubblicato dal Simoncelli nel 1883
sul Giovambattista Basile. Archivio di letteratura popolare. Il
5 dicembre del 1954 l’etno-musicologo americano Alan Lomax registrò a Scanno,
tredici canti tra cui Scura Maje, sempre cantata da Giuseppille che
si componeva di 10 quartine più il ritornello. (Da: The Alan
Lomax Collection-Italian treasury- Abruzzo). Le concordanze tra
i vari Lamenti oggi conosciuti, inducono a ritenere la loro
comune dipendenza da un unico testo che potrebbe essere quello attribuibile a
Romualdo Parente. (La fonte documentaria di questa ipotesi sarebbe il
manoscritto Del Fattore, attualmente di proprietà di Francesco Del Fattore,
nel quale è presente , assieme a Zu matrimonio azz’uso e la
Figlianna , attribuibili sicuramente a Romualdo Parente, un terzo
testo dialettale scannese , Scura maje - Povera me - Morelli
G. “Zu matrimonio azz’uso e La Figlianna - Il Lamento della vedova a lui
attribuibile. 1992. ). Con la Scura Maje Romualdo
Parente sembrerebbe avere voluto completare la trilogia del ciclo della vita
dell’uomo: nascita ,matrimonio, morte, servendosi del dialetto
scannese, che con lui entra per la prima volta, a pieno diritto, nella
letteratura popolare. |
C’è infine un’altra ipotesi fatta da Giorgio Morelli nella sua edizione
delle opere di Romualdo Parente, lui pensa che questa canzone fosse utilizzata
nei lazzi carnevaleschi, in cui ancora oggi, e nei primi del ‘900, come ci
hanno raccontato, in diverse comunità della regione ci si travestiva da donna
per apparire più burleschi. Già nella seconda strofa di questa canzone: “So na
pechera spirdiute, lu muntone m’ha lassate”, ecc., indurrebbe al riso, a
significati allusivi alla sessualità, e dunque Morelli ha immaginato le scene
carnascialesche di una figura che impersonava la vedova che non ha più da
mangiare, e che si trascina per le strade e le porte, chiedendo del cibo…e
immaginiamo il là di questa scena, il pensiero libidinoso che deve far
scaturire negli astanti, una donna che è in cerca di piacevoli avventure per un
po’ di pane, dopo che il marito è morto. Non a caso si è rilevato di come
questa canzone dai cori improvvisati, a volte dopo la 17sima strofa, fosse
continuata con altre strofe con contenuti osceni e allusivi. Una costante che è
continuata sino ad oggi, basti pensare alle “continuazioni” di strofe che fa
Roberto Mancinoni del gruppo folk “Lu Cantastorie” di Lanciano con la canzone Lu
riflatore (di Giulio Sigismondi e Antonio Di Jorio, pubblicata con testo di
sole 3 strofe), allungata sino a 10 strofe, oppure con la canzone popolare Occhio
di vetro e gamba di gesso, che oggi spesso sentiamo eseguire nelle
“compagnie” delle feste di Sant’Antonio abate o nelle osterie, dove
gustosamente cambiano il testo, facendo combaciare parolacce rima per rima con
la figura orripilante, ma ben prestante, della prostituta decantata. Tornando a
noi, Morelli immagina che Parente si fosse voluto divertire con una sceneggiata
simpatica, proprio come nei due poemetti sul matrimonio alla scannese, che
nell’andamento melodico è assai differente da quello vastese, di derivazione
slava. La canzone, nella versione zaccardiana o vetuschiana che dir si voglia,
fu ripresa da Nino Rota per l’assolo di Mariangela Melato “Amara me’”, nel film
di Lina Wertmuller: Film d’amore e d’anarchia, ovvero Stamattina alle 10 in
via dei Fiori nella nota casa di tolleranza. Anche se il contesto è del
tutto diverso dalla filologia della canzone qui presente, notiamo come il
riferimento alla prostituzione, collegandolo con l’ipotesi morelliana, sia
sempre quello!
3 – I primi armonizzatori e i trascrittori delle Canzoni abruzzesi nell’800 e i loro continuatori
Tra le prime arie abruzzesi “ricostruite”, abbiamo quelle alla zampogna.
Edward Lear, che scrisse il suo Book of nonsense, nel 1843 compì un
viaggio nell’Italia, e da Roma preferì seguire le orme, di altri viaggiatori
del Grand Tour, spingendosi negli Abruzzi. Erano stati già illustrati nella
corografia, nella descrizione dei monumenti delle maggiori città. Ma Lear fece
di più, innanzitutto, cosa lodevole per un forestiero, si documentò con
notevole precisione circa gli usi e i costumi dei locali, sulle vicende
storiche delle città, attingendo alle fonti pubblicate, rappresentò portali e
rosini di chiese e palazzi, e infine trascrisse delle arie degli zampognari,
che riporta in appendice al suo volume del Viaggio illustrato in Italia.
Il primo brano è noto come “Aria dei pifferi”, suonato dai pifferai a
Roma per l’Immacolata, nel santuari mariani. Lear riporta che ha sentito queste
melodie tra gli Abruzzi e la Terra di Lavoro ossia l’area di Frosinone, e le ha
trascritte. Naturalmente queste arie non sappiamo se fossero del tutto originarie
dell’Abruzzo, o se provenivano da altri territori, e sono giunte per tradizione
in Abruzzo, chissà quanto tempo fa! La zampogna non è uno strumento che vuole
lo spartito, è umile, lo zampognaro a memoria tramandava i canti, e liberamente
poteva alternare l’andamento ritmico, la ripetizione di un ritornello. Lear
scrisse quel che trovò, sicuramente il prodotto di una “enciclopedia tribale”
di tradizioni tramandate da secoli nelle aree montane del centro-sud Italia.
Basti pensare alla celebre Novena dell’Immacolata, che si suona anche in
Abruzzo dallo zampognaro e dal ciaramellaro, noi conosciamo la versione
dialettale del chietino, trascritta da padre Donatangelo Lupinetti da
Castilenti (1909-2000); ma il tema della calendarizzazione della Natività di
Gesù, dall’Angelo che appare a Maria sino al giubilo dei pastori alla gotta, è
presente nelle novene di molte aree del sud Italia!
La seconda melodia riportata da Lear, è “Quanto sei bella Rondinella”,
trascritta in Cittaducale, all’epoca nell’Abruzzo; la terza melodia è una
“carnevalata” ascoltata nella piazza Obelisco in Tagliacozzo, dove si
festeggiava, come ricorda Giovanni Pansa nei suoi studi, un festoso Carnevale.;
il quarto e ultimo pezzo, molto breve, è un ritornello continuo e corale dei
pellegrini al passo di Anversa degli Abruzzi, nelle gole del Sagittario.
Veniamo ora a un brano d’autore, il mov. III della “Serenata del
montanaro” tratto dall’opera Il viaggio di Aroldo in Italia (1834) di
Hector Berlioz, una piccola sinfonia fantastica di 45 min, in 5 movimenti,
ispirata alla celebre opera di Lord George Byron. La serenata, che spesso molti
ignorano, è ispirata alle arie dei pifferi abruzzesi, un montanaro fa la corte
alla sua bella, che le risponde con assoli delicati. I critici si sono sbizzarriti
nell’individuare la probabile matrice melodica che ispirò Berlioz, fatto sta
che è difficile distingue la “rielaborazione” personale dell’autore dalla
versione “originale” popolare. Originale è una parola grossa, perché presuppone
un testo scritto, codificato entro precisi schemi e limiti, con un testo
ufficiale, ma come sappiamo nel lavoro della filologia, questo approccio ai
canti popolari abruzzesi è difficile, esistono diversi testimonia, molte
varianti. E per questo resta complesso stabilire quale fu la matrice che ispirò
il Berlioz nella composizione della sua serenata del III movimento, anche
perché Berlioz traspose la musica in partiture per viola e violino, strumento
sconosciuto all’epoca nel repertorio popolare abruzzese, i canti popolari si eseguivano
liberamente, senza accompagnamento musicale, qualche strumento a percussione ci
fu, a seguire vennero gli strumenti della banda, e poi negli anni ’30 la
fisarmonica, o organetto. Resta indubbia l’ispirazione colta di questi
compositori dalla viva voce del popolo. Brahma non avrebbe composto le sue
rapsodie ungheresi senza l’aiuto dei girovaghi cantori zingari provenienti dai
Balcani! Così nel nostro campo abruzzese, vediamo il Mahler, nel III movimento
della 1° Sinfonia “Il Titano”, usare degli inseriti del “Lamento della vedova
scannese”. Il movimento illustra il funerale degli animali al Cacciatore; il
movimento inizia con un ritmo solenne e funebre, che altro non è che una
rielaborazione in tonalità discendente, anziché ascendente, della melodia del
“Fra Martino campanaro”. Mentre i bambini canterebbero giocosamente, innalzando
il tono: “Suoni tu! Suoni tu!”, qui la campana suona per altri motivi, più
lugubri e tristi, sembra accompagnare mesta il feretro nella foresta, insieme
agli animali gementi. Dopo un’elaborazione di oboi e clarinetti sulle ultime
note del “Fra Martino”, gli oboi
riprendono il motivo della Vedova piangente abruzzese, esattamente dal
ritornello della “vulgata vastese”, anziché quella scannese, sembra di sentire
il pianto “Mare maje, mare maje, scura maje, scura maje, mo m’accide, mo
m’accide ‘ngoll’a tte!”. il compositore aquilano Camillo Berardi nel
comunicarci questa curiosità, che ringraziamo assai, ipotizza che il Mahler
avesse sentito questo motivo popolare del Pianto della vedova, e trovandolo di
vero effetto, lo rielaborò per il suo funerale del Titano.
Antonio Bini si occupò di riportare il testo in un’armonizzazione per la
zampogna, come doveva essere ab origine.
Anne MacDonell ecc
Lei come Lear, raccolse dei canti popolari, nella sua opera cita dei
Canti del mandriano nell’area di Leonessa, ossia pecorari che si trasformavano
in poeti e suonatori, che sapevano con grande umanità eseguire delle arie con
una bella voce. Un intero capitolo dell’operetta è dedicato ai canti raccolti,
raggruppando canti popolari e anche canti d’autore, come il madrigalista
Serafino aquilano, vissuto nel ‘500, o il poeta vastese Gabriele Rossetti,
vissuto nell’800. La stessa MacDonell ha affermato la sua difficoltà nel
riprodurre per iscritto i canti, perché li ascoltava all’improvviso, queste
ariette erano improvvisate alla libera, alla buona dalle contadine e dai
lavoratori nei campi, venivano interrotti bruscamente per varie situazioni,
oppure nei secoli hanno subito variazioni, hanno subito variazioni per diversi
motivi, o per spostamento di un determinato gruppo di cantori in un’altra
provincia, e da qui ne sono hate contaminazioni che a fatica si potrebbero
distinguere caso per caso, e risolvere. Il tentativo di ricostruire un testo originale,
una matrice, è arduo, se non impossibile!
Ecco cosa scrive:
"Quanno nascesti tu, nacqui pur ijo; Nacquero li destini tra de
noi".
Ancora:
"Vijate chi te da lu prime vasce, Vijat'a chela cos' addové trace!
Questo se cand'a tte, dolg-i-amor mije: Ca l'ombre che ffaje tu, quella so
jije"
Ma non solo la dolcezza
dell'amore è argomento prediletto: "Vaj'a ll'infernu, spenzieratamende;
Trov' nu vecchiu, ch'era stat'amande, E jji me jj'accosto, ssecretamende;
Ji'isse: - Bhon vecchiu mé, che ppene fati? - Ji cambo mejje mo', quand' er'
amande. Le pene de ll'infernu non zo gniende A cquelle che ppate tu,
pover'amande".
Ed ecco una canzone d'amore che
un vecchio rivolge a una ragazza: "L'amore de li vecchi Mo te l acconte
com e va; Nu fasce de rame de ficura, Fa lu fume e lu foc' nin fa". Questo
è il ritornello della maggior parte di tali canti. Ho a s colta to "II
canto d ella partenz a d el pastore" e m olto più s pess o qu ello de
"Il ritorno d el pastore", a Pes cocosta n zo, a Sca n n o ed a
ltrove.
A seguire riporta gli spartiti riscostruiti delle varie canzoni,
soprattutto La partenza del pastore, e l’Appennesella, ovvero Ritorno
del pastore
"Eccomi bella mia, son rivenuto. Le tue bellezze mi hanno
richiamato Ora che a te vicino sono tornato Fedele a te s arò all infinito.
Quando nascesti tu, fior di bellezza, Il sole ti donò il suo splendore; La luna
ti donò la sua chiarezza, Cupido t'insegnò a far l'amore. Quanto sei cara, fior
di Diana! Tieni la bellezza della luna; porti i capelli alla fuggiana. Il cuor
mio per te si consuma. Bella, che delle belle regina sei, L'unico oggetto dei
pensieri miei Fiore di ruta, Il mio cuore innamorato ti saluta"
Canto del lavoro
Ji meta meta e la faggijja mète, Ca la patrona ha ma da di la fjjje. Ni
l a prum èss', e nni' m m i li vo' d aje Tutto lu grane je vijje scippaje"
Stornello d’amore
"Fióre de lemón e ffióre de lemone, La pan a cum m attute nghe la
fam e, E le vedeille me va 'm brecissione. O bella, bella de la cicia custte,
Puortem'a bbéve, ca me sè remboste; E d d a'm m e l acque, ne m m e d a' lu
vine: Damme 'na rama de truzzemarine. Truzzemarina, vatten'a la Rocche; Va vvid
e la bella m ì s'è vviv o m orte. se è vvive, bacittel'armlui'; Se è mmorte,
facettel' ass eppelli ''
Invocazione della madre alla Madonna per il figlio malato
"Vieci, Madonna, vestite de Bianchi, purteje lu suonne e lìveje lu
piante; viece, Madonna, vestite de rosce, purteje lu suonne, e liveje la tosce;
viece, Madonna, vestite de nire, purteje lu suonne, e lìveje Ie pene ecc.
Anche Domenico Lanci ha registrato questo canto
Vincenzo Coccione, Giuseppe Di Pasquale e Antonio Piovano hanno
registrato nelle aree contadine tra il chietino e il pescarese, la canzone “La
mamma e la fijje”
Canti Tostiani
Il Tosti musicò “Marechiare” su versi del napoletano celebre Salvatore
Di Giacomo
“Povera Maria!” pianto funebre sulla morte della fanciulla, che ora è da
piangere nella tomba
“Dal petto il cor m’hai tolto”
“Mamma mamma, lasciami andare”, motivo popolare dell’area chietina
“Mamma mamma voglio andare al convento”
“L’amor mio partì soldato”
“Tu nel tuo letto a far sogni d’oro”
“Mi dicon tutti quanti montagnola”
“Dammi un riccio dei capelli”
“Fanciullo, appena ti parlai d’amore”
I Canti della Terra d’Abruzzo di Ettore Montanaro, editi in cd dal Centro Istituto Nazionale
Tostiano di Ortona.
3 – Come nacque la Canzone d’Abruzzo, le origini della Maggiolata di
Ortona
1° MAGGIOLATA (PRIMA PIEDIGROTTA ABRUZZESE) – 3 MAGGIO 1920
L’Acquabbelle di Cesare de Titta – Guido Albanese
Lu piante de le fojje di Cesare de Titta – Guido Albanese
La canzone de li cetrune di Cesare de Titta – Guido Albanese
Caruline di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio
Vuccuccia d’ore di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio
La canzone de l’amore di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio
La nnazzecarelle di Cesare de Titta – Settimio Zimarino (come Ezio
Marino)
St’amore di Cesare De Titta – Settimio Zimarino
L’amore me’ di Cesare de Titta – Settimio Zimarino
2° MAGGIOLATA – 2 MAGGIO 1921
Ere na vote di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio
La sartinelle di Luigi Dommarco – Guido Albanese
Core me’ di Guido Albanese
Li ceràsce di Cesare de Titta – Guido Albanese
Come ti stiè ‘ssulà di Alfredo Luciani – Francesco Alpestri
Nen c-‘abbadà di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio
La serenate di Cesare de Titta – Guido Albanese
Renelelle di Cesare de Titta – Settimio Simarino (come Ezio Marino)
PARENTESI 1° FESTA DELLE CANZONI DEL SETTEMBRE LANCIANESE, 8 SETTEMBRE
1921
Copiate le canzoni dalla 1 e 2 maggiolata di Ortona
PARENTESI FESTA DELLE CANZONI CASTELLINE DEL 1921 E 1922
PARENTESI FESTA SETTIMANA ABRUZZESE PESCARA 1922
3° MAGGIOLATA – 8 MAGGIO 1922
Vola vola vola di Luigi Dommarco – Guido Albanese
Lassateme durmì! di Luigi e Camillo Renzetti
Sturnellate de magge di Pier Andrea Brasile
Mare nostre di Luigi Illuminati – Antonio Di Jorio
A cor’a ccore di Eduardo Di Loreto – Pierino Liberati
Povere ggirasole! di Giulio Sigismondi – Guido Albanese
M’ha ditte ca scì di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta
Stella di Luigi Illuminati – Antonio Di Jorio
4° MAGGIOLATA – 7 MAGGIO 1923
La Maggiajole di Luigi Dommarco – Guido Albanese
La partenze de li pecurèle di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco
‘Mbaradìse di Nino Saraceni – Ettore Montanaro
Ssà nèe di Cesare de Titta – Settimio Zimarino
Tonna tonna di Eduardo Di Loreto – Pierino Liberati
Lu ritorne de lu marinare di Nicola Farinelli – Tommaso De Francesco
Quanta sì belle! di Antonio Ambrosini – Carlo Massangioli
Vola canzone di Eduardo Di Loreto – Vito Olivieri
Lu carre nove di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco
La palummella pirdute di Giulio Sigismondi – Guido Albanese
Affàccite tisore di Nino Saraceni, Attilio Fuggetta
A la villegne di Oberdan Merciaro – N. Cama
Terra d’Oro – La smarroccature (primo quadro) di Luigi Dommarco – Guido Albanese
COMMENTO
5° MAGGIOLATA – 5 MAGGIO 1924
Paisanelle di Luigi Dommarco – Guido Albanese
La tele de l’amore di Nino Saraceni – Ettore Montanaro
Rusine di Antonio Ambrosini – A. Ricchiuti
Care amore di Eduardo Di Loreto – Vito Olivieri
L’uttema canzone di Luigi Dommarco – Guido Albanese
L’amore quande cante di Antonio Ambrosini – Carlo Massangioli
Lu prim’amore di Luigi Dommarco – Cristo Sorrentino
Lu niducce di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta
COMMENTO
6° MAGGIOLATA – 4 MAGGIO 1925
Nisciune è come te di Luigi Dommarco – Guido Albanese
Quande tu piesse di Cesare de Titta – Settimio Zimarino
Ciel’e mmare di Luigi Illuminati – Antonio Di Jorio
Pe’ na vuccuccia rosce di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco
Da lu colle a la marine di Nino Saraceni – Ettore Montanaro
Canzone d’atre tiempe di Eugenio Cirese
Santa Marije di Eduardo Di Loreto – Pierino Liberati
Serenatella stunate di Evandro Marcolongo(come C. M. D’Evrano), Antonio
Di Jorio
Genta nostre di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta
Lu Currede di Eduardo Di Loreto – Vito Olivieri
Cuncè, quanta sì belle di Antonio Ambrosini – Carlo Massangioli
Palummella d’ore di Luigi Dommarco – Giuseppe Paparella
Quande cale lu sole di Vittorio Clemente – M. Siciliani
L’Amore cante di Oberdan Merciaro – A. Ricchiuti
‘Na succiarelle pi’ stu core di Nino Saraceni – Ettore Montanaro
Catarine di Cesare de Titta – Antonio Di Jorio
Terra d’Ore – Quand’arvè le prime rose (secondo quadro) di Luigi
Dommarco – Guido Albanese
COMMENTO
7° MAGGIOLATA – 3 MAGGIO 1926
Matalène di Vincenzo Ranalli – Camillo De Nardis
Lu vèsce di Luigi Dommarco – O. Ranalli
Se tu ti spuosi a mme di Luigi Dommarco – Guido Albanese
Passione di Cesare de Titta – Settimio Zimarino (come Ezio Marino)
La semene di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco
‘Mmezz’allare di Nino Saraceni – Ettore Montanaro
La partenze di Cesare de Titta – Guido Albanese
La ciardeniere di Cesare de Titta – Ettore Montanaro
Senza mamma di Giulio Sigismondi – Arturo Colizzi
A.BI.CI di Eduardo Di Loreto – Viti Olivieri
Vasce e cirasce di Nino Saraceni – A. Ricchiuti
Si vvu minì nghe mme di Luigi e Camillo Renzetti
Lu ndruvarelle di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta
Saltarelle di Ottorino Lazzarini – S. Puca
Marinaresche di Nicola Farinelli – Giuseppe Paparella
Ucchiune bille di Antonio Ambrosini – Carlo Massangioli
Ssa risatelle! di Oberdan Merciaro – Stefano “Fanuccio” Fiorentino
Aria di notte di Eugenio Cirese
Terra d’Ore – La vellegne (terzo e ultimo quadro) di Luigi Dommarco –
Guido Albanese
8° MAGGIOLATA - 2 MAGGIO 1927
Senza core di Luigi Dommarco – Guido Albanese
La dodde di Luigi Dommarco – Arturo De Cecco
Lu ruanelle di Cesare de Titta – Ettore Montanaro
A lu tempe di lu ‘rane di Oberdan Merciaro – Francesco Tancredi
La mostre di L. Cordomma (Luigi Dommarco) – A. Ricchiuti
Vijète a cchi ti spose di Luigi Dommarco – Guido Albanese
Lu starucce di Nino Saraceni – Attilio Fuggetta
Funiculà funiculì di Antonio Ambrosini – Attilio Fuggetta
Foot-ball di Antonio Ambrosini – Giuseppe Paparella
Na marinarelle di Oberdan Merciaro – Tommaso De Francesco
Me vulesse fa’ tissute di Ottorino Lazzarini – R. Recchia
Giuvine di Vincenzo Libertini – A. Bartoletti
9° MAGGIOLATA – 7 maggio 1928
Urtona belle di Luigi Dommarco – L. Di San Marco (Guido Albanese)
Li sturnelle de la prumesse di Oberdan Merciaro – Ettore Montanaro
Nen cante cchiù di Luigi Dommarco – Ottorino Ranalli
‘N cim’a a la Majelle di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco
Se Ddi’ vo’ di Cesare de Titta – Guido Albanese
Lu mare fa feste di Nino Saraceni – Francesco Tancredi
Famme na fatture di Nicola Farinelli – Vito Olivieri
Lu core de la femmine di Luigi Dommarco – Guido Albanese
La vattiture de lu line di Oberdan Merciaro – Ettore Montanaro
Aria di Natale di Guido Albanese
10° MAGGIOLATA – 26 MAGGIO 1929
‘Nnammuratella me’ di Luigi Dommarco – Guido Albanese
Lu nide di Giulio Sigismondi – Arturo De Cecco
Ninna nanne di Cesare de Titta – Settimio Zimarino (come Ezio Marino)
Lu pentimente di Luigi Dommarco – Ottorino Ranalli
Zurre zurre di Nino Saraceni – Francesco Tancredi
Che splindore te’ sta scianne di Nino Saraceni – Ettore Montanaro
Madonna che passione di Guido Albanese
Nen te marite cchiù di A. Tattoni, Attilio Fuggetta
Stu paesette me’ di Eduardo Di Loreto – Pierino Liberati
Nin ti pozze vedè di Nicola Farinelli – Olindo Jannucci
A lu mole di Cesare Fagiani – Vito Olivieri
Ci po’ venì di Oberdan Merciaro – Vito Olivieri
Donne alla fonte (Danze delle conche) elaborazione di Camillo De Nardis
Lu piante de le fojje (1920)
La smarroccature – Terra d’ore (1923).






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