di Marino Valentini
Nella seconda metà del XIII secolo ed inizio del XIV, in Italia ci fu un fiorire di eretici. Il nemico principale non fu più l'Islam che aveva condotto alle crociate nei due secoli precedenti ma la minaccia provenne dall'interno degli ordini religiosi, quindi più subdola e difficile da scovare e pertanto più pericolosa.
I dissidenti che professavano che la cristianità dovesse tornare alle origini, con un cambio radicale all'interno della Chiesa, si chiamavano apostolici, catari, dolciniani, fraticelli d'opinione. La Chiesa di Roma non poteva assistere impotente a tale forma d'infedeltà che corrompeva la dottrina dominante, mettendo in dubbio i nuovi dogmi proposti dalla Santa Sede e portando turbamento nelle anime dei fedeli ed è per tale ragione che si sviluppò anche in Italia la Santa Inquisizione, una vera e propria crociata che andò emergendo all'interno della cristianità, contro le eresie, affidata soprattutto a coloro che al tempo erano i teologi dei due principali ordini religiosi del tempo. Francescani e Domenicani si servirono dei metodi più atroci, come le varie forme di tortura, pur di ottenere confessioni, spesso estorte, dei propri misfatti e i nomi dei complici ancora in libertà.
Gli inquisitori più importanti erano degli spauracchi, che si erano fatti un nome all'interno tanto del clero quanto degli ambienti laicali e venivano lautamente pagati per i loro servigi, non solo dalla Santa Sede ma anche dai sovrani, come nel caso del Regno di Napoli. Per fama e anche per denaro (un inquisitore che lavorava per tre mesi portava a casa mezzo chilo d'oro in monete) potremmo paragonare, con le dovute proporzioni, i principali inquisitori del tempo alle odierne star del calcio ingaggiate ora da una società (papi) e dopo da un'altra (sovrani) e venivano ingaggiati anche per lavorare all'estero e nelle zone più pericolose, per le quali era ovvio che fosse prevista una maggiorazione del premio.
Pare sorprendente ma Chieti forniva due tra i principali inquisitori del XIII secolo: i Messi e i Ronaldo dell'inquisizione medievale italiana portavano i nomi di Fra Matteo da Chieti e Frate Giacomo da Chieti. Il primo, ministro francescano, nel 1291 venne incaricato dal Papa per un’importante missione in Oriente durata 4 anni, "ufficialmente" per convertire il re persiano (o forse per "controllare" qualcuno investito del medesimo incarico?) e poi nel 1297 Bonifacio VIII gli ordinò di scovare i fraticelli fuoriusciti dai conventi e che si erano rifugiati sui monti tra l'Abruzzo, l'Umbria e le Marche, predicando una fede non conforme ai precetti imposti dalle autorità ecclesiali e di condurli in catene.
Anche l'ordine dei domenicani era ben rappresentato da un Teatino ed è il caso di Frate Giacomo da Chieti che nel 1269 venne ingaggiato dal re di Napoli Carlo I d'Angiò, pagato giornalmente dai funzionari del re con moneta d'oro sonante, affinché riuscisse a perseguire i sostenitori dell'eretica pravità in Terra di Bari e Capitanata (probabilmente si trattava di Catari scampati all'eccidio di Montségur in Francia e fuggiti in Puglia).
Nel frattempo Chieti preparava la sua sede per uno dei processi del secolo, quello contro l'ordine templare nel 1310, che videro i Cavalieri del Tempio definitivamente annientati quattro anni dopo, con il rogo dell'ultimo loro Gran Maestro Jacques de Molay.
Da: Marino Valentini FB

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