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Keywords : monasteries, Middle Adriatic, monastic land holdings
Parole chiave : monasteri, Medio Adriatico, proprietà monastiche
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In un saggio del 1996, riproposto in lingua inglese con aggiornamenti nel 2004, avevo posto in evidenza un dato essenzialmente nuovo nel panorama della storia economica e degli insediamenti dell’Italia altomedievale, e cioè che nel processo di espansione territoriale dei patrimoni dei maggiori monasteri, così come i documenti ci permettono di coglierlo nel suo evolversi fra VIII e IX secolo, un’attenzione particolare era stata rivolta alle aree costiere.1
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La spinta a dare opportuno rilievo a questo tema mi era stata ispirata dalla lettura di un saggio ancora per molti versi insuperato per chiarezza di esposizione e nitidezza delle basi documentarie, e cioè l’intervento di Aldo Settia alla XL Settimana di Spoleto del 1992, dedicata a «Mercati e mercanti nell’Alto Medioevo», dal titolo «Per foros Italiae. Le aree extraurbane fra Alpi e Appennini».2
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In quel contributo, lo studioso piemontese aveva messo in evidenza come, fra tardo VIII e IX secolo, le grandi abbazie dell’Italia settentrionale, tramite i surplus della propria produzione agraria, avessero svolto una funzione essenziale nel rimettere in moto reti di scambio di una certa rilevanza per ampiezza e volume di merci, favorite in ciò dalla stabilità del quadro politico carolingio che aveva consentito loro di realizzare concentrazioni fondiarie non più viste dopo il tramonto del mondo antico. Ciò è da considerarsi senz’altro il primo esempio, come lo avrebbe definito Karl Marx, di “accumulazione originaria” di capitali verificatosi nell’Europa post-antica, attuato attraverso un sistematico processo di compressione della piccola proprietà agraria. Di questo fenomeno, un esempio chiarissimo è stato offerto ad esempio da uno studio del 1982 di Chris Wickham, relativo all’espropriazione dei piccoli possessori indipendenti di terre fiscali dell’Abruzzo, consegnati con i loro beni nelle mani dei monaci di San Vincenzo al Volturno, quando era ancora re Desiderio, e poi ripetutamente frustrati nella rivendicazione dei loro diritti al tempo dei sovrani carolingi.3
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Lo studio di Settia evidenziava dunque come l’annuale immissione sul mercato dei surplus della produzione agricola da parte di alcune importanti abbazie dell’Italia settentrionale fosse in grado di influenzare fortemente l’andamento delle contrattazioni commerciali che, anzi, stando alla Cronaca della Novalesa, avevano realmente inizio nei luoghi dove era uso incontrarsi per le compravendite, solo dopo che i carri carichi dei beni provenienti dalle aziende monastiche fossero giunti sul posto. Settia segnalava anche che, di fronte ad un così rilevante impatto delle loro produzioni sul mercato, non poteva essere casuale che i maggiori monasteri avessero sistematicamente presidiato le principali vie d’acqua, fluviali e lacustri, attraverso cui la loro movimentazione potesse essere resa più agevole.
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Approfondendo quanto da lui asserito, ebbi modo di verificare che la situazione era perfino più capillarmente organizzata e che la presenza lungo fiumi e laghi di proprietà monastiche aveva assunto, durante il IX secolo, un carattere di assoluta sistematicità (fig. 1).
https://books.openedition.org/efr/56776#anchor-fulltext
Da: https://books.openedition.org/efr/56776#anchor-fulltext

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