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4 gennaio 2026

SI DICE E SI RACCONTA... L'ABBAZIA DI SANTA MARIA ARABONA A MANOPPELLO (PE) .


SI DICE E SI RACCONTA... L'ABBAZIA DI SANTA MARIA ARABONA A MANOPPELLO (PE) 

di Antonio Mezzanotte

Si dice e si racconta che l’Abbazia di Santa Maria Arabona, solitaria e austera, vegli da secoli sulla valle della Pescara come una sentinella di pietra. Sorge su una collina che pare scelta non a caso, dove il vento porta con sé echi di preghiere antiche e il silenzio è più eloquente di mille parole. La leggenda vuole che fu costruita dai Giganti Paladini insieme alla Torre di Rosciano, che sovrasta dall'altro versante della vallata. 

Secondo alcuni, il nome “Arabona” deriverebbe da Ara Bona, l’altare della Bona Dea, divinità romana della fertilità e della natura. Si narra che proprio qui sorgesse un tempio pagano, poi distrutto, le cui pietre furono riutilizzate dai monaci cistercensi per innalzare la nuova chiesa cristiana. Un gesto che non fu solo pratico, ma simbolico: la spiritualità nuova che si innesta su quella antica, senza cancellarla del tutto. 

Fondata nel 1197 come esito di una donazione dei conti di Manoppello, consacrata nel 1208, l’abbazia fu la seconda in Abruzzo dell’Ordine Cistercense, dopo Santa Maria di Casanova. I monaci provenivano da Sant’Anastasio alle Tre Fontane di Roma e portarono con sé la regola di san Bernardo di Chiaravalle: sobrietà, lavoro, preghiera. Niente lussi, niente fasti. Solo pietra, luce e silenzio. 

L’edificio, incompiuto sin dalla nascita, conserva una bellezza severa e disarmante. La pianta è a croce latina, ma delle tre navate previste fu costruita solo la prima campata. Il chiostro non fu mai realizzato. Eppure, ciò che manca sembra accrescere il fascino del luogo, come se l’incompiutezza fosse essa stessa parte del messaggio. 

Il coro, profondo e rettangolare, è affiancato da cappelle laterali. Le volte a crociera, i contrafforti esterni, le cornici a denti di sega e gli archetti pensili parlano il linguaggio dell’architettura borgognona, ma con accenti abruzzesi. Il rosone, ricostruito nei restauri del Novecento, sembra un occhio che scruta il cielo, mentre la facciata incompleta racconta di un sogno interrotto. 

All’interno, la luce filtra discreta, accarezzando le pietre e le volte. Le campate del transetto e del coro presentano costoloni gotici, mentre la navata centrale, restaurata negli anni ’50, conserva una sobrietà che invita alla meditazione. Alcuni studiosi ipotizzano che le prime maestranze fossero cistercensi, poi sostituite da artigiani locali, forse provenienti da San Clemente a Casauria. 

Nel coro, sulla parete absidale, si conservano tre affreschi: al centro, una Crocifissione, sulla sinistra una santa coronata con un libro (alcuni vi vedono Caterna d'Alessandria, altri Elisabetta d'Ungheria), entrambe le figure sobrie e composte, immerse in una atmosfera di raccoglimento; sulla destra la Madonna è seduta in trono con il Bambino in braccio, che tra le  mani ha un piccolo cagnolino bianco, dettaglio raro e sorprendente. Il cagnolino, docile e raccolto, introduce una nota affettuosa e domestica nella scena, interpretata come simbolo di fedeltà o innocenza. Sulla cornice, in caratteri gotici, la data 1373 e il nome del pittore: Antonio Martini da Atri, al quale viene attribuita anche la Crocifissione. Nonostante l’usura del tempo, gli affreschi mantengono una forte intensità spirituale e una delicatezza narrativa che rende il coro uno degli angoli più suggestivi dell’abbazia. 

Accanto agli affreschi si staglia un elemento scultoreo di rara bellezza: il candelabro pasquale in pietra, alto circa sei metri, decorato con motivi vegetali e animali e sorretto da colonne tortili. È una presenza monumentale e silenziosa, che sembra custodire il mistero della luce e della rinascita. Poco distante, un tabernacolo sorretto da esili colonnine e scolpito con rilievi floreali completa il quadro, testimoniando la raffinatezza dell’arte cistercense. 

In prossimità dell'ingresso laterale (detto "Porta dei morti", perché da lì si accedeva a un antico cimitero) troviamo la Cappella dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. 

Sulle pareti vi si trovano bellissimi affreschi tra cui un Compianto sul Cristo morto: Gesù tra le braccia di Maria con accanto Giovanni Evangelista e la Maddalena in ricchi abiti rinascimentali. Ai due lati, san Sebastiano e Antonio di Padova (con il libro - simbolo di sapienza, e il giglio bianco, che allude alla purezza), oltre alla Croce di Gerusalemme, simbolo dei cavalieri dell'ordine, che ritroviamo nelle decorazioni dell'altare. Un cenno, infine, merita la bella statua di san Rocco, opera dello scultore Troiano de Gyptis da Castel del Monte. 

Nel corso dei secoli, l’abbazia visse momenti di splendore e di abbandono. Nel 1259 ricevette dal papa il privilegio di badia nullius dioecesis, svincolata dalla giurisdizione vescovile. Nel 1587, tuttavia, con la morte dell’ultimo abate, iniziò la decadenza. Passò ai monaci Conventuali, poi ai Baroni Zambra di Chieti. Nel 1968 fu donata ai Salesiani e oggi è sotto la cura dell’Arcidiocesi di Chieti-Vasto. 

Eppure, qualcosa del passato resta.  

Resta il silenzio che parla.  

Resta la pietra che respira.  

Resta la sensazione che, varcando la soglia, si entri in un luogo fuori dal tempo. 

Don Costantino Carnevale, per lunghi anni custode di questo luogo, mi raccontava che nelle sere d’autunno, quando la nebbia sale dalla valle e avvolge l’abbazia, si ha l’impressione che le mura si muovano, che le ombre dei monaci tornino a pregare e si incontrino nel silenzio, senza parole. Grand'uomo, don Carnevale! Fu cappellano militare durante la seconda guerra mondiale e quando passavo a salutarlo mi narrava fatti terribili ai quali dovette assistere: "la guerra, mai più!", diceva. Chissà, dal mondo della Verità, che ne pensa dei tempi odierni... 

Santa Maria Arabona non è solo un edificio. È un frammento di storia, un respiro di fede, un luogo dove il sacro e il profano si sfiorano senza conflitto.  

Chiunque vi entri, se ascolta davvero, potrà udire ciò che le pietre hanno da dire.

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