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13 aprile 2026

Lo scultore e architetto Michele Clerici in Abruzzo e le sue opere.


La Basilica di San Tommaso di Ortona, prima del 1943, facciata e cupola progettate dal Clerici

Lo scultore e architetto Michele Clerici in Abruzzo e le sue opere

di Angelo Iocco

Introduzione

Poco conosciuto, e non essendo noi consci se forse esista una monografia interamente a lui dedicata, vogliamo ricordare Michele Clerici lombardo, attivo come architetto del Re di Napoli nella metà del ‘700. Il Clerici fa parte di quella cerchia di abruzzesi come Giambattista Gianni, Girolamo Rizza, Carlo Piazzola, Francesco Ferradini (quest’ultimo di origini nordiche ma nato a L’Aquila), e tanti altri che operarono in Abruzzo al servizio di varie committenze.

La sua attività è principalmente documentata tra Chieti, Ortona, Lanciano, Ortona e dintorni. A Chieti ai tempi dell’erezione della cappella di San Gaetano Thiene nella Cattedrale di San Giustino, voluto dal Mons. De Palma, la committenza fu eseguita dall’allievo di Giambattista Gianni, Girolamo Rizza, e forse alcuni interventi più delicati nella stuccatura dell’architettura progettata dal Rizza, furono del Clerici.

Uno dei capolavori di Clerici a Chieti è l’interno interamente stuccato della chiesa di Sant’Agostino, altari laterali e maggiore inclusi. Qui il Clerici supera gli schemi tozzi e convenzionali, e anche piuttosto ripetitivi, di Rizza e Piazzola, per dirottarsi verso la leggerezza e la delicatezza che può esporre lo stucco, se usato sapientemente, al punto da generare l’illusione ottica di un dipinto a secco.

Particolare di un rilievo a stucco del Clerici nella chiesa di S. Agostino, Chieti, foto R. Bigi


Nel 1746, scrive Bigi nel suo lavoro “Chieti, passato, presente, futuro”, Lanciano 2012, Clerici lavorò alla decorazione del profondo presbiterio di questa chiesa, realizzando una serie di raffinati pannelli in stucco che rappresentano la vita di S. Agostino (pregevolissimi quelli di S. Monica con l’angelo, S. Agostino che fa l’elemosina, la Gloria di S. Agostino, S. Agostino in atto di scrivere ispirato dal Santo Spirito, cui appare la Vergine recante un modellino di chiesa cupolata). É una decorazione minuta e sofisticata, in contrasto con la severità e l’austerità dell'ordine degli Agostiniani. La decorazione richiama gli stucchi applicati nel 1738 da Gian Girolamo Rizza all’altare di S. Gaetano nella cattedrale di S. Giustino. É da tener presente che a Chieti, in quel periodo, operavano quasi in contemporanea maestri lombardi come l’artista Giovan Battista Gianni, Ambrogio Piazza, Giovannantonio Fontana oltre allo stesso Rizza.

6 luglio 2025

Francescani illustri nel Convento del Ritiro della Santissima Annunziata di Orsogna: Padre Francesco da Caramanico, Padre Cristoforo da Penne, Padre Ludovico Fonzi da Orsogna.

 Ritratto del Servo di Dio P. Francesco de Acetis da Caramanico

Francescani illustri nel Convento del Ritiro della Santissima Annunziata di Orsogna: Padre Francesco da Caramanico, Padre Cristoforo da Penne, Padre Ludovico Fonzi da Orsogna

di Angelo Iocco

Le glorie francescane illuminano la storia del Convento della Santissima Annunziata del Poggio in Orsogna, sin dal XV secolo, quando fu fondato da S. Giovanni di Capestrano nel 1448. 

Da un dattiloscritto inedito dell’orsognese Vincenzo Simeoni (1904-1994), appassionato di storia patria, leggiamo degli estratti che illustrano le biografie dei personaggi più illustri.

Segue in pdf

24 maggio 2025

Detti popolari dialettali abruzzesi raccolti da Luigi Polacchi.

Detti popolari dialettali abruzzesi raccolti da Luigi Polacchi
di Angelo Iocco

Luigi Polacchi di Penne (1894-1988) nel corso dei suoi studi filologici sulla storia del Risorgimento abruzzese, e negli intervalli di tempo, tra una composizione e l’altra, tra una novella pubblicata su L’Adriatico di Pescara e sulla rivista Tempo nostro, si dedicò allo studio del dialetto abruzzese. Polacchi, nonostante la sua formazione prettamente classicista, poneva lo studio della lirica abruzzese in rapporto al dialetto, alla parlata popolare, di cui anche il prozio e poeta Clemente De Caesaris (1810-1877) pennese, di cui Polacchi curò l’opera omnia, inficiò alcuni suoi carmi in versi liberi endecasillabi. La parlata abruzzese contagiò Polacchi, tanto da comporre poesie e canzonette come Brunetta mia simpatica o Rènnele, o ancora Lu pappagalle, edite nella ristampa dell’opera omnia ORGANO vol. I (1951, poi 1980). Mentre Polacchi si accingeva a raccogliere i detti popolari ascoltati tra l’area pescarese e pennese, scoppiò la Seconda guerra mondiale, e il progetto fu interrotto. Anzi, Candido Greco nel ricostruire la vita dello scrittore, ricorda che il Polacchi, nella traversata frettolosa del torrente Barricello, in località Torre del Duca a Penne con le casse delle carte messe alla meno peggio a dorso d’asino, il poeta perdé molto materiale per la strada. Tutto quel materiale che raccolse amorosamente, ascoltano i detti dialettali dalla madre Vincenzina Di Biase. Tutto però non è andato perso, poiché nel carteggio di Polacchi presso il Villino “Nonnina” di Pescara, grazie alla collaborazione con la dott.ssa Angela de Sanctis, abbiamo rinvenuto delle copie di un dattiloscritto, pieno di detti popolari.

Magari il progetto di raccolta doveva essere più ampio, ma quel che resta tanto basta a illustrare gli antichi detti dei nostri avi abruzzesi. Ce n’è per tutti, dall’amore alla satira, dal lavoro alla tipica sagacia abruzzese, che tanto ci rende caratteristici nella selva dei vari dialetti italiani.

ELENCO PROVERBI POPOLARI DI L. POLACCHI

  

1)                                Chi nasce quatre, nen more tonne.

2)                                 Mandrie e pecurale da le munde se n’arecàle.

3)                                La juvanezze è sempre allegre e nappe.

4)                             Ogne tratture porte a l’abiture.

5)                              Nu passante fannullone schiante e lasce penzulòne.

6)                             Panza piene nen dice male. Panza piene dai repose.

7)                             Pioggia juvanette li picciune sotte a lu tette.

8)                           Addusulète a me: facète lu bbene e perdete lu male.

9)                            Lu lette nnè li rose, si ‘ngi si dorme ci s’arpose.

10)                      Chi te’ lu celle ‘mmane e nen le splume, je scappe sempre da la vite la furtune.

11)                      Si a Rrome sème ardùtte ognune penze a ssè e Ddij pe’ tutte.

12)                      Currève anninze gne nu sciòltavante.

13)                      A la zappe e a la traje tutte jurne nghe la paje.

14)                      Casce e ricotte, raggione a cà torte.

15)                      Lu harbìne fére distante da lu mare a la vallate.

16)                      Bianche e nire li ciaudèlle sembre tante muncacelle.

17)                      Chi belle vo’ paré tutte l’usse ja da dulé!

18)                      A lu cante de lu halle fatte jurne è na la valle.

19)                      Quanne cchiù splenne lu sole, stinne bbone ssì lenzòle.

20)                      A piante nu cellette tra le fronne rise e cante va pe’ lu monne.

21)                      L’amore quant’è belle, sempre cchiù è litigarelle.

22)                      A Santa Croce si vatte la noce.

23)                      Cioppe a ballà e ciavaje a cantà.

24)                      Corpe sazie: dajje repose!

25)                      Quande ‘nci sta la hatte, lu sorge abballe.

26)                      L’albere che nin frutte, attizze.

27)                      Chi je piace lu lette lu ‘spizie l’aspette.

28)                      Chi di ferre fére, di ferre pére.

29)                      Li quatrine fa j ‘acque a monte e a bballe.

30)                      L’ucchie de lu patrone ‘ngrasse lu cavalle.

31)                      A Natale si magne li caciune, a Pasque se magne li fiadune.

32)                      Piagne lu morte: è lacrime perse.

33)                      L’acque chenna piòvete ‘ncìle sta.

34)                      La farine de lu diavele ariò tutte ‘ncanìje.

35)                      Chi joche a lu lotte e spere di vince, lasse le stracce e pije li cince!

36)                      Chi troppe li tire, troppe li stucche.

37)                      Sott’all’acque ci sta la féme, sott’ a la neve ci sta lu pane.

38)                      Ecche lu curallare, femmene: accàttete pepe, carofene, ‘ranète fine, 

                rabbèerbere e chine!

39)                      Abbìje ssi faciule a’rmonne, abbiticchià ssi fronne!

40)                      Donna belle a marità, ‘n Paradise arrivète e a tre jurne maritata na ‘halline                    scinnicàte!

41)                      Meje nu giovine ‘n camiciole che cente vicchie aricamate d’ore.

42)                      Chi te’ rogne carpe, chi te tigne gratte.

43)                      Metté lu cule a lu tommele!

44)                      Lu medeche pietose fa la piaghe cancrenose.

45)                      La mannattare de le monache nnarvinèje.

46)                      Chi te’ pètre nnin pate, chi te’ mamme nnin plagne.

47)                      Ddo’ sta na terra tra muntagne e mare, la nature divente la cchiù care.

48)                      La ggente celebrate de l’Abbruzze ‘ncontre simpatie ogne perlustre.

49)                      L’ammore è nu dolce suspire, c’ogne cchiù bella femmene ammìre.

50)                      Ma lu vere tradetore è nu sguarde de l’ammore?

51)                      Chi dilitte nen ha, de la Corte nin treme.

52)                      Dumane e pisdumàne, passa-vie ca ve’ dumane!

53)                      Chi nnin te’ bona cocce, tè bbone pìte!

54)                      Rénnele ca turnate pare tutt sturdullite!

55)                      Vracce a carijà, vocche a magnà.

56)                      A core stracche, pinzìre fiacche.

57)                      Chiù truve gente gesse, chiù ‘nci pù ma’ cummatte.

58)                      Quanne piagnème, nisciune n’hà pìte!

59)                      Ugne pappahalle si pose arruffate, pronte a la battaje.

60)                      Chi àveze lu varile e se li d scole, jà ‘rmaste pe’ campà poc’anne sole.

61)                      La femmene che lu cule abballe, se puttane nen è regula falle!

62)                      Se l’ommene fa’ funzionà la mente, s’artrove ogne jurne cchiù cuntente.

63)                      Quande l’amicizie t’à scurdate, cunvé cacche vote esse artruvate.

64)                      Matalene, Matalene, nen lassà chi te vo’ bbene, ti vo’ bbene quande Padre, 

                 Fije e Spirte Sante!

65)                      Ciampicune ciampicune arrivé nu puver’ume, le femmene a le porte jome 

                 devé ‘mpo’ di gnocche.

66)                      La hatte che n’arrive a lu larde, dice che è rance!

67)                      Li solde de l’avare se le magne lu sciampagnone.

68)                      Maje sabbate senza sole, maje femmene senza amore.

69)                      Mandricchie e mandricchione fa lu còmete de la patrone!

70)                      Chi fa le facce a fronte, sente ‘ngolle rossore prufunne.

71)                      Maje a la Terra me’ a carpì chi a quelle dill’itre a mète.

72)                      Povere a chi more, c’armàne cambe.

73)                      Fa’ na fatija a patte e stucche.

74)                      Cent’anne e cente mise ognune arvà a lu paese se’.

75)                      Patrie, famije e Ddie pe’ Mazzine ha fatte trie!

76)                      Ddie, Patrie e Mazzine, Patraterne une e trine!

77)                      Gne nu Capudanne arvé nu fije, tutte cose vicchie porte vie!

78)                      Triste è lu discipule che nnavanze lu mastre.

79)                      La femmene è gne lu mare: quande è calme ‘nganne!

80)                      Casa quante nu nide, terre quante ne vide.

81)                      A chi nin piace la cocche e lu vine, pozza murì dumane matine!

82)                      Le Moneche di Santaustìne: ddu cocce e nu cuscine[1].

83)                      Sabbatine, Sabbatine tre piducchie arrète a la schine, une saie, une cale, n’atre 

                 fa da Capurale!

84)                      Pummadore e pipidune l’ardicrie de li cafune.

85)                      Chi te’ cente fijje l’allòche, chi ne te une l’affòche!

86)                      Casa quante nu nide, terre quante ne vide.

87)                      Ggenta triste numunàte e viste!

88)                      Ame l’amiche t’ ‘nche li difetta suo’.



[1] Riferito all’Ordine delle Monache che abitavano ai tempi di Polacchi nel convento di S. Agostino di Penne.

23 aprile 2025

Sciarretta A-L, "Colonie Slave (Schiavoni) nel XV - XVI sec. nell'Abruzzo e Molise Adriatico".


Nella seconda metà del Quattrocento e fino agli inizi del Cinquecento, l'Abruzzo e l'odierno Molise (in parte Capitanata all'epoca) furono interessate dalle migrazioni degli "Schiavoni" dalle opposte sponde dell'Adriatico, cioè la costa dalmata tra Zara e Cattaro. Pare che le cause principali fossero le invasioni turche e i buoni rapporti che legavano i re siciliani della dinastia aragonese alle popolazioni balcaniche.
Il nome "Schiavoni" riflette chiaramente il latino sclavonus 'slavo', ma molti di questi erano in realtà albanesi o forse di etnia mista. La vera discriminante era la religione: latini (cattolici) vs. greci (ortodossi).
In Abruzzo furono interessate le diocesi adriatiche: Chieti, Penne-Atri e in minor misura Teramo (Lanciano e Ortona non erano ancora state erette o ripristinate). In Molise quelle di Termoli e Guardialfiera. Solo qui sopravvive ancora in alcuni paesi la lingua slava (Acquaviva, Montemitro, S. Felice) Più a sud, a Larino, andarono gli albanesi che mantengono fino ad oggi lingua e tradizioni (Ururi, Portocannone, Montecilfone).
In Abruzzo la lingua originaria è andata perduta da secoli. Ma sopravvivono i cognomi, qualche toponimo e alcune tradizioni. Da questi possiamo verificare come gli Schiavoni dell'Ortonese, Lancianese e Vastese fossero effettivamente dalmati slavi, mentre quelli del Chietino fossero probabilmente misti o albanesi. Stessa cosa nel Pennese e nel Teramano, dove è difficile rintracciare cognomi o altre sopravvivenze di origine slava.
La cartina mostra i territori (antichi castelli disabitati dalla Crisi del Trecento) ripopolati dagli Schiavoni che vi fondarono colonie, e quelli in cui gli Schiavoni si stabilirono accanto a popolazioni locali. Nella legenda, territorio per territorio sono dati i nomi delle colonie, molte delle quali sono paesi ancora esistenti, i cognomi e i toponimi di origine slava.
di Sciarretta Antonio